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Pixies @ Flowers Festival, Parco della Certosa Reale, Collegno (TO) 21/07/2016

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Ed eccoci giunti ad un altro appuntamento di grande rilevanza offertoci dal Flowers Festival dopo la data unica italiana di Anohni. Questa sera incastonati nella cornice del Parco della Certosa Reale di Collegno saranno presenti, anch’essi per la loro unica tappa italiana, i leggendari Pixies, una delle band più importanti ed influenti che l’Alternative Rock ricordi. Una band che nel suo periodo d’oro ha sfornato dischi che sono entrati nella storia della musica e che due anni fa, a 23 anni dall’ultimo lavoro in studio, è tornata a pubblicare materiale inedito ed oggi si appresta a dare alle stampe il suo settimo disco, Head Carrier, la cui uscita è prevista per il prossimo 30 Settembre. I Pixies si sono sempre contraddistinti per la loro grande varietà di linguaggio, per quegli arrangiamenti, molto spesso caotici, spigolosi, sfaccettati e contrastanti, fondati sulle grandi e folli doti vocali di Black Francis (unite alle ritmiche della sua chitarra), sull’ecletticità del cofondatore Joey Santiago alla chitarra solista, sulle sediziose ritmiche del batterista David Lovering, sulle splendide armonizzazioni vocali e sul basso robusto e letale di Kim Deal, che come tutti saprete dopo aver preso parte alla reunion nel 2004 ha lasciato la band nove anni più tardi, sostituita per brevissimo tempo da Kim Shattuck alla quale è a sua volta subentrata Paz Lenchantin che vedremo stasera sul palco. Una band che ha imparato e fatto sue le lezioni di David Thomas e dei suoi Pere Ubu (tra l’altro tra i due leader non manca anche una certa somiglianza) e che tra le sue fonti d’ispirazione annovera anche artisti dal calibro dei Violent Femmes e dei sempiterni Lou Reed e David Bowie e che ha a sua volta ispirato band come i Nirvana, i Pavement e tanto altro ancora di quello che sono stati buona parte degli ascolti di molti di noi dagli anni 90 ad oggi.

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Insomma questa sera l’attesa è sicuramente bella alta ed insieme ad un gruppetto di amici, tra i quali un’altra penna di questa webzine, la smorziamo con un paio di buone birre ed un piatto di gustosi agnolotti al ragù, certamente non esaltanti per quantità ma che comunque ci aiuteranno a non svenire durante il concerto. L’onore di aprire per la band di Boston spetterà ai Ministri che vedo dal vivo per la prima volta e (consideratemi pure un marziano) di cui non conosco nulla nonostante il loro nome abbia ormai un certo peso all’interno della scena musicale del nostro paese. I ragazzi offrono uno spettacolo di Rock dallo spirito Punk che si dimostra piuttosto godibile con musiche dal buon impatto (per quanto non arrivi mai niente di sorprendente) nelle quali la parte del leone è assegnata alle chitarre. La voce di Davide Autelitano per i miei gusti è sicuramente più piacevole quando urla o si fa bassa e cupa che durante il cantato classico e melodico che fortunatamente prende il sopravvento raramente, i testi sono destinati ad un pubblico decisamente più giovane del sottoscritto, pubblico che comunque non manca (sarà infatti facile vedere ventenni come ultracinquantenni) e che se li gode cantando a memoria ed a gran voce ogni singola parola. No, non è nato nessun amore, ma devo comunque dire che i ragazzi sono capaci di tenere il palco alla grande e che la scelta di far loro aprire il concerto dei folletti mi è sembrata meno assurda di tante altre, considerando che spesso i gruppi posti in apertura di serata sembrano selezionati da qualcuno che come unico suo scopo abbia la mia, tua, nostra (in)sofferenza.

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Durante i venti minuti conclusivi di un cambio palco durato l’esagerazione di tre quarti d’ora, probabilmente anche per prendere qualche precauzione a causa della leggera pioggia caduta a metà del set dei Ministri, il pubblico delle prime file sul lato sinistro del palco viene intrattenuto da un ragazzone che pare disegnato da Matt Groening e che cerca disperatamente il suo amico Giancarlo uralandone il nome a gran voce e più passa il tempo più si irrita anche con i Pixies e con Black Francis, ma è un’irritazione giocosa e piena d’amore (o forse mi sbaglio, forse prevede il futuro) il giovane sa di alleggerirci la sfiancante attesa, dona abbracci a destra e a manca e quando la band entra sul palco si catapulta più vicino che può, il suo spettacolo è finito, adesso tocca a loro, adesso tocca ai Pixies. La band di Boston parte subito con l’incendiaria cavalcata di “Velvety” seguita da “Rock Music” che precede la sensualità dannatamente coinvolgente della splendida “Hey” con la chitarra di Santiago che brilla per eleganza. Tre brani che bastano per farci capire che passeremo quasi un’ora e mezza in compagnia di una band ancora in grandissima forma, l’energia che si respira è veramente tanta e salirà ancora.

