Deeper – Auto-Pain

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Una macabra danza sulle macerie della nostra sofferenza.
[ 27.03.2020 | Fire Talks Records | post-punk ]

Shiraz Bhatti, Nic Gohl e Drew McBride arrivano da Chicago, Stati Uniti e la cosa sarà evidente nell’ascoltare il loro modo di interpretare il concetto di post-punk in un disco che vedrà parte del ricavato donato a un istituto che si occupa di sanità mentale. Un LP che affronta il tema della sofferenza e lo fa con un post-punk dritto e sintetico, palesando la passione dei Deeper per la musica art punk degli anni Settanta, per la new wave e per quel punk ballabile tipico degli anni Ottanta.

L’Auto-Pain di cui ci parlano i tre americani è un dolore subdolo, non abbastanza rumoroso da svegliare chi abbiamo intorno eppure in grado di divorarci l’anima lentamente ogni giorno, nella nostra quotidianità, fino a farci sprofondare in un malessere incontrastabile. Tuttavia, nonostante il sound di base e il tema affrontato non siano dei più solari, non c’è un prolisso e massiccio insistere sull’istigazione alla demoralizzazione; al contrario, nel limite della scelta stilistica ovviamente, sembra quasi che parlare in questo modo di certe cose voglia significare esorcizzare il tema e infondere una speranza a chi ascolta.

Sotto l’aspetto musicale ed estetico, eccelso il lavoro alle sezioni ritmiche soprattutto da parte di Drew McBride al basso con i suoi giri in perfetto stile Dave Allen, storico membro dei Gang of Four, band che più ricorda i nostri Deeper. Come degna di nota è la timbrica a tratti profonda e squillante all’occorrenza di Nic Gohl: dona tocco darkwave al disco facendoci saltare alla mente un ovvio paragone con il più famoso Smith e si muove egregiamente anche con le sei corde capaci di creare situazioni soniche psicotiche in combutta con i synth.

Auto-pain è un ottimo disco post-punk, preciso nell’esecuzione, che rende omaggio ai maestri fonti d’ispirazione, affronta l’oscurità ma con la fiducia negli occhi, sceglie una strada battuta ma lo fa con un’attitudine moderna, semplice e diretta. Forse in maniera anche fin troppo elementare tanto che il suono alla lunga finisce per stancare proprio per la sua essenzialità arida.

Inoltre, è composto di tante buone canzoni, con discrete scelte melodiche ma nulla che suoni davvero fuori dal comune: la chitarra pare fare troppo lavoro sporco invece che andare al sodo e alla fine vi resterà in testa solo un suono confuso, qualche stridio di troppo e nessuna canzone in particolare. Gli hooks non saranno tra le principali caratteristiche del post-punk più danzereccio, ma stavolta hanno esagerato.

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Last modified: 1 Luglio 2020