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Recensioni | agosto 2015

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Ben Miller Band – AWSOF (Country, 2014) 8/10

Un secondo album spettacolare per il trio Ben Miller, Doug Dicharry, Scott Leeper che unisce in dodici tracce dal sapore Country tutta la propria esperienza e classe, miscelando Bluegrass, Americana e Southern Rock in un sound estremamente tradizionale ma che riesce a non emanare mai lo sgradevole odore di anacronismo.

Gab de la Vega – Never Look Back (Cantautorato, Punk, 2015) 7,5/10

Il cantautore Punk Folk bresciano Gab de la Vega torna e stupisce tutti con dieci nuovi pezzi e un’interpretazione di “Never Talking to YouAgain”, un grande classico degli Hüsker Dü. Un po’ ricorda quanto fatto recentemente da Tv Smith, ma c’è anche tanto di Bob Dylan e Neil Young. Da non lasciarselo sfuggire!

Stearica – Fertile (Post Rock, Math Rock, 2015) 7,5/10

Essere scaraventati al muro dalla potenza del suono non è cosa che succede troppo spesso. Gli Stearica ci riescono, in versione digitale quanto in versione live, a botta di drumming energici, bassi e chitarre distorti.

Lydia Lunch/Retrovirus – Urge to Kill (No Wave, Post Punk, 2015) 7/10

Lydia Lunch scrive il capitolo del progetto Retrovirus, riunendo sul palco Weasel Walter alla chitarra, Tim Dahl al basso e Bob Bert (Sonic Youth) alla batteria. Nove tracce per ripercorrere la carriera della “big sexy noise queen” e una ciliegina sulla torta: la cover di “Frankie Teardrop” dei Suicide.

OoopopoiooO – OoopopoiooO (Sperimentale, Ambient, 2015) 7/10

Due maestri del theremin creano un nome impronunciabile, sintomo di un universo distorto, onirico, pazzoide. Quella pazzia sana, che fa andare oltre le spesse barriere del Pop e mischia strumenti, giocattoli, elettronica, parole e voci che sembrano arrivare dalle zone più nascoste del nostro cervello. Tredici brani che sembrano difficili al primo ascolto ma che alla fine ci sembreranno vicini alle orecchie come ronzii di insetti.

All About Kane – Seasons (Pop Rock, 2015) 7/10

Gli All About Kane alla loro seconda prova discografica intitolata Seasons, confermano l’ottimo esordio con Citizens e aggiungono alla loro dna british un pizzico di sperimentazione che si spinge verso il Pop e l’Alternative. Seasons è un interessante insieme di melodie leggere e mood movimentati; canzoni come “Old Photograph” e “Hurricane” si fanno amare fin da subito per piacevolezza e orecchiabilità. Nonostante spesso la voce del cantante ci ricordi molto Brian Molko dei Placebo, gli All About Kane riescono a mantenere viva la propria identità per tutto l’album, offrendo all’ascoltatore qualcosa di interessante e ben realizzato. Anche se uscito da qualche mese lo consigliamo per tutti i viaggiatori estivi che hanno voglia di una sferzata di aria fresca.

My Own Prison – Sleepers (Hard Core, 2015) 7/10

Cagliaritani, i My Own Prison, dimostrano con questo loro lavoro di conoscere decisamente bene l’hard core e di possedere tutta la tecnica per poterlo personalizzare. Tutto il disco è fondato sull’infuenza grind e su un cantato growl che muove su ritmi serratissimi di basso e batteria (al limite dell’agilità), che non si concedono tregua neppure in “Sleepers Eve”, caratterizzata da un timbro chitarristico dal sapore Indie-Pop, o nella più intima “Temper Tantrum”. Dieci tracce per un full lenght davvero pieno di energia, decisamente per gli appassionati del genere.

Solkiry – Sad Boys Club (Post Rock, 2015) 6,5/10

A due anni di distanza dall’album d’esordio, torna il quartetto australiano con il suo dinamico Rock strumentale di chiarissima ispirazione mogwaiana. Un disco potente e variegato, che riesce a cullare tutto lo spettro di emozioni che si accavallano nei sogni ad occhi aperti e che ha l’unico difetto di mostrarsi troppo incapace di osare davvero, risultando troppo banale e ripetitivo nella scelta pura dei suoni.

