4AD Tag Archive

10 SONGS A WEEK | la settimana in dieci brani #31.03.2017

Written by Playlist

10 SONGS A WEEK | la settimana in dieci brani #24.03.2017

Written by Playlist

10 SONGS A WEEK | la settimana in dieci brani #03.02.2017

Written by Playlist

Le classifiche del 2016 di Antonino Mistretta

Written by Articoli

Tim Hecker – Love Streams

Written by Recensioni

Un’amorevole e malinconica riflessione sulla condizione umana di un artista che si rinnova senza snaturarsi.
Continue Reading

Read More

The National, unica data italiana

Written by Senza categoria

Il loro ultimo album Trouble Will Find Me, pubblicato nel 2013 per la 4AD, è stato un enorme successo ed è valso al quintetto la nomination ai Grammy Award come Best Alternative Album, consacrando definitivamente The National come una delle formazioni rock più importanti ed influenti del panorama contemporaneo. La data di Pistoia sarà l’unica occasione di vedere The National live in Italia questa estate. In apertura un imperdibile concerto del cantautore Father John Misty che con l’ultimo album I Love You, Honeybear, pubblicato nel 2015 da SubPop, ha conquistato critica e pubblico.

UNICA DATA ITALIANA!

THE NATIONAL

With special guest

FATHER JOHN MISTY



12 LUGLIO 2016 – PISTOIA – PISTOIA BLUES

www.pistoiablues.com – Piazza Duomo
Apertura porte: 18:30
Inizio concerti: 20:00
BIGLIETTO: 35 euro+d.p

Prevendite disponibili da mercoledì 27 gennaio alle ore 11:00
www.ticketone.it call center 892 101

www.boxol.it 

Read More

DEERHUNTER: due date in Italia a novembre

Written by Senza categoria

La band americana torna in Italia per presentare Fading Frontier, nuovo album uscito da due settimane per 4AD. Fading Frontier è il settimo album in studio dei Deerhunter, è stato scritto e registrato a Atlanta, e prodotto dalla band insieme a Ben H. Allen, proseguendo la collaborazione nata nel 2010 con Halcyon Digest. Fading Frontier vede anche il contributo di James Cargill dei Broadcast e Tim Gane degli Stereolab.

Di seguito le date previste in Italia:
12 NOVEMBRE 2015 – MILANO – MAGNOLIA
Special Guest: Atlas Sound
13 NOVEMBRE 2015 – RAVENNA – BRONSON
Special Guest: Atlas Sound

Read More

Daughter – If You Leave

Written by Recensioni

È pieno inverno nel disco d’esordio dei Daughter, uno di quegli inverni che arrivano all’improvviso a spaccare mani e labbra dal freddo, e che sembrano non volersene più andare. “Winter comes, winter crush all of the things that I once loved” canta Elena Tonra in “Winter”, prima traccia di If You Leave, ma non è il canto disperato di chi vede scomparire il suo mondo sotto una spessa coltre di neve. La voce rimane pura, dolcezza e delicatezza conferiscono un tono più soft ai momenti tormentati della vita ampiamente trattati nei testi nell’album, non per sminuirli, ma per renderli semplicemente più leggeri; neve in gennaio che cade lenta e si appoggia, non raffiche di vento che spazzano via tutto.

È un inverno di un bianco minimalista quello dei Daughter, la chitarra di Igor Haefeli non si perde mai in inutili virtuosismi. Il silenzio leggero delle cose si palesa sotto la forma di un suono essenziale e pulito che crea un’atmosfera intima e raccolta con momenti di slancio, certo, (vedi il crescendo con cui si sviluppa “Smother”, vedi le distorsioni nella seconda parte di “Lifeforms”) senza però mai raggiungere momenti di esasperazione. Stesso discorso vale per la batteria di Remi Aguilella, mai protagonista assoluta; con la sua precisione ritmica preferisce spesso mettersi da parte (come nella prima parte di “Youth” ed in molti altri brani) piuttosto che rovinare l’armonia del tutto con un suono invadente.

È come un’ eco continua il disco dei Daughter , una presenza costante a volte più accentuata, a volte poi meno potente, sempre presente ma mai impattante. Un sottofondo, un sussurro, un respiro, ottenuti con effetti di riverbero ed estensioni del suono che conferiscono all’intero album un’atmosfera intima, profonda, ereditata probabilmente dai Bon Iver ma accentuata, rispetto a questi ultimi, dalla presenza della voce femminile di Elena Tonra, molto vicina a quella di Cat Power, intensa ma allo stesso tempo quasi al di sopra dei turbamenti che canta.

È un disco pieno di puntini di sospensione quello dei Daughter, per l’attimo di stupore che lascia al primo ascolto e per il futuro del trio, che se seguirà le orme del loro album d’esordio sarà sicuramente da tener d’occhio.

