42 Records Tag Archive

10 SONGS A WEEK | la settimana in dieci brani #28.04.2017

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‘Chi suona stasera?’ – Guida alla musica live di aprile 2017

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The Notwist, Steve Gunn, Ofeliadorme, One Dimensional Man… Tutti i live da non perdere questo mese secondo Rockambula.

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Top 30 Italia 2016 | la classifica di Maria Pia Diodati

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I Cani – Aurora

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I Cani sono uno di quei gruppi che vince anche solo partecipando. Creano polveroni sia che si odino o che si amino. Ritenuti solo degli hipsters dai detrattori, dei poeti dai loro fans. Aurora è uscito a Gennaio ed è diversissimo dagli altri loro album. Non ha l’irriverenza Lo-Fi de Il Sorprendente Album d’Esordio de I Cani né l’immediatezza di Glamour. Questo è un lavoro che arriva subito dopo la realizzazione della colonna sonora per la commedia agrodolce di Gianni Zanasi “La Felicità E’ Un Sistema Complesso” da parte di Niccolò Contessa, leader della band. Un’esperienza che può aver lasciato il segno in sede di stesura.
Aurora è un disco malinconico che analizza l’amarezza dei sentimenti ai tempi dei social network (“Questo Nostro Grande Amore”), dove tutto è pubblico e niente rimane chiuso nel cuore di chi vive quelle emozioni.  Stesse sensazioni che si provano ascoltando “Baby Soldato”, una canzone che offre uno squarcio triste sulla decadenza delle mode e delle tendenze nichilistiche. “Il Posto Più Freddo” narra della fine di un amore e dei rifugi illusori che possono darci i falsi idoli. Musicalmente, senza fare forzatamente un riassunto delle puntate precedenti, i ritmi si sono abbassati anche perché ogni singola composizione necessita di una struttura più riflessiva. L’emotività senza pietà di “Una Cosa Stupida”, ad esempio, affronta il tema della perdita dei contatti tra persone vicine e come si arrivi a degli spontanei allontanamenti. Aurora vive in questo limbo fatto di fallimenti, incomprensioni, vuoti cosmici. E’ impossibile, scrutando all’interno di una sua canzone, non ritrovarci noi stessi. Il dolore esistenziale non è mai stato così dolce.

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10 SONGS A WEEK | la settimana in dieci brani #01.04.2016

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Cosmo: date del tour e nuovo album ad Aprile

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Nuovo album e video per I Cani

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“Il bello delle attese è che poi finiscono”: il nuovo album de I Cani si chiama Aurora e uscirà il prossimo 29 gennaio in CD, VINILE e DIGITALE per 42 Records con distribuzione Master Music e Believe. I Cani non sono nient’altro che la band-non band capitanata da Niccolò Contessa, musicista romano che nel 2010 si era fatto notare pubblicando, in forma anonima, due canzoni su YouTube (“I Pariolini di Diciott’anni” e “Wes Anderson”) e che l’anno dopo, con l’uscita del Sorprendente Album d’esordio de I Cani è stato al centro di un caso discografico senza precedenti nel panorama della musica indipendente italiana.

