Il Console Generale, quanto è bello lasciarsi alla deriva con Flavio Giurato

Written by Recensioni

Le sperimentazioni del cantautore romano al loro culmine, in un crogiolo di citazionismo, suggestioni e schegge di vita
[16.01.2026| Panico | cantautorato sperimentale]

L’uscita di un nuovo album di Flavio Giurato dovrebbe rappresentare già di per sé un evento cruciale per la scena musicale italiana, considerando la sporadicità delle sue pubblicazioni discografiche, quanto il suo stile unico e fuori dagli schemi. Eppure, anche stavolta, il “segreto meglio conservato della musica italiana” sembra purtroppo destinato a passare sottotraccia, impermeabile alle logiche del mercato musicale, confinato al circolo di pochi ma fedelissimi appassionati.

Certo, il cantautore romano classe ‘49 ci mette del suo in questo Il Console Generale, confezionando probabilmente il lavoro più sperimentale e meno accessibile della sua cinquantennale carriera. Fin dall’illustrazione di copertina, una composizione geometrica di punti bianchi su sfondo nero, il disco vuole affermare la propria natura ineffabile, minimalista e visionaria. 

Ecco quindi che Intrepid Cosmonaut viene pensata come una ninna nanna realizzata come un brano di musica atonale, tra declamazioni stentoree e riverberate dal forte simbolismo e una intimista ballad notturna, dove l’arrangiamento di chitarra è un orpello sullo sfondo quasi impercettibile rispetto alla voce.

Le pulsazioni del brano precedente sfociano in uno degli episodi migliori del disco, la minimale Thaiti Tamurè. Significante e significato vengono nuovamente ribaltati: un episodio tremendo della storia umana, come le deportazioni nei campi di concentramento, viene narrato dal punto di vista di una bambina a mo’ di ansiogena filastrocca. Non banalizzando, bensì svuotando di retorica e restituendo dignità umana alla tragedia. 

Flavio Giurato
Un album ermetico, dadaista e fuori dal tempo.

Idiomi, stili, suggestioni e dialetti si mischiano in un frullatore postmoderno in pieno stile “Giuratiano”. Il Giorno della Liberazione è un soffocante e stralunato blues dedicato da un detenuto alla madre, mentre Laura e il Cubano paga il debito verso le influenze partenopeo-sudamericane, tanto care all’artista. Ancor più criptica, Atene 4, col suo post-folk strascicato, genera una tensione crescente che non trova catarsi né giustificazione.

A questo punto è ovvio che il disco non voglia dare nessun facile appiglio all’ascoltatore che si ritrova a vagare confuso tra riferimenti e suggestioni come in un metafisico deserto. Esattamente ciò che succede nella title track, introdotta da un estemporaneo pianoforte, che pare un compendio delle emozioni del disco, tra metafore marittimo-militari e nostalgici ricordi. Ricarica è un divertissement situazionista, che non ci avrebbe stupito trovare in Idioti degli Uochi Toki. A metà tra canzone d’amore e una sarcastica riflessione sulla contemporaneità tra divagazioni disco music e gergo pop, retta da un ritmo tribale e musicata come un brano new wave anni ‘80.

L’apice del disco viene lasciato, come da tradizione, per ultimo. Caravan, piccolo grande gioiello di scrittura musicale, è sicuramente la canzone più melodica dell’album. Declinata come un’arabeggiante e sinuosa marcia di dodici minuti che ci inebria per tutta la sua interezza, ricordando il Battiato più prog ed evocativo.

Ancor di più che altri suoi lavori, il nuovo disco di Flavio Giurato, ermetico, dadaista, fuori dal tempo e lontano dalle mode, esige un livello di attenzione attiva e di volontà di esplorare che sono ormai merce rara nei nostri ascolti quotidiani. Un viaggio tra città (più o meno) invisibili e la loro variegata umanità, che appare molto più vicino alla grammatica teatrale di un Antonio Rezza che alle produzioni discografiche contemporanee.

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Last modified: 29 Gennaio 2026