Il duo scozzese si appresta a tornare con un nuovo album dopo ben tredici anni di assenza e l’occasione è quanto mai propizia per addentrarsi nel suo immenso e multiforme mondo sonoro e sensoriale.
“Viaggiare è proprio utile, fa lavorare l’immaginazione. Tutto il resto è delusione e fatica. Il viaggio che ci è dato è interamente immaginario. Ecco la sua forza. Va dalla vita alla morte. È un romanzo, nient’altro che una storia fittizia. E poi, in ogni caso, tutti possono fare altrettanto. Basta chiudere gli occhi. È dall’altra parte della vita.” (Louis-Ferdinand Céline, Viaggio al termine della notte)
C’è una scena, all’inizio di Paris, Texas, il capolavoro di Wim Wenders datato 1984, che ogni tanto piomba nella mia mente senza alcun tipo di preavviso (e di senso, aggiungerei). Travis, l’erratico protagonista interpretato da Harry Dean Stanton, si aggira spaesato nello sterminato deserto con una tanica in mano e un improbabile cappellino rosso a coprirgli la testa. Non parla, non fa nulla, si limita ad osservare con attonito sgomento ciò che lo circonda. È l’inizio di un viaggio – figurato e non – all’insegna di enormi silenzi e di un mutismo portato quasi al parossismo. Se nel film il sottofondo musicale che accompagna la sconfinata solitudine del protagonista è offerto da Ry Cooder, nell’ipotetica versione alternativa che ha sempre trovato spazio nella mia testa la colonna sonora perfetta sarebbe indubbiamente appannaggio dei Boards of Canada.
La notizia dell’uscita di un nuovo album – dall’eloquente titolo Inferno, fuori il prossimo 29 maggio per la fedelissima Warp Records – dei fratelli Michael Sandison e Marcus Eoin a distanza di tredici anni dall’ultimo è di quelle che inevitabilmente spiazzano e scombussolano. Al giorno d’oggi nulla appare più anacronistico del modo schivo, manicheo e apparentemente imperturbabile con cui il duo di Edimburgo si è sempre rapportato all’universo artistico e musicale, ma probabilmente è proprio nella loro natura inalterabile e tetragona che va ricercato il motivo principale per il quale i Boards of Canada sono divenuti un nome assolutamente di culto nella scena elettronica e alternativa.
Uno stato d’animo.
La frase che sovente utilizzo per provare a introdurli a chi non dovesse frequentarli è la seguente: “i Boards of Canada non sono una band, i Boards of Canada sono uno stato d’animo”. La musica del duo scozzese suona come il perfetto sottofondo musicale che si srotola come un tappeto mentre si naviga a vista nel fiume delle cose, un flusso sensoriale ancor prima che sonoro in cui immergersi anima e corpo e senza alcun tipo di riserva.
Un’affollata solitudine, si diceva. Il titolo della famosa opera di Fernando Pessoa fotografa alla perfezione il sentimento che fa da fil rouge all’intera opera dei BoC. Una manciata di dischi – e di EP – che, esattamente come accade per gli eteronimi del poeta portoghese, utilizzano forme impercettibilmente ma sostanzialmente diverse per veicolare una certa sensibilità di fondo che molto ha a che fare con l’idea di stare da soli con sé stessi al cospetto del mondo.
Dall’irrealismo ipnotico di Music Has the Right to Children alla liquida ed eterea sospensione di The Campfire Headphase, passando per l’oscurità paranormale che caratterizza Geogaddi e la malinconia meditativa di cui è imbevuto In a Beautiful Place out in the Country, uscita dopo uscita i fratelli scozzesi hanno tratteggiato un paesaggio criptico e al tempo stesso immaginifico, psichedelico ma accogliente, astratto eppure emozionante.
Passare in rassegna la loro discografia è come attraversare in preda all’estasi e all’eccitazione l’infinito corridoio di una galleria d’arte, quando diventa impossibile resistere ai continui assalti di dettagli apparentemente insignificanti che per qualche insondabile motivo ci fanno entrare in connessione con la parte più nascosta e recondita della nostra sfera emotiva. Bozzetti sonori che scompaginano l’universo interiore come una madeleine di proustiana memoria.
“The past inside the present.”
“La nostra musica nasce da una strana unione tra l’atmosfera dell’infanzia e sentimenti più inquieti, rappresentando una realtà più terribile che per l’appunto si fonde paradossalmente con i sogni della nostra infanzia.” È così che il duo scozzese fotografa il proprio complesso rapporto con il tempo che scorre, un tempo che nella sua musica non è circolare né tantomeno lineare, semmai intreccia passato e presente dilagando senza sosta – la frase “The past inside the present” ispirata dal drammaturgo tedesco Bertold Brecht e che introduce la meravigliosa e imprescindibile Music Is Math è la perfetta sintesi di tutto questo.
“Il tempo piove su di noi, il tempo ci annega”, asseriva in maniera bruciante José Saramago nel suo L’anno della morte di Ricardo Reis (guarda caso uno degli eteronimi di Pessoa, alla fine davvero tutto torna). Chissà cosa avrebbe pensato della concezione temporale dei Nostri.
In fin dei conti non esiste una maniera coerente di ascoltare i Boards of Canada, e non c’è nemmeno un modo universalmente valido per prepararsi all’uscita di Inferno. Ed è giusto che sia così, perché provare a incasellare una forma d’arte che è stata pensata per essere completamente libera e istintiva sarebbe oltremodo delittuoso.
Forse, attingendo di nuovo da Céline, per entrare profondamente in connessione con la loro musica basta davvero chiudere gli occhi. Il resto lo lasciamo alla nostra immaginazione e sensibilità, che è poi la cosa migliore che qualunque essere umano possa fare.
In ogni caso, “The preparation for a dive is always a tense time”, per dirla con Leslie Nielsen.
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Boards of Canada downtempo elettronica hauntology IDM UK Warp Records
Last modified: 3 Giugno 2026




