Reality Awaits non è l’evoluzione degli Strokes, ma solo una risposta

Written by Recensioni

Abbiamo deciso di dire la nostra sul nuovo album della band guidata da Julian Casablancas attraverso una recensione che prende le sembianze di un dialogo (e viceversa).
[24.07.2026 | RCA Records | indie rock, neo-psychedelia]

Tommi ed io ci siamo conosciuti otto anni fa ad un festival a cui siamo andati soprattutto per vedere gli Strokes. Oltre a questo ci accomuna la passione per il gelato, che per lui è anche diventato un mestiere (io lo so solo spalettare, lui lo sa produrre, è un privilegiato!), e nel corso degli anni abbiamo cercato di vederci in ogni occasione di incrocio di località.

Tommi è il più grande fan degli Strokes che conosca, ma forse il più grande fan al mondo, è il tipo di persona a cui bisognerebbe fare le condoglianze se domani Julian Casablancas dovesse morire. È uscito il settimo album della band, e messaggiando in modo spasmodico, ci siamo resi conto che fosse necessario ordinare i nostri pensieri su Reality Awaits, toccando alcuni punti che in modo più o meno polemico aleggiano intorno a questo disco. Quello che è venuto fuori è una conversazione passionale su ciò che ci rimane da vivere in questo presente.

The Strokes © Valeria Macon/Getty Images
Un sentimento di consapevolezza.

Partiamo da dove c’eravamo lasciati: da The New Abnormal. Uscito nel pieno di una pandemia, spinto da TikTok, copertina di Jean-Michel Basquiat: un album riuscito.

T.: Per me gli Strokes hanno realizzato The New Abnormal carichi di un sentimento, e cioè il sentimento di chi sa che cosa ha appena combinato. La vittoria del Grammy come miglior album rock ha coronato tutto un percorso di evoluzione, di un successo cavalcato perlopiù con grazia anche nei momenti calanti, ossia gli anni intorno al quarto e quinto album (Angles e Comedown Machine). Julian, Albert, Nick, Fab e Nikolai sanno di essersi fregiati del ruolo di “salvatori del Rock ‘n’ Roll” negli anni Duemila, e forse a volte si sono anche fatti spaventare da questo peso caricato addosso. Già con The New Abnormal si percepiva un desiderio di scrollarsi questo fardello, infatti ho avuto paura che potesse essere il loro ultimo album.

V.: Ciò che rende forte The New Abnormal sono la scioltezza e un sapore di divertimento che da tempo mancavano, un entusiasmo che forse Julian ha sviluppato negli anni sotto forma di The Voidz. C’è poco da girarci intorno, è un album zuccherino, e il fatto che ora ogni volta che sento suonare I Melt With You dei Modern English penso anche a Bad Decisions degli Strokes, e ne penso bene, è segno che sono riusciti a colpire proprio lì dove le persone vogliono essere colpite: al petto.

The New Abnormal è stata una giusta evoluzione. Reality Awaits è una risposta.

T.: Iniziamo dalla copertina, perché è potente, funziona e ci dice già molto di quello che l’album ha in serbo per noi. Un cowboy, figura eroica per antonomasia nell’immaginario americano, in sella a un cavallo che pare imbizzarrito. Un cartonato che guarda l’orizzonte e che quasi ci sfida ad arrivare all’orizzonte assieme a lui. Davvero una metafora perfetta.

V.: Sicuramente qualcuno, lì in mezzo, ha letto L’opera d’arte nell’epoca della sua riproducibilità tecnica di Walter Benjamin. Questa copertina, capisco, può sembrare buttata lì, ma a me emoziona molto – in primis perché gli Strokes hanno scelto di nuovo un’opera d’arte (ricordiamo Basquiat), in seconda istanza perché l’opera di Richard PrinceSenza titolo (cowboy) – rappresenta intrinsecamente l’intero concept che sta dietro all’album. Questo cowboy sgranato è la copia di una copia, e cioè la fotografia di una pubblicità della Marlboro. Parliamo quindi di un cowboy finto, nato per fare la locandina, che si ritrova a essere un’opera d’arte e poi ancora la copertina di un disco. Il discorso sull’appropriazione delle immagini e sulla “facilità” dei nostri tempi si fa serio.

