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Nympea Mate – Endio

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Ma avete mai osservato il vizio di paragonare alcuni luoghi, paesaggi, città ad altri luoghi, paesaggi, città più o meno vicini nello spazio-tempo? Questo vizio in genere mi fa incazzare. Mi fa incazzare perché il posto in questione perde di identità e anche di dignità.
Anche nella mia città, Rivoli, ma ancora di più nella vicina Torino, mi è capitato più volte di ascoltare deliranti discorsi di mediocri turisti (io sono un pessimo turista perchè non ho visitato quasi niente, ma per fare il turista non basta aver fatto tanti viaggi) che si sforzano a giocare a Memory con le celle della loro memoria, arruffando paragoni azzardati tra Torino e città europee più o meno vicine a noi.

In questo gioco a volte la città viene esageratamente sopravvalutata, perdendo così il meraviglioso contrasto delle sue radici nobili e industriali, oppure viene sminuita a cittadella di montanari operosi che è diventata così cool grazie a locali radical chic vicino al fiume e alle Olimpiadi.
Lo stesso identico discorso vale per la musica sfornata dal capoluogo piemontese e delle sue zone limitrofe. Spesso surclassato dalla immeritata prepotenza milanese, l’underground rumoroso sabaudo incassa colpi duri e rimane in cantina. Per poi non parlare di chi azzarda ad afferrare il bollente testimone dei mostri sacri oltre oceano o oltre Manica. Qui Torino diventa la Berlino priva di fremente luce artistica, le mummie del museo egizio diventano l’ombra della Stele di Rosetta e la Fiat una piccola costola della General Motors. E tutti i gruppi che senti nei sudici club allagati dalle piene del Po diventano schifosi tributi maldestri a Velvet Underground e New Order, se non peggio a Nada Surf e Radiohead.

Questo è quello che capita a una band chiamata Nymphea Mate, composta da quattro ragazzi ben piantati in terra sabauda e innaffiati con pioggia londinese. Tanto british da essere catalogati spesso come gruppo “brit-pop”, termine che mi da i nervi proprio come molte altre stupide catalogazioni: “indie”, “alternative” o “power-pop”.
I ragazzi suonano inglesi, è verissimo, ma non rinunciando ad interessanti variazioni sul tema come i chitarroni pesanti di “Billy Vanilla” e “Song for The Leader” che sembrano più di Josh Homme che di Noel Gallagher o le melodie della opener “Sir Constance” che sembra il nuovo singolo dei Band of Horses in rotazione su Virgin Radio. Insomma una buona porzione di U.S.A. se la ritagliano, e pure negli episodi migliori del disco.

I suoni e gli arrangiamenti vantano un grande equilibrio nel limbo tra i due universi pop e rock, le due realtà firmano un momentaneo armistizio e vivono in pace e armonia in ogni brano di “Endio”. Tra chitarroni rock’n’roll che ammiccano allo stoner, melodie ammiccanti e un tappeto sottostante (semplice ma efficiente) che guida la banda, le due parti ostili si abbracciano, si toccano e a volte si lasciano andare in una folle danza come nello scoppiettante finale di “Waiting for The Bang”.
Tutto sembra cotto a puntino, salato il giusto, ma manca di spezie. Mancano allo stesso tempo quel pizzico di personalità e quella spolverata ruffiana che farebbero entrare dritto dritto un loro brano nella top 10 di NME.
Insomma il disco scorre, ma proprio come la fastidiosa pioggerellina londinese ti lascia un po’ bagnato e non entra nelle ossa. Anzi con un buon impermeabile non arriva neanche alla pelle.

 

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Dafne Bloom – Ginger sad

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Forse quattro brani sono troppo pochi per giudicare questo lavoro…

Purtroppo però mi trovo di fronte a un lavoro che assomiglia più a un demo che a un ep che dovrebbe essere anche venduto attraverso le piattaforme digitali…
Gli mp3, si sa, a volte limitano anche i suoni delle canzoni e può darsi che sia anche questo il caso dei Dafne Bloom.
Tuttavia ascoltandoli un po’ di amaro in bocca rimane…
Le qualità nel gruppo ci sono tutte, gli arrangiamenti sono anche strutturati abbastanza bene…
Il brano “Ginger sad” ne è un esempio col suo tappeto sonoro di tastiere sovrapposto a batterie ben ritmate e a un cantato che ricorda molto da vicino quello di Brandon Flowers dei The Killers.
I come from tekno” ha un inizio Krafterkiano ma poi si tuffa in una elettronica alla Nine inch Nails.

