Il nuovo lavoro di Hypercollider è tecnica e talento al servizio del cuore

Written by Recensioni

We shall never meet again—how wonderful! Goodbye decolla tra gelida atmosfera nordica, emozioni cinematiche e nostalgia alla Radiohead.
[06.03.2026 | Aether Forge Records | post-rock, folktronica, math rock, ambient]

Questo è il classico disco che vorresti ti suonasse in testa mentre torni a casa al tramonto e guardi fuori dal finestrino la pioggia dipingere la nostalgia verso luoghi che non hai mai visto.

Progetto solista nato a Firenze, Hypercollider prende una serie di mondi confinanti come post-rock, math, folk, elettronica e ambient e li mette insieme con impareggiabile naturalezza. Ed è proprio questa naturalezza a permettere a stili tanto complessi nella struttura di non rinunciare al loro lato emotivo, rivelando la tecnica come mezzo per colpire al cuore prima che alla testa.

Un continuo muoversi tra luce e ombra.

Le ritmiche spezzate, il folk che ricorda l’intensità dei Tunng, le variazioni impercettibili ma presenti, le ripetizioni cangianti a ogni passaggio sono il linguaggio con cui raccontare qualcosa di profondamente umano, prima ancora che il modo per dire a noi stronzi: “guarda quanto sono bravo”.

L’apertura con We shall never meet, con le sue ritmiche avvolgenti che nascono da un semplice battimani, il pianoforte delicato che entra lentamente e quel sax che dona una malinconia luminosa da fine estate, racconta tanto di ciò che ci aspetta; un continuo muoversi tra luce e ombra che diventa uno dei motivi più interessanti del disco.

Batterie profonde, texture elettroniche, tensioni che crescono lentamente fino a trovare una liberazione: tutto questo crea un equilibrio tra precisione e fragilità, con una sensibilità che a tratti ricorda Owen Pallett proprio per la capacità di trasformare piccoli dettagli melodici in architetture emotive.

Allo stesso tempo, dentro il disco vive la meraviglia nordica, delicata e sospesa dei Múm, in un rapporto tra strumenti acustici ed elettronica che suona come l’incontro di anime diverse: math rock e post-rock, sperimentazione e quel modo di suonare rock senza esserlo, vicino ai Radiohead di The King of Limbs, con ritmi elettronici e una costruzione quasi ipnotica.

Un addio freddo.

Poi arriva una conclusione sorprendente, totalmente inattesa. Dopo un album prevalentemente strumentale, la voce chiude il cerchio dell’umanizzazione: una presenza che rompe il silenzio nel momento giusto, facendo quello che la musica stava solo cercando di farci capire e cioè ribadire la presenza di uno spirito umano dietro un suono solo apparentemente asettico.

Se questo fluire coerente verso un punto preciso può essere considerato la forza del disco, allo stesso tempo, forse anche per la ridotta durata, può suonare come il suo punto debole; l’assenza di vere variazioni sul tema e una sorpresa che non è mai davvero tale possono far storcere il naso. Ma saremmo davvero disposti a rinunciare alla delicatezza, in cambio di questo?

Questo disco è un mondo, fatto di linee dritte che si incontrano e anime che vi si districano all’interno. È l’addio freddo al conosciuto di un uomo che dentro soffre e brama l’ignoto.

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Last modified: 30 Luglio 2026