Iggy Pop – Every Loser

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“Vorrei che Iggy fosse morto”.
[ 06.01.2023 | Atlantic / Gold Tooth | garage rock revival ]

Cosa si può ancora dire dell’immortale e più grande “idiota” della storia della musica rock?
Domanda sbagliata.
Proviamo allora a chiederci cosa può darci un anziano di settantasei anni che ha fatto della celebrazione dell’autodistruzione non portata evidentemente a compimento la sua caratteristica peculiare.
Sbagliato ancora una volta; perché quando parliamo di uno come Iggy Pop non ha proprio senso porsi troppi interrogativi, come ha evidenziato in uno dei suoi pezzi più rappresentativi il genio cattivo della critica Lester Bangs.

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Iggy arriva a questo che ha tutta l’aria di essere la sua opera ultima, ben cinquantaquattro anni dopo l’esordio full length con gli Stooges, e ci arriva con un palmo di capolavori nel mezzo ma tantissima robaccia senza troppo senso. Eppure, neanche un Instinct o un Beat Me Up, sono riusciti a scalfire il trono che Iggy si è conquistato a suon di flagellazioni sul palco, follia edonistica e mitizzazione malcelata della droga grazie alla fortunata partecipazione alla colonna sonora del film cult “Trainspotting”.

Sia chiaro che nessuno si sognerebbe mai di ridurre la “carriera” dell’iguana a Lust for Life, The Passenger e Nightclubbing ma neanche nessuno potrà obiettare che la grandezza di quelle cose – il trittico con la band che va dall’omonimo a Raw Power – e l’impatto che hanno avuto nel pubblico, soprattutto un certo pubblico, siano tanto pesanti da rendere impietoso il paragone con tutto il resto prodotto negli anni a venire.

A dire il vero, già dopo gli Stooges e con le prime cose soliste si era vista una nuova versione di Iggy Pop, più “colto” se vogliamo e meno “tossico”, ma la sua credibilità non ne era per niente deturpata almeno agli occhi dei suoi fan (Bangs la pensava diversamente); anzi, quasi ne uscì rafforzata grazie al citato connubio con la pellicola di Danny Boyle.

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Circa mezzo secolo dopo l’esordio, Iggy non molla e torna con un disco di nudo e crudo garage rock revival che, purtroppo, non ha neanche la potenza interiore per essere definito il suo testamento o il disco della definitiva maturità senile.

Ogni buon luogo comune del critico musicale che parla del vecchio talento è qui triturato sotto l’ennesimo lavoro mediocre di Iggy Pop, rendendo anche a me il compito di parlarne assai arduo. Non si tratta di una bocciatura senza termini; non mancano brani che si ascoltano con piacere ma l’assenza totale d’idee, l’esecuzione vocale improponibile più le liriche forzatamente imbarazzanti finiscono per mettere in secondo piano anche il mito e la produzione tutto sommato apprezzabile pur se fin troppo radiofonica.

Iggy si diverte a fare il Mick Jagger (All The Way Down) e non solo e alla fine finisce per divertirsi pure troppo ma solo lui, calpestando quell’aria da antieroe maledetto alla Mark Renton, da perdente con i muscoli, da sadomaso disperato maniaco sessuale che ne aveva amplificato il mito.

Alla fine, oltre a qualche canzone che si ascolta volentieri ma sparirà presto dalla memoria, l’unica vera risposta che ci resta tra le mani ce l’ha data proprio Bangs: “È una cosa terribile da dire, ma quasi quasi vorrei che Iggy fosse morto di overdose subito dopo Raw Power”.
Noi ci teniamo anche The Idiot e Lust for Life; per il resto, lunga vita al più grande idiota della storia del rock.

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Last modified: 25 Gennaio 2023

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