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‘Chi suona stasera?’ – Guida alla musica live di gennaio 2018

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Depeche Mode, Piers Faccini, Shijo X, Morkobot… Tutti i live da non perdere questo mese secondo Rockambula.

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La Metralli – Lanimante

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Persian Pelican, Shijo X e Wrongonyou || Chi sono i protagonisti italiani del Primavera Pro 2017

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Sunday Morning – Instant Lovers

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La storia dei Sunday Morning è una bella storia, di quelle storie di malinconia Rock o di Rock malinconico come non se ne sentono più spesso. Un gruppo di Cesena che suona in giro nei primi anni 2000, registra un disco nel 2006 e poi “qualcosa si spezza” e la band si sfalda, disseminando pezzi in varie altre formazioni o in altre vite, altrove. Poi il ritorno, il ritrovarsi, “(ri)mettendo al centro quell’alchimia che non ha niente di scientifico”. Un piccolo studio, dieci canzoni: ne esce questa seconda prova, Instant Lovers. Racconto la storia perché la storia è importante, e in qualche modo ha influenzato il mio ascolto del disco, che alle mie orecchie suona nostalgico, intenso, malinconico, certo, ma divertito, denso. Una carrellata di pezzi scritti egregiamente, dove si frulla molto Rock dai sessanta e dai settanta, americani e inglesi, e un songwriting dolce, azzeccato, coinvolgente, complici anche i suoni, caldi ma mai sbavati. Una piccola macchina del tempo e dell’emozione, un già sentito che certo non è il futuro, ma è come tornare a casa, rivedersi dopo tanto tempo, trovarsi un po’ più vecchi ma sempre gli stessi. Che poi è per questo che il Rock non morirà mai: sarà forse diventato rugoso, puzzerà pure di legno vecchio, tabacco e corridoi di linoleum con più d’una macchia, ma sa sorriderti ancora, sa come farti sentire a casa.

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Sestomarelli – Acciaierie e Ferriere Lombarde Folk

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Mai sazi di musica dal sangue caldo, mai stanchi di andare a tempo con le lotte della vita e mai fiacchi di volontà alla ribellione dai comandi. Sono quelli del “combact folk ibrido” e sono quelli che in questo momento lo interpretano meglio di chiunque altro. Da cover band a band inedita a tutti gli effetti, il combo dei lombardi Sestomarelli è la personificazione dell’impegno “contro” immutato, e Acciaierie e Ferriere Lombarde Folk è l’ufficialità della loro “fede”, il primo disco per portare alla massa un nuovo terremoto di suoni, complicità e ritmi indiavolati.

Un lavoro dalla duplice anima che giunge ad animare di nuova linfa i già rodati live act del “non ci stò”, dieci tracce che appena messe in moto non smettono di far ballare, sognare, viaggiare con orecchie, cuore e cervello, canzoni nuove che parlano di oggi e ieri, moderno e  antico, storie di pace e guerra, d’amore, attualità, sogni e collane sgranate, rosari da imprecare e venti d’Irlanda che soffiano sulle idee dei cambiamento e sugli odori acri di acciaierie e ciminiere, ghise e mani sporche di lavoro che vorrebbero accarezzare un futuro e che per il momento si accontentano di sognarle; con i Pogues sugli altari delle rimembranze, i Sestomarelli agitano divinamente la circolazione ematica con le loro storie mediate e metaforiche, compongono un quadro d’insieme che rappresenta un deciso passo in avanti nel definire il patrimonio di canzoni (quello che gli anglosassoni definirebbero songbook) della formazione e nel consolidare – già da adesso –  il loro percorso da protagonisti nella moderna canzone Folk meticcia.