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Oltre ad un paio di ripescaggi da quell’Indie Cindy che due anni fa segnò il loro ritorno (se vogliamo evitabili, per quanto live risultino nettamente più piacevoli) Francis e soci ci proporranno tutti e 4 i pezzi già ascoltabili del disco in arrivo, il Power Pop surfato di “Classic Masher”, “Baal’s Back”, potentissimo Hard Rock in pieno stile AC/DC, la power ballad “Head Carrier” ed il Garage “Um Chagga Lagga”, primo singolo estratto dal disco in arrivo, brani capaci di mostrarci come se la cava ai cori la Lenchantin su pezzi dove non possiamo paragonarla alla Deal, e si può dire che la ragazza ci sa fare e che supera l’esame anche sui pezzi dove il paragone è inevitabile, a voler trovare qualcosa che non va si potrebbe dire che forse in alcune occasioni il suo basso risulti meno potente e spigoloso di quello originale, ma mi sorge il dubbio che lo si potrebbe dire più per il dispiacere di non vedere sul palco la storica bassista della band che per come effettivamente lo strumento suoni. I nuovi brani dei Pixies live sono veramente trascinanti (ed immagino il nuovo disco piacerà più del precedente) ma ormai il loro segno distintivo non c’è più, mancano quella fantasia, quelle dissonanze, quella facilità complicata che avevano contraddistinto i loro giorni migliori, per quanto la title-track e “Um Chagga Lagga” due passi indietro nel tempo nel loro piccolo provino a regalarceli. Ma quei giorni stasera li ritroveremo ed alla fine andremo a casa felici di esserci stati, felici e bagnati (ma anche un po’ incazzati, scoprirete come mai più avanti) perché, come ad ogni concerto Rock all’aperto che si rispetti non mancherà, per una buona ventina di minuti, una pioggia torrenziale, portata, guarda caso, dal supereroe Tony (He’s got the oil on his chain, for a ride in the rain) non prima che la robusta e straziante violenza di “Dead” si sia occupata di oscurare il cielo.

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I Pixies andranno a pescare molti dei loro pezzi storici, in particolar modo dai due album che li hanno elevati a band culto: Surfer Rosa e Doolittle. Avremo così modo di godere di brani come l’ossessiva e nevrotica “Bone Machine” con l’ottimo lavoro della sezione ritmica, i riffoni di Santiago e la voce di Francis che volerà ovunque possibile, come della prorompenza sgraziata, tossica e liberartoria di “Gouge Away” e della demenziale “River Euphrates” con i suoi graffi Punk Rock (brani che manderanno il pubblico in delirio sotto il diluvio).

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A pioggia terminata arriveranno due delle canzoni più meravigliosamente appiccicose e melodicamente irresistibili che la mia mente ed il mio cuore ricordino: la splendida, intensa e criptica ballata “Monkey Gone to Heaven” e l’adorabile Surf Pop di “Here Comes Your Man” coi loro ritornelli killer (durante la seconda quello che avrò davanti ai miei occhi sarà uno dei pubblici più puramente felici che mi sia mai capitato di vivere ed osservare nel corso di un live). Arriveranno ancora la coinvolgente “Levitate Me”, furioso e distorto mostro Pop Rock estratto dal disco d’esordio Come On Pilgrim, ed ancora il loro pezzo più sigificativo, col suo inesorabile riff, l’abrasiva ed allucinogena “Where Is My Mind?”, momento di puro delirio collettivo. Sarà grazie alla tenera demenza di “La La Love You” che godremo di un paio di minuti un po’ più calmi prima dell’arrivo della strepitosa, eclettica e appassionata “Vamos” dopo la quale la band, fin qui col pubblico niente più che qualche occhiata, arriverà al momento dei saluti, che saranno calorisissimi, un paio di minuti per un grande e reciproco abbraccio e finalmente anche qualche sorriso da parte del leader del gruppo. Non ci sarà bisogno di richiamarli sul palco, i Pixies dopo questa calorosa stretta torneranno immediatamente ai loro strumenti per far partire “Debaser”, ma cosa accadrà? Che Black Francis deciderà di bloccarla dopo pochi secondi quando tutti ormai stavamo godendo all’idea di gustarci quell’immenso brano, uno scherzo da prete più che da folletto che non andrà giù a me come credo a molti altri. Al suo posto la band suonerà “Planet of Sound” da quel Trompe Le Monde, ultimo capitolo della loro prima fase, che segnava il decorso della loro schizofrenia più accesa e accecante, per quanto l’episodio raccontato sopra dia l’idea di un cammino ancora lungo per una completa guarigione.

