Non un’altra chart di fine anno

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Tre dischi del 2025 a dir poco sperimentali passati sotto traccia e che invece meriterebbero tutta vostra attenzione.

In copertina: Hesse Kassel

Riflettendo sui miei ascolti preferiti dell’anno appena trascorso noto con piacere come questi siano diventati quanto più meticci, centrifughi e “folkloristici” possibile. Ignorando le banali accuse di snobismo che potrei facilmente ricevere e scansando la possibilità di un’autoinflitta velleità new age di tutela etnografica del patrimonio musicale contemporaneo, la motivazione di ciò è quanto mai lampante: la musica (più o meno) mainstream anglo-centrica e di genere ha veramente stufato.

Uno dei pochi vantaggi della iperconnessione social del nostro mondo è quello di avere a portata di click suggestioni e produzioni da ogni angolo del mondo. Chi fa, ha la possibilità di raggiungere senza troppi sforzi, bypassando le perverse logiche del mercato discografico, porzioni sempre più ampie e ricettive di pubblico; chi ascolta, acquisice la capacità di scovare realtà locali, periferiche e giocoforza di nicchia, ma che, nonostante ciò, hanno le potenzialità per parlare a sensibilità individuali molto lontane tra loro.

In questa ricerca di una musica più originale ed autentica, che suoni non alla moda, ma sincera rispetto alle emozioni e agli esseri umani che l’hanno prodotta, sono arrivato ad una selezione di un trittico di dischi usciti nel 2025. Tre album che occupavano la parte alta della mia personale Top 10 annuale e che i miei colleghi di Rockambula (e non solo loro) hanno malauguratamente ignorato per la nostra classificona di fine anno.

Hesse Kassel – La Brea
[01.03.2025 | autoprodotto | post-rock, art rock, experimental rock]

“Ci sono i mulini a vento in Cile?” Una domanda assurda e fuori contesto ma mai quanto pensare che una scena spiccatamente e orgogliosamente british, come la cosiddetta Windmill scene potesse trovare terreno fertile dall’altra parte del mondo, a Santiago de Chile, appunto.

Diciamocelo, dopo la deflagrazione iniziale a cavallo tra il decennio appena trascorso e quello attuale, la scena art-punk inglese non sta godendo di grande salute e tra rocamboleschi cambi di rotta (Black Country, New Road), veri e propri scioglimenti (black midi), e pubblicazioni più stanche (Squid), il movimento resta in attesa di uno scossone che possa scuoterlo dal torpore creativo in cui sembra essersi adagiato. Ben venga quindi che, all’estrema periferia dell’impero, un manipolo di ragazzotti cileni a nome Hesse Kassel si sia fatto carico dell’oneroso compito, riuscendo a infondere nuova e fresca linfa al genere, pubblicando uno dei migliori album del 2025.

La Brea sposa in pieno la filosofia dei capostipiti londinesi, ovvero quella di fondere influenze e generi quanto più disparati in un crogiolo che lascia l’ascoltatore senza punti di riferimento. Ecco che nell’album troviamo ritroviamo elementi cari al post-rock più atmosferico degli anni ‘90 (Mogwai e Tortoise), quali cangianti e sghembe suite strumentali, inserti jazzistici con gli immancabili svolazzi di sax (Americana e En Tiempo Muerto le più interessanti), ma anche arrangiamenti e ritmiche propri del folk sudamericano (Anova), che conferiscono colore e identità al disco.

Menzione speciale per il cantato che alterna registri lirici e di drammatica intensità, ad uno spoken-word, vicino ai mai troppo citati Massimo Volume. Non manca neppure un incursione in territori più smaccatamente “hard” e sperimentali come la rumoristica Yo La Tengo. Nonostante alcuni episodi più insipidi e di maniera, anche per l’eccessiva dilatazione (Moussa), siamo di fronte ad un esordio fulminante e maturo che impressiona per la varietà di suggestioni che vi si possono trovare.

Ecco, tornando alla domanda iniziale, ChatGPT dice che sì, il Cile sta investendo molto sull’energia eolica.

