L’atteso ritorno della band forlivese porta in dote due movimenti che suonano come dei flussi di coscienza intrisi di una teatralità crepuscolare.
[28.08.2025 | Persistent Vision, Deathwish Inc., Shove, VOTU | screamo, post-hardcore]
“Da quella ferita guardiamo il mondo – compiersi
Da quella ferita guardiamo il mondo – estinguersi”
(Secondo movimento)
David Lynch era solito dire che le idee sono come pesci. I pesci piccoli stanno in superficie, mentre, più si va in profondità, più questi diventano grandi. Tutto diventa irreale, i colori scompaiono, si entra in una sorta di reame magico, in cui il sogno confluisce con la realtà e l’irrazionale prende forma, concretizzandosi in una visione nella testa di chi naviga tra le forme sommerse.
Forme Sommerse è anche il titolo del ritorno dei Raein, inciso per Persistent Vision, la label di Richmond che più di tutte sta ricreando l’aura attorno all’universo post-hardcore e screamo indipendente. Una sorpresa di fine estate quella della band forlivese, che, insieme ai fratelli La Quiete, ha modellato il suono della scena screamo europea e mondiale nei primi anni 2000, senza scordare monoliti come Suis La Lune o Daïtro.
Sono passati dieci anni da Perpetuum, ovvero l’ultima apparizione discografica dei Nostri, e addirittura ventiquattro dall’omonimo del 2001, ancor prima del punto esclamativo di Il N’y A Pas De Orchestre e degli split con Loma Prieta e Ampere, connettendo gli innumerevoli punticini di una costellazione che ha sempre luccicato per romanticismo e introspezione urlata.
E qui entra in gioco un’altra forma, quella personale: ho sempre vissuto lo screamo come una forma di terapia, una sorta di meditazione purificatrice in cui le striature levigate e smussate che hanno accompagnato l’evoluzione sonora dei Raein si sono rivelate essere delle solidissime colonne a cui aggrapparsi e stringersi.

Un fiume poetico in piena.
Sull’aprirsi dell’autunno ci vengono architettati due nuovi pilastri: Primo Movimento e Secondo Movimento, due flussi di coscienza che scollinano rispettivamente i dodici e i quattordici minuti e in cui emerge ciò che li ha smossi in questo decennio di silenzio discografico e di ritorno alle attività live. Una jam session screamo coraggiosa a cui siamo tutti invitati in un rito cerimoniale, al cospetto di un fuoco che non smette mai di ardere.
I due movimenti vivono di una teatralità crepuscolare che non nasconde mai i suoi intenti, bensì li lascia oscillare tra brevi stop’n’go ambientali, rallentamenti e rullate del buon Michele Camorani che aiutano a districarci nella comprensione di ogni atto. Un album-tragitto in cui ci immergiamo nelle acque malinconiche e nelle ondate nostalgiche che sanno rapirti il cuore e portartelo via.
Se non ci credete, lo stacco a 5:00 minuti di Primo Movimento è una delle prove concrete che mettiamo sul tavolo. I Raein sono un fiume poetico in piena, travolgente e riflessivo al tempo stesso, in una dualità, loro marchio di fabbrica, che si fa permeare da un’urgenza nitida, con la band persa in un mare di pietra, a contemplare un vuoto che non ha misura, come declama il timbro iconico ed eterno di Andrea Console.
Forme Sommerse è una storia in cui compare l’apocalisse, mercanti e missionari armati, benzina e catrame, fiori e alberi. Siamo un po’ tutti dei nomadi che nello screamo troviamo una sorta di ragione d’essere e i Raein le crepe e le fratture che certi riff di chitarra aprono li sa maneggiare con cura, con quell’abilità di chi è un veterano della scena, ma ha anche la libertà autoriale di ripresentarsi come meglio immagina.
Scavare senza sosta.
Primo e Secondo Movimento scavano, scavano, scavano, con dei rintocchi che pesano come il piombo e delle accelerazioni che bruciano il fiato nei polmoni, fino a sfumarsi in cantilene tra labbra serrate e mani nascoste che ci accompagnano verso la chiusura del disco.
E nel lirismo, che meriterebbe un paragrafo a sé, più di tutte le parole mi colpisce un passaggio: “estinguersi, compiersi – trionfi e tragedie, la nostra colonia tra dune di cenere” – quelle dune di cenere che escono dal surrealismo e raccontano il dramma di immagini che vediamo in mondovisione, nel nostro quotidiano, a ricordarmi che nell’emotività dello screamo ci sarà sempre anche l’importanza politica e sociale.
E i Raein, questo, lo sanno benissimo, nel labirinto del loro santuario solitario, con una band che vuole firmare ancora volta una lettera che inebria, offrendoci l’ennesimo capitolo di una storia che non vuole proprio saperne di finire inghiottita nei fumi oscuri della notte. Anzi, vuole essere più viva che mai, magari in un tour autunnale lungo tutta la penisola italiana.
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Last modified: 4 Settembre 2025




