Dopo la classifica dei migliori album dell’anno, non poteva mancare anche quella degli EP del 2025 che ci sono piaciuti di più.
Dopo avervi parlato dei nostri album preferiti del 2025, è giunto il momento di soffermarci anche sugli EP, formato a cui in redazione dedichiamo da sempre grande spazio e attenzione.
Negli ultimi anni, il rapporto tra EP e LP si è praticamente livellato. Nelle uscite mensili delle etichette indipendenti o nei cataloghi digitali, la quantità di EP è ormai pari – se non superiore – a quella degli album. È come se il formato breve avesse colmato uno spazio lasciato libero: quello del disco medio.
Oggi l’EP è la zona franca dove un artista può permettersi di fallire. Un LP d’esordio comporta il rischio di una stroncatura definitiva da parte della critica che, con il suo appiattimento verso l’alto di opinioni e voti, sta macerando le band medie. Un EP è invece un terreno di prova, una forma di autoanalisi pubblica, senza fastidiosi rischi.
Tanto premesso, questi sono gli EP pubblicati nel 2025 che ci sono piaciuti di più. Buona lettura (e anche buon ascolto, ovviamente).
25. The Null Club – The Null Club EP
[ autoprodotto | noise rock, rap, industrial techno ]
Che i componenti dei Gilla Band fossero anime inquiete e creative al di là di ogni immaginazione, l’avevamo capito. Così come avevamo inteso che fossero di loro particolare apprezzamento certe sonorità spinte, che ritroviamo nei lavori della stessa band e in questo nuovissimo progetto firmato Alan Duggan, chitarrista dei nostri dublinesi del cuore. L’EP di debutto si compone di appena tre brani, che corrispondono a tre collaborazioni diverse. Un’esplosione di chiaro/scuri techno, a cui si affiancano soffocanti beat electro-noise e cupi frammenti rappati da un ELUCID che si conferma essere ancora una volta perfettamente amalgamato con basi sperimentali che con l’hip-hop poco hanno a che fare. Le pulsazioni salgono a dismisura proprio sul finale, quando i battiti non riescono più ad essere sfiorati e la voce della francese Valentine Caulfield, cantante dei Mandy, Indiana, si riversa calda sui cupi deliri elettronici che si ripetono in un loop da capogiro. Alzate il volume e proteggete il vostro giradischi o impianto stereo. Anche i vostri mobili potrebbero prendere vita ed unirsi alla folle festa organizzata da The Null Club.
(Federica Finocchi)
24. at first, at first – The Courage Of Shutting Up
[ autoprodotto | screamo, lo-fi ]
C’è una bella scena screamo che ribolle in Texas che sa distinguersi in modo chiaro e preciso dalle altre location geografiche americane associate di solito al genere. C’è voglia di giochicchiare con le influenze old school, mantenendone attitudine, spirito DIY e lo-fi, ma aggiungendoci una buona dose di modernità e influenza early 00s che rende le proposte, come questo EP degli at first, at first, una solidissima base di partenza per esplorazioni sonore avventurose. La band di San Antonio ha tutte le carte in regola per un futuro radioso, sorprendendo anche con una clean vocal della cantante Liv Geissler in I’ll Never Forget Where I Was This Day o le atmosfere post-hardcore dei sei minuti di In Spite of Artillery che non possono che ribadire un contrasto tra abrasività e melodie emotive di grande maturità compositiva.
(Daniel Molinari)
23. wing! – MISSED IT JUST THE ONCE
[ Memorials of Distinction | IDM, downtempo, ambient ]
Poche band al mondo riescono a proiettarmi in uno stato di catarsi completa come i Boards of Canada, con quell’esoterico misto tra inquietudine e pace interiore che mi sembra impossibile descrivere a parole. Ecco, l’EP di debutto di wing! mi ha riportato pressappoco in quei lidi di anestesia psicofisica, quando corpo e mente subiscono un intorpidimento che sa molto di letargo autunnale. La palma di brano più suggestivo e immaginifico non può che andare alla conclusiva e immaginifica In a Second I Will Need a Second, che anche nel titolo denuncia una natura incerta e sospesa che tanto bene fa a chi sente di avere il cuore pesante. A volte bastano solo cinque minuti per smettere un po’ di pensare.
