C’è Ancora Amore, ce n’è molto ancora in serbo per i Fine Before You Came

Written by Recensioni

In occasione dell’uscita del nuovo album siamo andati ad ascoltarlo dal vivo per provare a raccontarvelo al meglio.
[26.09.2025 | La Tempesta | post-rock, emo, slowcore]

«Ci siamo presi del tempo / davanti al latte versato / e ad osservare bene poi / abbiamo riso
per quanto giusto fosse qualcosa di sbagliato / e come stiamo, amici miei? Come?»

L’arrivo di un nuovo disco a firma Fine Before You Came, paladini meneghini dell’emocore attivi ormai da oltre 25 anni, rappresenta sempre un evento che scuote con delicatezza la scena emo italiana e risveglia dal torpore i tanti appassionati sparsi nella penisola. Lo stesso è stato per quest’ultimo C’è Ancora Amore, uscito fisicamente per La Tempesta Dischi a fine settembre e pubblicato gratuitamente online, senza annunci roboanti o clamori social, quasi con pudore, come da consuetudine della band.

Evento nell’evento, i FBYC hanno organizzato un mini-tour di tre date di presentazione del disco, che va a concludersi nella “loro” Milano, città in cui godono di uno status quasi leggendario e che li ha visti innumerevoli volte protagonisti di esibizioni a dir poco memorabili. Anche stavolta il fedelissimo pubblico milanese risponde presente, decretando un sold out settimane prima la data dell’evento, e accalcandosi fuori dallo Spazio Teatro 89 (location “di casa” per i nostri) fin dall’apertura porte nel tardo pomeriggio di un uggioso sabato di inizio novembre.

L’inizio è infatti previsto per le ore 20 (“non ci piacciono più i concerti che iniziano alle 11 e finiscono a notte fonda”, dichiarerà durante il concerto un coscienzioso Jacopo Lietti) e la sala concerti si riempie molto in fretta di un pubblico che più trasversale e intergenerazionale non si può, tra giovani appassionati e più attempati fan della prima ora. Tutti uniti dalla voglia di celebrare una band simbolo della scena.

Fine Before You Came © Bandcamp
Un’attitudine tra il post-rock e il cantautorato.

I nostri salgono sul palco visibilmente emozionati e la platea tributa immediatamente uno scrosciante e sentito applauso. A pagare dazio è il brano di apertura (effettivamente il primo brano in tracklist del nuovo lavoro), Amici Miei. Suoni molto soffusi a contornare la consolidata attitudine post-rock/cantautorale del gruppo, che per questo brano rinuncia alla batteria in luogo di una sezione ritmica affidata ai soli basso e drum machine. Su disco si tratta comunque uno degli episodi migliori dell’intero lavoro sia per la bucolica strumentale in sapore Fleet Foxes che per il testo, in cui un ispiratissimo Lietti traccia con la solita malinconica poesia un bilancio agrodolce sulla vita da adulto. Sul palco il cantante è quello che patisce meno la ruggine dell’esordio e canta (canta!) a piena voce, interpretando il brano con la necessaria enfasi.

Segue, seconda anche nella tracklist dell’album, Il Cane Che Hai. Il brano è una ballad sotto codeina, ben confezionata dal punto di vista degli arrangiamenti ma che si trascina eccessivamente dilatata in un’estenuante slice-of-life senza catarsi. Quindi ecco il primo detour verso l’album precedente Forme Complesse, che il vostro umile redattore non è ancora riuscito a farsi piacere. Anche qui, Gittana mi passa sopra fredda e incolore, ma ha il grosso merito di riscaldare la platea e di coinvolgere in pieno tutti i membri della band, ultimando la fase di warm-up. 

I frutti si raccolgono già dalla successiva Grandezze Nascoste, che mantiene il mood cantautoral-depressivo (caso più unico che raro all’interno del nuovo album) ma che brilla di maggiore originalità compositiva e un piglio più graffiante, quasi a lambire il cantautorato prog metafisico di un Battiato.

Applausi e lacrimoni.

Il live continua a salire di colpi con una micidiale doppietta dal sapore new wave, dove il nostro Jacopo sfoggia il suo registro più ‘iancurtisizzato’. Prima Come Alberi, da Il Numero Sette, fa capire che i chitarroni emo possono ancora riempire col loro riverbero tutto lo spazio del teatro; poi, a tradimento, Buio manda in delirio l’eterogeneo pubblico fronte palco (e immagino anche nelle retrovie). Come in un riflesso pavloviano, ci si accalca tutti sotto il microfono per cantare dita al cielo, qualche timido tentativo di crowd surfing, e nella ressa si perde il microfono. Poco male, perché sembra che i molti anni che ci separano dall’uscita di Sfortuna non siano in realtà mai trascorsi e la canzone si chiude nel tripudio in un urlo corale in unplugged.

