Claudio Cataldi – Homing Season

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Un cantautore siculo e suona freddo. Sicuramente caratteristica che, per quanto  possa essere considerata negativa, dona all’aspetto prettamente meridionale di Claudio Catoldi un tocco esotico. La sua musica è contaminata dal ghiaccio e da quella malinconia che si trova solo scavando a fondo. Perforando la pelle, pescando la naturalezza e (perché no?) anche la semplice bellezza dei sentimenti cupi. Quello che ne esce è sicuramente un suono triste, tagliente ma anche vero, sincero e che riesce a sfiorare appena la nevrosi senza mai chiamarla direttamente in causa. Facile appoggiarsi a suoni isterici per affrontare il proprio disagio. La “gestione del dolore” nella musica di Claudio è ragionata, studiata nei minimi dettagli e mai scaraventata istintivamente. E forse in questo modo riesce addirittura a fare più male, ma anche ad essere più espressiva e profonda. L’inizio di “Song of Hate” si presenta con una batteria soffusa ma che si insedia nelle nostre vene con la sua marcia dritta e costante. Poi delay sulle voci e l’arpeggio di chitarra conducono alla fantastica apertura governata dai violini. Semplicemente gran bella musica e gran belle atmosfere in una prima canzone che sembra accompagnarci tra montagne innevate. Altro che la caldazza di Palermo.

Il sound molto americano si ripete anche in “September Air” dove l’aria si scalda un pochino ma la brezza persiste. Ci taglia la pelle e prova ad addentrarsi nelle nostre aree più oscure. Dopo un po’ di resistenza cediamo sull’assolo di chitarra che scruta ogni singolo anfratto di noi. E il titolo della successiva “Let’s Go to the Secret Place” si sposa benissimo con il sentimento provato nella precedente canzone. Qui le ritmiche accelerano e una melodia Pop ci rilassa, ma è solo apparenza. “Self Esteem” è infatti storta e contorta, anch’essa prodotta con sopraffina attenzione non solo sonora ma addirittura emotiva. “Take Care” è invece una ballata lenta e struggente che fosse cantata in italiano ricorderebbe i Perturbazione più oscuri. Gli accenni di Post Rock non si sprecano e “A Magic for You” ne è la dimostrazione lampante, ma sono le variazioni Folk che colpiscono di più come nell’incalzante “Unconfined”: le barriere vengono abbattute e veniamo mollati in bilico tra un dolce sonno e un terribile incubo.

Ogni singolo nota di ogni singolo strumento sembra posizionata nel giusto istante. Non un suono di chitarra uguale tra due pezzi e una varietà di atmosfere che si mischiano nella nostra testa. Il freddo è il comune denominatore. In questo disco dunque troviamo il tremolio costante delle nostre paure più vive, il gelo che percorre la spina dorsale quando al cervello arriva un lampo di ricordi dispersi e il ghiaccio che si scioglie per l’odio. Ma  che comunque lascia le sue tracce. Perché il ghiaccio con l’odio non si scioglie mai del tutto. Il freddo ci avvinghia e si impossessa di noi. Sicuramente in questo disco non si tratta di una questione di terra o di pelle, ma di quello che c’è dentro. E Claudio, se non l’avete ancora capito, dentro ci arriva benissimo.

Last modified: 28 Gennaio 2014

One Response

  1. Fabrizio ha detto:

    Una bella recensione per un bell’album. Lo consiglio a tutti.

    Fab

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