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L’amaro in bocca, sì. Che poi sarebbe semplicemente bastato non farla partire quella maledetta “Debaser” no? E chi si sarebbe lamentato in fin dei conti? Fin lì era stato tutto così bello, certo con lei sarebbe stato perfetto, sì sarebbe mancata “Gigantic” ma la sua è un’assenza evidentemente giustificabile, l’altra no, non dopo averla attaccata. Comunque, provando a mettere da parte la delusione per questo finale, quello che si può dire è che questa band dal vivo goda ancora di ottima salute. L’istrionica voce di Black Francis ha ceduto qualcosa di molto vicino allo zero, i musicisti sono ancora in un grande stato di forma con una Lenchantin inseritasi perfettamente nel’anima di questo storico gruppo. Questi folletti sono stati dei giganti e lo sono ancora per quanto incredibilmente attuali suonino le loro composizioni, veramente una ventata d’aria fresca, ancora oggi, stupefacenti. Però, mio caro signor Charles Michael Kittridge Thompson IV, questo non la giustifica minimamente per quanto combinato nel finale, dunque sappia che personalmente, almeno per qualche giorno, non potrò fare a meno di odiarla.

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Hell in the Club – Shadow of the Monster

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Siamo giunti al terzo disco degli Hell in the Club, un gruppo che ha dimostrato di far parte di una solida realtà, un gruppo che può far sognare la scoperta di nuovi pilastri dell’ Hard Rock. La band trova una sua personalità, dunque, un proprio stile che si differenzia notevolmente dagli altri.  Shadow of the Monster è il loro terzo disco ed è una sorta di consacrazione per Davide Moras e soci. Parliamo di un disco genuino che si lascia ascoltare anche più di una volta consecutivamente. Questo platter ha la capacità di trascinarti, farti scuotere e ballare a suon di Rock’n’Roll. AC/DC, Hanoi Rocks, L. A. Guns, Mr. Big e Steel Panther, sono le icone che hanno influenzato i ragazzi; d’ altro canto, gli Hell in the Club hanno bene appreso la lezione di questi maestri. Il prodotto sfornato è invidiabile:  c’è una canzone per riflettere, un’altra per scatenarsi e un’altra ancora per darsi al libero sfogo, insomma un disco dalle svariate emozioni e sensazioni. Un aspetto che va evidenziato è la scelta di spingersi su fronti che strizzano l’ occhio al Southern; infatti, si nota facilmente che il suono delle chitarre è più pomposo, rude e a tratti roccioso. Shadow of the Monster è un disco che una volta per tutte delinea il marchio del gruppo, nel senso che si differenzia e si fa riconoscere tra migliaia di dischi Hard Rock. Gli Hell in the Club sono un gruppo che sta prendendo il volo, hanno le carte in regola per aver un discreto successo in ambito Hard Rock. Non solo buoni dischi ma anche ottime prestazioni live nonché sceniche. Insomma si tratta di una band che si impegna e ci mette veramente il cuore in quello che fa.