Forse però, un po’ più di chitarre e una mano di basso elettrico avrebbero giovato davvero molto al brano.
I “testi” pure risultano un po’ confusionari ma la cosa è evidentemente voluta, quindi almeno in questo il gruppo è ampiamente giustificato.
Baccanalis” invece ha un inizio molto ritmato in cui si innesta una chitarra abbastanza incisiva (almeno qui) e un cantato molto dark e oscuro che ricorda un po’ anche quello di Robert Smith dei The cure ed è sicuramente l’episodio più riuscito di questo disco.

L’impressione comunque è proprio quella di un vero e proprio baccanale sonoro…
Dafne in bloom” è invece una ballad dal tono decadente molto orecchiabile che potrebbe trovare anche spazio nei networks radiofonici ma a quasi tre minuti dall’inizio un improvviso cambio di volume nella regolazione dei suoni rovina un po’ l’atmosfera creata e purtroppo la cosa si ripete anche alla fine.
Peccato davvero quindi, perché il talento non manca e forse con la mano di un produttore di talento tipo Trent Reznor, il supporto di una major discografica e magari anche un mastering migliore questo lavoro avrebbe potuto tranquillamente sfondare.
Una nota di merito però va all’artwork per la copertina appena bicolore, davvero molto bella nel suo minimalismo (una piccola opera d’arte!).

Aspetto quindi i Dafne Bloom alla seconda prova perché per ora la sufficienza appare lontana…

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Camillorè – Graffi e perle

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Un Barnum folk che si agita a più non posso, verve, diaboliche cialtronerie di verità che manomettono l’ipocrisia del buon pensiero e delle comodità d’ascolti  snob; da Bari il pensiero senza catene dei Camillorè,  “Graffi e perle”, sedici tracce umorali e quattro intermezzi recitati dall’attore Pasquale D’Attoma con il fulminante sax del jazzista Roberto Ottaviano, comiche e sanguignolescamente guitte, gravide di j’accuse, prese per il culo ed il teatro virtuale di Dario Fo che incontra la spiritualità ridanciana di Caparezza.

Questo e quant’altro rotea intorno a questa band che, con il fare raffazzonato dei musici di strada, arrivano ad incantare, imbambolare ed affabulare un ascolto divertito e indagante; idee chiare e strampalate con storie sbilenche che graffiano la carne per reclamare ascolto, vibrazioni di jazz, caracolliì  estrosi, mirabolanti piroette di folk-rock che battono forte sul nervo della fantasia più declamata, più recitata; il sestetto pugliese è una fonte d’energia “rinnovabile” ad ogni cambio traccia, una forza teatrale che fa spettacolo uditivo senza sospensioni o tiri di fiato, una sequenziale ironia che rimane appiccicata in testa e  – come una trottola a comando – ti sollecita muscoli e neuroni ad attivarsi nel pensiero e nella smaniosa forza di scaltrezza.

Jannacci che fa cucù su “Il jezzarolo”, il rock di un Capitan Uncino che riverbera dentro “Stequattromura”, l’assurdo rendiconto sulla fiducia che sghemba in un rock’n’roll brass “Il professor Procopio Trombetta”, orientaleggianti deliri alla Totò le MokòTemistocle Malalingua”, le sarabande di un Capossela infervorito “Pllaq plluq”,  “La nonne”, “Papà Oloconte”: questo è solo un assaggio di quello che troverete qui dentro, tra le fronde di una tracklist ricca e mordace, un teatro circus che ha un sorriso per tendone e veleni comici per stelle, una straordinaria scoperta made in Bari che vi farà smontare le tensioni con la forza di parole e suoni inaspettati.
…” e sempre allegri bisogna stare che il nostro piangere fa male al Re/ fa male al ricco e al cardinale diventan tristi se noi piangiam..” .

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Bologna Violenta – Utopie e Piccole Soddisfazioni

