Naufraghi senza tempesta – Intervista ai Sycamore Age

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Quattro chiacchiere con Stefano Santoni in occasione dell’uscita del nuovo singolo, primo estratto dall’album in arrivo.

(di Vjesna Doda)

Il 4 marzo scorso i Sycamore Age sono tornati sulle scene con il nuovo singolo, Castaways without a storm, il quale anticipa l’uscita del loro prossimo progetto discografico previsto per questa primavera.

La band aretina ci ha regalato una traccia che va a scavare nell’intimo di una società che vive in un tempo fatto di non-tempi, di smarrimenti e di incapacità comunicativa tra le persone, servendoci il tutto su un piatto condito da un sound soul arricchito da un basso elettronico prepotente.

Per chi non li conoscesse, la loro produzione discografica prende vita nel 2012 con l’uscita dell’album omonimo Sycamore Age, al quale segue una versione di remix partorita nel 2014 intitolata Sycamore Age Remixes/Rework, e continua nel 2015 con l’arrivo del loro secondo album, Perfect Laughter, pubblicato da Santeria e Woodworm.

Il sound dei Sycamore Age è decisamente particolare per il mercato discografico italiano, esplorando terre dal sapore aspramente art rock / art pop e combinando sonorità appartenenti spesso a generi differenti in nome di una ricerca creativa elaborata e sempre innovativa. In occasione dell’uscita del singolo abbiamo scambiato due parole con loro per saperne di più sul brano e per avere qualche anticipazione sul prossimo album. Ecco cosa ci hanno raccontato.

Castaways without a storm è il primo estratto dal vostro prossimo progetto discografico. Cosa vuol dire esattamente essere “naufraghi senza una tempesta”? Qual è il messaggio che questo titolo porta?

Castaways without a storm, ovvero naufraghi senza una tempesta, vuole narrare quel senso di smarrimento e di desolazione che è proprio delle vittime sopravvissute ad un naufragio. Invece, i naufraghi “virtuali”, in questo caso, si trovano a vivere la stessa condizione pur non essendo mai stati vittime di nessun vero e proprio evento traumatico, proprio come tutti noi, umani del nostro tempo.

Il brano mette in evidenza una importante contraddizione della nostra società: siamo connessi gli uni agli altri grazie a potenti mezzi di comunicazione di massa ma allo stesso tempo permane questo grande senso di solitudine. Quanto è importante per voi questo tema?

Questo brano vuole esprimere anche la difficoltà di comunicare nel senso più profondo tra individui. Una condizione che suona comune per un naufrago ma assolutamente paradossale nella nostra epoca, definibile come “l’era della comunicazione”. Inoltre, questo stesso aspetto ha ispirato il concept per l’artwork del vinile, che consiste fondamentalmente in un nudo, minimale messaggio in linguaggio morse, altro elemento che rimanda a modalità di comunicazione marittime. La tematica dell’incomunicabilità è particolarmente importante per noi: una sottile, impalpabile tragedia del nostro tempo.

Qual è la conseguenza diretta della condizione di incomunicabilità tra persone di cui parlavamo prima?

La conseguenza più diretta è sicuramente un senso di abbandono e di solitudine, i quali si fanno più acuti nelle grandi metropoli, proprio perché in quei luoghi il confronto con il problema si fa più evidente. Altra conseguenza sintomatica è quella di un’autoreferenzialità e narcisismo dilaganti. È capitato a tutti di illudersi di iniziare una conversazione e scoprirsi invece vittima di soliloqui altrui, e anche riuscendo a cogliere uno spiraglio nel dialogo, per passare al proprio turno, di percepire un deprimente senso di disattenzione dall’altra parte.

Persino la fotografia ha ribaltato la sua funzione originaria: da custode di frammenti di memoria a strumento di espansione del proprio ego, qui ed ora, attraverso le innumerevoli piattaforme social. Luoghi nei quali si cerca di rendersi il più possibile famosi, anche se solo per poche ore, prima che i nostri post sfumino, sovrastati da altri. Il risultato di tutto ciò è una comunicazione ipertrofica e frenetica ma priva di condivisione empatica e profonda, priva di autentica relazione.

Nel testo della canzone non mancano richiami al mondo della natura: il vento, il mare, le onde, le stelle. Il nome stesso del vostro gruppo ha una forte connessione con la sfera degli elementi naturali e bucolici. Quale significato assumono per voi e per i vostri testi la creazione di questi universi onirici?