A Minute to Insanity – Velvet (Grunge, Stoner, 2014) 6,5/10

Il Grunge non è morto. Gli A Minute to Insanity da Cosenza lo dimostrano con orgoglio in questo ep. La chitarra e la voce “consumata” di Francesco Clarizio, insieme al basso di Antonio Trotta e alla batteria di Francesco Lavorato, ti riportano lì, in quegli anni Novanta che non sono ancora messi in archivio del tutto.

Attribution – Whynot (Rock’n’Roll, 2015) 6,5/10

Potente e autorevole questo Whynot dei bergamaschi Attribution, album che mescola un’attitudine classicamente Rock and Roll ad una commistione di generi che invece di risultare indigesta esalta le qualità di ogni singolo componente (prezioso l’uso dei fiati). Da ascoltare soprattutto il divertente Funk di “Scofunk” e la bella rivisitazione di “Cold Turkey” di John Lennon.

La Sindrome della Morte Improvvisa – Ep (Stoner, Noise, Hard Rock, 2013) 6,5/10

Un vero e proprio calderone: fondete Stoner, Noise e Hard Rock e otterrete la giusta ricetta sonora; un sound che appartiene più all’America che all’Italia e forse in questo la lingua non aiuta molto (sarebbe stato più giusto cantare in inglese!). Nonostante ciò un lavoro maturo negli arrangiamenti e perfetto nella registrazione

Snow in Damascus – Dylar (Elettronica, Shoegaze) 6/10

Atmosfere cupe e sonorità che spaziano tra Elettronica e Shoegaze, per un disco d’esordio che nel complesso suona come un buon lavoro di tecnica, ma che non colpisce per la sua originalità.

Moira Diesel Orchestra – Moira Diesel Orchestra (Alternative, Post Grunge, 2014) 6/10

Orfani degli anni Novanta, i MDO ricercano costantemente sonorità a metà tra il Seattle sound e dei seminali Litfiba. Tra qualche errore di gioventù e troppi eccessi di imitazione emergono alcuni momenti interessanti come “Nostema di Posizionamento Globale” o “Ardore” che per qualche minuto cancellano i molti reminder. Rimandati.

The Moon Train Stop – EP (Rock, Alt Pop) 6/10

Echi sixties per il trio piemontese all’esordio. Un Pop alternativo luccicante, divertito, ritmato, senza eccessiva originalità ma competente. Quattro brani suonati bene, cantati così così. L’inglese non rende benissimo. Non lasciano (ancora) il segno.

La Sindrome della Morte Improvvisa – Di Blatta in Blatta (Stoner, Noise, Hard Rock, 2015) 5,5/10

Quando si incide un disco che ha il grave compito di succedere a quello d’esordio si pretende qualcosa di più; purtroppo in questo lavoro si mette in evidenza solo la bravura. Mancano i contenuti e le idee nuove. Un piccolo passo indietro quindi è stato fatto nonostante il gruppo si sia aperto ad un lato più “oscuro”.

Night Gaunt – Night Gaunt (Doom Metal, 2015) 5,5/10

I romani Night Gaunt fanno loro l’essenza dei Candlemass unendola alle cupe atmosfere dei Katatonia e alle accelerazioni di puro stampo Celtic Frost. Si resta sempre nell’ambito del Doom Metal, fedeli a un registro prestampato. Senza infamia né lode.

Marco Spiezia – Life in Flip-Flops (Cantautorato, Swing 2015) 5/10

Semplicità ed immediatezza sono le caratteristiche principali di questo disco che non fa ascoltare nulla di nuovo ma che diverte. Canzoni (quasi) sempre veloci ma dai ritmi abbastanza simili. Forse il cantautore sorrentino Marco Spiezia dovrebbe (e potrebbe) osare di più.

The Junction – Hardcore Summer Hits (Indie, Pop Punk) 5/10

Per i tre padovani, il secondo album è una nuova prova con pretese ridotte al minimo sindacale. Pezzi tirati quando basta per provare a non annoiare, qualche buona melodia, un inglese che si tradisce spesso e tantissime banalità, in una miscela di cliché Indie Rock e qualche incursione nei territori del Punk Rock (Pop meglio) da bermuda, occhiali da sole e infradito.

