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Ektomorf – The Acoustic

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Non c’è che dire, gli Ektomorf ci sanno fare in tutto e per tutto, è un gruppo di un certo livello e lo dimostrano con questa nuova faccia indirizzata sull’acustico. Chiaramente questo loro disco intitolato “The Acoustic” è per l’appunto un lavoro che racchiude tutti i singoli del gruppo in versione acustica anche se troviamo in un modo o nell’altro quel retrò heavy, pezzi che già di loro erano interessanti, ma che riproposti cosi fanno venire ancor di più la voglia di ascoltarli.

Già la prima traccia, “I Know Them”, tratta dal disco “Destroy” pone  una piccola presentazione di questo lavoro acustico, stessa cosa per la successiva “I’m in Hate”. Si arriva però ai vertici con “Folsom Prison Blues”, la migliore del platter per esser sinceri, “Through Your Eyes” e la conclusiva “Who Can I Trust”. Ottima anche la versione di “Simple Man”, leggendaria song dei Lynyrd Skynyrd, proposta dagli Ektomorf i maniera davvero eccellente, se permettete meglio una “Simple Man” degli Ektomorf che una “Sweet Home Alabama” di Kid Rock. Nulla più da dire a riguardo,  “The acoustic” è un buon disco che farà la felicità di tanti, la AFM Records può solo essere contenta del lavoro svolto dagli Ektomorf e della band stessa.

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Farmer Sea – A Safe Place

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Non riesco proprio a capire come si possa non apprezzare questo “A Safe Place” criticandone la scarsa originalità, la ricerca di strade sicure, la riproposizione di qualcosa già sentito. Per prima cosa vorrei sapere cosa avete ascoltato di cosi originale prodotto in Italia negli ultimi dodici mesi. Fatemelo sapere perché forse in tanti ce la siamo persa questa band tanto innovativa. Anzi, facciamo cosi. Rendo la cosa più facile. Usciamo dai confini della penisola (camionisti permettendo). Ditemi anche una band straniera che ci abbia regalato una musica apprezzabile e mai ascoltata prima.

Forse qualche nome potrei farlo anch’io (James Blake?) ma in fondo non saremmo proprio davanti ad una rivoluzione vera. Cerchiamo quindi di non prendere questa storia dell’originalità come un’ossessione. Copiare non va bene; annoiare non va bene. Fare un disco cosi bello va bene, porca troia. Magari ce ne fossero di più di band cosi poco originali e cosi belle dalle nostre parti. Facciamo cosi. Ogni tanto bruciamoci il cervello e lasciamolo da parte (non correte a prendere la bottiglia di vodka che avete nascosto in camera, era solo una metafora. Ogni scusa è buona…). Scrivere una recensione non significa sempre giudicare o dissezionare nota per nota o fare pubblicità (buona o cattiva che sia). A volte è solo un tentativo mal riuscito di esprimere a parole le emozioni che la musica scalda fino a farle bruciare nel nostro cuore. A volte è solo esprimere a parole quello che le parole non possono esprimere.