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Partiamo da lontano circa metà anni ottanta. In un buio scantinato freddo e puzzolente, tra rifiuti, siringhe usate, bottiglie rotte e sorci neri e grossi che si divorano gli uni con gli altri, sopra un materasso intriso di piscio giallo e sperma rinsecchito, l’Hardcore, strafatto come al solito, si stava trombando violentemente e senza precauzione alcuna quella fighetta dell’Heavy Metal, non sappiamo quanto consenziente. Poco tempo dopo ecco il parto tanto (in) atteso. Come un alieno verde, con la lingua biforcuta in bella mostra, dalla vagina della fighetta in tutta la sua furia estrema, in tutta la sua follia, senza lacrime, sulla terra fa la sua comparsa una nuova specie. Grindcore è il suo nome e come un vampiro presto inizia a nutrirsi del sangue degli ultimi, inizia a diffondere il suo verbo urlando e a spargere il suo seme dal Regno Unito al mondo intero come una pioggia di psicopatica violenza acida. Napalm Death e Carcass sono i primi apostoli poi convertiti al Death Metal. Proprio Mick Harris (drummer dei Napalm Death) battezzò il nuovo genere parlando di grind, tritacarne, per definirne i tratti caratteristici. Pezzi brevi come esplosioni, liriche sociali, rumore nero e parole a tratti incomprensibili. Nicola Manzan (c’è lui dietro la one-man-band Bologna Violenta) è molto giovane all’epoca ma segue la crescita e lo sviluppo del genere in maniera apparentemente maniaca. La prole dell’originale Grind si è spostata fisicamente, soprattutto in terra Americana (U.S.A.) e ha cambiato alcuni dei suoi tratti somatici. Spesso si è fatta più precisa, ad alto livello tecnico, con riff discordanti tra loro, struttura spesso molto complessa e dilatazione dei tempi di esecuzione, sfociando nel cosiddetto Math-Core (The Dillinger Escape Plan una delle band più rappresentative del genere). In altri casi si è allontanata verso le terre del Metal, sia Death sia Brutal, mantenendo intatte, in questo caso, alcune peculiarità quali la velocità nel riffing o il martellamento della batteria oltre i 200 Bpm, riducendo però la voce a qualcosa d’incomprensibile e quindi mettendo il secondo piano l’aspetto sociale delle liriche.

Nicola Manzan (trevigiano classe 1976, diplomato in violino e polistrumentista, già collaboratore con Teatro Degli Orrori, Non Voglio Che Clara, Baustelle e tanti altri) oggi ha quasi quarant’anni e uno spiccato senso di malinconia propositiva, di voglia di passato, un forte legame con le radici ed anche tanta attenzione agli aspetti evolutivi sia del genere sia della società in cui ha vissuto. La nostra società occidentale, italiana fino al midollo. Nel bene e nel male. La nostra musica di chitarre e pelle che bacia l’elettronica. Pseudo nichilismo teatrale e teatralizzato in una sorta di colonna sonora di un film fantasma (anche se stavolta sono assenti i riferimenti diretti al mondo cinematografico). Esiste un legame tra la “nostalgia” con la quale riprende il Grindcore originario plasmandolo e mescolandolo con l’elettronica e con schegge impazzite avanguardistiche che possono essere voci distorte, trasmissioni radio, inserti di musica classica, jazzismi, cover (splendida) dei C.C.C.P. (Valium Tavor Serenase cantata da Aimone Romizi dei Fast Animals and Slow Kids), electro-music e tanto altro, con quelli che sono i riferimenti testuali sociali e letterali delle canzoni (canzoni è il termine meno adatto per le esecuzioni di Bologna Violenta) che tanto si rifanno agli anni ottanta, proprio gli anni in cui il genere è nato.

Bologna Violenta è palesemente ben oltre il Grindcore. Utopie e Piccole Soddisfazioni, secondo album dopo l’ esordio datato 2010 “Il Nuovissimo Mondo”, è un insieme di tante cose. E soprattutto è una degna evoluzione, logica prosecuzione, eccelso sviluppo di quanto fatto nell’ album precedente, con notevoli miglioramenti strutturali e compositivi, maggiore lucidità, visione più ampia e meno incentrata sulla sola tagliente chitarra elettrica. Un enorme passo avanti. Il Grind è la materia prima penetrata da citazioni, digressioni splatter, intellettualismi, parole del Presidente della Repubblica Saragat del 1967, canti polacchi, il bambino Dario e la signora Maria, Arturo Taganov  e altre follie. Utopie e Piccole Soddisfazioni è accozzaglia, babele, cagnara, confusione, disordine, guazzabuglio, macello, pandemonio, sconquasso, trambusto, il risultato defecato dalla società italiana in digestione dagli anni settanta fino a oggi, che un Demiurgo chiamato Bologna Violenta ha lavorato come creta per creare qualcosa che disturbasse il perbenismo in maniera mirata e apprezzabile da chi riesce a saltare la schematicità della classica forma musicale tipo canzone e una volta creato qualcosa di bello ci ha pisciato sopra per rendere l’opera ancora più viva nella sua ripugnanza. Come abbiamo detto, dall’analisi del disco e delle sue singole parti, emerge una varietà notevole di elementi. Dalle parole del PdR di “Incipit” e la violenza della chitarra, si passa alla purezza (nel qual caso non prendete la parola alla lettera) di “Vorrei sposare un Vecchio” e il suo coro di bambini, fino a sperimentazioni elettroniche Harsh stile Kazumoto Endo, pseudo improvvisazioni noise degne dei Dead C o dei Flipper e follie pregne d’impulsi sessuali avantgarde memento dei geni della provocazione Butthole Surfers. Ci sono collaborazioni importanti (oltre alle citate ricordiamo quella con J.Randall degli Agoraphobic Nosebleed, con Nunzia Tamburrano, compagna e collaboratrice che recita in Remerda e con Francesco Valente, batterista de Il Teatro Degli Orrori, che urla in Mi fai schifo) e inserimenti di violino, ci sono parole di rabbia, ci sono cover, c’è una ricerca metodica e spasmodica, c’è rassegnazione e speranza, ci sono ballate dall’aspetto folk che raccontano una novella finto De Andrè (Remerda) come a prenderci per il culo, ci sono intermezzi che sarebbero perfetti con le foto delle piazze italiane sullo sfondo, c’è la decadenza culturale e politica, c’è la decadenza dell’arte musicale, ci sono cori monastici squartati dalle urla della chitarra, c’è tutta Bologna Violenta, fino alla fine, ovvia come la morte, triste come la vita. C’è cosi tanto che descriverlo, è impossibile. Utopie E Piccole Soddisfazioni è parte dell’unico strumento a nostra disposizione per distruggere dalle fondamenta il Panopticon nel quale la mente della collettività è stata rinchiusa in completo potere psichico dal guardiano della società moderna. Tutto è smitizzato,tutto è ridicolazzato. Ora sta a voi.