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Giuseppe Righini – Houdini

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Tra torbido e danzereccio, un disco capace di essere sofisticato senza perdere in fruibilità.
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Fast Listening | Aprile 2015

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Daniel Knox – Daniel Knox  (Alt Pop, 2015) Voto 7/10

Terzo bellissimo lavoro per il trentacinquenne di Chicago che dopo l’ottimo esordio Disaster del 2007 e il successivo altrettanto valido Evryman for Himself è chiamato a confermare il suo talento centrando l’obiettivo quasi completamente. Pop da camera, barocco e orchestrale che disegna il volto di un’America sofferente.

Tobias Jesso Jr – Goon (Songwriter, 2014) Voto 6,5/10

Dopo le più innumerevoli vicissitudini negative, personali e artistiche, sembra giunto il momento del riscatto per questo giovane musicista di Vancouver, qui al suo esordio solista. Un album intenso, ricco di spunti, non senza qualche ridondanza ma che fa ben sperare per il futuro.

Ovlov – solo (Alt Pop, 2015) Voto 6,5/10

La presenza del bassista degli Smiths Andy Rourke nelle vesti di direttore artistico e produttore pare essere da sola garanzia di validità del prodotto. Il nuovo album del power trio bresciano prende effettivamente le distanze dal Rock diretto, immediato, dell’esordio scegliendo una strada più introspettiva e complessa. Nel risultato, solo è un album convincente solo a metà, specie nei suoi passaggi più Wave ma che non riesce a togliersi di dosso quella sensazione di deja-vù. Da segnalare la presenza di Xabier Irondo (Afterhous) al basso in “Fall Down”.

BeWider – A Place to Be Safe (Pop Orchestrale, Alt Pop 2015) – 6,5/10

Quando partono le prime note (“Following the River Flow”) di questo Ep d’esordio del compositore Piernicola Di Muro, grazie anche alla bellissima voce di Francesca Amati, non si può che restare affascinati gonfiandosi della speranza di aver finalmente scovato nel panorama italiano qualcosa che sia davvero di portata internazionale. Tuttavia, nei cinque brani che seguono, tutto il pathos iniziale finisce per sfaldarsi in una varietà stilistica che se da un lato fornisce una miriade di spunti dall’altro non garantisce la giusta omogeneità. Dall’Elettronica classica si passa al Dub, fino al Trip Hop per la gioia di chi si annoia facilmente.

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Colapesce – Egomostro

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Sono trascorsi tre anni dall’ultimo disco ufficiale di Colapesce, tre anni durante i quali il cantautore siciliano ha raccolto pezzi di “mostri” in giro per l’Italia, tre anni per dare vita al nuovo Egomostro. Un disco diverso dalle precedenti produzioni sotto ogni punto di vista, Colapesce appare più maturo e in un certo senso abbastanza “sperimentale”, il sound profuma di anni ottanta, Lucio Battisti che lascia la sicurezza Mogol per sperimentare liberamente. Con il precedente Un Meraviglioso Declino avevamo conosciuto un artista molto legato alla leva cantautorale degli anni zero, apprezzabile e godibile, niente però riusciva a tirarlo fuori dalla mischia con spiccate autorevolezze compositive. Le cose cambiano inevitabilmente, sia nel bene che nel male. Egomostro rappresenta la maturità artistica di Colapesce, un disco certamente poco diretto ma capace di entrarti dentro pian pianino per restarci prepotentemente. Ad un certo punto della vita senti il bisogno impellente di approfondire le cose, di capirne il senso, non per sembrare presuntuoso, soltanto per viverle a pieno. Egomostro racchiude la consapevolezza della maturità che non si ferma davanti alla facciata, Colapesce decide di entrare nel vecchio palazzo per ammirarne tutte le stanze, per respirare quell’aria di chiuso che a molti darebbe fastidio. Dopo l’intro, il disco dimostra subito di essere elettronicamente diverso, quasi Punk, con “Dopo il Diluvio”. Roba fresca, diversamente attraente. Le mie papille percepiscono dell’agrodolce in “Reale”, la ritmica incalzante mette allegria ma l’aria non è delle migliori per sentirsi felici, la tristezza in un certo senso rende riflessivi. Lo stomaco si chiude, la bellezza incontrastata di “Sottocoperta”, la canzone italiana che offre grandi sensazioni, quelle capaci di farti accapponare la pelle, quando pensi che non avresti chiesto di ascoltare di meglio. Colonna sonora da dedicarsi nei momenti più intimi, ad ora il miglior pezzo dell’album almeno per emozioni trasmesse. “Egomostro” torna a portare sperimentazione fine anni settanta, non mi esalto troppo ma ne apprezzo le potenzialità, Colapesce ha deciso di spostare tutte le sonorità del disco su quella strada, sarà la sua personale passione nei confronti di Battiato. Ascolto il mare, penso al vento che taglia la faccia, penso alla dolcezza di una carezza, “L’Altra Guancia” scioglie ogni riserva emotiva alla quale ancora mi ero attaccato. “Maledetti Italiani”, rappresenta tutto il brutto della nostra società, una protesta a cui ultimamente siamo abituati, a cui non facciamo neanche più caso, della quale tutti ci sentiamo vittima senza reagire, inerti. Di Egomostro riesco ad apprezzare quasi tutto, la non convenzionalità dei brani mi rende fiducioso sul futuro della musica italiana, Colapesce si mette in gioco pesantemente e vince. Il disco è indubbiamente di duro impatto, fermarsi al primo ascolto significa non capirne la volontà, significa avere un approccio mediocre e superficiale verso l’arte. Colapesce è tornato in grande stile registrando un disco considerevole, questa volta riesce a togliersi l’etichetta di piccolo cantautore diventando grande, dimostra di saper comporre musica diversa e scrivere testi calibrati. Egomostro sono riuscito a renderlo mio, a farlo aderire alla mia personalità, a capire tutto quello che voleva trasmettere. Egomostro è un grande lavoro, avevamo tutti bisogno di un Colapesce in queste condizioni compositive, ormai non posso più farne a meno.