“A Safe Place” esce a tre anni di distanza da “Low Fidelity in Relationships” ed è interamente prodotto e registrato dal gruppo (la Dead End Street è proprio l’etichetta della band). Come dire: “Il pallone è mio e ci faccio quel cazzo che mi pare”. Le fonti d’ispirazione dei quattro piemontesi sono, a detta loro, R.E.M., Wilco e Arcade Fire. Come vedremo e ascolteremo però, il sound sembra inserirsi in un filone leggermente diverso. I Farmer Sea nascono a Torino nel 2004 e subito si danno da fare con gli Ep “Where People Get Lost and Stars Collide” e “Helsinki Under the Great  Snow”. Il primo sopra citato album esce a cinque anni dal parto ed è prodotto da Borgna (Perturbazione, Zen Circus, Settlefish, Crash of Rhinos). Oltre alle innumerevoli apparizioni dal vivo (Heineken Jammin Festival, MiAmi, tanto per citarne alcune), il loro video “Teenage Love” gironzola per le viuzze di MTV Brand New e Deejay Tv. Nel 2012 è la volta di “A Safe Place” e le promesse fatte negli anni sono tutte mantenute. Un album di una bellezza disarmante già dalla copertina che come una petite madeleine risveglia infiniti ricordi siano essi personali momenti di tanti anni fa o lacrime perdute o il giorno in cui avete avuto tra le mani per la prima volta Spiderland degli Slint (a loro ho pensato quando ho visto quei ragazzi in mezzo al lago).  La musica che racchiude è un elogio all’estetica, con la paura (tema portante dell’opera) come fondale emotivo. Il brano d’apertura “The Fear” è tra i più belli in assoluto e riassume interamente il sound della band. Un Pop semplice, con un ritmo fresco e una melodia orecchiabile. Note che salgono al cielo in punta di piedi ricordando per armonie e delicatezza più i Death Cab For Cutie (probabilmente la band a loro più vicina) che appunto gli Arcade Fire, estremamente più complessi e ricercati. Le note iniziali di “To the Sun” vi ricorderanno un altro inizio eccellente (suggerimento: pensate ai Pavement meno lo-fi) e vi trascineranno in un ritmo meno introspettivo e ancor più rassicurante dell’iniziale brano d’apertura. Schitarrate Jangle e ritornello perfetto che vi regaleranno attimi di felicità. Quel Pop che ci piace tanto e che, negli ultimi anni, sembrava poter essere concepito solo nelle terre mica tanto allegre tra Londra e paesi Scandinavi. Pensiamo ai Fanfarlo o a Jens Lekman, in alcuni punti ai Belle & Sebastien per dire ma non dimentichiamoci mai quella sottile vena malinconica che accompagna e caratterizza ogni momento del disco. “Lights” riesce a caricare le atmosfere con le sue ossessioni martellanti senza mai suonare sgradevole ma anzi mantenendo intatta la purezza del suono richiamando il folk di Wilco senza mai farne agnello sacrificale. “Small Revolutions” rappresenta veramente una piccola rivoluzione. Molto piccola a dire il vero. Il ritmo si fa più incalzante e il basso corre come se gli Strokes avessero deciso di darsi una mezza calmata, mettersi il costume e volare in California alla ricerca della felicità. A metà album troviamo “The Green Bed”, forse l’unico pezzo non troppo riuscito o meglio meno facile da inserire tra gli altri brani e soprattutto “Nothing Ever Happened” in cui la formula mista di pop nordico stile Billie the Vision & The Dancers e Cats on Fire e folk pulito, si amalgama senza sbavature agli arrangiamenti sempre perfetti e alle incursioni di strumenti meno banali del solito (nel disco troviamo incastonature mai azzardate ma sempre leggere, di tastiere, organo, xilofono e sequenzer).

“Number 7” allarga il sound dei Farmer Sea come un’“elettronica rinascita” mostrandoci una botola dalla quale esce lieve l’odore di un Post-Rock scuola Mogwai (pensate a The Sun Smells Too Loud) e prepara la strada a uno dei pezzi più belli, “Summer Always Comes Too Late For Us”. Un vorticoso e ripetitivo lento viaggio psichedelico verso le stelle tra schitarrate stile Girls che appena appena ci accarezzano e parole che come flebili sussurri sembrano echeggiare da un luogo lontano ripetendosi ossessivamente come a volerci tranquillizzare a dispetto di quello che è il loro puro significato letterale.  Momenti che vorresti non finissero mai.  E che dopo sei minuti, finiscono. “Disappearing Season” è forse il pezzo che più richiama i pluricitati canadesi ed è anche quello che ricalca maggiormente la forma canzone per eccellenza fatta d’intro-ritornello-ecc… Aggiunge poco a questo “A Safe Place” ma mantiene costante la voglia di ascoltare. Ultimo brano, “For Too Long”, il mio preferito, prende tutti i punti di forza del disco e li chiude in un fazzoletto. Ritmi lenti e ripetitivi, voce carica di empatia scuola Red House Painters, psichedelica appena accennata a la Girls, musica melodiosa, densa di spleen, affascinante, triste ma non angosciante come abbiamo imparato ad apprezzare dai Death Cab For Cutie.  Una perla di amarezza mista ad amenità e leggiadria. Una pioggia di parole flebili e note appassionate. Un sole dall’odore intenso.  A Safe Place. Chiudo con una frase di una banalità da galera. Tanto, chi le legge le recensioni fino alla fine. Se non fosse stata una band italiana a realizzare questo disco….!?