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Cybersadic – Droga alla massa

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Questo lavoro al primo ascolto sicuramente vi lascerà un po’ spiazzati…
“Droga alla massa” dei Cybersadic è infatti un vero e proprio calderone sonoro che comprende nei suoi ingredienti i Subsonica (citazione “dovuta”, visto che si parla del panorama elettronico -techno  musicale italiano) e i Chemical brothers (“Wake up” ricorda molto le sonorità di “Hey boy, hey girl” famosa hit del 1999 del gruppo di Manchester).

Molte infatti le similitudini nei confronti dei due gruppi citati sia a livello vocale sia a livello musicale.La loro però è un’ispirazione proveniente anche da vari repertori musicali, cioè una sorta di eclettismo che permette di apprezzare ogni pezzo come un’entità, diciamo “autoconclusiva“, che peraltro non annoia mai l’ascoltatore.
Poche liriche e musiche ben collegate tra loro vi accoglieranno in un tappeto sonoro che ogni tanto fanno  ritornare alla mente anche i vecchi Kraftwerk, che non appaiono mai datati e che continuano a ispirare le generazioni moderne di giovani musicisti.

Le tematiche trattate nei testi evocano atmosfere cibernetiche però contemporanee e non
paleofuturiste ma sempre con il carattere sovversivo che contraddistingue il loro stile.
Non stupirebbe quindi se qualcuna delle nove tracce trovasse spazio in qualche film di fantascienza alla “Blade runner”.
Nella prima parte del disco c’è un ritmo deciso, consapevole e urlato, dal forte intento comunicativo, anche se spesso intervallato da momenti di pura melodia elettronica che distendono questo incalzare.
La quarta canzone “La notte” ad esempio inizia con un riff di chitarra alla Depeche Mode per poi tuffarsi in un cantato che ricorda i più quieti Cccp distorti da un vocoder.

Molti anche i richiami anche alla new wave italiana dei primi anni ottanta, soprattutto per quanto riguarda le chitarre che confluiscono con la tradizione musicale d’avanguardia degli stessi anni.
Un progetto ambizioso quindi quello di questi ragazzi campani che attende solo di superare la prova del live…
E non lasciatevi fuorviare dal titolo di questo cd…
Semmai consigliate l’acquisto di questo cd alla massa e che la nuova rivoluzione (musicale) permamente abbia inizio da voi!
Attenzione: il disco è sicuramente uno dei migliori lavori usciti in Italia nel 2011…potreste diventarne dipendenti!

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Lambchop – Mr.M

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Misero il destino per chi da eroe diventa un numero zero, ma questo non riguarda i Lambchop. La band di Nashville era un numero zero agli inizi di carriera, zeri rotondi come il sole della loro terra: poco musicisti e molto sognatori, nichilisti dell’atmosfera , assertori che un mega blob inconcludente sostasse nel nulla pneumatico della musica. Questo era il lusso frenetico che questi giovani americani senza collare donavano e donano nei loro lavori. Qui al loro undici della carriera “Mr.M”, provano qualcos’altro, rinunciando al caracollare consueto, per un disco- sì malinconico di prassi – ma con accenti soffusamente smooth, jazzly, confidenziali con sospiri di Tindersticks e Wilco a soffiare delicatamente su braci semi-spente di fuochi andati; della band colpisce sempre la vena svaporata, i suoni tratteggiati che in questo nuovo disco sono dilungati a dismisura, in concreto slow song che stirano la tracklist come un lungo ballare delicato e in uno stato mentale d’abbandono e di rimpianti, ma è solo l’effetto delle orchestrazioni che ampliano il lento pathos che regna ovunque.