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Lana Del Rey – Ultraviolence

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Il sadcore hollywoodiano del suo sophomore è una dichiarazione d’intenti.
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Nicolò Carnesi – Ho una Galassia nell’Armadio

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Luogo d’ascolto: sotto un albero, vicino ad un autostrada.

Umore d’ascolto: come di chi pensi che quello sotto cui sta ascoltando Carnesi è l’unico albero rimasto nel mondo.

Il secondo disco è sempre una cartina al tornasole per capire l’evoluzione di un artista. Se il primo è quello dell’ingenuità, delle idee potenti e potenziali buttate alla rinfusa, il secondo è quello della strada dritta, della precisione, quello che fa capire a quale velocità potrà andare la macchina. Avevo sentito parlare di Nicolò Carnesi tempo fa come un promettente autore della cerchia gravitante intorno a Brunori Sas e la sua Picicca dischi; non avevo ancora ascoltato nulla e quindi, come spesso avviene, appena mi è arrivato all’orecchio la news del suo secondo disco Ho una Galassia nell’Armadio sono andato il giorno stesso a spizzare su youtube il suo primo singolo “La Rotazione”. Mi ha colpito molto il suo timbro che richiama in alcuni passaggi un certo Battisti anni 80 o magari Graziani nella ricerca di melodie apparentemente semplici ma subito catchy e quindi tutt’altro che banali, magari anche Branduardi nel profilo della chioma e nella tendenza ad andare sulle note alte con la voce sottile sottile sottile. Mi ha davvero colpito la produzione del pezzo. Di lì il passo al disco e alla recensione è stato immediato. Ho scoperto che Nicolò è davvero un ottimo autore e che davvero la sua voce ha sfumature molto particolari e che i suoi testi sono un miscuglio ben riuscito di cielo e terra, di stelle e di asfalto. Questo secondo disco ha spalancato un’autostrada su cui Carnesi può portare tutto il suo talento a 200 all’ora verso il pubblico più vasto che si possa aspettare da un cantautore. Ho una Galassia nell’Armadio è un perfetto esempio di Pop impegnato, leggero nei suoni, non forzatamente pretenzioso nei temi, mai banale nelle scelte stilistiche. Dicevo della produzione: Tommaso Colliva è un maestro dei suoni e in questo disco ha l’indiscusso merito di spostare l’ambiente musicale in cui Carnesi si era mosso nel suo precedente lavoro in un territorio più europeo, in un territorio di suoni di synth analogici e pad soffusi quasi Dance, di spruzzate di Funk bianco alla Alan Sorrenti che ben si adattano a versi come “ Campa ragazzo che l’erba cresce e la fumi pure, la felicità la trovi in farmacia, tra vita e morte c’è di mezzo uno stato neutrale, ma non è la Svizzera”. Un terreno su cui il timbro di Carnesi ne esce valorizzato e rende piacevole anche l’ascolto meno attento, tipo quello della fantomatica casalinga di Voghera mentre fa le pulizie di casa.