Read More

“Diamanti Vintage” Pixies – Surfer Rosa

Written by Articoli

Senza i Pixies noi Nirvana non saremmo mai esistiti, è la pura verità. Questo è quanto affermato da Kurt Kobain in una lontana intervista riferendosi specialmente a questo album dell’88, Surfer Rosa, l’album ufficiale che Black Francis, Joey Santiago, Kim Deal e David Lovering vollero a tutti i costi per fare sentire l’emblematico manifesto sonoro del loro stile, una eccezionale dinamite di Power-Pop, Garage e stimmate Hardcore, in modo di inibire  le altre garage band al loro passaggio. E la cosa riuscì alla perfezione, tanto che il magico Steve Albini lo produsse e lo lanciò nel mondo come un frisbee impazzito.

Sebbene solo un primo disco di carriera, i Pixies già esprimevano l’autentica folgorazione e una irrefrenabile urgenza di liberazione di andare oltre e contro, ed il loro tutto sommato Garage-Rock rodeva sotto sotto le irruenze. i riff e certe mutazioni psichedeliche di una caratterizzazione abbastanza spavalda quanto alternativa per l’epoca, fatto sta che questo disco arrivò alle orecchie di mezzo mondo, mondo che in pochissimo tempo li innalzò a “totem” di una nuova definizione musicale, ovvero i paladini del Noise-Pop. Una tracklist dalle infinite congetture, mille angolazioni d’ascolto e altrettante fusioni soniche, tredici umori elettrici brillanti e grezzi nel contempo che catturano anche- e soprattutto – per la loro anfetaminica pulsione che si  avvinghia tra melodie ed esplosioni.

La voce della Deal media dolcemente con gli amplificatori e pedaliere focose “Gigantic”, “River Euphrates”, mentre il resto della band coglie i campioni dettagliati di certi Pere Ubu, la nevrosi degli Stooges e Violent Femmes, “Bone Machine”, “Broken Face”, “Tony’s Theme” e senza farsi mancare uno spiraglio allucinato punkyes “Vamos”che stordisce per il nonsense che carica. Sconfinato successo ed un nuovo lessico amplificato, bambagia di fuoco per le fun-up  radiofoniche dei college Usa e un mix estemporaneo di lucidità, follia, alienazione e forte senso dell’humor che si impadronirà del globo rock lasciandoci sopra bei ricordi.

Read More

Deerhunter – Monomania

Written by Recensioni

E’ uscito da pochi giorni il quinto album Monomania dei Deerhunter, band statunitense di Atlanta, formata dall’amato Bradford Cox, Moses Archuleta, Josh Fauver e Lockett Pundt. Il genere di questo lavoro è incasellato nel Noise Rock, ma più in generale possiamo inserirlo nella categoria Indie-Rock. La lunga attesa tra il precedente e l’attuale opera avevano fatto sperare in qualcosa di memorabile. Speranza presto sfumata per i fan.
Il titolo dell’abum Monomania ci introduce in un ascolto che a tratti diventa realmente ossessivo e maniacale con i suoni grezzi e distorti dal mood garage, mentre in altri momenti è in grado di cullarci in sound più rilassati. Le tracce di Monomania sono 12 e l’ascolto scorre fluido tra gli inizi noise/garage di “The Leather Jacket” e “Neon Junkyard”e i brani meno pesanti, più simili a ballad, come “The Missing” o “Nitebike” che intervallano l’album dandogli quella giusta alternanza di atmosfere che non annoiano l’ascoltatore.

Chiare le influenze, dichiarate anche dalla band, dei Ramones e degli Sonic Youth in primis, ma ad un ascolto più attento si scorgono anche piccole somiglianze con i R.E.M. e forse, a mio parere, anche lontanamente alle atmosfere degli Smashing Pumpkins. Un disco in cui si evince la decisione e l’immediatezza di suoni e testi, non ancora del tutto maturi e profondi, come invece ci si sarebbe attesi da una band di rilievo del settore come loro. I Deerhunter dicono bye bye alle sfumature psichedeliche che abbiamo trovato negli album precedenti e lasciano le canzoni ad uno stato grezzo e meno raffinato.

Un album tutto sommato interessante seppure sia purtroppo lontano dallo splendore e dai fasti di Halcion Dygest (2010) che probabilmente è quello che possiamo considerare il vero album icona dei Deerhunter, vista la grande trasversalità degli apprezzamenti ricevuti. Un disco, Monomania, che piacerà molto agli amanti del Noise e del Garage, ma non troverà troppi consensi in chi si aspetta il proseguo della storia del gruppo che si era così ben improntata nel 2010.