Undici pezzi, undici “classici” si vanno ad aggiungere ad un ascolto ovattato, fuori memoria e fuoco, da prenderci l’abitudine anche se si crede che questi “giri di boa” stilistici siano solo prendi tempo per ritrovare quella via maestra d’un tempo, che qui man mano pare vada a  scemare su derive incontrollate; detto ciò Mr. M rimane un disco piacevole, allentato ma sincero e onesto, con tanti sogni dentro e pochi effetti speciali fuori, praticamente inesistenti; Kurt Wagner, il leader vocal della band non sì da pace, crea atmosfere cantate sofferte, acide “Kind Of”, “Nice without mercy”, e nel suono totale vivono un crooneraggio alla lacrima “Mr.Met”, un Nike Drake che cavalca il folk di “Gone tomorrow”, arie da night con coretti “Gar”, la ballata bradiposa “2B2” o i violini sparuti che segano le tramature lente di “Buttons”.

Non si può gridare a nessun miracolo, è solo un buon disco che cozza leggermente con le precedenti produzioni e che abbisogna di più di un bel giro di stereo prima che ti rilasci sensazioni specifiche e idonee di un bel listening; del resto non si può pretendere boom discografici dopo lunghi anni d’altrettanti boom già acquisiti, una ciambella con mezzo buco riuscito ci può anche stare, l’importante è non ricaderci e tornare alla propria storia.

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Amp Rive – Irma Vep

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Da quel lontano 1991, quando un gruppo di ventenni trascinati da David Pajo e Britt Walford, plasmarono in maniera netta quello che oggi chiamiamo senza troppi problemi Post-Rock, a ora 14 febbraio 2012 ore 16:26, quali e quanti passi avanti sono stati fatti in merito? Pochi, pochissimi e tanti nello stesso tempo. Il trio classico chitarra elettrica, basso, batteria è stato, di volta in volta, affiancato da synth o altre strumentazioni meno consuete ma la spina dorsale è rimasta sempre praticamente illesa. Il rock strumentale degli Slint è diventato qualcosa di totalmente diverso eppure non è mai cambiato. Il calderone, sopra la fiamma degli anni novanta, nel suo continuo ribollire ha rovesciato all’esterno stili diversi che sono sfociati in diverse correnti scivolate lontano dalla pentola (pensate al Math-Rock dei Don Caballero). Il Post-Rock non era ancora un preciso genere musicale ma il tempo l’ha reso tale. Ogni variazione sul tema di quel celebre Spiderland ha generato diverse correnti musicali. Quello che non è quello che era allora, allora è altro. Ogni ramo partito da quel 1991 è diventato una pianta diversa dal tronco. Quello che resta, Il Post-Rock oggi, è esattamente quello creato tanti anni fa da quei ragazzi di Louisville ed è esattamente quel tronco che ci propongono i ragazzi di Reggio Emilia sotto il nome di Amp Rive.

Nessuna sperimentazione, nessuna voce fuori dalle corde, nessun estremismo o divagazione, niente Screamo Post-Hardcore in onore della madre The Death of Anna Karina. Niente di niente, oltre il cuore. Nuda e cruda musica strumentale. Tanto per capire di chi parliamo, gli Amp Rive sono una band di Reggio Emilia, nata dalle idee di Adriano e Luca dei The Death Of Anna Karina (Unhip Records), assieme a Gualtiero Venturelli (chitarra) e Alessandro Gazzotti (basso). La band nasce nel 2005 con il nome di Irma Vep e negli anni successivi si dedica a un’intensa attività live, aprendo i concerti per numerose band italiane tra le quali Three Second Kiss, RedWormsFarm’s, The Zen Circus e Le Luci Della Centrale Elettrica. Nel 2009 compongono una colonna sonora originale per il film Vampyr di C.Th. Dreyer del 1932, che eseguono in sonorizzazioni dal vivo in diversi festival cinematografici, con la collaborazione della Cineteca di Bologna. Nel corso del 2010 registrano i pezzi che vanno a comporre il loro primo album, presso l’Igloo Audio Factory di Correggio (RE) da Andrea Sologni (Gazebo Penguins) che ha fatto parte della band dal 2007 al 2010 e che ha suonato synth e chitarra nel disco, con la collaborazione di Enrico Baraldi (Ornaments e Nicker Hill Orchestra). Con l’uscita del primo album gli Irma Vep decidono di cambiare il loro nome in Amp Rive, in seguito all’arrivo di nuovi componenti: Enrico Bedogni alle Tastiere e chitarra e Daniele Rossi al violoncello e chitarra.