P.s. Se non gli date un ascolto, vi meritate Giovanni Allevi che accompagna Fabri Fibra che duetta con Albano a SanRemo presentato da Facchinetti, tutta la vita!

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Anais Mitchell – Young man in America

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Amata, odiata, abiurata e bramata, non c’è una pace intellettualmente ferma quando si pronuncia il nome di Anais Mitchell, questa “anomala” folksinger e chitarrista americana che nello stretto giro di tempo – e a dispetto di tanti –  è diventata una ragguardevole icona alternativa, un approdo stilistico a confine tra “indipendenza” e pads roots che colpiscono l’orecchio come del resto la sua voce libidosamente sgrammaticata, off, da gattina selvatica.
L’artista del Vermont nuota nella scia venosa della grande Ani DiFranco, pienamente a suo agio nel ridisegnare in maniera estemporanea i tormenti agrodolci di folk, blues, jazz e country e degli inconfessabili traditionals,  e con questo nuovo “Young man in America” – il sesto della sua giovane carriera – torna a calpestare di poesia mai angolare, le terre imbattute e ancora selvagge della provincia americana dal profondo pathos acrilico; cacciatrice di sogni, demoni, deliri evanescenti, amori e amanti, dolori e panacee di intimità, la Mitchell idealmente non si è mai spostata dalla sua dolce infanzia passata in quella fattoria di legno, ma è cresciuta nella realtà, nella musica e nelle suggestioni pulite e terse come una “vergine” d’altri tempi, tra vento e tramonti.

Molto considerata nel giro del folk alternativo anche dopo una serie di strike discografici – non ultimo il gran successo del precedente Hadestown – il suo modo di suonare e cantare di cieli ed inferni in terra è esemplare, bello e accattivante, potrebbe benissimo sostituire Hope Sandoval negli Opal o coabitare nei lucidi svolazzi dei Mazzy Star, un disco che addensa una personalità splendida anche quando è inscatolato e filtrato dalle macchine “murderer” di “Wilderland” e “You are forgiven”, due brividi su brividi che fanno corrugare la pelle dell’intero corpo; e se poi ci si vuole postare sulle altimetrie della tracklist, con l’ammasso divino di torch songs e ragnatele d’accordi di chitarra ed espressioni looner assorbe totalmente la fisicità dell’ascolto, la vulnerabilità accorata della titletrack, l’intensità di un pianoforte a muro nelle metriche rurali “Coming down”, la dolciastra visione di una Sausalito a  pochi metri dal naso “Venus” o le impressioni di aver lasciato qualcosa indietro nella vita “He did”, “Tailor”,  la botta in testa è garantita, special modo per chi ha dentro l’anima una pelle delicata.

Undici canzoni di rimpianto e rinascita, undici sguardi altrove che confermano una scrittura emozionale e trasmissiva perfettamente in logica con le verità che vengono dal profondo dello scafandro chiamato a volte cuore, scafandro che questa dolce gattina del Vermont scardina e che –  come nella finale “Ships” –  una volta che tutte le storie sono fuoriuscite le affida al mare della struggenza melodica, del suo essere placido ricordo.
Anais Mitchell è una alt-diva senza saperlo.

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Cardinal – Hymns

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Lasciare trascorrere diciassette anni senza registrare più un disco deve essere stata dura per il duo dei CardinalEric Matthews e Richard  Davies – e risentirli girovagare dopo tutto questo tempo tiranno  – onestamente ce n’eravamo dimenticati –  con il secondo lavoro della loro esistenza “Hymns” possiamo credere che l’astinenza sia imputabile più ad uno scarso mordente d’interesse che ad una scelta “riflessiva”, tuttavia pur non avendo spostato minimamente l’asse del loro suono ci si trova davanti ad un disco soddisfacente, ben guarnito di trombe, bagnasciuga westcoastiani, REM, ed il Pet Sound  dei “ragazzi da spiaggia”, nulla che certamente  faccia gridare al miracolo, ma un tranquillo ¾ d’ora, quello si, lo si passa in tranquillità cullati da virtuali solleoni e radioline a pile svocianti.

