Noise Under Dreaming – In Mine

Written by Recensioni

Il sistema musicale italiano ha da sempre dovuto affrontare un enorme problema che può riassumersi nella totale incapacità di imporsi anche nei mercati esteri, inglese e americano soprattutto, giacché apparentemente più accessibili. Tralasciando i paesi di lingua anglosassone, penso alla Scozia dei Mogwai, all’Irlanda di Pogues o U2, all’Australia di Nick Cave e Radio Birdman, anche la nazionalista Francia è riuscita a esportare con convinzione i propri prodotti artistici anche molto diversi tra loro, dall’Hip Hop al French Touch senza dimenticare i leggendari chansonnier e lo stesso la Germania, restando nel mondo occidentale, si è imposta negli anni con il suo Krautrock, l’Industrial degli Einsturzende Neubauten o l’elettronica.

E L’Italia? Tralasciando le puttanate spagnoleggianti di Eros o Laura, all’estero hanno un’idea alquanto bizzarra della nostra musica. Ultimo esempio, la classifica online di The Guardian (British) che, citando i dieci momenti memorabili della storia del Pop tricolore, affianca Moroder, De Andrè, Paola e Chiara (ma che cazz…) e Cristicchi.

Tristezza infinita (e non solo per l’assenza di Povia)!

Qual è il problema e come superarlo? Ovviamente la mancanza di promozione e attenzione da parte delle grosse etichette non aiuta certo le band minori di qualità nella ricerca di spazi nell’immensità del mercato globale. Basta questo a creare un enorme e insormontabile muro di vetro. Poi la colpa è anche vostra (magari non proprio tua, visto che leggi Rockambula) e della vostra pigrizia. Il pubblico italiano è tra i più ignoranti e manipolabili d’Europa e riesce a spostare l’attenzione sui più meritevoli solo in caso di morte (e non sempre accade). E’ anche colpa vostra se a livello promozionale funziona più svendere un brano da usare come jingle per uno spot di pannoloni per anziani invece che vincere il premio Tenco.

L’ultimo problema, quello più duro da superare e più interessante poiché tocca il cuore della musica, è dato dalla lingua. Non solo perché chi canta in italiano, deve fare i conti col fatto che un inglese d’italiano non capisce una minchia. In realtà magari a quell’inglese del testo non frega niente. Ma frega a chi scrive le canzoni e spesso finisce col dare più attenzioni alle parole che alla musica e soprattutto col non dare musicalità a quelle parole, che è quello che conta e che da sempre ha generato un certo divario nell’ambito della musica Rock (secondo voi perché Jonsi canta in hopelandic? Secondo voi perché alcuni testi di band straniere tradotte somigliano alle idiozie di un pazzo ignorante?). E cosi ci troviamo colmi di nuovi, si fa per dire, Battisti, Dalla, Capossela, ecc… che troppo spesso ci riempiono la testa di cazzate quando in realtà vorremmo solo buona musica. E in fondo questi nuovi cantautori, chi li conosce fuori dalla penisola?

Anche per questo molti scelgono la lingua di Queen Elizabeth ma non sempre la padronanza della stessa è tale da non sfociare nel ridicolo (tipo cafone in vacanza).

Mentre scrivo, sto ascoltando l’ultimo gioiellino dei Noise Under Dreaming, In Mine. Loro hanno fatto una scelta drastica. Pochissime parole e tante note (stessa scelta dei genovesi Port-Royal, capaci, a detta loro, di trovare spesso più entusiasmo nell’Europa dell’Est che non a due passi da casa). Le canzoni, in senso classico, con testi e melodie precise, si trovano esclusivamente nella parte finale nel disco e comunque acquistano un perché, cosi inserite. Tutto il resto è un lungo trip sperimentale, fatto di Ambient, Neoclassical, Avant Folk, Elettronica e field recordings.

Michele Ricciardi e Matteo Chiamenti sono al secondo lavoro sulla lunga distanza, dopo l’esordio del duemilaotto per Foolica, Tarokidei. Nel mezzo c’è un Ep, Objects In The Mirror Are Closer Than They Appear, per la stessa casa di “In Mine” e soprattutto tanti live anche all’estero (appunto).

Il disco si apre vaporoso con “En Plein Air”, brano Ambient che avrebbe fatto un figurone come accompagnamento nei momenti disperati di Donnie. Quindi “Noise Under My Wish” regala una rilettura particolarmente seducente del Post Rock mogwaiano (scusate il termine) e del Dream Pop dei Sigur Ròs. In “For Nothing” compare la voce, come fosse un sussurro tra le vibrazioni sonore, in una ballata ricca d’atmosfera. “Lullaby For Lovers” è una sorprendente danza psichedelica di vocalizzi onomatopeici sopra un tappeto caldo come l’Africa e ironico e surreale come l’esistenza. “She Won’t Follow Me In Heaven” unisce invece le note neoclassiche incontrate nel brano d’apertura con le parole sussurrate in “For Nothing” finendo per ricordare lo Slowcore dei Low, per il suo ossessivo e disperato ripetersi. La splendida “Whisper”, tutta strumentale, abbraccia il Folk dei Memory Band e i paesaggi sonori ed eterei di Julie Skies.

Non spendo una parola per “Placebo”, semplicemente perché strepitosa nella sua essenzialità. Passiamo alla “Sinfonia Per Menti Distratte” divisa in tre movimenti (brani otto, nove e dieci). Ovviamente già dal titolo capirete che si tratta di un lungo intermezzo Neoclassical sobrio e persuasivo come il primo grande Eluvium (quello di Copia per intenderci). Prima del trittico finale cui abbiamo accennato prima, si sogna ancora con “Rikke” e i suoi contrasti gustosi, musicali e non, piano – drum machine, passato e presente, musica classica e Drum and Bass (il risultato finale non c’entra niente con la su citata), chitarra e parole recitate come in un tribale rituale magico. Gli ultimi tre brani, “In Deep”, “Better Story” e “Monochroma”, come già accennato all’inizio, sono quelli che più ricalcano la classica forma canzone. C’è da dire che la carica e un certo sapore Lo-Fi nella voce, stile Have A Nice Life, né fanno comunque pezzi appassionanti e deliziosi anche grazie a melodie ammirabili. Soprattutto perché i tre brani sono piazzati uno dietro l’altro a fine disco come per creare una suggestione intensa e particolare, distinta dal resto del disco. Dei tre, sicuramente “Monochroma” è il più arguto, col suo intro Noise/Shoegaze che si ripresenta più volte a squarciare la base cruda e la voce ardente e viva. Immaginate di trovarvi davanti a due palchi distinti dove U2 e Jesus And Mary Chain suonano contemporaneamente.

Se non lo avete capito, questo In Mine del duo milanese Noise Under Dreaming è assolutamente da non perdere. Spero per loro il meglio perché hanno dimostrato che non servono soldi a palate e mezzi smodati per fare ottima musica. Servono idee. Qui ci sono (con ovviamente tante cose possibilmente migliorabili). E se non avranno successo all’estero? Sticazzi, viva l’Italia.

 

Last modified: 23 Luglio 2012

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