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Patti Smith 8/12/2014

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NAPOLI, 8/12/2014 

Emozioni a non finire, questa la prima cosa da dire a proposito del magnifico concerto della sacerdotessa del Punk Patti Smith. L’8 Dicembre è stata una giornata particolare per Napoli che ha vantato della presenza di una pietra miliare del Rock. E’ vero, Mrs. Smith pare abbia un debole per la splendida città, fa spesso visita ai rocker napoletani. Ad ogni modo, venendo al concerto, è doveroso rendere noto la variegata età degli spettatori: dall’adolescente alla dolce nonnina. Questo particolare marca, a parte la grandezza dell’artista, una sorta di fusione di epoche davanti alla musica: ho ancora l’immagine di un signore vestito con un gilet di jeans con tanto di toppe Punk, l’anfibio ed il cappellino alla Brian Johnson (AC/DC, Geordie). Patti Smith sale sul palco del Duel Beat intorno alle 22:00, ad accompagnarla durante questa splendida serata c’è una band composta dai suoi familiari: quello più in vista è sicuramente il figlio Jackson (dal noto carisma) con Jesse al piano e Tony Shanahan.  Ad ogni suo show Patti Smith si contraddistingue per l’umiltà, per i suoi tributi e le sue dediche: “Dancing Barefoot” in ricordo di suo marito Fred “Sonic” Smith; “Beautiful Boy” è una canzone dei Beatles e con questa la nostra icona omaggia John Lennon. Con “Blue Christmas” invece ricorda il Re del Rock’n’Roll Elvis Presley, a cantare la magnifica canzone è stato proprio Tony. “This Is The Girl” è la canzone che Mrs. Smith ha composto ispirandosi ad Amy Winehouse. I tributi si concludono con “Perfect Day”, di Lou Reed che cantata da Patti Smith assume un colorito diverso, questa sua versione è veramente un cocktail di emozioni. Queste canzoni prima citate sono le dediche e i tributi che la mitica artista ha proposto, un segno di grande umiltà e modestia. Altre canzoni che hanno lasciato il segno sono: “Ghost Dance” che con la sua tinta folkloristica ha scaldato gli animi dei napoletani, “Dream Of Life” è un viaggio della mente, quella classica canzone che riesce a giocare con gli stati d’animo più disparati. Sulle note di “Pissing In A River” si vedevano file di persone che ondeggiavano, era un leggero movimento del corpo, era la canzone che ti rapiva. Il boato arriva con la sublime “Because The Night”: tutti a cantare, a scambiarsi un sorriso e a condividere l’uno con l’altra l’emozione di quel magico momento. La chiusura dello show spetta a “People Have The Power” che come al solito fa la sua grande figura anche in versione acustica. Il concerto è stato esaltante e Patti Smith, nonostante i suoi anni, ha dimostrato di essere l’energica artista di sempre. L’unica pecca della serata è stata il divieto di fare foto e video; non si è capito se è stata una scelta del locale o dell’ artista. Ma questo poco conta, l’importante è aver ascoltato un grande concerto, eseguito da una musicista leggendaria, e per Napoli tutto ciò non è affatto poco.

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AC/DC – Rock or Bust

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Una leggenda. Un suono che è una roccia. Ma che ora, a quarant’anni di distanza dall’esordio, pare proprio iniziare a sgretolarsi. Questa è l’impressione prima dell’ascolto di uno degli album più attesi e più chiacchierati della carriera degli AC/DC. Il masso ormai enorme, direi monumentale, perde in serie due pezzi. Prima la dipartita forzata di Malcolm Young per problemi di salute e poi la follia di Phil Rudd, coinvolto in strane faccende criminali in patria (ma sembra comunque abbia registrato l’album). Vero che la band non si è fermata neppure davanti alla scomparsa del frontman Bon Scott, ma quello era il 1979 e Angus Young aveva 23 anni. Ora Angus è un piccolo ometto di 58 anni, sempre più minuto e senza capelli. Senza il fratello, ora pare pesare tutto sul suo minuto groppone. Tutti saremo d’accordo col dire che finché c’è Angus ci sono gli AC/DC e il loro suono ha dell’immortale, ma questo disco pare avere tutti i presupposti per essere quello del pensionamento. Dopo l’ascolto che si può dire? Sorprese? No di certo, ma “Rock or Bust” non suona per nulla come un addio ed è un album perfettamente AC/DC, né tra i più ispirati né tra i peggiori dell’era Brian Johnson (mi spiace ma quelli con Bon Scott sono lontani anni luce). L’assenza di Malcolm è colmata dal nipote Stevie Young, stesso sangue e stesso sound (sfido chiunque a capire dove stanno le differenze) e il songwriting è un po’ meno ispirato rispetto al precedente “Black Ice”, ma di certo migliore delle produzioni degli anni 80 (tolto il gioiello “Back in Black”). La title track apre le danze con un riff monolitico, lento al punto giusto, un carro armato che avanza piano ma capace ancora di spianare tutto. Il testo non lascia scampo all’immaginazione: “we are a good time band, we play across the land…In rock we trust, it’s rock or bust”. La voce di Brian Jonhson è più in forma che mai e (diciamo la verità) la produzione di Brendon O’Brien è capace di rendere oro anche pezzi non memorabili come “Miss Adventure” e “Rock The House”. La sua manina magica si sente nei pezzi più vicini a “Black Ice”: “Rock The Blues Away” ha il mood festaiolo di “Anything Goes”, mentre “Dogs of War” pare essere uno scarto della scura marcia presentata otto anni fa in “War Machine”. Entrambe rimangono comunque meno ispirate e suonano decisamente meno fresche. Pure il singolo “Play Ball” punta sull’immediatezza ma suona scontato ed è salvato solo da un assolo da manuale dell’inconfondibile eterno ragazzo. A dire il vero Angus solleva le sorti di molti brani di “Rock or Bust” con i suoi vibrati e le sue pentatoniche che come sempre invocano ai vecchi demoni di Robert Johnson.
Per sentire un pezzo davvero accattivante bisogna aspettare “Baptism by Fire”: riff veloce, basso e batteria galoppanti e Brian che pare rendere tributo al suo predecessore. Fiamme, groove da manuale e Blues tirato a mille. Si, anche così, questa rimane una delle migliori Rock band in circolazione. Produce quarant’anni dopo la sua nascita un album senza infamia e senza lode, ma che comunque strappa un sorrisino e non lascia tregua al piede. Dite quello che volete su di loro, ma sono ancora la sicurezza di schiacciare “play” e ballare intorno alla roccia, ammirarla, ridere del tempo che passa, ricordando quanto sia vitale e necessario il loro Rock’N’Roll. Dimenticando per un attimo tutta la merda che ci gironzola intorno.