Disco di colore, che diverte senza fanfaronate, semplice e giulivo come un qualsiasi disco da spiaggia che arriva per allungare i pomeriggi estivi, dieci tracce che faranno il piacere di fan dell’greatest hit a tutti i costi, o se vogliamo dire anche un registrato del quale non si butta via niente, si prende, si carica nello stereo e si lascia libero di emanare il suo tenero complemento d’arredo sonoro senza pretese; chitarre oneste, spesso in tremolo, ballate a trentaduedenti bianchissimi BeatlesianiNorthern soul”, “Her”,  spinette d’altri tempi che si inseriscono come un sogno MozartianoSurviving Paris (Instrumental)”, i Go Between che agitano delicatamente i cerchi di “Radio Birdman” e la quintessenza Wilsoniana che fa buffetti e capriole tra un tucul di paglia e una bibita analcolica rinfrescante sulla spiaggia bianca di “Rosemary Livingston”, ed il risultato è una parata di canzoncine che scorrono l’una nell’altra che rallegrano senza stupire.

Certo il suono dei Cardinal ed il modo di crearlo non concede nessuna variazione, ma se siamo di buone pretese e di bocca buona, non ci resta che farci “travolgere” dalla sua dichiarata innocua traiettoria.

 

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7 Days Training – In a Safe Place

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E’ inutile fare gli artisti maledetti, che vivono di puro istinto. Quelli che si svegliano la notte per scrivere e iniettano litri di caffeina nelle vene, oppure si portano il taccuino sporco di sugo al parco per essere ispirati dalla natura. Io credo che la maggior parte degli scrittori (e per scrittori intendo sia poeti ermetici che giornalisti sportivi) abbia un proprio metodo di lavoro. Io per altro non mi sento neanche troppo tutelato a trovare il mio, dato che faccio lo scrittore come l’impiegato della San Paolo gioca al calcetto coi colleghi il mercoledì sera.
In ogni caso prima di attaccare a scrivere una nuova recensione, vado a pescare informazioni sullo “stile di vita” del gruppo che mi capita tra le mani. Forse per pura curiosità o per deformazione professionale. Avendo una band da tanti anni e conoscendo un sacco di musicisti, provo una sorta di attrazione magnetica in tutti gli appassionati di “suono”.
L’impatto con la band in questione, ovvero 7 Days Training di Frosinone, è stata al dir poco folgorante. Riporterò quindi qui sotto le parole introduttive al loro sito:

Questa band nasce da molto lontano, ma siamo degli inguaribili fatalisti, e in qualche modo ci siamo convinti che avremmo continuato a fare musica insieme così come è sempre stato, e magari anche a far uscire un disco.
Anche se siamo solo in quattro, riusciamo a mettere assieme quasi centotrentacinque anni, ma dicono che non ci sono date di scadenza per il rock ‘n’ roll, e allora continuiamo a far finta di niente.

Questo è il nostro nuovo sito web ricostruito per l’occasione: il 5 aprile è uscito il nostro primo disco, che reca un titolo celebrativo, emblematico, ed “autoesplicativo” (In a safe place) ed è, tra le tante cose, anche un buon motivo per continuare a volerci bene e a riservarci il bicchiere della staffa da condividere quando fuori fa freddo.
E quando il rock è un buon motivo per volersi bene, hai vinto. Chissenefrega se il disco suona molle, se non decolla mai, se la canzone migliore “Beautiful Bleeding” presenta una voce a dir poco traballante, se c’è il timbro sbiadito dei R.E.M. più depressi e dei Radiohead più vivaci, se non hai più il fisico per fare il coglione sul palco e per spacciartela dopo con un bel gin lemon in mano, se non c’è grande personalità nel tuo progetto. Hai vinto il premio più ambito. Nulla ti puo’ sconfiggere, neanche una recensione come questa ti puo’ piegare.
Si perchè nel mio mondo delle favole questo disco sarebbe una bomba: 4 amici che si chiudono in studio dopo tante vicissitudini e tirano fuori il loro capolavoro, un po’ introspettivo e cupo ma viscerale, compatto, denso.