Il cd, intitolato “Irma Vep” proprio per dare continuità al lavoro svolto negli anni precedenti, è uscito il 1° ottobre 2011 per l’etichetta francese Als Das Kind, ed è stato anticipato dal video della canzone “Best Kept Secret”. Parlare del disco, avrete capito, rischia di diventare un puro esercizio di espressa banalità. Sei canzoni di classico Post-rock senza alcuna via di fuga. Continui richiami ai mostri sacri del genere come Godspeed You! Black Emperor depurati dalle incursioni vocali e dall’alone di mistero che aleggia nell’opera dei canadesi. Dal silenzio totale alla violenza totale come Explosions In The Sky ma senza silenzio e senza violenza. Ma soprattutto tanto tanto Mogwai sound. Tuttavia, ovviamente (avrete capito che il suono degli  Amp Rive si presenta estremamente “puro e ri-pulito” da ogni sorta di variazione sul tema) sempre senza eccessi noise. Per capirci, se qualcuno vi chiedesse di spiegare platonicamente cosa e quale sia l’idea di Post-Rock, arrendetevi, la risposta è tutta in quest’album. Strumentale e moderna classicità che forse nulla aggiunge al panorama musicale italiano odierno in termini d’innovazione ma che ci affascina comunque per la sua poesia. “La bellezza è mescolare in giuste proporzioni il finito e l’infinito”. Come se non bastasse la neve a scaldarci romanticamente il cuore in queste altrimenti inutili giornate di Febbraio, c’è anche Irma Vep, non dimenticatelo.

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Bobby Soul – Conseguenze del groove

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Il nuovo disco di Alberto De Benedetti, in arte Bobby Soul, è una sorta di esperimento sonoro che forse accade per la prima volta in Italia: “Conseguenze del groove” è infatti inciso con tre band differenti, i Knickers, i Les Gastones e i Bonobos Boracheros, a seconda dei brani.

Diciotto tracce che vi catapulteranno nell’universo del soul e del funky sin dal primo brano “Conseguenze” in cui il rimpianto critico Ernesto De Pascale mette subito in chiaro che “I negri hanno creato blues, jazz, rock’n roll…noi stiamo semplicemente rivivendo impressioni nate dal popolo di colore”.
Ascoltando questo compact disc infatti si sente tantissimo l’influenza di tutta la musica black con testi mai scontati a volte persino anche ironici, come succede in “Bobby Soul, who the funk you think you are?” e “Un’assouluzione”.
Il singolo “Stringidenti” scritto a quattro mani con Andrea “Manouche” Alesso è molto orecchiabile e le tastiere di Mattia Minchillo trovano qui il giusto e meritato spazio.
C’è anche tempo per la riuscitissima cover di Ritchie Havens  “Freedom” in cui prevalgono la chitarra e le percussioni e che nonostante siano passati molti anni dalla sua pubblicazione non mostra i segni del tempo.

Ospiti prestigiosi del disco Rickey Vincent , il già citato Ernesto De Pascale (a cui è dedicato l’intero album) e Gil Scott Heron.
Certo dai tempi di “73% Phunk” c’è stata una notevole evoluzione e maturazione nei suoni ben evidente soprattutto in “Amore a prima vista” e “L’uomo della porta di servizio” e in “Crudele”, che qui troviamo in una versione stravolta rispetto a quella del disco citato.
Lasciatevi quindi prendere dall’incantevole voce di Bobby Soul, che a tratti vi potrà anche ricordare anche quella di Mario Biondi.

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Mondo Naif – Essere Sotterraneo

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Essere sotterraneo” è  l’opus primo dei Mondo Naif, selvaggia band del trevigiano, perfetta per sbarazzarvi dello stress provocato dai vostri boss o per rimediare alla sempre minore libido sonica della vostra ragazza. Fra echi desertici, miraggi, allucinazioni a loud  stellari e ascolti ripetuti di Marlene Kuntz, Verdena “Eloise” e divinità anni Novanta come i Ritmo TribaleCome me”, “Violenta” il trio snocciola senza ritegno alcuno undici fendenti caotici della miglior dottrina stoner “lunaire” che ci possa essere ancora in giro da qualche parte.

Non hanno tutti i torti i critici del nuovo tormentato corso dei gruppi che ruotano ancora intorno alla figura centrale di questo genere, ed è un corso di chi ama ora o amato fortemente nel passato i bagordi elettrici e bui del suo sistema trasmissivo sonico, fatto sta che è innegabile che sia un “mega dettaglio” che ha sconvolto – tra piacere e dolore – la scena rock mondiale e che band come i nostri veneti ancora ci facciano linciare pelle e udito con la passione di chi il rock lo vive veramente dal basso e non su carta patinata.