Read More

The National – Trouble Will Find Me

Written by Recensioni

Pubblicare nuovo disco non sempre può confermare all’eccelso una nuova fase o al meglio una nuova direttrice sonora da far poi intendere agli accaniti fan sempre pronti a discreditare il loro beniamini ad ogni passo;  il quintetto dell’Ohio, The National, ci provano a rimboccare le identità del loro essere musicisti di tendenza, compongono e solidificano il loro sesto disco per la 4AD e lo mettono al giudizio degli ascolti, e subito si nota che la tendenza generale della tracklist è che tutti gli arzigogoli di contrasto, quei sogni disturbati e visioni troppo farcite da parafrasi sono quasi scomparsi per fare posto ad un groove molto, ma molto più rivolto su sé stesso, che si guarda dai piedi alle ginocchia e che apre forse un nuovo corso degli Americani..

Trouble Will Find Me si avvicenda all’orecchio con un incedere strisciante, che si apre piano piano prima di sfoderare il suo animo scuro, quel bel fangoso che tanto piace alle devozioni di un certo post-rock riletto in chiave indie, una dimensione sgranata che è languida come un tramonto d’amore, come una improvvisazione d’animo dopo una mezzanotte pensierosa; undici tracce volutamente sfocate, nebbiose e tardo romantiche – in certi aspetti – ma che seguono il loro andare fluente, la loro crescente struttura per una volta tanto lontana dai voleri forzati delle aspettative; poche orchestrazioni e nulli gli avvitamenti distorti, la stupenda voce baritonale di Matt Berninger fa da collante tra il sound sempre tenuto sui toni in minore e le atmosfere ricercate delle settime alte “I Should Live In  Salt” o nelle incursioni fool che “Don’t Swallow The Cap” semina nel suo passaggio; un disco che distilla tabù personali ed intimità “Demons” come protegge l’ossessione delle illusioni “Graceless” per portarle poi a sospirare in un febbrile ma sedimentato patos di sintetizzatore insinuante “Heavenfaced”.

I The National non sono più ragazzini di quartiere, sono maturi e hanno voglia di sperimentare, andare oltre il consueto costrutto, e questo nuovo lavoro di certo non sbalordisce, ma ha un suono dell’anima che – senza tanto confondersi – è rassicurante e mette in pratica quello che forse non riusciamo più a comprendere, persi e  distratti come siamo.

Read More

Iron & Wine – Ghost On Ghost

Written by Recensioni

L’ex stazzonato raccounteurs della Columbia, Sam Beam, al secolo Iron & Wine, si è ripulito dalla polvere mid-freakkettona degli esordi, e al culmine di una oramai maturità stilistica centrata si “costituisce” ad un suono molto più ricercato, ad una raffinatezza meticciata  e a suo modo colta rappresentazione di se stesso e della sua arte musicale; Ghost On Ghost è il disco della svolta piena, un concentrato easy dalle tinte agre e briose nell’insieme che – distribuite in dodici tracce – vanno a scovare e riscoprire timbriche inusuali nell’arte dell’americano.
Quella  tempra acustica che nelle precedenti edizioni discografiche  ricamava tutto, ora è solo un utensile usato saltuariamente, l’artista colora l’ascolto con vibrazioni sofisticate, corali, orchestrali, prende l’armonicizzazione e la circonda di una climaticità etera, tocchi chic – tanto per usare un termine più che idoneo – che I&W giostra e filtra con l’agilità tenera di un nuovo modo di vedere il mondo;  quello che si va ad ascoltare è tutta un’altra latitudine, e per rendersi conto della nuova rassegna stilistica bisogna ascoltare questo disco con il dovuto distaccamento spirituale per non incappare in un giudizio frettoloso e dettato dalla superficialità, tracce che abbisognano di decantazione, proprio come un buon vino d’annata.

E’ un piccolo eden di Soul “The Desert Babbler”, “Grass Widows” un funky Motown a bassa voce “Low Light  Buddy of Mine”, il vapore jazzly che stria la bellissima “Singers And The Endless Song”, un’occhiata field mattutina “Sundown (Back In The Briars”, tracce atmosferiche che prendono vita nel momento giusto in cui il suono prende coscienza della vitalità “New Mexico’s no Breeze” o nell’impressione Dubstep che il vibrato di tromba stampa nelle ombre urbane di “Lover’s Revolution”. Si, effettivamente siamo lontani dalle prime mosse, ma è una bella sorpresa ritrovare questo musicista in una magia deep listening estremamente comunicativa e con quel senso confidenziale, da amico.
E’ un bel cambiamento, una buona aria e un grande artista, Iron & Wine un’altra persona. Abbandonatevi tra il tramonto e la notte fonda di “Baby Center Stage”, copritevi del suo tepore  e poi venite a raccontarcelo.

Read More