Tra i pezzi più riusciti sicuramente “ Numeri”, testo meraviglioso e musica da ascoltare ad occhi chiusi in una giornata assolata e con il sorriso stampato in faccia, sotto l’ombra: “poi uso troppo gli addii, forse per paura di riceverli”, un verso illuminante e malinconico che colpisce in quella canzone come una carezza di un genitore che sta partendo. Ho sempre pensato che l’attenzione alla produzione e alla possibile fruizione del lavoro discografico, chi mi conosce lo sa, sia un pregio inestimabile di una produzione, l’unica cosa che rende un talentuoso autore di canzoncine un artista da classifica e un riferimento per una scena. Dieci più al Signor Colliva, mi sbilancio. E un buon sette e mezzo per questo giovane Carnesi che fa ben sperare per il terzo disco, quello del salto nel vuoto contro lo zoccolo duro dei fan della prima ora che ti vorrebbero sempre identico a te stesso ma anche criticabile proprio per questo. Per il momento non è il caso di pensarci ma di goderci questo, di ancheggiare un po’ sul posto e magari di fare le pulizie ad alto volume senza necessariamente riflettere. Perchè la musica, ricordiamocelo sempre, è la colonna sonora della giornata e un modo per sublimare il quotidiano, non solo e non per forza in ogni ascolto un modo per elevare lo spirito. Carnesi lo ha capito.

Lunga Vita a Carnesi.

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Maria Antonietta – Sassi

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Si affida a un sound più ruvido, ma ora è felice e monogama – ed ha anche imparato a non dire parolacce.
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Stumbleine feat Violet Skies – Chasing Honeybees

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Il produttore britannico Peter Cooper, in arte Stumbleine, ben noto nell’ambiente Chillstep di ultimissima generazione, si affianca alla voce amabile, anche se troppo ordinaria per i miei gusti, di Violet Skies (da poco è uscito il suo primo lavoro solista), per un breve ma intenso prodotto che pur non elevandosi particolarmente per idee e stile, ha il grande merito di ostentare una delle plausibili strade Pop di pregio, del tipo valente per andare oltre i soliti luoghi comuni del genere. Il duo parte da ritmiche Dream Pop e Ambient, suscitando canzoni e strutture quasi vicine a certo Shoegaze, scommettendo tanto sulla vocalità, nel nostro caso, deliziosa e dall’animo Soul. Nonostante la fuggevolezza dell’opera è evidente il tentativo di racchiudere e far implodere in pochi minuti tutta la storia della popular music, o quantomeno quella parte di essa che affonda le radici negli anni 60, in Girl Group come Crystals e Ronettes, nel genio di Phil Spector (non a caso la traccia numero quattro, “And Then He Kissed Me” è un arrangiamento di un brano di Spector scritto per le Crystals) e che si dirama verso le atmosfere eighties di Cocteau Twins e My Bloody Valentine per giungere ai giorni nostri con spiccato senso di modernità.

Chasing Honeybees, questo il nome dell’Ep che apre le porte del full length in uscita ad aprile, ha due grandi pregi. Riesce a rileggere il passato senza suonare nostalgico e malinconico, arriva a cogliere i meriti di una musica comunque mai dimenticata, senza limitarsi a imitarne le intelaiature e, soprattutto, propone composizioni adatte a tipologie di pubblico molto diverse, come possono essere gli amanti delle scene indipendenti e chi alimenta le classifiche di vendita più scadenti. Stumbleine e Violet Skies ci rivelano, in pratica, come si possa braccare una via gradevole a un pubblico più ampio possibile e non sempre avvezzo a certi suoni, senza scendere a compromessi che indeboliscano l’integrità stilistica degli autori. Detto questo, non posso tuttavia negare che in queste cinque tracce manchi una vera vena innovativa; mi sento in dovere di far notare come non vi siano melodie che abbiano la forza di reggere il peso di parecchi ascolti. Il sound è dozzinale, si fonda tutto sugli arrangiamenti del produttore d’oltremanica che mette la sua elettronica come sfondo per la voce, come già detto gradevole ma comune, di Violet Skies. Arrangiamenti che, per quanto possano suonare ben impostati, sono anch’essi di una deludente insipidezza. Ognuno dei cinque brani sembra mostrare qualcosa che poteva essere ma non è ancora ed è qui che sta il suo valore ma anche il suo grosso limite. Chasing Honeybees mostra che si può, anche se ancora non sa bene come.

