Il nuovo album della band della Georgia combina alla perfezione ritmi rallentati e distorsioni incalzanti.
[24.07.2026 | The Ghost Is Clear Records | slowcore, indie rock, post-rock]
Il sole rovente è esattamente allo zenit. Il caldo opprime ogni pensiero. Di tanto in tanto qualche timida folata di vento fa capolino permettendoti di tornare presente a te stesso anche solo per un attimo, un momento fuggente ma vibrante prima di tornare ad alienarti sotto i dardi scagliati dal sole implacabile.
È proprio allora che dei feedback tanto dimessi quanto incisivi si librano nell’aria e ti trascinano verso il tuo nadir, all’esatto opposto rispetto a dove la tua mente era rivolta fino a pochi attimi prima. Per chi ha un rapporto viscerale e a tratti intimo con tutto ciò che sembra avere appiccicato addosso il bollino slowcore (e chi scrive appartiene a tale schiera, ça va sans dire), i primi secondi di In the Shade arrivano come il richiamo irresistibile delle sirene narrate da Omero, portando con sé la consapevolezza che stai per imboccare un androne musicale che ti porterà dritto a casa.

Frammenti di un mondo lontano.
Cowards, il nuovo e terzo album dei Thousandaire, raccoglie brani che erano già stati pensati tra il 2016 e il 2018 e proprio per questo rappresenta una sorta di cerchio che si chiude, oltre che un perfetto compendio dei paesaggi sonori tratteggiati dal trio di Atlanta.
La stanza scarna e disfatta raffigurata in copertina sembra la trasposizione visiva perfetta del suono costantemente elefantiaco e distorto che permea l’album lungo tutta la sua durata. Ascoltando Coward ad occhi chiusi sembra di andare indietro fino al 1998, piombando nella cameretta di un ragazzino emozionato e smanioso che conta i minuti in attesa di vedere in concerto i Karate di lì a qualche ora. La polaroid incredibilmente vivida di un mondo ormai perduto, un frammento che scivola tra le mani adagiandosi sul tappeto di una coda sonora metafisica e torrenziale che sembra venire fuori da una registrazione di archivio dei Bardo Pond.
Tra i territori lo-fi e un po’ à la Sebadoh battuti da Treehouse e le emozionali aperture melodiche (in cui riecheggiano i Seam) di Friendly Fire, l’album è un viaggio imperdibile all’insegna della musica 90s tipicamente da sfigati che oggi appare così decontestualizzata da riuscire a rivestire ancor più urgenza e rilevanza.
La chiusura del cerchio.
A proposito di cerchi che si chiudono, la chiusura affidata alla magistrale cover di Tom dei Codeine è il colpo al cuore finale per chi ogni tanto ama farsi trascinare alla deriva provando a liberare la mente da qualunque tipo di pensiero. Perché ogni tanto va bene anche rallentare, del resto andiamo tuttə verso la stessa direzione e non c’è alcuna via di uscita.
I’ll throw sand in your eye, you need a reason to cry
I’ll throw sand in your eye, I need a reason to smile
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Last modified: 2 Agosto 2026