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Colapesce – Egomostro

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Sono trascorsi tre anni dall’ultimo disco ufficiale di Colapesce, tre anni durante i quali il cantautore siciliano ha raccolto pezzi di “mostri” in giro per l’Italia, tre anni per dare vita al nuovo Egomostro. Un disco diverso dalle precedenti produzioni sotto ogni punto di vista, Colapesce appare più maturo e in un certo senso abbastanza “sperimentale”, il sound profuma di anni ottanta, Lucio Battisti che lascia la sicurezza Mogol per sperimentare liberamente. Con il precedente Un Meraviglioso Declino avevamo conosciuto un artista molto legato alla leva cantautorale degli anni zero, apprezzabile e godibile, niente però riusciva a tirarlo fuori dalla mischia con spiccate autorevolezze compositive. Le cose cambiano inevitabilmente, sia nel bene che nel male. Egomostro rappresenta la maturità artistica di Colapesce, un disco certamente poco diretto ma capace di entrarti dentro pian pianino per restarci prepotentemente. Ad un certo punto della vita senti il bisogno impellente di approfondire le cose, di capirne il senso, non per sembrare presuntuoso, soltanto per viverle a pieno. Egomostro racchiude la consapevolezza della maturità che non si ferma davanti alla facciata, Colapesce decide di entrare nel vecchio palazzo per ammirarne tutte le stanze, per respirare quell’aria di chiuso che a molti darebbe fastidio. Dopo l’intro, il disco dimostra subito di essere elettronicamente diverso, quasi Punk, con “Dopo il Diluvio”. Roba fresca, diversamente attraente. Le mie papille percepiscono dell’agrodolce in “Reale”, la ritmica incalzante mette allegria ma l’aria non è delle migliori per sentirsi felici, la tristezza in un certo senso rende riflessivi. Lo stomaco si chiude, la bellezza incontrastata di “Sottocoperta”, la canzone italiana che offre grandi sensazioni, quelle capaci di farti accapponare la pelle, quando pensi che non avresti chiesto di ascoltare di meglio. Colonna sonora da dedicarsi nei momenti più intimi, ad ora il miglior pezzo dell’album almeno per emozioni trasmesse. “Egomostro” torna a portare sperimentazione fine anni settanta, non mi esalto troppo ma ne apprezzo le potenzialità, Colapesce ha deciso di spostare tutte le sonorità del disco su quella strada, sarà la sua personale passione nei confronti di Battiato. Ascolto il mare, penso al vento che taglia la faccia, penso alla dolcezza di una carezza, “L’Altra Guancia” scioglie ogni riserva emotiva alla quale ancora mi ero attaccato. “Maledetti Italiani”, rappresenta tutto il brutto della nostra società, una protesta a cui ultimamente siamo abituati, a cui non facciamo neanche più caso, della quale tutti ci sentiamo vittima senza reagire, inerti. Di Egomostro riesco ad apprezzare quasi tutto, la non convenzionalità dei brani mi rende fiducioso sul futuro della musica italiana, Colapesce si mette in gioco pesantemente e vince. Il disco è indubbiamente di duro impatto, fermarsi al primo ascolto significa non capirne la volontà, significa avere un approccio mediocre e superficiale verso l’arte. Colapesce è tornato in grande stile registrando un disco considerevole, questa volta riesce a togliersi l’etichetta di piccolo cantautore diventando grande, dimostra di saper comporre musica diversa e scrivere testi calibrati. Egomostro sono riuscito a renderlo mio, a farlo aderire alla mia personalità, a capire tutto quello che voleva trasmettere. Egomostro è un grande lavoro, avevamo tutti bisogno di un Colapesce in queste condizioni compositive, ormai non posso più farne a meno.

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Bud Spencer Blues Explosion – BSB3

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Tornano i Bud Spencer Blues Explosion, sono sempre in due ma suonano come dieci. Il duo romano formato da Adriano Viterbini (voce e chitarra) e Cesare Petulicchio (batteria) giunge al terzo lavoro discografico con energia da vendere, energia che è poi il fulcro del percorso di questa band, insieme alla passione per il virtuosismo mai fine a sé stesso. Registrato in presa diretta con rare sovraincisioni, BSB3 è un disco dove si tenta di fissare l’impatto live del duo, con risultati notevoli. Certo, vederli dal vivo rimane la dimensione ideale per apprezzare il lavoro dei BSBE, ma su disco si ha il tempo e la concentrazione per seguirne le evoluzioni, che procedono per scarti ridotti tra la semplicità della linea, affusolata e asciutta, degli arrangiamenti e della parsimonia di elementi, fino ai ghirigori di chitarre e distorsioni, tra Blues (vero nume tutelare) e Grunge, tra spazi Garage e sporcizia Punk. Un disco da ascoltare senza dubbio a volume altissimo, che magari non regalerà la mappa per trovare il futuro della musica, ma che certo sa spingere sull’acceleratore quanto basta per lanciarci a tutta velocità in un’avventura sonora che sa divertire ed esaltare (l’apripista “Duel”), senza per questo lasciarci galleggiare nello stagno del prevedibile (“Croce”), sapendo anche rallentare all’occorrenza (“Troppo Tardi”). Da godersi senza intellettualismi inutili.

