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King Creosote – From Scotland with Love

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From Scotland with Love è il titolo dell’album nato nel 2013 dai racconti di King Creosote, storie di una Scozia vissuta fino in fondo, scrutando i meandri più profondi della cultura e della vita del suo popolo, ma anche della musica popolare di cui si degna e che dona le sue classiche tradizioni musicali a questo disco (colonna sonora di un film-documentario di Virginia Heat) che appare molto delicato e morbido per le sue sonorità e le sue melodie atte a restare memorabili, ma che riesce ad alternare brani in chiave Folk a valzer romantici (come in “One Floor Down”) e a break ritmici più movimentati come in “Largs – Long” o anche “For One Night Only”. Anderson cerca infatti di rallegrare lievemente l’animo dell’ascoltatore, ponendo in un contesto malinconico un andazzo ritmico folkeggiante che abolisce il malumore, trascinandoti a ballare; oppure addolcisce vicende amare, come in “Bluebell, Cockleshell, 123”, dove alla cruda presenza della morte accosta un delizioso coro di voci bianche. “Cargill” è l’unico duetto dell’album, ed a raccontare il brano sono gli occhi di una donna che prega nostalgica per il suo marinaio, un po’ come fu per “Suzanne” di Leonard Cohen ai suoi tempi.

In questo scenario tetro in cui la Scozia viene messa a nudo, uno dei temi fondamentali è la speranza racchiusa in un credo come “Something to Believe in” o una utopia energica che mira all’essere ripagati di un grosso sforzo, ovvero quella di “Leaf Piece”. La decima tappa di questo viaggio è la chiave principale dell’album, in quanto “Pauper’s Dough” è paragonabile a quella mano che ti viene tesa dopo averti spinto a terra, anche se il testo (di natura politico-sociale) tenta di separarmi da quest’idea. Infine “A Priaire Tale” riprende la strumentale introduttiva di “Something to Believe in”, riarrangiata con archi che sostituiscono le tastiere, essa potrebbe essere definita la “firma” alla fine della missiva, il brano di chiusura, infatti, è come un saluto che l’autore avanza con linguaggio musicale, dicendo: “From Scotland with Love”.

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L’Orso – S/t

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Sta decisamente capitando qualcosa. O c’è stata un’inversione di tendenza nella mia mala sorte postale, perciò continuo a ricevere solo album che si lasciano ascoltare con piacere, o -e mi auguro con tutto il cuore che sia questa seconda opzione- il panorama musicale nostrano si sta risvegliando da un letargo artistico e creativo che possiamo sperare di lasciarci presto alle spalle. Se così fosse, bisognerebbe solo augurarsi che qualcuno investa in questi progetti emergenti. Ma, comunque, veniamo a noi. L’Orso è il disco d’esordio dell’omonima band milanese. Un progetto Folk che prende a larghe braccia dai precedenti illustri del genere, in cui la band si muove senza particolari innovazioni o tocchi individuali, ma con una cura, una precisione e una disinvoltura davvero pregevoli. “Ottobre Come Settembre”, in apertura, chiarifica subito la cifra stilistica della formazione: le sonorità acustiche e la naturalezza, quasi dilettantistica, con cui la voce viene lanciata nel fraseggio, ricordano i Beirut, così come accade durante l’ascolto di “Tornando a Casa”, caratterizzata proprio da quella tendenza alla de-localizzazione geografica del Folk internazionale, dove si perdono gli agganci percettivi delle proprie radici, per affondare invece in un terreno timbrico più ampio che universalizza il messaggio. L’Orso, però, va oltre e non affida solo ai timbri la connotazione dei propri brani: il cantato italiano è un intelligente costrutto per immagini giustapposte che raramente si concede rime banali o sfalsamenti di accento: in “Il Tempo Passa Per Noi” e in “I Nostri Decenni” le liriche conferiscono ai testi una freschezza Pop che maschera una riflessione sull’individuo inserito nella nostra società moderna. E, infatti, è a questo punto del disco che ci si rende conto che i ragazzi non ci stanno offrendo solo un album gradevole, ma anche un lavoro da meditare, dove i protagonisti sono una Milano che inghiotte i singoli, il tempo che scorre e il necessario dovere di invecchiare e crescere, con una nostalgia per il passato della propria adolescenza che nulla però ha a che vedere con una certa attitudine emo alla Dari, ma viene vissuto e raccontato con tutta la forza di chi realizza il trauma per la chiusura di un capitolo della propria vita e guarda incerto a un futuro in cui tutti si aspettano che sia in grado di camminare da solo. Ed è di questo che parlano, con declinazioni diverse, “Con i Chilometri Contro”, “Certi Periodi Storici”, “La Meglio Gioventù”, “Acne Giovanile” e “Baci Dalla Provincia”.

Oscillazioni continue tra il Pop più leggero d’ispirazione belcantistica nostrana – per quanto il cantante non brilli per virtuosismo- e Beirut, Tiersen, Perturbazione. La traccia meno riuscita è, a mio avviso, “James Van Der Beek”, forse a causa di un inserimento rap tanto inaspettato quanto immotivato e piuttosto sterile a livello comunicativo. “Invitami Per un té”, invece, è il brano più complesso, che nasconde più chiavi di interpretazione: su un tappeto ritmico leggermente sambato e sull’immediatamente chiarificata critica alle relazioni interpersonali nei social network, si inserisce una riflessione sull’artista-compositore-scrittore, i suoi blocchi, le sue difficoltà. Un disco omogeneo, netto, preciso, di chi ha intrapreso con grande trasparenza e genuinità una strada, consapevole delle proprie capacità (cosa non da tutti): se questo è solo l’inizio…

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