E’ un buon esempio di qualità e pathos sacrificale, un disco che esalta – sebbene dalla sua provenienza nei reconditi pertugi dell’underground – grandi manovre stilistiche, tremendamente incisivo e promettente, pronto a ruggire sui grandi e medi palchi dell’attenzione con dolcezza inaspettata come il vento dell’Ovest delle ballate grunge intimiste “Aiutami, sono un ladro”, con lo slancio rivoluzionario dei RefusedLa terra trema”, a fondo nei sulfurei e neri sanguinamenti dei The TheDeuteria, vol. II”, un piccolo diversivo nel punkyes stile Bay Area “Mario”, nei Baton Rouge tra puttane e woodoo alcolici “Boblaito” ed una corsa tra i deliri Tarantiniani’N’roll per perdersi oltre in deserto di Sonora, fra pace, santità e maledizioni a go-go “Y fire”.
Mondo Naif consegna intatta la rabbia vogliosa –  in fondo –  di una libidine mai circoscritta, di una forza magnetica che è “maitre a penser” in un panorama giovane rinsecchito, un’energia polvere e sudore grandiosa in mezzo a tanti prodotti senz’anima. Provare per credere.

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Ektomorf – The Acoustic

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Non c’è che dire, gli Ektomorf ci sanno fare in tutto e per tutto, è un gruppo di un certo livello e lo dimostrano con questa nuova faccia indirizzata sull’acustico. Chiaramente questo loro disco intitolato “The Acoustic” è per l’appunto un lavoro che racchiude tutti i singoli del gruppo in versione acustica anche se troviamo in un modo o nell’altro quel retrò heavy, pezzi che già di loro erano interessanti, ma che riproposti cosi fanno venire ancor di più la voglia di ascoltarli.

Già la prima traccia, “I Know Them”, tratta dal disco “Destroy” pone  una piccola presentazione di questo lavoro acustico, stessa cosa per la successiva “I’m in Hate”. Si arriva però ai vertici con “Folsom Prison Blues”, la migliore del platter per esser sinceri, “Through Your Eyes” e la conclusiva “Who Can I Trust”. Ottima anche la versione di “Simple Man”, leggendaria song dei Lynyrd Skynyrd, proposta dagli Ektomorf i maniera davvero eccellente, se permettete meglio una “Simple Man” degli Ektomorf che una “Sweet Home Alabama” di Kid Rock. Nulla più da dire a riguardo,  “The acoustic” è un buon disco che farà la felicità di tanti, la AFM Records può solo essere contenta del lavoro svolto dagli Ektomorf e della band stessa.

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Farmer Sea – A Safe Place

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Non riesco proprio a capire come si possa non apprezzare questo “A Safe Place” criticandone la scarsa originalità, la ricerca di strade sicure, la riproposizione di qualcosa già sentito. Per prima cosa vorrei sapere cosa avete ascoltato di cosi originale prodotto in Italia negli ultimi dodici mesi. Fatemelo sapere perché forse in tanti ce la siamo persa questa band tanto innovativa. Anzi, facciamo cosi. Rendo la cosa più facile. Usciamo dai confini della penisola (camionisti permettendo). Ditemi anche una band straniera che ci abbia regalato una musica apprezzabile e mai ascoltata prima.

Forse qualche nome potrei farlo anch’io (James Blake?) ma in fondo non saremmo proprio davanti ad una rivoluzione vera. Cerchiamo quindi di non prendere questa storia dell’originalità come un’ossessione. Copiare non va bene; annoiare non va bene. Fare un disco cosi bello va bene, porca troia. Magari ce ne fossero di più di band cosi poco originali e cosi belle dalle nostre parti. Facciamo cosi. Ogni tanto bruciamoci il cervello e lasciamolo da parte (non correte a prendere la bottiglia di vodka che avete nascosto in camera, era solo una metafora. Ogni scusa è buona…). Scrivere una recensione non significa sempre giudicare o dissezionare nota per nota o fare pubblicità (buona o cattiva che sia). A volte è solo un tentativo mal riuscito di esprimere a parole le emozioni che la musica scalda fino a farle bruciare nel nostro cuore. A volte è solo esprimere a parole quello che le parole non possono esprimere.

