Los Hacheros – Pilon

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Non sono ancora sicuro neanche io del movente per cui mi sia cimentato in una recensione di questo tipo. O meglio, perché abbia deciso di arrischiarmi a parlare di un genere musicale che è quanto di più lontano possibile dai miei normali godimenti e dai miei ascolti, che per quanto variegati a dismisura, raramente toccano i lidi della musica latino-americana, commerciale o meno che sia, specie quella contemporanea. Effettivamente è quasi per caso che mi ritrovo ad ascoltare il disco d’esordio dei Los Hacheros, Pilon e tutto sommato, almeno in parte, non mi posso dire pentito per non aver cliccato quel tastino quadrato di stop del mio stereo dopo appena due secondi di musica. Questi quattro “taglialegna” (tradotto dallo spagnolo) hanno certamente un che di diverso da tutto quello che mi è capitato di ascoltare nel genere ed è quel qualcosa che mi ha spinto a parlarvene. Gran parte del merito di questo progetto va a Jacob Plasse (Conjunto Clasico, Xtreme), il produttore che ha deciso di puntare su di loro dopo averli ammirati per anni esibirsi dentro la scena Salsa di New York. Tutto accadde magicamente nel seminterrato di un ristorante messicano a Chinatown. Los Hacheros stavano nascendo in uno dei buchi più caldi, sudati, speziati e affascinanti della Big Apple. E quel posto sembra quasi essersi reincarnato nelle note di Pilon che ne ha riassunto tutto lo spirito.

Partendo da nomi storici della Salsa, del Son Cubano e del Pachanga, da Ray Barretto a Conjunto Libre fino ad Arsenio Rodriguez i quattro, Hector “Papote/Big Daddy” Jimenez (Victor Manuelle, Giuseppe ” Alberto ” Canario) voce e congas, Eddie Venegas (Marc Anthony, Orquesta Broadway) trombone, violino e cori, Itai Kriss (Edmar Castañeda, Grupo Latin Vibe) voce, flauto, campanaccio e guiro e William Ash (Alfredo de la Fe, Brenda K. Starr) basso elettrico, cercano di creare un sound quanto più rovente, sudato, fervido, avvolgente e moderno pur mantenendo chiare le radici e la tradizione latina. Al quartetto si aggiunge il produttore stesso, Jacob Plasse, che suona il tres, una speciale chitarra modificata tipica dei caraibi molto simile al laud cubano nel suono.  Anche in fase di registrazione, i Los Hacheros hanno scelto di non prendere le strade della manipolazione digitale, preferendo mantenere un impianto classico che saldasse le necessità di mostrarsi in tutto il loro calore. Tutto questo riesce perfettamente a rendere l’idea di un suono ruvido ma traboccante di sentimento, passione e ardore; i nove brani di Pilos riescono a rendere del tutto quella magia un po’ sensuale e mascalzona, delinquente, palpitante e criminale ponendosi come uno strumento ideale per affascinare le nuove generazioni, senza trascinarle nelle perfide grinfie del latino americano da spiaggia, buono solo per vendere mojito annacquati e mostrare un paio di natiche a diciassettenni in calore.

L’Hardcore Salsa dei Los Hacheros è musica di una bellezza unica, destinata a non invecchiare mai e rivolta a una miriade di sognatori, amanti dell’estate, del fumo di un sigaro che si avvolge attorno alla pelle bruciata dal sole, di un rum in un cadente bar di pescatori, di una Cuba letteraria e lontana dai turisti, delle risate e delle note che sudano dalle dita di un vecchio che imbraccia una chitarra nelle torride notti d’agosto. Pilon racconta un sogno che avevo dimenticato di aver fatto anch’io e che non vedo l’ora di rifare mio, ora o stanotte. Un sogno ucciso dall’uso criminale che di certe note hanno fatto musicisti troppo amanti del denaro e poco della meraviglia.

Last modified: 18 Ottobre 2013

One Response

  1. ulde ha detto:

    Simpatici!!!

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