Shame – Drunk Tank Pink

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Al secondo album, solo sparuti lampi di vera e propria personale identità post-punk.
[ 15.01.2021 | Dead Oceans | post-punk, art punk ]

Come già accennato nella mia recensione dell’esordio dei LICE, mai il revival post-punk è stato tanto florido sia quantitativamente sia qualitativamente e, come ovvio che sia, è l’isola della Regina il luogo che meglio si presta a questa nuova età dell’oro.

Si ha l’impressione che stia aumentando il pubblico interessato a questi suoni e alle tematiche proprie dell’uomo bianco disperato (grazie, periodo storico di merda) e questo incremento, non sappiamo se numerico ma di certo di attenzione, non fa altro che rivelare nuove band e altre già esistenti ma fin troppo nell’ombra. Se dunque con i LICE abbiamo parlato di esordio, per gli Shame si tratta del secondo full length dopo Songs of Praise del 2018 ma la materia prima post e art punk utilizzata è esattamente la stessa, così come i luoghi da cui tutto prende vita.

Tuttavia, le affinità sembrano fermarsi qui; Drunk Tank Punk sceglie una strada diversa, più diretta e meno complessa, una via che guarda al punk e al power pop di nuovo millennio come obiettivo estetico primario, rinunciando in parte all’oscurità degli anni Settanta e Ottanta pur ricalcando una carreggiata derivativa all’eccesso, con pochi nuovi elementi inseriti in menù. Inutile scomodare Gang of Four o The Fall, ormai è chiaro quanto la band di Mark E. Smith sia importante per le nuove leve, ma i riferimenti possono tranquillamente essere ricercati anche in formazioni più attuali, dagli Art Brut ai Fontaines D.C. passando per gli Iceage e i Parquet Courts.

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Ciò che manca a Drunk Tank Pink è personalità: trattandosi di un disco ben fatto, estremamente gradevole, con buoni pezzi e un sound coinvolgente quello che resta alla fine dell’ascolto è l’idea di aver ascoltato tante idee di altri e nulla di davvero riconducibile agli stessi Shame che sembrano davvero provarci ma evidentemente senza buoni risultati, forse bloccati dalla voglia di piacere a tutti i costi.

Tra gli episodi più riusciti, l’opening Alphabet con quel ritmo incalzante, energico e appassionato e Snow Day, al contrario più ansiosa, quasi dissonante e introspettiva. Due brani distanti tra loro ma che ci fanno capire che non è il caso che gli Shame gettino la spugna quanto, piuttosto, scelgano una precisa strada che sia davvero tutta loro invece di sforzarsi di stupire.

Gli Shame hanno dalla loro l’interessante voce di Charlie Steen, uno stile in grado di non farsi troppo pesante pur affrontando temi ovviamente non certo festosi e quindi le potenzialità per arrivare ad un pubblico anche meno avvezzo. Tutte cose messe in mostra in maniera sporadica ma che evidentemente ci sono ed è da qui che devono muoversi.

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Drunk Tank Pink è forse un passo avanti rispetto all’esordio e tutto sommato un disco che va ben oltre la sufficienza ma ora è il caso di togliersi i dischi di Idles e Fontaines D.C. dalle orecchie, smettere di leggerne le lodi sulle riviste e fare sul serio. Partendo dalla voce, dalle linee di basso di un grande Josh Finerty, dalle liriche introspettive e simbolistiche, dalle asprezze della chitarra quasi accennante shoegaze dalla freschezza del loro essere giovani, ironici e consapevoli dei nuovi strumenti comunicativi a disposizione.

Dopo aver ascoltato fino allo sfinimento Drunk Tank Pink non sono ancora sicuro di poterli riconoscere se dovessero tirare fuori domani un nuovo brano e scusate l’esagerazione ma se ho reso l’idea, capirete che non è proprio una gran cosa per una band. Poi vedo ottimi voti un po’ ovunque e va a finire che lo stronzo sono io che rompo le palle anche su dischi che in fondo mi piacciono, ma questa è un’altra storia.

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Last modified: 8 Febbraio 2021