La Brea by Hesse Kassel
Huremic – Seeking Darkness
[13.03.2025 | Poclanos | post-rock, experimental rock]

Altra variazione sul tema post-rock sperimentale aggiornato ai gusti del nuovo decennio la troviamo ad opera di Huremic, ennesimo monicker dell’enfant prodige coreano divenuto un culto nell’underground internettiano alcuni anni fa per un paio di album di “shoegaze da cameretta” rilasciati a nome Parannoul.

Dimenticate le tenui e sognanti atmosfere degli album a firma del più famoso progetto appena citato, in questo Seeking Darkness siamo di fronte ad un disco dove visceralità e brutalità la fanno da padrone, pur in un contesto calcolato con matematica precisione. Un assalto sonico diviso in cinque parti da una decina di minuti ciascuna, che pare architettato da un efferato e impassibile serial killer con la passione per le opere di Terry Riley e il cinema di Cronenberg.

L’esplosiva Pt. 1, con un crescendo massimalista, violento e psichedelico ma di rara e bilanciata dinamicità, satura l’aria a mo’ dei più inferociti Godspeed You! Black Emperor. Fa seguito la più sperimentale e cacofonica Pt. 2, dove l’elettronica rumoristica da industrial prima maniera (Throbbing Gristle) viene mixata con campane tibetane, canti rituali e marziale batteria kraut.

Una chitarra folk introduce la terza parte, dando un po’ di respiro dal clima soffocante dei primi 25 minuti. Una pia illusione: ancora una volta la melodia deraglia impazzita verso atmosfere no wave e industrial che ricordano un ibrido tra Coil e This Heat, per poi stemperarsi e tornare ciclicamente alla bucolica introduzione.

Sul finale l’album perde qualcosa in originalità, soffrendo del suo citazionismo spinto ed eclettico. La quarta parte è legata ad una sorta di grindcore-metal chitarristico e cinetico, mentre l’ultimo atto, anch’esso vagamente derivativo, si assesta sui registri del post-rock sinfonico e rumoristico di marca Envy.

Un disco ingiustamente dimenticato dalla maggioranza delle classifiche di fine anno della stampa specializzata, il cui psichedelico e post-moderno viaggio vale, per chi scrive, uno dei migliori ascolti del 2025.

Seeking Darkness by Huremic
The Necks – Disquiet
[10.10.2025 | Northern Spy | avant-garde jazz, ambient, free improvisation]

Come ci si pone di fronte ad una tale opera monumentale? Come è possibile raccontare un libero flusso di coscienza musicale di oltre tre ore? Probabilmente seguire la strada del mero descrittivismo è un’impresa folle e perdente in partenza, ma noi ci proveremo lo stesso.

Partiamo con qualche dato. I Necks, trio jazz sui generis (contrabbasso, batteria e tastiere) fondato in Australia sul finire degli anni ‘80, presentano quest’anno uno dei loro lavori più ambiziosi della loro ultratrentennale carriera, Disquiet. Trattasi di un triplo CD contenente quattro tracce che oscillano tra i 30 e i 75 minuti ciascuna. Per chi conosce già il gruppo, può attendersi un distillato della ventina di album precedenti, in cui la commistione di jazz da camera, minimalismo d’avanguardia e post/prog viene portata alle estreme conseguenze.

Un tour de force musicale fuori dal tempo in cui è possibile trovarsi di fronte al lento vorticare di quadretti pianistici e divagazioni jazz, tra Satie e Jarrett, suite psichedeliche dal vago sentore kosmische musik, e accelerazioni che ibridano la schizofrenia Canterbury dei Soft Machine con il post-rock ambient dei Labradford. Il tutto è reso coerente da una ricerca ritmico-tonale propria delle avanguardie musicali di inizio novecento (Steve Reich su tutti) e da una produzione (come sempre) curata in maniera maniacale per restituire all’ascoltatore la piena e fedele vivacità sonora dell’esecuzione.

La promessa è che, se riuscirete a trovare il tempo (ed un buon impianto audio) per immergervi appieno nel lungo e intricato “stream” di Disquiet, questo saprà regalarvi una ricchezza di suggestioni e di dettagli mai banali e assolutamente rari da trovare nel panorama discografico attuale.

Disquiet by The Necks
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Last modified: 12 Gennaio 2026

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