 

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L’evoluzione storico/tecnica del Record Producer. Ultima parte.

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L’evoluzione storico/tecnica del Record Producer. Settima Parte.

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Motörhead – Aftershock

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Una cosa é certa: l’attitudine va premiata, sempre e comunque. Nonostante un delicatissimo intervento chirurgico subito la scorsa estate (e l’inevitabile cancellazione del tour europeo 2014), alla soglia dei settant’anni Ian Fraser Kilmister, meglio conosciuto come “Lemmy”, sale nuovamente in cattedra e, a giudicare dal ventunesimo capitolo della pluridecennale saga Motörhead, Aftershock, direi proprio che sta benone. L’amore malsano e struggente per il Rock’n’Roll, nonostante lo stile di vita selvaggio e decadente che troppo spesso ne consegue, può sconfiggere la morte? Beh, considerate le premesse la risposta é si, e l’unica spiegazione plausibile va individuata in un sovrannaturale patto col maligno, punto e basta.

Tuttavia una precisazione é d’obbligo: Aftershock non farà gridare al miracolo, rappresentando certamente un’indubbia battuta d’arresto rispetto al precedente The World Is Yours (2010), ma in ogni caso si tratta di un album in perfetta continuità con un filone creativo che fluisce possente ed inarrestabile da ormai quasi cinquant’anni, come un fiume in piena. La progressiva evoluzione della band verso sonorità Metal oriented, a scapito delle radici Speed Punk degli esordi, é testimoniata in maniera piuttosto evidente e tangibile da brani come “End of Time”, “Going to Mexico” e “Queen of the Damned”, veri e propri locomotori deraglianti lanciati a cento all’ora sulla tortuosa autostrada dell’inferno. Certo, non si tratta di “Ace of Spades” o di “Iron Fist”, ma la botta é dura, e fa male comunque, anche quando il leggendario trio britannico si cimenta in ballate dal sapore squisitamente Hard Blues come “Dust and Glass” (dove echeggiano indiscutibilmente partiture degli australiani AC/DC) e “Lost Woman Blues”. Nonostante il celebre motto della band “all killer, no filler”, la copiosa tracklist di Aftershock (ben quattordici brani) annovera al suo interno anche qualche inefficace riempitivo, ma non c’é da stupirsi, basta prenderne atto. “Motörhead is not simply a band, it’s a genre!”.

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White Mosquito – Il Potere e la sua Signora

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La seconda prova dei genovesi White Mosquito si apre (“Candido”) con esigue note spirituali, tenui, estatiche che lasciano presagire ambientazioni cosmiche e psichedeliche molto retrò, ma già con l’ingresso autoritario (“Solite Parole”) di sezione ritmica, voce e taglienti sferzate elettriche sono messi sul piatto ingredienti acidi e possenti anch’essi molto stagionati ma con uno spirito certo più battagliero di una semplice lisergia introspettiva. Sia nei testi, sia in timbrica e impostazione la voce di Sergio Antonazzo si mostra in tutta la sua aitante bellezza che permette di varcare confini dell’irriverenza beffarda, molto teatralmente Progressive, ma anche di sterzare insolentemente verso territori più aspri, indemoniati e rabbiosi. L’opening track, esclusa l’intro, è un sensazionale manifesto per la band, che racchiude in poco più di cinque minuti tutta una serie di prerogative e caratteristiche che poi contraddistingueranno tutta l’opera.