Nessuna grande canzone, nessuna clamorosa voce, niente arrangiamenti memorabili e un sound discreto e niente più ma anche tante idee su cui lavorare, almeno per unirsi al coro di chi cerca di far capire al resto del mondo che costruire Pop non significa farsi inchiappettare su un palco con la lingua penzoloni.

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Artic Monkeys – Am

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Tipo strano Alex Turner: considerato dalla critica tra i migliori cantanti della sua generazione, accostato ai nomi più autorevoli del pantheon del Rock su tutti il Modfather Paul Weller; artista capace di togliere quell’odioso ghigno dal volto dei fratelli Gallagher superando il record raggiunto da Definitely Maybe nel 1994 vendendo,con Whatever People Say I Am, That’s What I’m Not, trecentosessantaquattro mila copie in una settimana, aggiudicandosi così il Guiness dei primati per il “disco di debutto con maggior numero di copie vendute”.

Profeta anti-hype ma al tempo stesso avido opportunista, trasformista a trecentosessanta gradi memore della lezione bowiana,Turner torna a far parlare di sé con AM, quinto e attesissimo album, accompagnato come sempre, dalle sue fedeli Scimmie Artiche. Sin dal primo ascolto ci si rende conto che AM è un lavoro destinato a suscitare pareri discordanti. I fan accaniti si sentiranno in qualche modo traditi dalla loro inversione di tendenza, quelli più distaccati forse ne saranno lieti e, chi ancora non li conosce, probabilmente ci si avvicinerà. Questo disco ci trasporta da subito in morbidi territori Alt Pop in cui suoni più audaci di matrice Rock si amalgamano a languide e pericolose tendenze R&B quasi da boy band; miscela evidente in “One For The Road” pezzo che, col suo cantato melodico alla Justin Timberlake, risulta stucchevole. Una parte oscura si nasconde in AlexTurner, irrequieto beatnik musicale che sembra non trovare pace e quasi quasi mi viene da pensare a un disturbo di personalità ascoltando “R U Mine?” brano che, in un colpo solo, cerca di fondere imprudentemente i Black Sabbath con sonorità Hip-Pop; la cosa sorprendente è che ne viene fuori un pezzo orecchiabile e adatto anche al pubblico più ingenuo.

Un po’ ci si riprende con l’intro di “Arabella” che ha un vago profumo di Morphine e chitarroni anni 70 devoti a Tony Iommi. Vogliono tutto e subito questi Artic Monkeys, lo si capisce da “I Want It All” col suo abbordabile ritornello da Hit Parade contornato da un pulsante Alternative Rock che s’imprime da subito nella mente. Merita di essere citato il video di “Why’d You Only Call Me When You’re High?” perché la dice lunga sull’intento della band; è guardando questo video che capirete molte cose sul contenuto dell’album:protagonista è ovviamente il nostro caro Alex Turner che, con un look alla Gene Vincent, gioca a fare il maledetto perdendosi nei fumi dell’alcol e della mescalina mentre tutto fila via, scontato come un telefilm per teenager,su una base alla Craig David. L’album procede con lentezza fino alla dodicesima e ultima traccia, “I Wanna Be Yours” perfetta per un ballo di fine anno stile America anni Cinquanta. Mi piace pensare che queste sonorità faranno storcere il naso anche a Josh Homme che nel 2009 produsse “Humbug”, disco dalle sonorità squisitamente Stoner ma che già lasciava intravedere una sottile furberia commerciale.

Seppur abili nell’arte del remake-remodel, gli Artic Monkeys di AM mancano di spessore, troppo intenti a confezionare un disco accessibile si dimenticano della sostanza scivolando in una banale palude sonora. Insomma,un lavoro fumoso che non ha di certo alte ambizioni artistiche.