(Vittoriano Capaldi)
22. Joyeria – Graceful Degradation
[ Speedy Wunderground / Play It Again Sam | slacker rock, indie rock, cantautorato ]
La nuova uscita del musicista di stanza a Londra fa del solipsismo il proprio vessillo da esibire con fierezza al cospetto di un mondo che cerca connessioni in maniera tanto parossistica da finire per impaludarsi nella solitudine più profonda. Joyeria non è tornato per farci sentire meno solə, semmai lo ha fatto per dimostrare una volta di più che la vita è anche – e a volte soprattutto – solitudine, alienazione e noia. E, di conseguenza, incomunicabilità. Se anche voi pensate che “doing nothing is a beautiful thing”, sapete già quale sarà il vostro prossimo amore musicale.
(Vittoriano Capaldi) | leggi la recensione
21. Flooding – object 1
[ autoprodotto | slowcore, post-hardcore, noise rock ]
Ritmi elefantiaci e squarci violentissimi, urla sguaiate e testi laceranti, atmosfere gelide e in generale una sensazione di puro disagio che è davvero difficile da scrollarsi via: il nuovo EP della band di Kansas City non fa assolutamente nulla per mettere a proprio agio chi ascolta, e il risultato viene centrato in maniera mirabile. Quattro pezzi che rientrano alla perfezione nella bizzarra e indefinita macrocategoria che prende il nome di post-everything, e in effetti object 1 suona come la colonna sonora perfetta per suggellare la fine di ogni cosa, terrena e non.
“What do you do when no one’s watching? What do you do when you’re alone?” – qui ti osserviamo, sappilo.
(Vittoriano Capaldi)
20. Bucket – Muck
[ Fat Beats, Baker’s Dozen | noise, industrial, spoken word ]
Con i connazionali YARD non condividono solo la provenienza geografica, ma anche l’inclinazione a certe sonorità inquiete e ossessive. Meno danzerecci e più abrasivi, i dublinesi Bucket ci consegnano un EP di debutto dalle idee già ben chiare: veri e propri assalti di percussioni e abrasive chitarre che affrontano a mani nude scenari noise post-industriali e iperdistorti, aizzati da un affilato spoken word che sembra non temere alcun confronto.
(Francesca Prevettoni)
19. The Orchestra (For Now) – Plan 75
[ autoprodotto | post-rock, jazz rock, progressive folk ]
L’EP di debutto del collettivo londinese mette in mostra un sound che è sicuramente assimilabile al post-rock dei Black Country, New Road periodo Isaac Wood, ma si può plasticamente notare come le trame intrise di progressive rock e folk e le detonazioni noise siano qui ben più potenti, dense e nevrotiche. Se da un lato vari gruppi della scena stanno virando verso un ammorbidimento e standardizzazione della propria proposta, band come The Orchestra (For Now) sembrano voler seguire la direzione opposta. E noi non possiamo che gioirne.
(Gianluca Marian) | leggi la recensione
18. Noverte – Life in minor
[ Larry, Desperate Infant, ZilpZalp, Troppistruzzi, Dischi Decenti, Shove, Mevzu | screamo, post-hardcore, noise rock ]
Questi quattro pezzi nuovi promettono le stesse scintille presenti in Con Uno Sguardo Solo, pur mostrando un’ulteriore crescita sonora e testi sempre più centrati. Musicalmente la furia è sempre la stessa, forse sono diventati ancora più bravi: l’apparente aria scazzata e superficiale maschera riff e soluzioni ritmiche eccellenti, mentre le urla mediano tra rabbia e sofferenza, viaggiando in parallelo con i testi. Il genere di disco che può dare una nuova prospettiva se ascoltato nel momento giusto, nelle loro parole: “Quindi è così che si diventa randagi?”.
(Sebastiano Orgnacco)
17. Yard – Yard II
[ autoprodotto | EBM, post-punk ]
Il trio irlandese torna nello stesso anno con un secondo EP dal fantasioso titolo YARD II. Ancora una volta beat propulsivi ed elettronica acida fanno da colonna portante dell’intero lavoro. L’intransigente e schizzata verve post-punk, fanno pensare a dei Prodigy meno appariscenti ma forse più concreti e più rabbiosi. Non troppe idee ma molto chiare per i Nostri, che confezionano un altro capitolo della perfetta colonna sonora per scatenarsi sui dancefloor punk (o per fare prestazione durante la vostra prossima sessione di running).