L’ascolto di questo Il Potere e la sua Signora è anche la chiave di lettura per comprendere pienamente il perché, dopo l’Ep d’esordio 20 Grammi, i White Mosquito abbiano potuto aprire una delle date live dei Deep Purple. Proprio la band di Ian Gillan pare uno dei punti di riferimento più evidenti ma non mancano certo paragoni sia con l’Hard Rock tendente al Folk/Blues con sottigliezze in stile Led Zeppelin (“Dimmi”) e sia con quello più robusto alla maniera degli australiani Ac/Dc (“Demone”). Eppure anche la tradizione italiana più datata di scuola Litfiba (“Forme”, “Non Smetto”) come la più attuale aperta dagli Afterhours (“Stato Confusionale”) è omaggiata in quanto a stile e forma espressiva e la stessa scelta di accompagnare con la lingua nostrana un sound tanto anglosassone è sintomo della necessità per i liguri di legarsi alla propria terra, in qualche modo cantandone le contaminazioni, la storia e il presente.

Quella lisergia e quelle ritmiche ripetitive che paiono elevare un muro sonico nello stile dei Pink Floyd più istrionici si ripresentano con la traccia numero quattro (“Manifesto”) nella quale, oltretutto, la vocalità di Antonazzo può sbizzarrirsi scivolando di volta in volta in meandri poetici e colleriche sfuriate che si chiudono con un inquietante fischiettio che richiama un noto motivo che non vi svelo, anzi vi sfido a riconoscere. Un intermezzo giocoso (“Anche Qst è Rocchenroll”) dalla difficile interpretazione apre la parte finale del disco che talvolta (“In Faccia”) nasconde delle miscele tra un moderno Alt Rock e un più classico Progressive, racchiudendo delle infinite possibilità per un genere forse messo nel cassetto con troppa solerzia. Se “Le Solite Parole” suona come un programma che evidenzi le qualità di Il Potere e la sua Signora, al contrario “Nuvola” ne mostra i limiti. I White Mosquito azzardano un testo aggressivo che sfocia nell’inverosimile, propongono un’effettistica e cenni di sperimentazione che restano solo degli abbozzi di qualcosa che sarebbe potuto essere, ma non è. Caricano le materie di veleno ma non riescono a suonare con la stessa veemenza, forse troppo attenti a non oltrepassare i limiti.

Un album di pregevole fattura quanto ad esecuzione e pieno anche di buone idee. Un disco che, per quanto peschi a piene mani dal passato, riesce a non suonare vecchio lasciando intravedere alcuni spunti potenzialmente affascinanti. I White Mosquito scelgono la strada più difficile per non apparire obsoleti, la strada più difficile per suonare originali e per farsi apprezzare dai più giovani ma dimostrano anche di avere i mezzi per scavare nuove vie di fuga dagli anni andati. Magari iniziando dalla stupefacente, per versatilità, voce di Sergio Antonazzo. Per quanto di pregio palese non avremmo avuto bisogno di un album come Il Potere e la sua Signora ma potremmo avere bisogno di band come i White Mosquito.

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‘A-380 – ‘A-380

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C’è sempre una prima volta e questa lo è per me: ascoltare dell’ Hard Rock cantato in napoletano. Il fatto strano è che dopo anni e anni sono riuscito a trovare una band del genere (esclusi gli ormai storici 24 Grana e James Senese) pur essendo io napoletano. È  anche vero, però, che gli ‘A-380 (Atreuttanta) sono alla loro primissima uscita con l’omonimo EP e dunque fanno parte dei cosiddetti “introvabili”, cioè quelle band che, suonando Hard Rock in lingua napoletana, richiedono una notevole applicazione per essere scovate. Nella scena underground cittadina conosco personalmente soltanto i Gorgeous i quali propongono però piuttosto un Prog Rock, perciò capirete quanto sia stato difficile trovare una band come loro.

Gli ‘A-380 sono stati capaci di trovare una divertente formula che senza ombra di dubbio delizierà il palato dei Rocker partenopei accontentandoli su diversi aspetti. Il loro Hard Rock si avvicina allo stile dei Deep Purple, degli AC/DC o dei Mr.Big, insomma è di stampo classico, di quello piacevole. L’EP contiene quattro deliziose tracce: “Te Si Fatto Na Roccia”, “Cundannato a’ o Rock’N’Roll”, “Chiagne E Futte” e “Ngopp A Muntagne”; tutte presentano bei riff e interessanti giri di chitarra; troviamo inoltre degli assoli che gli ZZ Top apprezzerebbero con euforia. Dalle informazioni inviateci, notiamo che il primo singolo del gruppo  è “Cundannato a’ o Rock’N’Roll”, un pezzo di sano e sincero Hard Rock, con un testo un po’ più colorito del normale ma che comunque non demerita affatto. Insomma, possiamo dire che gli ‘A-380 con questo primo EP sono partiti alquanto bene, hanno dato prova di intraprendenza e di questo passo sicuramente faranno cose buone.