I want to play my game.

T.: Come ho detto, avevo paura si fermassero con il sesto album. Così non è stato, ovviamente, ma ascoltando Reality Awaits comprendo che le mie sensazioni nell’ormai lontano 2020 non erano così errate. Si è chiuso un cerchio, ora facciamo un gioco diverso e Casablancas sfoga la sua creatività al massimo. L’album è pieno di arrangiamenti galoppanti, con il nostro Julian che destreggia le sue abilità senza paura. Parlo proprio di neanche una briciola di timore. La produzione, nonostante sia affidata nuovamente a Rick Rubin, si manifesta in maniera totalmente inedita. L’aspetto ludico è preponderante.

V.: Aspetto ludico e quasi ironico e sprezzante mi viene da dire, veicolato attraverso un uso massiccio dell’auto-tune.

T.: L’auto-tune è il protagonista di Reality Awaits, il punto è che lo strumentale viene facilmente surclassato dalla voce. I ritmi upbeat a cui ci hanno abituato vanno in secondo piano. Il mood è più “dark” e introspettivo. È palese che Julian si diverta. Se pensiamo a Reptilia, che è la formula Strokes per antonomasia, dove la macchina lavora in un’unica direzione, qui è tutto più fumoso. Ed è così: l’auto-tune molte volte prende inevitabilmente tutta la scena, perché la struttura è diversa da quella a cui siamo abituati. Questo a discapito della melodia. Che piaccia o no, se questo era l’obiettivo, ci sono riusciti: spaccare in due la melodia con gli effetti.

V.: Psycho Shit, l’opener dell’album, è già un concentrato di tutto questo.

T.: Non so che pensare di Psycho Shit, se non che è una canzone che forse non faranno mai dal vivo, se non per aprire il concerto, appunto.

V.: È vero, ma è il brano in cui tornano di più gli elementi finora presi in considerazione. A partire dal fatto che non stonerebbe nella discografia dei Voidz, Psycho Shit è fumosa, oscura, ma non ostile. Si sente quel divertimento che si è tirato in ballo finora. E le stonature dovute all’eccesso di effetti nella voce sono emozionanti come il fastidio provocato da un’opera d’arte disturbante, che però lascia qualcosa – e anche se quella cosa finisci per odiarla – in fondo sai, dentro di te, che è solo un’altra forma in cui l’attrazione si manifesta.

T.: Psycho Shit è Human Sadness pt. 2. Hahaha

Il cowboy sfacciato.

T:. Dine N’Dash è uno dei pezzi meglio riusciti, per me. Se guardiamo di nuovo al passato, è chiaro che di Someday, Julian Casablancas, non se ne fa più nulla. Lonely In the Future mette in risalto il suo essere completamente sfacciato a tal punto da non temere il pericolo di rovinare anche un po’ la canzone; perché, diciamocelo, il dissing a Fantano, prolifico critico musicale e YouTuber, se lo poteva anche risparmiare

I heard that twenty fucking years ago, I did. Fantano, word for word.

V.: Diciamo che. se si potesse dare un premio della critica Mia Martini, Lonely in the Future per me lo prenderebbe. Dissing a parte (perché mi sa tanto che vengono dissati anche Harry Styles, The Weeknd, John Legend e Josh Groban), il concetto che qui mette sul piatto è quello del “guarda che c’ero arrivato prima di te”, un gioco di celolunghismo che mette in pratica ma da cui è infastidito al tempo stesso.

I did that years ago, when I was a kid.

T.: Falling out of Love. Parliamone. Perché per me è forse la canzone più brutta di sempre degli Strokes. Lo dico con dispiacere, perché il testo lo interpreto come una triste lettera d’amore alla band stessa, ma purtroppo il brano mi disturba. A differenza invece di The Fruits of Conquest, che ha quel gusto Rolling Stones/Talking Heads, Julian mi sembra più presente nell’economia della canzone.

V.: Going Shopping, concordiamo, è il fulcro del messaggio

T.: Questi sono tempi in cui il consumismo è una religione, le persone quasi non hanno diritto di pensare al futuro perché troppo impegnate a subire passivamente una realtà che non riescono più a controllare. E qui va da sé il collegamento con il mondo della musica, che viaggia sugli stessi inesorabili binari.

