L’album di debutto del trio di Manchester parte da sonorità math e post-rock per plasmare un suono stratificato e per nulla levigato.
[16.01.2026 | Melodic | post-rock, math rock, experimental rock]
C’era una canzone nel disco omonimo degli Women del 2008 intitolata Shaking Hand: instabilità controllata che non cerca appigli ma attrito, nulla è levigato ma scarnificato, e vibra come una struttura pericolante. Per l’omonima band mancuniana questi non sono dettagli ornamentali, ma una dichiarazione d’intenti.
Post-rock sporco e irrequieto, lontano da qualsiasi tentazione cinematica: progressioni in stile Mogwai emergono solo quando la ripetizione diventa pressione, così come gli intrecci di arpeggi tra Rodan e June of 44 che, senza necessariamente scomodare gli Slint, risultano minacciosi ma senza mai detonare in riff epici o rumore fuori controllo.
Tempi spezzati, pause cariche, sezione ritmica e melodica costantemente in lotta ricordano la prassi dei Polvo senza però la totale follia della band del North Carolina, aprendosi anche all’indie rock più ricercato di Modest Mouse o Yo La Tengo.

Chitarre che tornano protagoniste.
Le chitarre frizionano e lambiscono tanto lo slackerismo dei Pavement quanto le storture dei Sonic Youth, con chitarre crunchy che sgonfiano la tensione lentamente, come un palloncino strozzato.
La voce, immersa in un riverbero iperuranico, è un ulteriore strumento tensivo: i pezzi si comprimono, si addensano fino quasi a sgretolarsi senza mai implodere, si prendono le loro pause, i propri silenzi, e poi ripartono.
Mantras è sicuramente il manifesto del disco: lenta, ossessiva, costruita su un climax interrotto per perdersi in un finale che si scioglie fino a tacere. In For a… Pound! rappresenta invece il lato più nervoso: basso ostinato, chitarre angolari, una spinta che richiama gli Unwound senza riprenderne l’urgenza hardcore.
Gli Shaking Hand usano i linguaggi del post-rock e dell’alternative rock anni Novanta come materiali grezzi e non come un posto sicuro; l’unica band inglese equiparabile è quella dei Glasshouse Red Spider Mite, e i due gruppi insieme rappresentano le più grandi sorprese del panorama britannico, realtà che allontanano il focus da strumenti a fiato o archi per rimettere la chitarra al centro del discorso.
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Last modified: 17 Gennaio 2026