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Swell99 – Life

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Sensazioni contrastanti. Quelle che provo quando annuso l’intrigante quanto malsano odore della benzina oppure quando bagno le labbra nel ruvido sapore de whiskey o quando guardo un film di fantascienza. A mezz’aria tra l’inutile e il divertente, tra il piacere e la smorfia. Ecco e questo sentimento altalenante e di umore lunatico sbuca improvviso all’ascolto del nuovo disco dei Swell99.

Nati nel 1999 a Macerata, arrivano al loro quattordicesimo compleanno senza nessun cambio di formazione, una famiglia a loro detta e sono convinto che sia così. Il suono in effetti è compatto, unito, sicuro. Fin troppo sicuro da risultare poco intrigante. E la scelta di usare l’inglese, tranne che nella prima e nell’ultima traccia cantate in madrelingua non solo fa storcere il naso ma obiettivamente non può che far perdere omogeneità e significato ad un album registrato e prodotto in modo impeccabile. Nulla ha da invidiare alle mega produzioni statunitensi in termini di qualità sonora e di impatto, ma in tutti gli aspetti questo disco pare troppo inquadrato e privo di quel brivido, di quell’imprevedibilità che nel Rock non guasta mai.
Il singolo “Urlo” parte spavaldo con chitarroni metallusi. Hard Rock in italiano, due mondi che quasi sempre si scontrano senza provocare nulla di buono, salvo in rari casi come questo. La voce di Carlo Spinaci però non lascia grandi tracce, sebbene ben impostata e precisa rimane molto fumosa. Anche quando tenta di graffiare (“Bloody Knife”, “Real Friend”) non è acqua e non è fuoco. Molto meglio con le ballate che con i pezzi più aggressivi e vince più con la lingua italiana che con quella anglosassone. “Boot” vanta la presenza del blasonatissimo Andrea Braido, ma il fumo purtroppo rimane tanto e di carne se ne addenta poca, come anche in “Screaming to The World” dove anche l’assolo poteva essere gestito meglio, invece inciampa in freddi tecnicismi che sfociano però in una simpatica citazione di “Beat it”. Certo la botta e la carica non mancano, ma tutti questi brani sembrano essere un cannone che spara palle di gomma.

Ai pezzi più arrabbiati si alternano ballatoni più o meno articolati: si passa dal suono molto Nickelback di “Mistake”, alle melodie tortuose di “Talk” (miglior pezzo e una delle migliori interpretazioni del cantante), dalle sbavature elettroniche di “Angels” (sembra un pezzo dei Plan De Fuga) alla piatta e banalotta “Life”.
L’ancora di salvataggio ricade nell’ultima traccia (guarda caso in italiano). “Non è la fine” parte acustica per scaldarsi negli ultimi dieci secondi di puro delirio. Una pazzia. Quella che ho aspettato tutto il disco.
Spero che i ragazzi la prossima volta rompano più spesso questo orologio troppo preciso, per far cadere l’ago della bilancia verso la loro causa e rompere questi miei fastidiosissimi dissidi interni.

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Tunatones – Vulcano

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Vi è mai capitato di precipitare in un Vulcano e ritrovarvi ad intraprendere un viaggio nel tempo verso sonorità appartenenti agli anni ‘50? A me si, ed è stato un viaggio per niente spiacevole. Comincia così la mia avventura in compagnia dei Tunatones e del loro ultimo album: Vulcano, per l’appunto. Il sottotitolo del disco parla chiaro: a New Exotic Rockabilly Adventure! Ok. Tra vulcani ed avventure esotiche credo che dovrò prepararmi a un’atmosfera molto hot. E così è, infatti! Già dalla prima traccia, “El Tiburon”, totalmente strumentale, capisco che in questo disco non si scherza affatto; qui ragazzi si rockeggia alla grande. L’album ha un incipit pazzesco, capace di creare la stessa suspance e che potrebbe provocare la caccia di uno squalo in mare; il pezzo lo immagino perfetto come colonna sonora di un film di Tarantino.

A partire dalla seconda traccia“Rockin’ The Highway” il genere musicale dominante in tutto l’album diventa pienamente riconoscibile. Il Rockabilly prende il sopravvento e l’immaginazione si sposta verso un’autostrada di suoni fatti di ritmo e velocità, da percorrere in moto ascoltando magari “Me And my Motorbike”; è la stessa autostrada dove qualche volta capita anche di dare un’accelerata alla propria vita, che inaspettatamente sembra decollare fino a farti sentire -perché no? – “Like a Goddess”.
Quando arriva il momento di “B.F.D.” la velocità incalzante del Rock’n’Roll cede il posto ad un ritmo più calmo, romantico; il lento perfetto per un ballo scolastico di vecchio stile. Nel pezzo successivo, “Night Has Never Been”, il ritmo continua la sua discesa verso il basso fino ad arrivare a toccare le note del Blues.