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I Cani – Glamour

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Il vero dramma de I Cani è lo stesso dramma di Checco Zalone: la mancanza, nella risposta del pubblico, di una zona grigia, di una scrollata di spalle e un mezzo sorriso, di un tenere il ritmo col piede pensando ad altro, o leggersi i testi e rifletterci sopra senza poi ascoltarsi più di due pezzi in fila. Complicità e amore, o intensissimo odio. Il dramma di Glamour sta tutto lì: nell’hype, nel fenomeno che lo distorce e lo moltiplica e alla fine ce lo fa vedere come non è, ossia, alternativamente, la voce di una generazione o il male del secolo, che trascinerà nel pressapochismo e nell’hipsteria la nostra già malridotta scena (?) musicale. E invece questo Glamour non è altro che un disco come tanti, che ha delle belle cose (ma belle davvero) e altre un po’ meno (un bel po’ meno). A me, personalmente, la svolta intimista di Niccolò Contessa è piaciuta: si perde quell’espressionismo sociologico che ha reso Il Sorprendente Album D’Esordio dei Cani quello che è stato, ma si acquista in bitterness, che per un autore è manna dal cielo. I testi sono il punto di forza de I Cani (e, in fondo, lo sono sempre stati): niente di eccezionale, intendiamoci, siamo lontani dalle vere voci nuove che girano in Italia (per fare qualche nome sparso a caso: Iosonouncane, o gli Uochi Toki). Però Niccolò sa scrivere, o meglio, più che scrivere sa raccontare, raccontarsi, scoprirsi nudo, apparentemente sincero, strafottente, fragile e tagliente, di fronte a noi, nel bene e nel male. Già questo dovrebbe essere un buon motivo per rispettare il personaggio (che poi, certo, fa anche il furbo e si diverte con le mode, con il gergo, con la ruffianeria decadente, ma fa parte del gioco, e ci sta tutto).

Ciò che rende un po’ meno è l’impianto musicale generale, giusto una scusa per dire ciò che si deve dire in modo che la gente ci si muova sopra, poco o tanto che sia, che tenga il tempo con la testa, o che fischietti il motivetto. Per non parlare del lato vocale, ovviamente inesistente (non credo che qualcuno voglia definire Niccolò un “cantante”). Rispetto al primo disco c’è più profondità, grazie forse anche all’apporto produttivo di Enrico Fontanelli (Offlaga Disco Pax), ma siamo sempre dalle parti di qualcosa che se lo ascolti non lo ascolti per la musica (ma si può dire di tanta musica italiana di ieri e di oggi, e di per sé non è un male, è la media). Ecco, leggevo tempo fa un articolo sul cinema americano contemporaneo. Si diceva che ormai la critica (cinematografica) non serve praticamente più a nulla (ammesso che sia mai servita ma da qui si fa della filosofia). I blockbuster muovono maree di soldi, il marketing è aggressivo, la comunicazione assordante, il pubblico decide. Cosa vi posso dire de I Cani che già non sapete? Vi posso ripetere cosa ne penso io: checché ne sia della polarizzazione delle opinioni generali, a me Glamour sembra un disco come tanti altri, con brani che mi hanno convinto (“Roma Sud + Theme From Koh Samui”, che non si capisce proprio cosa c’entri qui dentro, o il cantautorato saldato al Noise di “Introduzione”, o il divertissement paraculo di “San Lorenzo”, dalle parti di un Samuele Bersani), e altri molto meno (“Corso Trieste”, una mutazione così così, o “Non c’è Niente di Twee”, ruffianissima e caramellosa).

Glamour lo ascolto anche un paio di volte, piacevolmente. Poi lo metto via. E, guarda un po’, non mi ha cambiato la vita. A voi?

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I Quartieri – Zeno

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C’è una teoria abbastanza strampalata sull’evoluzione della cultura giovanile che lega le ondate e i riflussi di alcune modalità d’espressione, non solo artistiche, ai cicli solari. Formulata da Iain Spence nell’ormai lontano 1995 e poi più volte modificata e ritrattata, viene esposta anche dal grande Grant Morrison nel suo libro semi-autobiografico Supergods.