Ma il mio mondo delle favole vorrebbe anche l’uscita di un disco come “Rubber Soul” nel 2012. Infatti in “In a safe place” purtroppo è tutto solo una forte intenzione, un treno di passione che lentamente si va ad arenare contro una muraglia. Le canzoni non esplodono e non si creano mai le tensioni e le atmosfere magiche degne dei maestri moderni di indie-rock.
Poco male, io brindo a un gruppo così. Condividerei con loro proprio un bel bicchiere che fuori oggi fa molto freddo.

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Il Teatro degli Orrori – Il Mondo Nuovo

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Poteva essere il disco dell’anno ma non lo è stato. Tutti nella nostra misera esistenza crediamo con stupida convinzione in un mondo privo di cattiveria, nell’utopia arrogante della felicità senza pregiudizi, in una poesia continuamente stuprata dalla musica. Un (Il) Mondo Nuovo per belli, brutti e cattivi. Il Teatro degli Orrori arriva al terzo disco non senza strascinare a forza quella gamba di legno marcita in pochi ma intensissimi anni di musica suonata, gli abbagli forzati di una scena indipendente troppo condizionata per essere sana. Dell’Impero delle tenebre ( il primo disco) è stato un colpo troppo forte, nessuno di noi credeva in questa rivelazione artistica, il sapore della rivoluzione, finalmente aria pulita, nuova. La critica impazzisce la gente pure, nuovo fenomeno, io sono pienamente a loro favore, darei un braccio per loro. Poi arriva la maturità magistrale e il secondo album A Sangue Freddo, qualcosa sta cambiando ma il fermento è ancora vivo, il cuore pulsa ancora senza sforzo, la consapevolezza di mostrare muscoli e cervello. Il terzo disco si carica di aspettative importanti come il giorno della festa paesana, con scarpe nuove e soldi in tasca, l’ansia di poterlo gustare senza retoriche spacca cervello del cazzo. Il Mondo Nuovo, il terzo tempo della migliore rock band italiana del momento. Ma sapete che la pioggia può rovinare le migliori feste all’aperto nonostante un organizzazione impeccabile? Nonostante tutte quelle fantasiose aspettative create dal tempo, nonostante i paraocchi dicano il contrario. Il video/singolo anticipa disco Io cerco te aveva spaccato l’opinione della gente, un mix di Teatro vecchio stile (Compagna Teresa) e maturità interiore appresa nel tempo (Direzioni Diverse).  Chi lo chiama rock politico, chi parla di musica filosofica caricando di spessore i testi da sempre curatissimi, io vedo una grande band a corto di spunti e con il pesante fardello dei precedenti dischi sulle spalle. Il peso spacca le ossa, Capovilla conosce bene questo insopportabile martirio. Qualcosa viene a mancare proprio quando non doveva succedere, il colpo di coda che non arriva, il pesce grande divora quello piccolo senza scampo, il rock italiano vedeva la propria rinascita nel Teatro degli Orrori? Peccato, il bluff è servito, la terza mano è stata giocata in maniera maldestra. Parola.

Vivere e Morire a Treviso e Dimmi Addio sono i pezzi cardine dell’intero lavoro, profondi e strappa malinconia, una lacrima scava dolcemente la mia screpolata guancia, agonizzante cerco di dare luce ad un concetto sperimentale troppo malmenato per essere apprezzato. Non Vedo l’ora ricorda l’acidità musicale primordiale rievocando un beffardo sorriso materno, un discorso rivolto al cielo. Cuore d’Oceano feat Aucan e Caparezza imprime potenza aumentando la curiosità del disco, soluzione apprezzabile e intenzionalmente corretta.