Ballate, prese rapide di ingegno Jiga’n’Roll “Lasciami Sanguinare”, “Gli Stones (come dicono)” caracollii, polveri d’un Bennato d’antan “Che la Festa Cominci”, “Briciole”, suggestive cantautorali  ora acustiche ora elettriche “Lo Strano Caso Del Signor Rossi” e una travolgente maturità di orizzonti sonori con pogo sfrenato come bagaglio a mano, sono le costanti febbricitanti che questi Gogol Bordello con la tuta firmano con tutto il meticcio possibile che si possa trovare ora in circolazione; tutte coordinate artistiche che questo combo armato di simpatia, turbini e cavalcate senza sella sottolinea come una botta di vita se non addirittura come benzina per corpi e cervelli intorpiditi da cretinerie seriali.

Cercate canzoni sdolcinate, disimpegno o effimeri suoni alla moda?  Fate jogging più in la grazie!

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Manuel Volpe – Gloom Lies Beside Me As I Turn My Face Towards The Lights

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La notte dell’artista marchigiano Manuel Volpe è sempre fonda, carica di suoni e lamenti che non hanno mai fine, un torbido odore di poesia e alcool di ristagno che profuma, uno sfondare di ore piccole a rimuginare dentro amori, illusioni, fantasmi di bordelli andati “The Bored” e lontananze Dostoevskijane “Penumbra” che paiono arrivare ad ogni cambio brano. Un titolo improbabile per un ascolto prelibato, Gloom Lies Beside Me As I Turn My Face Towards The Lights è il disco/debutto  di questo artista ricercato, che dalle mille esperienze alle spalle riesce ad approdare a queste tracce (nove) che puntano a stupire e lo fanno, un calembour stilistico che  – abbracciando le enfatizzazioni di Waits “Maria Magdalena”, qualcosa di uno zingaro DeVille “The Latest Rose”e tutti i fondi di bicchieri di un riflessivo e meticcitato Capossela, conosce perfettamente la strada e la tramatura di un’opera delle intenzioni, un registrato profondo e incentrato sul flusso dei pensieri e della attrazione definitiva di chi la vita “la vive” vivendo veramente.

Patos e sangue misto sono la parte forte del registrato, sensazioni infilate tra anima e cuore, una impennata di qualità che infiamma subdolamente l’orecchio, sonorità e generi che scaldano di malinconica dove tutto è oscuro, sognante e inquietamente dolciastro, regno di melodie e aliti che puzzano in faccia ad angeli venduti: è come stare al centro di un film girato in seppia, una tracklist killer che t’uccide dentro per la bellezza maledetta che t’accolla, colorazioni mutuate da una strabiliante familiarità col nero, murder-ballad dell’auto-distruzione d’anima che si fanno meccanismo sensuale al pari di una rivalsa debitoria di gran pregio. L’artista Volpe – qui accompagnato da una sfilza di ospiti – caratterizza l’intero lotto  con un flusso magnetico senza precedenti, come una eterna incazzatura soffusa col mondo intero, amarezza e constatazioni acidognole che nelle smandolinate di “The Woeful Harbour” e nello scaramouche mediterraneo, diabolico e funeral  stornellato di chitarra acustica, sbuffo di trombone e mandolino “Porto Empedocle” ha il massimo della sua espressione, del suo fasto ammusato.

Manuel Volpe si presenta proponendoci una versione aggiornata dell’ottimo, un’ inconfondibile puzzo da bassifondo che se respirato fino in fondo offre una smagliante essenza  di tutto quello che non si vede e soprattutto si sente di giorno, il banalissimo giorno.

Immenso!

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Divanofobia – I Fantasmi Baciali

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Certi dischi ci inquietano per la loro stranezza che in fondo si assume anche tutti i paramenti d’una intrigante – a modo suo –  bellezza, e l’esordio dei bolognesi Divanofobia, I Fantasmi Baciali, rientra in quella massa di dettagli espressivi con una voglia di imprimersi per passione sincera e per  un piano sonoro necessario a chi in un disco cerca il lato riflessivo di una giornata particolare, ibrida.