(Gabriele Sottocornola)
16. SAETIA – Tendrils
[ autoprodotto | screamo, post-hardcore, emo ]
Solo undici minuti? Solo undici minuti, per tre brani-capsule del tempo che scongelano il passato e lo
catapultano nel presente. La voce dell’iconico Billy Werner non sarà più ai livelli siderali che spaccavano vetri e finestre, bensì ricorda adesso uno yelling hardcoreggiante che paradossalmente dona anche più accessibilità alla proposta musicale dei Saetia, ma l’essenza più pura dei loro suoni screamo esplode fin dalla titletrack. I Saetia ti trascinano in una spirale dalla quale non vuoi uscire. Le vertebre si spezzano. I Nostri sono ancora quella band che brama i climax sonori e, se sono i capostipiti del giochetto, un motivo c’è. Tendrils ne è la dimostrazione.
(Daniel Molinari) | leggi la recensione
15. Broadsheets – Archipelago
[ autoprodotto | post-rock, dream pop, trip hop ]
Il suono dei Broadsheets è costruito per strati: post-rock e dream pop, con chitarre e synth che lavorano più per creare atmosfera che per la melodia. La ritmica spesso scende in territori downtempo con groove e bassi morbidi, ipnotici e magmatici, segni evidenti anche di un’anima trip hop. Questo EP si inserisce in un solco poco frequentato, vicino a band come Flip Top Head o Parade.
(Gianluca Mariano)
14. Calathea – Flowers & Knives
[ New Knee Rec, Through Love, Fireflies Fall, Pasidaryk Pats, Arcada Koncerts, Engineer, No Funeral | screamo, post-hardcore ]
Il secondo EP della band basca mette in mostra una perfetta interpretazione di quanto di buono prodotto dallo screamo spagnolo negli ultimi anni. L’alternanza di questi crescendo impetuosi con oasi in cui sguazzare in acque più dreamy (Crown of Daisies, …and I told the moon about you) contribuisce alla fluidità di un disco eccezionale, che raggiunge l’apice in una Gure Hilobia in cui la voce di Oier Alberdi si intreccia con quella di Goio dei VIBORA, in un turbine sunbatheriano che certifica Flowers & Knives come una delle migliori uscite screamo del 2025.
(Sebastiano Orgnacco)
13. Dos Monos – Dos Moons
[ autoprodotto | avant-jazz, experimental hip hop ]
Quando un EP possiede una delle copertine più belle che si possa mai realizzare, i presupposti sono buoni già in partenza. Mettici poi che l’artista ad averla creata è – rullo di tamburi – il maestro indiscusso del manga horror Junji Ito, che tra sensualità e psichedelia è riuscito a mettere sul tavolo un lavoro celestiale e delicato, in una contradditoria armonia coi suoni di Dos Moons. Il trio giapponese, di cui avevamo già parlato lo scorso anno, si conferma come una delle proposte più folli ed interessanti degli ultimi anni, a livello internazionale: miscelando sonorità dei black midi a quelle degli Injury Riserve, un po’ di riff metallici, degli sprazzi di sax qua e là, atmosfere avanguardistiche e molto altro, i Dos Monos risultano essere privi di catene, liberi di comporre con un certo rigore tecnico ed una certa conoscenza teorica, a loro agio anche nelle sonorità più ostiche, laddove vanno a scontrarsi rime rappate e urlate, tecnicismi jazz/prog e perfino deliri iper dance – il brano Pearl spicca in tutto questo – rendendo molto difficile stargli dietro, ma è proprio questo il bello. Ascoltarli è un po’ come addentrarsi in un bosco buio che nasconde insidie ogni 50 metri: basta correre come pazzi finché non s’incontra l’uomo cattivo.
(Federica Finocchi)
12. shizune – Breviario d’oblio
[ autoprodotto | screamo, post-hardcore ]
Cosa dobbiamo aggiungere sugli Shizune se non “bentornati”? Il nuovo EP riallaccia i fili con il passato in maniera perfetta, nonostante ci sia voluto un bel po’ (parole loro). Cosa si può aggiungere a queste cinque tracce che suonano come un perfetto compendio dello screamo italiano? Forse il significato, un disco sull’amore e sull’abuso, sulle ferite e l’importanza di chiedere aiuto. Ad un ascolto casuale è semplicemente un disco screamo eccezionale, con alcune tra le chitarre migliori ascoltate negli ultimi anni. All’ascolto più attento si apre un significato che non lascia spazio ad interpretazioni, e che taglia come una lama la tenda di omertà, paura e complicità dietro la quale noi uomini ci nascondiamo dalle nostre azioni.