Il Mondo Nuovo voleva essere il disco dell’anno più di qualsiasi altra cosa, non lo è stato.

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Vibratacore – Good morning pain

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Poco meno di un quarto d’ora per questo ep di cinque brani degli abruzzesi Vibratacore che impattano già dal primo secondo l’ascoltatore contro un muro sonoro devastante.
Good Morning Pain” è il loro quarto lavoro che strizza l’occhio alla scena hardcore old school americana ma che non disdegna riferimenti alla moderna scena metalcore.
L’opener “Doomsday” ne è un chiaro esempio con il suo ritmo serrato che non lascia scampo, ben padroneggiato e sorretto da una chitarra che ricorda gli Snapcase o i nostrani Browbeat.
Si cerca una qualche apertura melodica nel brano successivo, “Faithless”, in cui è ospite anche Teg dei Beyond Murder, dove il cantato violento di Andrea cambia pelle, si fa più morbido per poi riacquistare quel piglio caotico che s’incastra alla perfezione con i tempi moshpit dettati dalla batteria di Marco.

L’esperimento viene riproposto in “Confident Liar“, ma questa volta il singer trova l’appoggio insperato nelle sei corde di Fango, pronte ad arrangiamenti più potabili, senza stravolgere la struttura o penalizzando il brano spostando con troppa decisione il tiro.
La loro arma primaria è la furia compositiva, una furia che non cala mai, rende vigili chi li ascolta, affascinati dal martellamento costante a cui si è sottoposti.
Attimi di quiete sono presenti anche nella title track, che vede Paolo di Rocco in veste di collaboratore, facendo presente al pubblico che se si cerca solo del bieco rumore, i Vibratacore si chiamano fuori: ora c’è l’urgenza di un’evoluzione e a sei anni dal precedente “Behind this Rapture“, che fu pubblicato dalla Audiozero Record, i quattro hardcorers sono tornati più maturi ma soprattutto più consci dei loro mezzi e delle loro capacità.

Questo disco è insomma la testimonianza che musica di qualità di questo genere non è prodotta solo negli Usa e che anche qui in Europa è possibile sfornare capolavori quali questo “Good Morning Pain”.
Questi quattro brani mettono in evidenza anima e cuore…anzi…i Vibratacore!

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Litfiba – Grande Nazione

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Ce ne fossero di questi “temporali amperizzati” ad oscurare il triste tran tran della musica che ciondola intorno, ce ne fossero di questi “governi elettrici” ad occupare gli scranni dei poteri (power) per guidare definitivamente la nostra strapazzata “Grande Nazione”. I giorni del gran rock tricolore sono tornati, Litfiba non è un nome che fa parte di un arredamento di tempo fa, hanno e  rappresentano la forza naturale del rock delle verità sociali, della parola “contro” amplificata in tutte le direzioni, e questo gran ritorno sulle scene “unificate” da parte di Pelù e Ghigo è un sobbalzo da vivere fino al cardiopalma.

Grande Nazione, il lavoro della riunificazione vede questa formazione in uno stato fisico e mentale completo, non sembra nemmeno che siano passati ore, giorni, mesi ed anni senza il calore della loro presenza, tutto riprende il suo posto, il suo tassello nel disegno totale della poesia e della passione elettrica delle quali il panorama musicale nostrano ne ha bisogno come il pane; dieci “peccati” taglienti che uniscono la chitarra indomita di Renzulli alla voce luciferina di Pelù come dentro un contratto artistico/umano di solidità estrema, un suono impattante che batte in gola, un serrato incedere da pogo sfrenato, una festa lesta d’amplificazioni e riscatti idealistici che spazzano come un vento di tempesta. Anche ballate da accendino acceso “Elettrica”, “Luna dark” fanno parte di questo disco guastatore e sognatore di vizi e virtù puliti e senza macchinazioni, ma a sorprendere in plus valore è il suono identificativo che i Litfiba da sempre lanciano da palchi veri e virtuali, quel compresso vivo e killer che è risuscitato dalle ombre, special modo da quell’Infinito di lontani tredici anni fa che aveva seccato la gola, torna a scoppiare di salute come non mai.

