Fononazional – Una Sera

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Facciamo una cosa. Giuratemi di non prendere le mie seguenti parole, che vi ruberanno al massimo cinque minuti della vostra preziosa vita, come una classica recensione da Webzine. Cercate di fare finta che quello che segue non sia altro che una tranquilla chiacchierata con un vecchio conoscente, nato ascoltando i Ramones e i Nofx, cresciuto a Grunge, Blues, pane e Post-Punk e che ora si ritrova sommerso da universi paralleli di psichedelia, avanguardie, sperimentazioni e quant’altro ci si possa aspettare di “rock” dal Rock. Uno come voi perennemente disperso in un oceano di musica alternative, industrial, electro, disco, dream, post, pop, fuck, dub, hip, Burp! E che ogni tanto ascolta cose che non gli piacciono. Fate finta di chiacchierare al tavolino di un bar mediocre del centro della vostra cittadina mediocre di un’Italia mediocre come mai. In sottofondo “Una Sera”, il nuovo, secondo album dei lombardi Fononazional. Mettiamoci comodi. Ordiniamo da bere. Prendo una bicicletta. Happy hour. Davanti a voi ci sono io e c’è il vostro specchio. Io sono voi che ascoltate i Fononazional per la prima volta e leggete Rockambula e voi che uscite fradici da concerti da cinque euro e comprate i vinili di Tim Buckley ai mercatini. Se ho capito chi sei (e chi sono), questo disco non ti piacerà (non mi piace). Facciamo chiarezza. Tutti i membri della band hanno ottimi curricula e ottime qualità. Paola Atzeni (voce e flauto traverso) tiene seminari d’interpretazione applicata al canto, ha studiato flauto al Conservatorio (per la cronaca lo Statale Pier Luigi da Palestrina), ha fatto da corista di Eros Ramazzotti, Lucio Dalla, Alex Britti, Edoardo Bennato. Marco Bianchi (piano) è anche un compositore e arrangiatore, insegna piano moderno, ha all’attivo diversi album e compilation, ha collaborato con Mario Biondi, Luca Jurman, Irene Grandi, Tullio De Piscopo, Carlo Fava, Laura Pausini, Thomas Moeckle, Maxx Furian. Marco Mangelli (basso) ha studiato lo strumento con Ares Tavolazzi e quindi con John Patitucci, Victor Bailey e Percy Jones. Ha inoltre collaborato con Cristiano De Andrè, Andrea Bocelli, Biagio Antonacci, Gianni Morandi, Umberto Tozzi, Enrico Ruggeri, Syria, Alex Baroni, Mia Martini. Eugenio Mori (batteria) impara con Tullio De Piscopo e Franco Rossi. Continua gli studi, iniziati alla Civica Scuola di Musica di Milano, diplomandosi alla Grove School of Music di Los Angeles. Quindi perfeziona lo stile con Dick Grove prima di collaborare con Tony Scott Quintet e Long Horns Blues Band, lavorare alla Scala e fare il turnista per Biagio Antonacci, 883, Gianna Nannini e Franco Battiato. Come mai questo lungo, spaventoso elenco? Semplice. Voglio che sia chiaro che il mio giudizio sarà come non mai prettamente legato alla capacità della musica di emozionarmi e, semplicemente, piacermi. La bravura, la tecnica, le capacità pure non sono in discussione. La seconda opera dei Fononazional si distingue dalla precedente per prima cosa per l’assenza al piano di Enzo Messina. Tale assenza ha spostato la musica verso i lidi Jazz di cui parliamo oggi vista l’assenza del rhodes e dell’organo Hammond. Inoltre i brani non sono esclusivamente cover, come in precedenza. Anzi la parte più importante è rappresentata proprio dai brani originali. Inoltre la zeta sostituisce la t. Il digipack e il booklet che custodiscono questi dodici brani si presentano di un bianco puro con una foto un po’ inquietante della band in primo piano. All’interno troverete oltre al disco anche un Dvd, effettivamente di buona qualità, contenente brani live registrati alla Salumeria della Musica di Milano. Già dal primo brano, “Vivo”, è chiaro che il Jazz proposto dai quattro niente ha a che vedere con le improvvisazioni folli, acide, cool e avantgarde che ci piacciono tanto nel genere (pensiamo ai mostri Miles Davis, John Coltrane, Charles Mingus). Abbiamo davanti alle nostre orecchie una commistione di Pop Cantautorale, Black Music, Fusion, Jazz, Bossanova. La musica che ne esce si presenta comunque particolarmente elegante ed equilibrata (aspettate però a considerarlo un pregio). Tal equilibrio rassicurante è portato, però all’eccesso e in fusione con la voce e le parole di Paola Atzeni l’insieme si presenta piatto. Equilibrato come il grigio è in equilibrio tra bianco e nero. Inoltre proprio la voce è uno degli elementi che hanno generato maggiori problemi nel giudizio. Ottima e gradevole ma, ricalcando in maniera esplicita Mina e soprattutto Ornella Vanoni, non sembra riuscire a creare un marchio di fabbrica. Il timbro ricorda troppo per essere ricordato e inoltre l’Atzeni raramente azzarda e mette in mostra le sue capacità preferendo mantenersi su binari puliti. Tornando alla musica il problema è molto simile. Il Jazz si tiene sotto braccio alla voce e viceversa. Non azzarda mai e non si allontana mai da quell’atmosfera cristallina e confortante che è lo scheletro dell’opera. Nessun rischio. Nessun eccesso. Ai brani originali, vanno aggiunte alcune cover, nello stile tipico della band, di cui abbastanza ardito (sempre nel limite) il riarrangiamento de “La Collina dei Ciliegi” di Battisti-Mogol mentre sembrava evitabile “Nel Blu Dipinto di Blu” di Modugno.  Il risultato d’insieme, compresi i testi anch’essi particolarmente grigi ed esclusivamente funzionali alla musica, è un sound morbido, tranquillizzante, in parte mieloso. Per capirci, il genere di musica che puoi ascoltare in un bar durante l’aperitivo. Quella musica che non ti disturba o stuzzica mentre chiacchieri e sorseggi il Campari. Che non ti accorgi neanche che c’è. Abbastanza banale da ritrovartela a Sanremo. Ascoltandola in macchina con vostra madre risulterebbe sufficientemente scialba da impedirle, per la prima volta, di dire le famose orrende parole: “Che è ‘sto casino. Spegni che mi fa male la testa”. Ripeto che il mio giudizio non è da esperto ascoltatore Jazz. Quel tipo di critica la lascio alle webzine di settore. Come voi, la musica che amo, è quella che di solito trovi su Rockambula e se non la trovi, è perché è abbastanza fuori da non trovarla neanche in un normale negozio di dischi. Prima di ascoltare “Una Sera” stavo ascoltando Å – Å. E non scambio la figurina di Iggy Pop con quella di Mina. Capite la difficoltà di giudicare questo gruppo. So anche che nell’Italia delle fissazioni (lo Spritz, Le Converse, il Vino bianco, ecc…) parlare male oggi di un gruppo Jazz è cosa ardita. Il semplice nominarlo sembra creare un muro che ci impedisce di dire “non mi piace”. Come una critica al caffè, alla pizza, alla pasta. A me non piace questo “Una Sera”. Devo chiedervi umilmente scusa?

Last modified: 3 Marzo 2012

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