(Sebastiano Orgnacco)
11. Makeshift Art Bar – Lackluster Writing Makes Fundamental Reading
[ autoprodotto | post-punk, art punk, noise rock ]
Lo confesso: negli ultimi anni sono stato subissato da talmente tante band ascrivibili al filone post-punk/art punk made in the UK che ormai certe sonorità hanno finito per venirmi a noi. Detto questo, chi sono io per fare di tutta l’erba un fascio? Decisamente nessuno, e quindi accolgo con grande interesse l’EP di debutto di questo quartetto da Belfast, che sembra avere le carte in regola per ritagliarsi un ruolo di certo non marginale nel panorama underground britannico. Il tiro è quello delle grandi occasioni e, nel marasma di suoni angolari e penetranti, spicca la conclusiva Bedwetter, che fa incontrare a metà strada IDLES e Chalk.
Se un giorno doveste diventare grandi grandi, ricordatevi di noi.
(Vittoriano Capaldi)
10. Glasshouse Red Spider Mite – What Do You Mean The Monster?… Hahaha
[ Memorials of Distinction | slowcore, indie rock, alternative rock ]
Con questo EP di debutto la band di Brighton si inserisce nell’ambito della scena alternativa della propria città (quella anche di nomi come Van Zon e Flip Top Head, per intenderci), seguendo al contempo anche il solco di una lentezza tipicamente britannica (deathcrash, Quade, i compagni di etichetta caroline). Con le sue progressioni e i lenti arpeggi, la band si appoggia sulle radici tracciate da gruppi cardine dello slowcore internazionale, aggiungendo al miscuglio un’indole indie e alternative rock che conferisce al disco un respiro più ampio.
(Gianluca Marian) | leggi la recensione
9. thistle. – it’s nice to see you, stranger
[ Venn | shoegaze, slacker rock, noise pop ]
Regalarmi una buona dose di chitarroni robusti mescolati a melodie semplici e accattivanti è uno dei modi più sicuri per rendermi felice. In tutta onestà, non credo che il trio di Northampton avesse la mia gioia come obiettivo principale da raggiungere mentre si accinge a produrre il suo primo EP, io in ogni caso accetto volentieri il dono elargitomi. Cinque pezzi per poco più di tredici minuti di pure goduria sonora grazie a chitarre roboanti in odore di Ovlov, orecchiabilità che riporta alla mente gli Hotline TNT, un’attitudine slacker in stile LVL UP: serve altro per sorridere alla vita, almeno per una volta? Domanda assolutamente retorica.
It’s nice to see you, thistle..
(Vittoriano Capaldi)
8. UNIVERSITY –YES
[ Transgressive | noise rock, math rock, experimental rock ]
Urge. Urge come un ventre squarciato, sorretto dai nervi in tensione e da spasmi improvvisi. Ribolle magmatica la scostante, dolce e frustrante adolescenza in questo nuovo EP degli UNIVERSITY è un’evoluzione coraggiosa, è il sudore rappreso e conservato durante i loro concerti. Alla ormai collaudata base math emo brutale si aggiunge una sperimentazione post-rock sinceramente apprezzata. Poteva essere semplice optare per la sottrazione musicale, più canzoni e meno cogitazioni empiriche; sarà il formato anonimo che dona l’EP, sarà un’indole alla sperimentazione, ma questo risultato per me supera quello del disco.
(Gianluca Marian) | leggi la recensione
7. Moin – Belly Up
[ AD 93 | post-rock, avant-jazz, experimental rock ]
Non si può definire come una semplice coda del precedente lavoro You Never End, pubblicato solo sei mesi fa. Tutto sommato, però, le carte rimescolate nel mazzo sono (fortunatamente) sempre le stesse; ed è sempre un immenso piacere assistere ad una nuova evoluzione di quella mutevole creatura post-whatever chiamata Moin. Alle percussioni l’irraggiungibile maestra Valentina Magaletti, sempre incontrastata autrice di intricate sovrastrutture; i visionari Joe Andrews e Tom Halstead completano dinamiche degne di un quadro futurista in un imperfetto collage post-rock dal portamento jazz, mentre il ritorno dei due graditi ospiti Ben Vince e Sophia Al-Maria continua a convincere più che mai. Matematico, imprevedibile, inclassificabile.
