Corrado Nuccini e Xabier Iriondo, “La Passione di Giovanna D’Arco” @ Villa Medici, Roma | 03.10.2019

Written by #, Live Report

Un capolavoro del cinema muto sonorizzato dal vivo: le impressioni dalla prima data del tour.

Arrivo in ritardo, complice un transito per Villa Borghese a mo’ di Jurassic Park ma senza velociraptor. L’orologio segna le 19.14. Saranno rimasti dei posti? Sarà tutto pieno? Ansie da evento gratis. Cazzo, sto tutto sudato! All’ingresso, due militari e un tipo col metal detector – sì, un metal detector, che se fossimo stati stati ad un concerto dei Rammstein sarebbe successa un’altra Columbine. E invece siamo a Villa Medici, dove uno steward su ogni piano ti indica gentilmente la via, “terzo piano, prego”.

Entro. Il concerto – o film, o blob – è già cominciato ed è tutto buio, e io sto sudato ma me ne frego, tanto è buio. Xabier Iriondo a sinistra, concentrato sul pezzo di legno con 12 corde amplificato – di sua invenzione, dicono – che fa stridere volutamente con le unghie come fossero artigli (aridaje coi velociraptor) ed un po’ con simil-plettri che sembrano usciti da un ovetto Kinder. A destra c’è Corrado Nuccini, che si alterna tra la chitarra e il synth, guarda e si immedesima nel film, quasi balla (un’eresia nell’eresia, la pellicola è su Giovanna d’Arco! Ma lui è emiliano). Si incrociano poco, come due pugili suonati e stanchi, volutamente stanchi (la pellicola lo impone). Si alternano e si dividono spazi, tempi e scene, accarezzandosi ogni tanto.

Ciò che stupisce è la contrapposizione tra i suoni e i fotogrammi di un film che, seppur muto, sprigiona notevole intensità, soprattutto grazie alla mimica della protagonista Renée Falconetti. I suoni acidi, metallici e stridenti di Iriondo fanno da fondale sonoro alle scene di dialoghi (ma non era un film muto?) mentre le atmosfere lunghe, tenui e accomodanti di Nuccini accompagnano tutte le scene maggiormente ansiogene, dalla provocazione esasperata di una femminilità imposta dal pensiero di una chiesa inquisitrice che la protagonista rifiuta costantemente, alle feroci e intimidatorie minacce di tortura: una scelta azzeccata, quella di creare contrapposizioni – grazie alla quale peraltro i due riescono a smorzare i toni di una potenziale seconda rivolta popolare al grido di “la Corazzata Potemkin è una cagata pazzesca”.

Degno di nota il finale, in cui Renée Falconetti / Giovanna d’Arco (ho scoperto che nei film muti la persona si confonde meglio col personaggio, si mescola, non si shakera, direbbero sui Navigli) viene costretta a radersi i capelli e diventare un fenomeno da baraccone in mezzo ad una mandria di circensi ed acrobati, e alla scena si accompagna un sottofondo quasi “perculante” (ma stavolta Nuccini non balla più). Quando poi si alza il rogo, per la prima volta dopo 100 minuti la musica fa spazio a un altro tipo di suono, quello dell’ardere del fuoco.

Si accendono le luci, mi giro alla mia destra destra convinto di trovare al mio fianco Enrico Ghezzi, e invece c’è un ragazzo tatuato sul collo che guarda storie su Instagram.

Esco, ci sono quattordici gradi e fa un freddo boia. Sono entrato che era estate e ce n’erano più di venti. Spero non abbiano cambiato il clima, almeno loro.

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Last modified: 10 Ottobre 2019