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Here We Go Magic – A Different Ship

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E’ praticamente come riportare le lancette dell’orologio indietro negli anni novanta nel pop alternative di quell’America sempre più distratta verso le estetiche generazionali o – per ammissione degli alternativi stessi – ancor più ora menefreghista verso le young-waves che si materializzano ovunque;  i newyorkesi di Brooklyn Here We Go Magic capitanati da Luke Temple, arrivano sugli scaffali con un nuovo disco “A Different Ship” prodotto da quel marpione di Nigel Godrich, un disco dove pop e sostanze psich si mescolano felicemente a giro di trottola, un po’ brioso, un po’ meditabondo ma con una resa finale strisciante e appetibile.
Una scaletta cangiante, brani e groove che non vanno mail in collisione, una lunatica stravaganza nei testi ed il gioco si fa sempre più  intrigante man mano che la tracklist convince l’ascolto che la miglior cosa è lasciarsi andare come in un flusso coinvolgente e convincente, tra le sue braccia aperte: il disco, prende ed assume forme sempre più simili a quel che generalmente s’intende per canzone “acida”, non prettamente riferita alle elucubrazioni alcaloidi, ma più che altro per quell’evanescenza alla Robert Wyatt allampanata e onirica che costituisce poi il bello del tutto. Splendidi tagli, ritagli e collage di atmosfere fantastiche sono la cifre consenzienti che il trio americano arrangia e varia in trame melodiche fragilissime e capaci di forza, cifre che prediligono eccellenza invece che indisciplinati sodalizi commerciali.
Agli antipodi dell’eccessività artificiosità, con quel senso tenerone tra gli AmericaI believe in action” e il Garfunkel storico “Over the ocean”, arriva la delicatezza di “Hard to be closed”, “How do I know”,  la dance robotica che tremula in “Make up your mind”, e la ricercatezza di profumi mid-ambient che svolazzano leggiadri tra le ali della stupenda “A different ship”; alla fine si ha la suggestione di un viaggio fantastico, tra amore e pacificazione, che non strattona nulla ma che può redimere gli orecchi da tanto marciume sonoro che infastidisce l’odierno. Gli HWGM da quella Brooklyn rumorosa e jungla di stilemi, portano una ventata d’altro che, se non capovolgerà sicuramente chissà cosa, di sicuro un potente   stato placentare lo procura.

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Snow Patrol – Fallen Empire

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Gary Lightbody & C., ovvero gli Snow Patrol, band dal sangue diviso tra Scozia ed Irlanda del Nord finalmente hanno lasciato nell’indifferenza la vecchia label Jeepster –  che non aveva mai creduto loro fino in fondo –  per abbracciare la Fiction e finalmente, con il lancio sul mercato di questo bel “Fallen Empires” come inaugurazione di questo contratto, la diceria che si allungava sin dagli anni novanta d’essere luce di rimbalzo dei Belle And Sebastian va a farsi friggere una volta per tutte.

Band odiatissima da tanti colleghi, specie i Maniac Street Preachers per vicissitudini personali e legali, gli Snow Patrol rinascono come la Fenice, ritornano a piacere con il loro indie-pop fatto di corse e passeggiate, riff e attitudini riflessive, e ritornano anche guardando indietro, ripescando ricordi, memorie, pentimenti , desideri e sogni che non danno sintomi di melanconia appiccicosa, piuttosto quella tenerezza e pathos ben definite tra chitarre variegate e spruzzi d’elettronica.

Quattordici tracce che fanno una collana di canzoni imperniate principalmente sul buon gusto e su una forza di recupero impressionante, che vanno a delimitare apertamente lo spirito originario della soggettiva alternative per fare spazio a nuovi innesti stilistici, a nuovi impulsi creativi, senza dimenticare le origini corali; prodotto ancora da Jacknife Lee, il percorso degli Snow Patrol si va sempre più illuminando per fare in modo di coinvolgere più matrici soniche, ed in questo nuovo disco d’occasioni ne offre a valanghe come gli ospiti che ci girano dentro. La ballata elettropop che zampilla epicità morbida “Called out in the dark” nella quale interviene Tory Van Leeuwen (QOTSA),  il leggero brivido disco che corre in “The weight of love” con finale gospel integrato dalla presenza del coro Losangelino Inner City Mass Choir, un salto nel passato melodioso 90’s “This isn’t everything you are”, un po’ di freddo etereo SigurosianoBerlin”, gli U2 che fanno cucù in “In the end” e per finire in gloria “The symphony” un gioiello da palinsesto dello spirito, da etere da respirare come ossigeno di lunga vita;  sono tutte canzoni che aspettano di essere ascoltate a loop, tutte prove musicali di grande personalità e spregiudicate fino all’osso che solo una band come questa sa regalarci.

Un ottimo disco stratificato che si scioglie, ad ogni giro e alla faccia delle calorie, come burro.

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