(Francesca Prevettoni)
6. AMENRA – De Toorn
[ Relapse | post-metal, sludge metal ]
I paladini dello sludge post-metal belga escono quest’anno con una coppia di EP a coronare il venticinquesimo anno di onorata carriera. Tra i due selezioniamo De Toorn, che abbraccia la configurazione più atmosferica e “post” della loro musica. Venticinque minuti di lento e paludoso rituale pagano, che si sviluppa tra arpeggi di chitarra nel vuoto e spoken word sussurrati, per poi deflagrare nel possente muro di suono e nel disperato scream, trademark della band.
(Gabriele Sottocornola)
5. MAGNOLIA – Omaha
[ Shake! Shake! | post-rock, experimental rock, post-punk ]
I Magnolia, band di Norwich ascrivibile all’ormai consolidato BMRNcore, affiancano ad un impianto sonoro già denso strumenti come sax, violino e trombone, che spingono il suono verso un turbinio costante, un soffio minaccioso e disturbante. Il disco pulsa come una lunga marcia, adagiata su ricche dinamiche. Il riferimento immediato sono i Maruja, ma tra le pieghe si sentono anche i Prostitute, i Godspeed You! Black Emperor di Lift Your Skinny Fists Like Antennas to Heaven e gli Swans di White Light from the Mouth of Infinity.
(Gianluca Marian) | leggi la recensione
4. Chalk – Conditions III
[ Nice Swan | dance-punk, industrial rock, post-punk ]
Beat da dancefloor e graffiante industrial punk si fondono per dare vita al terzo (e ultimo?) esplosivo episodio della serie di EP per gli irlandesi Chalk. I ritmati assalti sonici e l’attitudine provocatoria sono chiare reminiscenze dei pionieri dell’EBM britannica (Killing Joke, Skinny Puppy e Cabaret Voltaire), ma il tutto viene declinato con gusto ibridato e personale, in linea con quello che è lo sfaccettato panorama post-punk odierno. Un altro importante tassello nella promettente carriera della giovane band di Belfast, che ci lascia ben sperare per il loro debutto sulla lunga distanza.
(Gabriele Sottocornola)
3. YARD – YARD
[ autoprodotto | EBM, post-punk ]
Dublino: la capitale d’Irlanda, ma anche del noise più efferato e impenetrabile ibridato a colpi di elettronica pulsante e club music (Gilla Band docet). Più sul versante Prodigy che legittimi eredi al trono di Dara Kiely e soci, gli Yard dimostrano con il loro primo EP un potenziale esplosivo oltre ogni aspettativa: una miscela di techno martellante per punk scapestrati, che non ha paura di osare e valicare confini. Volume consigliato per l’ascolto? Più alto di quanto vorreste.
(Francesca Prevettoni)
2. ostraca – Eventualities
[ Persistent Vision | screamo, post-metal, emoviolence ]
Un nuovo EP che snellisce nuovamente le strutture e riaccende la torcia più pura degli Ostraca, pur mantenendo le sfumature che ne hanno contraddistinto l’evoluzione. E il risultato è dinamite pura. Bastano questi quattro brani a certificare Eventualities come una delle migliori uscite dell’anno nella scena screamo? La risposta per noi è sì e, dove si potrebbe vedere il poco materiale a disposizione come un difetto, per noi invece rappresenta la summa perfetta di tutti gli ingredienti che ci hanno fatto amare la band di Richmond nel corso dell’ultimo decennio: zero dubbi, ma solo tante certezze.
(Daniel Molinari) | leggi la recensione
1. Maruja – Tír Na Nóg
[ Music For Nations | post-punk, psychedelic rock ]
Sulla carta quattro tracce numerate in gaelico: un richiamo all’Irlanda, terra legata a doppio filo alla natura catartica e sperimentale del fortunato quartetto di Manchester. In sostanza, un’unica lunga suite registrata dal vivo, torbida e disperante come un flusso di coscienza, ispirata da free-jazz e post-rock ma anche da post-punk, prog e psichedelia, con un approccio oscuro e senza catene che riporta senz’altro alla memoria la catarsi dei Godspeed You! Black Emperor.
(Francesca Prevettoni)
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Last modified: 8 Gennaio 2026




