Fiona Apple – Fetch the Bolt Cutters

Written by Recensioni

Nella sua pura bellezza, proviamo a capire anche chi non riesce ad amarlo.
[ 17.04.2020 | Epic | songwriting, art pop ]

Fiona Apple nasce a Manhattan nel 1977, anche se può definirsi artista di Los Angeles; entra a gamba tesa nel mondo della musica già a metà anni ’90, quando pubblicherà tra 1996 e 1999 due gioielli come Tidal e When the Pawn. L’album di esordio la porterà a raggiungere i tre milioni di copie vendute e un Grammy, mentre il successivo – il cui titolo completo è talmente lungo che vi consiglio di cercarlo da voi – non farà che ripetere il successo del precedente.

La storia di Fiona non è quella di un’artista che cresce nell’ombra e di cui si accorgeranno in ritardo; non c’è niente di così romantico. È la storia di un talento talmente cristallino che non poteva restare nascosto. Dopo altri due ottimi dischi che la consacreranno come una delle migliori cantautrici art pop da fine Novanta a oggi, eccola arrivare a questo Fetch the Bolt Cutters, anch’esso come lei predestinato a entrare nella storia della musica moderna.
Nonostante il suo estro riconosciuto, mai un disco di Fiona aveva convinto così tanto, così tanti, così presto e quello che cerchiamo di capire è: “perché?”.

Innanzitutto, guardiamo alla scelta stilistica che ricalca a grandi linee quanto fatto in precedenza: art pop in salsa cantautorale, una voce cruda e affascinante, piano, progressive pop e – prima vera differenza – un ritmo quasi cabarettistico, a discapito delle atmosfere più distese dei dischi antecedenti. Partiamo da qui: la scelta di abbandonare in parte il pop barocco per scegliere strade più ardentemente farsesche crea un suono nella sua interezza più complesso, in grado di farsi alternativamente e contemporaneamente impetuoso e interiore, beffardo e sfarzoso senza scadere mai nell’eccessivo anche negli arrangiamenti.

Non siamo quindi davanti alla solita Fiona, eppure lei è sempre la stessa, che qui ci mostra un lato di sé che non avevamo ancora conosciuto in profondità; sembra esplodere per poi rasserenarsi, segue eccelse linee melodiche ma poi quasi si mette a recitare, sembra voler urlarci la sua rabbia per poi accarezzarci e farci sentire al sicuro. Un atteggiamento quasi maniacale che troveremo in tutti i tredici brani, in particolare in quelli meno cantautorali che, al contrario, manterranno un’aura criptica anche a livello lirico.

Altra grande caratteristica che ha fatto e farà la fortuna di questo disco è l’apparente semplicità dei brani; non ci sono arrangiamenti pomposi e la consapevolezza che Fetch the Bolt Cutters si costruisca su grandi canzoni ha fatto sì che queste non richiedessero eccessivi orpelli per mascherare un’eventuale mediocrità qui assente.

Una certa poliedricità, anche e soprattutto a livello vocale, dove mostra una versatilità fuori da ogni logica e anche una notevole ironia (come in chiusura di opening track), influenze che sono sviluppate su strade peculiari, ottime canzoni anche sotto l’aspetto melodico, una voce fuori dal comune, una semplicità apparente che rende l’ascolto semplice ma che, col tempo, mostra accortezze recondite affascinanti, un’altalena emotiva che trascina l’ascoltatore e brani attualissimi anche nella forma con incursioni nel mondo alternative rap, folk e tanto altro. Tutto questo fa di questo LP qualcosa di diverso da quanto fatto prima da Fiona, come da chiunque altro, qualcosa senza tempo eppure attuale, ed è da qui che possiamo partire per comprendere il successo di questo disco. La sua originalità che va di pari passo con il puro fascino estetico senza la necessità di esagerare e sbalordire ad ogni costo.

Le mie considerazioni personali potrebbero chiudersi qui, ma ho letto così tante cose positive sul disco (anche da parte di insospettabili) che voglio fare lo sforzo di scovare a tutti i costi dei punti deboli. Andiamo avanti, allora.

C’è da dire che è un disco fantastico nella sua interezza, ma che rischia di diventare un caposaldo per gli addetti ai lavori ed essere invece dimenticato nel giro di qualche anno dagli ascoltatori meno attenti. Non sarebbe un bene, per un disco chiaramente pop. L’assenza di brani che spicchino sugli altri, di canzoni con ganci, ritornelli, melodie furbe e facili da ricordare non aiuterà in questo, ma è un difetto che vale solo per le masse che ascoltano per puro e semplice intrattenimento. Del resto, un certo Trout Mask Replica è considerato un disco tra i più grandi capolavori della storia della musica, eppure provate a chiedere a chi avete intorno se sa di cosa parlo. Ne parleremo ancora, quindi? Resterà una citazione per i critici e un’ispirazione da indicare nelle interviste per gli artisti? O sarà parte della cultura musicale moderna come un Kid A negli anni Zero?

Altro grande fattore da prendere in considerazione è che, fino ad oggi e in questo 2020, Fiona non ha rivali; nessun altro artista che possa definirsi pop ha tirato fuori un disco cantautorale da prendere come paragone. The Mountain Goats, Matt Elliott o Waxahatchee hanno fatto cose straordinarie anche loro, ma mantenendosi su un piano che non può certo dirsi pop. Il primo ha scelto una strada minimale e lo-fi lontanissima dal mainstream, l’ultima è fin troppo folk americana per essere presa in considerazione ed Elliott ha un suono troppo oscuro. Il resto è poca roba e, nella percezione comune, qualcosa di ottimo ci sembrerà ancor più incredibile se messo in un calderone di roba mediocre.

Unico paragone possibile diventa quello col passato, ma qui la situazione si fa complicata: la risposta saprà darcela solo il tempo, e solo col tempo capiremo se Fiona Apple sarà in grado di reggere un confronto (spesso tirato in ballo, e non voglio mettermi a giudicare in questa sede il senso di questa cosa) con una Joni Mitchell – e Fetch the Bolt Cutters quello con un album come Blue. Del resto però, è questo che fa la differenza tra ottimo e pietra miliare: il tempo.

Ultimo appunto possibile, la semplicità dei brani (che fatico davvero a considerare un difetto, ma che potrebbe essere tirato in ballo): a mio avviso resta una delle qualità del disco, che sfrutta l’eleganza dei dettagli per farsi bello; molti storceranno il naso considerandolo noioso e ripetitivo proprio per la sua semplicità ma questo è superabile sforzandosi in un ascolto meno superficiale, cosa cui non tutti sono troppo abituati.

Detto questo, possiamo arrivare ad almeno una conclusione: il tanto hype intorno a Fiona è giustificato ma inevitabile perché risultato di un percorso artistico che non prevede alternative. Il valore effettivo del disco è comunque al di sopra della norma per tutto quanto detto. Forse da qui a parlarne come uno dei più grandi dischi mai prodotti su questa terra c’è tanto spazio; dovremmo andarci cauti, prenderci il tempo di cui abbiamo bisogno noi e di cui ha bisogno il disco e poi tornare a parlarne. Non è un album che stimola e suggerisce giudizi positivi o negativi estremi affrettati; smettiamola per un po’, anche se la voglia di parlarne in toni esagerati è tanta visto che lo fanno tutti, forse anche chi non lo ha ascoltato, e non vogliamo sentirci tagliati fuori.

Se vi appassiona o non vi convince, vi ha entusiasmato o deluso, date a Fetch the Bolt Cutters quello di cui ha bisogno. Tempo. La storia può aspettare.

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Last modified: 26 Aprile 2020

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