Già lo stesso nome della band rimanda a mondi arcaici, sciamanici e pagani, tempi in cui l’uomo era e si sentiva fortemente connesso con la natura e gli elementi che la compongono. C’è sicuramente una fortissima nostalgia in noi riguardo a questo antico vivere e sentire che forse purtroppo l’umanità ha perduto per sempre. Il sicomoro in antichità era simbolo di passaggio tra dimensioni o di illuminazione. Gli antichi egizi usavano il legno di sicomoro per costruire i sarcofagi e traghettare i defunti nell’aldilà. Nella Bibbia, Zaccheo, si arrampica su un sicomoro per ascoltare Cristo e, folgorato, si converte. In definitiva, ci piace recuperare un sano stupore per il mistero fittissimo dei processi naturali.

Dal punto di vista strumentale questa traccia richiama in lontananza le atmosfere ricreate dalle band alternative rock quali ad esempio The Neighbourhood o Arctic Monkeys. Quali sono le sonorità che hanno influenzato maggiormente la realizzazione di questo brano e il prossimo album?

Riguardo al sound, com’è nostra consuetudine, ci siamo divertiti a mescolare ingredienti tra i più apparentemente lontani e disparati tra loro, cercando di farli convergere e convivere in modo armonico in un’unica formula, che dia al brano un’identità forte e propria. Sulla superficie del brano, dal mood di base decisamente soul, affiorano a sorpresa improbabili striature dub, con ripetizioni ad eco che infittiscono la ritmica, di per sé diradata e sognante, rendendola più frenetica e incalzante. Il basso è un basso elettronico, generato con il mitico synth Mini Moog. Un basso che ruggisce, seppur un po’ sommessamente, un gigante dal piede molto pesante, dal passo lento, marziale e inarrestabile.

Ci piace definirci un gruppo art rock / art pop e giocare con queste scatole magiche all’interno delle quali tutto è permesso e tutto può accadere: infatti, proprio in questo clima, nel corso del brano sboccia inaspettatamente una sezione di archi, la quale in un primo momento si affaccia dalle quinte, serpeggiando con mugolii stridenti e dissonanti, i quali ricordano ambientazioni tipiche della musica classica contemporanea, per poi deflagrare in strappati energici, in pieno stile classico. Su tutto, la voce di Francesco che si alterna in dinamiche estreme, passando da un cantato intimo e sommesso a momenti strazianti, in cui esprime le liriche in grida alla massima potenza.

Quale vi aspettate sarà il responso del vostro pubblico a questo nuovo progetto musicale? Quali sono le vostre aspettative? Quali sono le vostre speranze?

Sicuramente la più accesa delle nostre speranze è quella di riuscire appunto a comunicare e trasmettere le emozioni che abbiamo condensato in circa 30 minuti di musica, facendole risuonare in un numero più esteso possibile di anime, sia attraverso l’album che attraverso la performance live. La preparazione della performance sul palco, infatti, ci spinge spesso a rileggere i nostri stessi brani per adattarli e ottimizzarli al massimo per una miglior resa possibile nell’esperienza dal vivo, più muscolare e sanguigna rispetto al mood da studio, che è per sua natura più riflessivo e ponderato.

In passato vi abbiamo visti calcare importanti palchi internazionali (ricordiamo ancora il concerto barcellonese del Primavera Sound 2016). All’uscita di questo nuovo progetto discografico seguirà un tour nazionale o europeo?

Il palco è per noi come l’altra faccia di Dr. Jekyll, un contesto in cui possiamo liberarci ed esprimere tutto quello che non ci è possibile fare nel lavoro in studio. Il lungo lavoro in studio, invece, (durato per questo album ben due anni) che richiede massima attenzione e concentrazione, oltre ad essere, per sua natura, uno spazio intimo e riservato, carica a poco a poco la molla degli ingranaggi della macchina “live”. Non vediamo l’ora di far scattare questo meccanismo e speriamo che a questa nostra nuova uscita discografica segua un corposo tour sia in Italia che all’estero.

Cosa dobbiamo aspettarci da questo vostro nuovo album? Cosa lo differenzierà da quelli precedenti?

Gli album di esordio sono sempre i più belli e i più spontanei e liberi, forse proprio perché mentre vengono realizzati, nessuno può aspettarsi nulla. Sicuramente questo è il più “pop” dei tre album fino ad ora realizzati, seppur con una solida base art rock che persiste inesorabilmente come nostro ingrediente base. Quindi, non aspettatevi nulla, vi prego! Date un bel colpo di spugna alla memoria e lasciatevi andare. Queste le istruzioni per l’uso.

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Last modified: 29 Marzo 2020

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