Quarantaquattro minuti di rock, emozioni e j’accuse ai malaffari, quarantaquattro minuti di fuoco incrociato che vanno dal loud alticcio della stupenda “Anarcoide” alla spirale acuminata di “Tutti buoni”, dal basso dei grandi numeri di “Brado” al movimento serpentino che muove “Squalo” per tornare all’openeir di “Fiesta tosta”, inno consacrato allo stage diving come supremo atto di devozione agli infernali Litfiba.

Non c’è altro da dire, è praticamente come parlare del Vangelo, nulla da aggiungere se non dire una cosa sacrosanta, Grazie Litfiba di essere tornati tra di noi, e con forza invidiante.

http://www.youtube.com/watch?v=wc0cxRMWMn8

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Lisa Hannigan – Passenger

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Amata artisticamente e non senza mezzi termini da Damien Rice con il quale ha condiviso progetti musicali, session e amore, Lisa Hanningan, la rossa cantautrice irlandese, torna a camminare con le proprie gambe sui sentieri folk della sua infanzia e della sua vita attuale, viaggia e tutto quello che riesce a condensare delle emozioni vissute, le raccoglie in questo bel tenero album “Passenger”, undici fiori sbocciati tra gli occhi e giornate impegnate a fare chilometri in giro nel mondo senza mai abbandonare le rotonde convinzioni che nutre per la sua Inghilterra, terra anche di pop e melodie rinfrescanti.

Un disco che vive il proprio tempo o forse di più, che fa stare bene con la testa nei sogni, comodi e con buona pace di spirito, suite e atmosferici field che convincono subito, senza pensarci un secondo, modelli di fantasie sognanti che fungono ad atto d’amore consenziente, pallido e timido, ma consenziente; delicatezze vocali che si accostano a quelle di una leggiadra Vashti Bunyan alle prese con filigrane jazzly e ballate sospese, abbandonate su di una scrittura morbida e soave, un flute di note e poesia da bere tutto d’un fiato.

Di dischi come questo quello che colpisce sempre è l’evanescenza, quel vaporoso sistema comunicativo che sa di pulito e allentato che si fa respirare come ossigeno raffinato; prosaiche come voli radenti di rondini spensierate arrivano le cablate spaziose di “Passenger”, la march-stompin’ “Knots”, il pop radiofonico color arancio “What’ll I do”, stupendo il duetto mozzafiato con Ray LaMontagneO sleep”, l’andatura da ronzino stanco “Flowers” o il pensiero fugace e  solingo di un violino suonato da Lucy Wilkins che accompagna come un sole giunto al declino di una giornata “ Paper house”, ed è un ascolto che  si equilibria tra classico ed indie-folk, ma poi ogni definizione si fa benedire tanto vive di un volo di fantasia di un tot di minuti.

Della serie quello che “non passa il convento”, un bel disco da ascoltare chiudendo il mondo fuori e conservarne intatto il suo analgesico poetame a lungo nel tempo.

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Vote for Saki – Brucio

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Cazzo, questo è un disco rock, c’è ancora chi suona pura musica rock. Devo controllare il pianeta di provenienza di questa band, Vote for Saki dal pianeta Terra, seconda produzione intitolata “Brucio“. Mah, qualcuno suona ancora in maniera vergine chitarra e batteria senza vomitarci sopra basi e basette di merda? Tutto vero, tutto eccezionalmente vero. Sedici pezzi sparati in presa diretta come vuole la tradizione, non ci sono trucchi, non esistono inganni. Ho trovato i dinosauri della musica attuale, sono proprio loro, l’esame del carbonio 14 non mente mai.