Per farvela breve, una versione di questa teoria collega i cicli solari, di 11 anni, a come nascono e si sviluppano le youth cultures. In particolare, si possono (o potrebbero) notare due poli: uno hippie, che si porta dietro la passione per capelli lunghi, vestiti larghi, musica popolare in forme dalla durata mediamente più lunga, droghe psichedeliche, pace, e un interesse maggiore verso la spiritualità; l’altro punk, che implica il contrario, ossia capelli corti, vestiti stretti, musica più corta e immediata, droghe eccitanti, aggressività, materialismo.  Secondo questa teoria, nel 2010 dovremmo essere tornati alla fase hippie, ed effettivamente (per quanto l’ipotesi Sekhmet, questo il nome, non sia basata, ovviamente, su nulla di scientifico) noto uno svilupparsi sempre crescente di situazioni collegate a questo “polo”.

Per esempio, se fossimo in un periodo punk, questo bell’album de I Quartieri sarebbe forse di un pop più acustico, più folkeggiante/cantautorale, un po’ più ruffiano, un po’ più paraculo. E invece, per nostra fortuna, siamo nel 2013: la band romana ci regala Zeno, un album denso di Pop Rock sognante e, per l’appunto, psichedelico. Pop Rock perché il Pop sta nella leggerezza e nell’immediatezza catchy di alcuni “ganci” incredibilmente efficaci, nella messa in scena più che accessibile, nelle voci morbide, distanti, e dal timbro assai caratteristico; ma la forma, espansa e avvolgente, dei loro morbidi soundscapes è molto Rock, nell’accezione più ampia del termine. Capiamoci, niente chitarre distorte e batterie fucilate, ma piuttosto uno spirito Rock, molto sixties, per l’appunto: psichedelico, “psiconautico”, pacifico, spirituale, in senso lato; poco materialista, se preferite.  Zeno è una carrellata di visioni spiraleggianti, circolari. Dall’apertura “9002”, una processione lenta, vicina a certi Arcade Fire, fino alla title track, che parte più classica ma poi si apre su movimenti imprevedibili, e ti entra sottopelle con lenta facilità (o facile lentezza, fate voi). Da “Organo”, traccia conclusiva che richiama i Low più ariosi e sintetici, alla mia preferita, “Argonauti”, con quel giro armonico e quella melodia che si fissano là, tra la gola e le orecchie, e lì rimangono, per ore, a ruotare, lente.

 Nel complesso, un’ottima prova quella de I Quartieri, che riescono ad accompagnarci con tranquillità su e giù per tutto il nostro spettro emotivo, anche se, bisogna ammetterlo, Zeno funziona al suo massimo quando si tratta di immergersi nei fondali oceanici: quando naviga a vista, sotto costa, ci rapisce un po’ di meno e si confonde un po’ di più. Ma questa è senz’altro colpa del ciclo solare hippie, che ci condannerà a psicanalizzarci in musica per almeno altri sette anni…

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Arriveranno presto: primi appuntamenti in cartellone

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42 Records e Bao Publishing hanno deciso di collaborare a questa seconda edizione di Arriveranno presto, il festival di 42 Records. Agli artisti dell’etichetta si affiancheranno alcuni fra i più apprezzati autori di graphic novel italiani, che interverranno a loro modo sulla musica durante le esibizioni e presenteranno i loro ultimi lavori. Tante sorprese in vista, che verranno svelate nelle prossime settimane. Il primo appuntamento previsto è quello del 14 giugno alla Città dell’Altra Economia (Roma, quartiere Testaccio). Tra i nomi in cartellone Colapesce, accompagnato dai disegni dal vivo di Alessandro Baronciani,  Cosmo, al secolo Marco Jacopo Bianchi, già fondatore dei Drink to Me, che di recente ha pubblicato proprio per 42 Records il primo album da solista, DisordineI Quartieri di cui si parla già da qualche anno come di una delle migliori nuove realtà romane. Per ulteriori informazioni, visitare il sito dell’etichetta.

 

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