Un Rock Cantautorale, viscerale e amaro che ha una sostenuta velleità per abbandonarsi nella notte, nelle notti di una poetica stilistica che sfiora pure il Pop delle altitudini, fuori dai giri commerciali e valorizzato negli spessori emozionali che amorevolmente fasciano in un battibaleno ascolti e percezioni inaspettate; nove tracce che respirano e danno il senso di un diario intimo, una sensibilità musicale che pretende una doverosa attenzione per essere assorbita come un unguento riflessivo. Arrangiamenti generosi e tristezze semplici al servizio del più  complicato dei fini: arrivare dritti in testa, in pancia e nel cuore, tutte cose che assolvono al loro dovere come una perfetta meccanica estrosa.
Con la tracotanza accorata di certi Modà “Campo di Nervi, la focosità di lontani Afterhours “L’Eremoe la leggerezza sofisticata di taluni Negroamaro “Ci-viltà”, i Divanofobia esordiscono nel migliore dei modi, si affidano alla mera melodia laddove altri lasciano il rumore molesto della rabbia, ricamano liriche profonde nei luoghi in cui molti sperperano personalità nulle, ed intendiamoci non è il classico disco di rodaggio, la prima “volta brufolosa” di un’emulazione dei grandi, ma un compendio di maturità sorprendente che costituisce un già sdoganamento nei gironi superiori dell’underground, in alto verso le mete main che ora come ora sono vuote strade in cerca di nomi e cognomi nuovi di zecca. Il macramè aggrovigliato di corde acustiche e tensione accumulata sullo stile Marlene Kuntz “Non Farti Corrompere” e la traccia opposta della tracklist “Fidia”, poesia solitaria di purezza innocente sulle corde  di uno splendido Mussida, fanno da punti cardinali per un disco in cui la paura di perdercisi dentro è  molta, ma come disse qualcun altro “ è il naufragar m’è dolce in questo mare”.

Da ascoltare in un pomeriggio uggioso col sole dentro.

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The Regal – The Regal

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Quanti dischi ci passano tra le mani, e quanti grossi i rischi che potrebbero far capitombolare il “sacrificio” di una band sconosciuta verso il burrone del fallimento o perlomeno bollati di chissà che cosa causa un ascolto distratto e facilone; tra le pieghe di questi nostri ascolti critici passa di tutto, basta tendere bene l’orecchio e prima o poi il “buono” cade nella trappola come quest’esordio omonimo tutto fiorentino, sono i The Regal e scrivono nove splendide canzoni condite da sonorità profonde e a tratti oscure, miscelano diversi stili tessendo brillanti equilibri sonori assolutamente e stranamente vintage per una band che si “appropinqua” al gran pubblico.

Si, effettivamente l’accavallamento d’idee è proposto in queste tracce con vincente continuità, mantenendo per tutto il loro raggio vitale e d’azione anche divagazioni e contrasti (mai grovigli) che si riscontrano nelle ballate nei campi di fieno profumato Younghiani The calling of  loneliness”, “A song for piano”, “Napoleon Hotel”, nel Nash visionario “The last Christmas” (scritta da Vanina Viviani), “I wanna go back to the start”, nel tremolo mex Dylaniano prima ed elettrico dopo “You shot your love”, “Rockin’ stage” sul Fogerty con la camicia a quadrettoni “She’s rock’n’roll” o nell’amorevole stretta di cuore di una chitarra acustica alla Jackson Browne che cadenza agrette da ogni poro “They got the light in their eyes”, un disco con il quale non bisogna essere muniti di tempo e coraggio per lasciarsi vincere dalla sua lenta e rilassante bellezza, o per abbandonarsi totalmente alla sua atmosfera di fine pomeriggio, lo si lascia con dolenza ambientare sotto il lettore ottico e la magia si rinnoverà quando e quanto si vorrà.

Qua e la “compaiono” i blitz chitarristici di Stefano Venturini (Ka Mate Ka Ora e Werner) mentre ad Andrea Badalamenti voce e chitarra, Alessio Consoli basso e Manuel Pio alla batteria, i The Regal al completo, spetta il compito di “spargere e diffondere” urgentemente la grande fiamma emozionale che sibila rabbiosa per uscire da questo spessore sonoro che già magnificamente ci ha risvegliato ricordi, presenti e nuove speranze sonore a venire.

La trappola anche questa volta ha funzionato alla grande!

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