Nemmeno il tempo di riprendersi tra applausi e lacrimoni che i FBYC attaccano con Piccola Luce Accesa, probabilmente il brano più peculiare dell’ultimo lavoro. Qui a farla da padrone sono ancora una volta le chitarre della coppia Marco-Mauro, che cominciano sornione e languide per poi tagliare violente – in pieno stile Mineral – la narrazione di un Lietti tanto nostalgico quanto evocativo. L’onda lunga del forte scambio emotivo tra spettatori e band si manifesta in un applauso che pare non riuscire a fermarsi.

Tempo per un ulteriore pezzo di Forme Complesse, il molto partecipato Acquaghiaccia, e si arriva al tenue ed elegiaco acquerello post-rock – un probabile nuovo instant-classicVia Ragazzi del ‘99. I versi del gancio finale sono così efficaci da essere già entrati in testa a tanti dei presenti che la cantano con trasporto insieme al resto della band.

Una vera e propria “famiglia”.

L’atmosfera si fa nuovamente più intimista e raccolta e l’arpeggio di chitarra introduce Piano Impreciso che sfuma nella nuova Vecchi Cantanti. Due brani dal gusto un po’ polveroso del cantautorato più tradizionale. È solo una pausa per tirare il fiato prima della tempesta finale, perché, quando Jacopo annuncia Sasso, cavallo di battaglia da Ormai, la catarsi collettiva sotto il palco si ripresenta con accresciuta intensità. Tutti vogliono partecipare e i crowd surfing si fanno più convinti e frequenti tanto che anche Jacopo si concede una gioiosa nuotata sul suo pubblico, come ai vecchi tempi.

E, mentre si ripensa ai vecchi tempi, non può che arrivare come una freccia al cuore l’attacco a cappella di Sfortuna. Il fomento generale viene replicato dal brano-manifesto della band, che culmina, come da tradizione, con l’outro del brano suonata dal chitarrista sorretto dalle prime file. Lo psichedelico carillon slowcore di Nonsenso Comune (ancora da Il Numero Sette), sovrasta e cristallizza le emozioni in sala e aiuta la decompressione prima del gran finale.

La trionfale chiusura (del concerto così come del disco) è affidata a Calici, che, accompagnata da un delicato videoclip amarcord, chiude il cerchio con il brano iniziale Amici Miei e rappresenta in pieno il mood dell’intero disco. Una sfumata sensazione di serenità per quanto si è riuscito a costruire con la propria famiglia (personale e musicale) mista ad un agrodolce sentimento di ineluttabilità, per tutto quello che non è stato e mai potrà essere.

Questo forte senso di “famiglia” (nel suo significato più lato e ampio, fino a comprendere l’intera fanbase) viene suggellato da un momento tanto emozionante quanto simbolico: il batterista scende dal palco, prende in braccio la figlia e, a mo’ di canotto, la accompagna nel suo primo surfing sul pubblico milanese.

Un disco, un concerto, immenso amore.

Per tirare le fila di questa rece-report, C’è Ancora Amore ha un valore innegabile. Vale l’opportunità di scoprire un tassello inedito nel mosaico dell’ultraventennale discografia della band. Un disco che rappresenta la maturazione non solo artistica e musicale ma anche personale e umana della band e che ci dà modo di sbirciare la vita da una prospettiva più serena, luminosa e realizzata, con la giusta punta di malinconia e poetico abbandono. 

Musicalmente il gruppo ha aggiustato il tiro, dopo l’infelice deviazione verso il folk un po’ troppo monocorde di Forme Complesse, mantenendo quella traiettoria ma arricchendola con gli elementi che hanno fatto la fortuna dei precedenti lavori. Non certo la foga emocore di Sfortuna e Ormai, quanto piuttosto le venature post-rock/slowcore da Come Fare a Non Tornare a Il Numero Sette.

In ultimo, anche questo album, come la maggior parte di quelli targati FBYC, soffre di un grosso difetto. Dopo i primi ascolti è impossibile capire se le sensazioni che ci si sente appiccicati addosso siano state prodotte dalla musica o fossero già sopite nell’animo, in attesa di prendere forma e ricevere la giusta attenzione. La soluzione al dilemma “I was fine before you came” si trova dopo un periodo di ascolti in loop del disco, quando questo si sedimenta nel profondo di noi ascoltatori, rendendo superfluo definire se vi fosse stato davvero un “prima” e un “dopo” l’arrivo dell’album e questo non facesse invece da sempre parte della nostra interiorità.

«Ci ho visto insieme e ho
voluto far parte di noi»

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Last modified: 6 Novembre 2025