V.: Sarà per questo comunque che è la mia preferita! Perché la plastica anniottanta non smetterà mai di inondarci, e Julian Casablancas, come gli artisti hyperpop, cerca di smontare le logiche del capitalismo mangiandolo dall’interno. Una pratica che si serve degli strumenti che il mondo contemporaneo offre: quelli che creano voci distorte, pitchate e uniformate, per intenderci. Riassunto? Auto-tune.

La ciliegina sulla torta.

T.: Per me l’auto-tune è solo una ciliegina sulla torta. Nel senso che, se la torta già ti stomaca, c’è poco da fare, la ciliegia addirittura la butti nel cestino. E sarà pure la prima e l’unica cosa che noti. Se invece la torta è di tuo gradimento, la ciliegina te la mangi eccome. Julian Casablancas ha sempre fatto uso di effetti sulla voce.

In Is This It il cantato di Julian usciva da un amplificatore da chitarra, la sua voce pulita pulita l’abbiamo sentita per la prima volta nel terzo album, First Impressions of Earth. Ricordo ancora l’indignazione di certi fan quando Julian ha iniziato in Comedown Machine a cantare in falsetto! L’eroe che ha “salvato il rock ‘n’ roll” l’ha fatto non tanto con l’abilità canora ma più con la sfacciataggine, il suo carisma, il fregarsene delle regole e fare il suo gioco. Non comprendo come la fanbase possa sorprendersi ora che gioca con l’auto-tune. Il senso di straniamento c’è, è normale che ci sia, ma in ogni album abbiamo avuto un Julian camaleontico: questo è stato il passo successivo, anche prevedibile direi.

Leave if you want, but I bet that you won’t.

V.: È uno strumento come un altro. E nei confini di Reality Awaits ha perfettamente senso: come detto, al momento, l’uso più massiccio di effetti arriva dal versante hyperpop. Le voci distorte e scassate, e acute e talvolta stridenti, sono l’arma che ci riserviamo di usare per – sembra assurdo – avere una cura maggiore della nostra individualità. Contro il capitalismo. (1)

T.: Esattamente. Il nemico rimane ben chiaro, che Casablancas non ne sia fan poi non è una novità: questa costante critica è quasi telefonata, viste le sue forti posizioni politico-sociali degli ultimi anni. Ciò che mi colpisce più personalmente però rimane il messaggio chiaro e tondo a noi fan: non rompeteci i coglioni, lasciateci cucinare.

Don’t wonder off too far.

T.: Galoppando assieme a questo cowboy sfacciato, dove arriviamo? Reality Awaits è un album impegnativo, un concept che indubbiamente parte da una volontà egoistica di espressione, pieno di orpelli ed effetti atti a mettere al centro Casablancas in veste di crooner, che ci porta verso un tramonto in mezzo a un deserto di desolazione.

Un album cupo, quasi funereo, che ti lascia senza parole. Non volevo vivere nuovamente la sensazione di fine degli Strokes, ma eccola che torna. Mi ha un po’ deluso, anche se ammetto che più l’ascolto più lo capisco. “That’s all I got, I let this song play out But at the end, must let all songs die”, così canta Julian nella closer Tyrants of the Mellow Moon. Da qui comprendo il senso del titolo: il fan sfegatato che è in me resta triste, resta disperso ad aspettare il tramontare dei giorni di gloria. Con gli occhi colmi di lacrime, di amore, Reality Awaits.

V.: Crooner? Guarda che quello è l’altro fan sfegatato di Sheffield, che forse sta vivendo le tue stesse emozioni.

T.: Hahaha! Mi sa che il prossimo album degli Arctic Monkeys sarà pieno zeppo di auto-tune

V.: E pronto pronto Julian dirà: I did that yesterday – when I was a kid (ha 47 anni…)

(1) Forse Giuliano ha letto anche il saggio di Julie Ackermann, Hyperpop – Il pop nell’era del capitalismo digitale?

[Articolo pensato, elaborato e scritto in collaborazione con Tommaso Zorzan.]
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