Endless Melancholy – A Perception of Everything

Written by Recensioni

Istruzioni per affrontare la tempesta armati di cuffie e imperturbabilità.
[ 16.03.2020 | Sound In Silence Records | ambient, field recording ]

Date le circostanze, ultimamente sul gruppo Whatsapp delle amiche capita che tra pezzegolezzi, ricette e crisi isteriche mi vengano richiesti consigli per gli ascolti, per lo più robe che risollevino il morale e mettano in corpo l’energia giusta per dedicarsi ad attività fino a poco fa inconcepibili, tipo lavare i vetri delle finestre. Alcuni degli album che ho ripescato per loro dai cassetti del synth pop e dell’italo-disco ho provato a riascoltarli anch’io, ma su di me non ha funzionato: le mie persiane fanno schifo come a febbraio.
È che faccio parte di quella categoria di persone che si serve della musica per assecondare i propri stati d’animo. Al contrario di chi la usa come correttivo di un umore indesiderato, per quelli come me il cruccio è diametralmente opposto, ossia trovargli il luogo giusto in cui possa decantare.

È da giorni che cerco di farmi il bozzolo. Ho tanti dischi che in tempi di pace ho messo in lista d’attesa ripromettendomi di ascoltarli non appena una sosta nel ritmo quotidiano mi avrebbe concesso di dedicare loro la giusta attenzione. Ora il ritmo è blando, e le maglie troppo larghe delle pause si colmano inevitabilmente di pensieri. Provo a mettere sul piatto qualcosa che li copra per bene ma continuo a sentirmi in settimana bianca col bikini. Allora provo con la parola scritta. Pesco un libro dallo scaffale e tento un tuffo ristoratore, ma bastano poche pagine e mi accorgo di essere rimasta a riva sin dall’inizio.

Preambolo lungo ma necessario, a me per contestualizzare l’incontro che vorrei raccontarvi – quello con la musica di Endless Melancholy – e a voi per tenervi altri 5 minuti lontani dai programmi di cucina. Scrollando pigramente le e-mail nel torpore mattutino di una domenica che non ti stai godendo perché assomiglia troppo ai giorni che l’hanno preceduta, un moniker del genere è stato un richiamo irresistibile. E che dire del titolo? Se esistesse una classifica mondiale dei desideri, attualmente la consapevolezza sarebbe in cima al podio e le Ferrari molto più in basso. The Perception of Everything? Oh, sì. Invece dei soliti 20 centimetri di gambe in più ora al genio della lampada chiederei di mostrarmi qual è il quadro d’insieme che governa ‘sto marasma. Allora forse sì che riuscirei a concedermi del sano tedio domenicale.

Ucraino di Kiev, Oleksiy Sakevych è al suo settimo full length come Endless Melancholy. “Self-descriptive music”, così la definisce lui stesso, e tutto sommato non sta scritto da nessuna parte che gli autoritratti sono prerogativa delle arti figurative. Quello in cui si muove in questo suo autodescriversi è l’universo musicale dei pionieri dell’ambient music, una distesa di possibilità espressive dagli esiti così emozionali che a mettere nome e cognome ai riferimenti cadrei nell’onanismo più inutile e soporifero – e mi pare di aver fin qui già peccato sufficientemente di egocentrismo.

È che il soundscape di Damaged – la prima di nove tracce totalmente strumentali, fatta di fruscii e di synth tremolanti – ha avuto l’effetto di una tregua dopo molti giorni in trincea. Un pianoforte adulterato ne lega il finale alla successiva Letting The Old Dreams Die, costruendo una catarsi di distorsioni sfumate dove viene fuori l’animo più post-rock delle composizioni di Sakevych. Tanti piccoli ingredienti che si aggiungono man mano, alcuni appena percettibili ma tutti ugualmente imprescindibili nello strutturarsi intorno a linee melodiche ipnotiche e asciutte. Immersion è una discesa solenne, scandita da tintinnii che a un tratto annegano nei bassi, che si apre poi in un pulsare di ottoni e crepitii nella successiva Across The Barren Land. Un vociare soffocato sul fondale di Caught In A Memory conduce alla brezza oceanica di Cabo Da Roca, da cui nascono i due minuti di sintetizzatori incalzanti dal sapore retrò di cui è fatta The Edge.

L’evocatività inizia sin dai titoli e si concretizza nel field recording sapiente e dosato, in collage di registrazioni catturate in giro per il mondo che conferiscono all’ascolto una pacificante connotazione cinematica. Chiudono il lotto i due brani più suggestivi: perfettamente dipinta in Arrivals and Departures la malinconia degli aeroporti, le ascese di As The World Quietly Ends sanciscono definitivamente la ritrovata armonia.

Nel bel mezzo della tempesta non ti salverai battendo in ritirata verso il pop in uptempo e i testi scemi. Scegliti la nave migliore e attraversala, ne uscirai intero e forse pure più zen.

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Last modified: 29 Marzo 2020

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