Songs: Ohia, vent’anni di “The Lioness”

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Vent’anni di dolori e demoni. Ma anche di canzoni che non moriranno mai.

Vent’anni. Un’inezia, oppure un’enormità, a seconda della prospettiva dalla quale li si guardi. In musica è certamente un lasso di tempo considerevole, e nel caso in questione sembra davvero essere passata una vita intera – date, ahimè, le motivazioni.

CARRY ME, OHIO

Jason Molina nacque in Ohio, palesemente uno degli stati meno accattivanti e sognati degli USA (dovrà pensarci LeBron James a metterlo sulla mappa, ma questa è decisamente un’altra storia). Curiosità: anche i fantasmi di un altro songwriter che a sua volta ha segnato un’epoca trovarono terreno fertile in Ohio. È il caso di Mark Kozelek, e le similitudini tra il deus ex machina dei Red House Painters che furono e il protagonista di queste righe non si riducono certo al mero aspetto geografico.

Nel 2000 Molina era nel pieno del suo periodo Songs: Ohia. The Lioness era già il quarto capitolo del progetto e verso la fine dell’anno sarebbe stato raggiunto da Ghost Tropic, altro episodio imperdibile della produzione del Nostro.
La copertina è già programmatica: palme inanimate che si stagliano su uno sfondo violaceo che più irreale non si può. Siamo nel campo dell’introspezione più profonda, del dolore sussurrato, delle emozioni sopite.

Il disco – impreziosito dalla collaborazione di Aidan Moffat degli Arab Strap – è una di quelle opere che riesce a comunicare tantissimo con il minimo indispensabile. E non c’è da stupirsi, vista la capacità più unica che rara di Jason di tratteggiare atmosfere incredibilmente malinconiche ed evocative incastonandole in canzoni apparentemente semplici ma che in realtà racchiudono in sé un universo intero. Un universo di sentimenti e sofferenze.

L’INCANTESIMO DELLO SLOWCORE

L’inizio è già da KO emotivo: l’arpeggio con cui si apre The Black Crow è da pelle d’oca. Il dolore è palpabile, la solitudine non è mai sembrata così reale. Siamo in territori puramente slowcore, l’andamento lento e sofferto è accompagnato dalle ferali parole di Molina. Ma è con l’outro che si arriva al culmine del pathos: le atmosfere si fanno improvvisamente inquiete, i sentimenti finora tenuti a malapena a bada reclamano chiedono di essere sfogati. E davvero tutto sembra svanire mentre Jason canta “It’s fading”: ogni certezza, ogni velleità, ogni speranza. Arrivi alla fine del brano e avverti già il magone.

Si parlava di arpeggi. Quello con cui si apre la title-track è altrettanto malinconico e desolante; la voce in bilico tra l’emozione e la rassegnazione, la batteria appena percettibile, quasi temesse di rompere il doloroso incantesimo. Il ripetuto “You can’t get here fast enough” a scandire un ritmo pieno di contenuta disperazione.

Pochi accordi, strutture relativamente semplici, parole così potenti da segnare solchi nell’anima di chi ascolta. Un minimalismo desolato e desolante ma assolutamente vitale. Perché il dolore di Molina è quanto di più vero e tangibile ci sia, ascolti le sue canzoni e ti chiedi se potrai mai avere compagno più fedele e sincero durante le tue notti tormentate.

Se Being in Love è forse il pezzo che più risente dell’influenza degli Arab Strap e Just a Spark è la logica chiusura sussurrata e rassegnata, Tigress è invece uno dei momenti più “movimentati” del disco: un brano che è un’inquietante premonizione, con la voce di Molina che verso il finale raccoglie a piene mani tutto il proprio malessere e lo sputa fuori con tutta l’urgenza possibile a questo mondo.

Arrivi alla fine e non sai se sei più stordito da tanta bellezza o agghiacciato da una simile sofferenza. In realtà è un problema futile, dal momento che le due cose sono sempre andate a braccetto nella carriera di Jason: l’una non sarebbe mai esistita senza l’altra, due entità assolutamente inscindibili da vivere e sentire pienamente ogni volta che si decide di immergersi nel suo mondo.

“IT’S DIFFICULT NOT TO WORRY ABOUT WHAT HAPPENS NEXT”

Dopo The Lioness sarebbero arrivati altri album a nome Songs: Ohia, e poi la mirabile fase sotto il moniker Magnolia Electric Co.. Ma soprattutto sarebbero arrivati i sempre più ingestibili problemi con l’alcol, una salute che si degradava inesorabilmente, le cliniche di disintossicazione, gli ospedali, le condizioni economiche che si facevano via via sempre più insostenibili. Tanto che la famiglia stessa lanciò una campagna online rivolta ai fan affinché lo aiutassero a far fronte alle spese mediche che nel frattempo erano divenute realmente ingenti.

Nulla poté salvarlo. Jason Molina morì nel marzo del 2013 ad Indianapolis. Aveva 39 anni. I fantasmi che aveva cantato lungo tutta la sua incredibile carriera avevano alla fine avuto la meglio. E se ne andò senza far scalpore, quasi tra il silenzio generale. D’altra parte una dipartita diversa sarebbe stata impossibile per lui, e forse neanche auspicabile.

“It’s difficult not to worry about what happens next”: siamo sicuri che Jason se l’è ripetuto tante volte nella sua testa, soprattutto negli ultimi anni della sua esistenza. Ma siamo altrettanto sicuri che sarebbe contento di ciò che la sua arte rappresenta ancora oggi per tante, tante persone. Perché niente finisce mai davvero.

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Last modified: 21 Gennaio 2020

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