Con “Bonneville Speed” il disco riprende la sua corsa veloce per condurci al gran finale con “Heavy Medley”, un medley nel quale vengono riproposti tre grandi capolavori del Rock (“Hells Bells” degli AC/DC, “Run to The Hills” degli Iron Maiden ed “Enter Sandman” dei Metallica) tutti rivisitati ovviamente in chiave Rockabilliana stile Tunatones.
Non poteva esserci titolo diverso per quest’album, un concentrato di energia esplosiva che coinvolge a tal punto da non riuscire a rimanere fermi: sfido chiunque a non battere i piedi a ritmo di musica durante l’ascolto. Energia, movimento e tanta voglia di prendere la vita con più leggerezza; questi ed altri ancora gli ingredienti del disco dei Tunatones. Un vero Vulcano, insomma.

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Soundrise – Timelapse

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Come possiamo porci nei confronti di un’allergia? Beh io me ne porto dietro ormai parecchie, per fortuna nessuna grave, ma pare che il mio corpo rigetti sempre di più con il passare degli anni. Pelo dei gatti, paracetamolo, graminacee. Ma anche le versioni di latino, le serie televisive (Twin Peaks a parte), i Radiohead. E rimanendo in tema musicale il progressive rock.
Questa mia ultima irritazione forse deriva semplicemente da una scottatura. E’ probabile che a 17 anni quando ho iniziato a strimpellare il basso, tutti gli allievi della scuola di musica che frequentavo mi facevano notare quanto bravi fossero con i loro strumenti infittiti da un numero esagerato di corde a riprodurre fedelmente tutto Metropolis dei Dream Theater. Beh potete capire come si possa sentire frustrato un ragazzino che faceva fatica persino ad andare a tempo dietro Jailbreak degli AC/DC.
Da questa premessa si capisce quanto sia stato arduo l’ascolto di questo album dei triestini Soundrise. Timelapse si presenta come mix di hard e progressive rock della durata di 50 minuti.
Massaggio lentamente le mie orecchie e le getto in pasto ad un sound a loro avverso. L’attacco è deciso, non ci sono dubbi: rullatoni e doppia cassa, ritmiche storte, intrecci complicati e tastierismi esagerati. Ma anche una buona dose di melodia, ben interpretata da Walter Bosello (anche alle tastiere), che devo ammettere esegue un ottimo lavoro compositivo, oltre che nell’esecuzione vocale. Forse il mio cervello limitato non riesce ad apprendere, a viaggiare insieme a queste musiche così contorte. Si disperde in un sentiero pieno di deviazioni e curve, così irreale davanti miei occhi. Lontano dalla terra e dal cielo che conosco. Non riesco a toccare né con mano, né con l’aiuto dell’immaginazione i luoghi delineati nelle note dei Soundrise (“all that I can see, I try to keep it near and all the things I keep they seem to slip away” la prima frase di Time is mine pare capire il mio stato d’animo).
In Higher Ground la band conferma di essere strepitosa tecnicamente, ritmica funkettona stortissima e una tastiera molto misteriosa rimandano alle vecchie glorie dei Rush. Give Up è melodia pura e ha il sapore di un ballatone hard rock di fine anni 80 con un assolo bello ruffiano e piacevole. Sulla stessa scia procede Learning, la strada si fa meno faticosa la meta sembra ora meglio definita. Ma i ragazzi ad andare dritti non ce la fanno e l’inizio di More presenta già salite ostiche e prepotenti ostacoli lungo la strada, sempre più difficili da evitare in King Time’s Dilemma. Macigni pesantissimi crollano sulla mia testa, ma rimane la forza di una band che (al di la delle mia difficoltà) riesce ottimamente a intrecciare durezza, melodie, repentini cambi di tempo e di dinamica.
La band è ottima, dunque nessun dubbio. Ha lavorato tantissimo (quasi 10 anni!) su questo progetto e ha ottenuto un risultato straordinario: compatto, vario e deciso. Sicuramente un gran bell’esordio che sarà molto apprezzato dagli appassionati delle sonorità prog-metal. Certo, non è un disco da cui si possa salvare un singolo o un disco da ascoltare mentre si prepara cena o nel traffico di rientro da lavoro. Non è il disco che mi fa viaggiare sconnettendo il cervello o meglio connettendolo al cuore. Mi ritrovo costretto a prendere il binocolo per osservare lontano. Al di là delle montagne e delle nuvole, aguzzo la vista in cerca di qualcosa che alla fine dei 50 minuti non ho proprio trovato.

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