Ebbene ci sarebbe poco da dire e molto da ascoltare, i Vote for Saki salgono in cattedra per una lezione di storia, delle volte interessante, a volte di una noia mortale. Perché la novità attira mentre il surrogato alla lunga stanca esageratamente il consumatore ignaro, una facciata bellissima, il retro marcio. Una luce intermittente in un mondo forse non giusto per questo sound istintivo e reale, abbiamo bisogno di bugie, godiamo sporcandoci le mani con la falsità. Un duo chitarra e batteria a rullo compressore attivo, forse troppe songs nel disco rischiano di far calare vertiginosamente l’attenzione, io, da sobrio reggo fino alla traccia dieci, in una live performance li adorerei per ore. Il bianco e nero della musica italiana, “Brucio” dei Vote for Saki potrebbe essere una dolce carezza come un calcio nei coglioni, l’importante è saper incassare. Le incomprensioni si sciolgono come neve al sole, se volete li apprezzate altrimenti non è la strada giusta per le vostre assidue perversioni. Votate Saki, il resto è merda.

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Healthy god – SCREW YOU ALL, I’M HEALTHY GOD

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Musicalmente interessantissimo questo progetto solista di Daniele Amoresano, che sotto lo pseudonimo di Healthy God pubblica Screw you all, I’m Healthy God., che definisce lui stesso di stampo indie rock americano, tra Beck, gli Sparklehorse del defunto Mark Linkous., e aggiungo io The Decemberists e Vic Chessnut. In comune con questi artsti ha sicuramente quel genere chiamato lo-fi, low fidelity, bassa fedeltà con cui in generale si indicano quegli album prodotti non in condizioni di emergenza ma nemmeno da major di successo. Insomma una sorta genere precursore di quello che poi tutti chiameranno indie.

I testi ruvidi, molto simbolici e sicuramente introspettivi dipingono un quadro molto interiore che Healthy God riesce a comunicarci con sentimento e passione attraverso la sua voce calda che si intona benissimo con il profilo lo-fi di cui raccontavo prima. Nonostante un sottofondo musicale avvilito e malinconico, l’autore riesce a trovare i ritornelli giusti che continuano a risuonare nella testa sin dopo il primo ascolto: penso a It’s rainin’ sand e Tiny green beens, brevi e senza inutili orpelli musicali, arrivano in fretta e si scolpiscono nella mente.

In attesa di un album più corposo e completo, giudizi assolutamente positivi per questo Ep, non solo come lavoro artistico ma anche come lavoro commerciale: può avere un ottimo successo nella nicchia che è di questo genere.

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Too much distress – Outlet valve

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Non è assolutamente un disco che si decifra al primo ascolto: forse per  la mancanza del basso, forse la peculiarità di canzoni spesso troppo brevi (la metà dei brani non supera i 2:30) e i testi  semplici, potrebbero far credere ad un disco banale. Invece i testi semplici risultano anche essenziali, senza fronzoli, e il basso è ben sostituito da virtuosismi impercettibili, come l’uso di quella blue note che fornisce il ritmo, tempo e completezza all’intero album.  Queste caratteristiche rendono Outlet Valve dei Too much distress un disco leggero  e alla lunga assolutamente piacevole, come un diesel che ci mette un po’ a carburare ma una volta ingranata la quinta ha sicuramente un lungo rettilineo da percorrere.

Vario nella sua struttura, ascoltiamo in alternanza brani strumentali (Outlet valve su tutte, dove il suo inizio arpeggiato mi ricorda le sonorità dei Metallica) ) e testi interessanti. Primo singolo è Drunked blind, italianizzazione di blind drunk che significa ubriaco fradicio, che già dal titolo rende l’idea di quanto siano diretti i testi.
Questa “troppa angoscia” che caratterizza il nome della band, non mi pare condizioni questo progetto di Stefano Serra (batteria) e Fabio Orrù (chitarra/voce) che appare invece già maturo da un punto di vista di complicità musicale  e ancora un po’ acerbo nelle sonorità; Il suono grezzo, poco pulito, colloca il cd sugli scaffali dell’alternative rock italiano  genere con cui i Too much distress rappresentano la Sardegna in modo più che dignitoso.

Curiosità: prima di essere i Too much distress, Serra e Orrù suonavano già insieme nei Coleman prima, Second self e Shell to tell poi , con una formazione più ampia. Nel 2010 diventano ufficialmente TmD attestandosi come duo e iniziando a lavorare per Outlet valve, in uscita a febbraio 2012.

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