“A Safe Place” esce a tre anni di distanza da “Low Fidelity in Relationships” ed è interamente prodotto e registrato dal gruppo (la Dead End Street è proprio l’etichetta della band). Come dire: “Il pallone è mio e ci faccio quel cazzo che mi pare”. Le fonti d’ispirazione dei quattro piemontesi sono, a detta loro, R.E.M., Wilco e Arcade Fire. Come vedremo e ascolteremo però, il sound sembra inserirsi in un filone leggermente diverso. I Farmer Sea nascono a Torino nel 2004 e subito si danno da fare con gli Ep “Where People Get Lost and Stars Collide” e “Helsinki Under the Great  Snow”. Il primo sopra citato album esce a cinque anni dal parto ed è prodotto da Borgna (Perturbazione, Zen Circus, Settlefish, Crash of Rhinos). Oltre alle innumerevoli apparizioni dal vivo (Heineken Jammin Festival, MiAmi, tanto per citarne alcune), il loro video “Teenage Love” gironzola per le viuzze di MTV Brand New e Deejay Tv. Nel 2012 è la volta di “A Safe Place” e le promesse fatte negli anni sono tutte mantenute. Un album di una bellezza disarmante già dalla copertina che come una petite madeleine risveglia infiniti ricordi siano essi personali momenti di tanti anni fa o lacrime perdute o il giorno in cui avete avuto tra le mani per la prima volta Spiderland degli Slint (a loro ho pensato quando ho visto quei ragazzi in mezzo al lago).  La musica che racchiude è un elogio all’estetica, con la paura (tema portante dell’opera) come fondale emotivo. Il brano d’apertura “The Fear” è tra i più belli in assoluto e riassume interamente il sound della band. Un Pop semplice, con un ritmo fresco e una melodia orecchiabile. Note che salgono al cielo in punta di piedi ricordando per armonie e delicatezza più i Death Cab For Cutie (probabilmente la band a loro più vicina) che appunto gli Arcade Fire, estremamente più complessi e ricercati. Le note iniziali di “To the Sun” vi ricorderanno un altro inizio eccellente (suggerimento: pensate ai Pavement meno lo-fi) e vi trascineranno in un ritmo meno introspettivo e ancor più rassicurante dell’iniziale brano d’apertura. Schitarrate Jangle e ritornello perfetto che vi regaleranno attimi di felicità. Quel Pop che ci piace tanto e che, negli ultimi anni, sembrava poter essere concepito solo nelle terre mica tanto allegre tra Londra e paesi Scandinavi. Pensiamo ai Fanfarlo o a Jens Lekman, in alcuni punti ai Belle & Sebastien per dire ma non dimentichiamoci mai quella sottile vena malinconica che accompagna e caratterizza ogni momento del disco. “Lights” riesce a caricare le atmosfere con le sue ossessioni martellanti senza mai suonare sgradevole ma anzi mantenendo intatta la purezza del suono richiamando il folk di Wilco senza mai farne agnello sacrificale. “Small Revolutions” rappresenta veramente una piccola rivoluzione. Molto piccola a dire il vero. Il ritmo si fa più incalzante e il basso corre come se gli Strokes avessero deciso di darsi una mezza calmata, mettersi il costume e volare in California alla ricerca della felicità. A metà album troviamo “The Green Bed”, forse l’unico pezzo non troppo riuscito o meglio meno facile da inserire tra gli altri brani e soprattutto “Nothing Ever Happened” in cui la formula mista di pop nordico stile Billie the Vision & The Dancers e Cats on Fire e folk pulito, si amalgama senza sbavature agli arrangiamenti sempre perfetti e alle incursioni di strumenti meno banali del solito (nel disco troviamo incastonature mai azzardate ma sempre leggere, di tastiere, organo, xilofono e sequenzer).

“Number 7” allarga il sound dei Farmer Sea come un’“elettronica rinascita” mostrandoci una botola dalla quale esce lieve l’odore di un Post-Rock scuola Mogwai (pensate a The Sun Smells Too Loud) e prepara la strada a uno dei pezzi più belli, “Summer Always Comes Too Late For Us”. Un vorticoso e ripetitivo lento viaggio psichedelico verso le stelle tra schitarrate stile Girls che appena appena ci accarezzano e parole che come flebili sussurri sembrano echeggiare da un luogo lontano ripetendosi ossessivamente come a volerci tranquillizzare a dispetto di quello che è il loro puro significato letterale.  Momenti che vorresti non finissero mai.  E che dopo sei minuti, finiscono. “Disappearing Season” è forse il pezzo che più richiama i pluricitati canadesi ed è anche quello che ricalca maggiormente la forma canzone per eccellenza fatta d’intro-ritornello-ecc… Aggiunge poco a questo “A Safe Place” ma mantiene costante la voglia di ascoltare. Ultimo brano, “For Too Long”, il mio preferito, prende tutti i punti di forza del disco e li chiude in un fazzoletto. Ritmi lenti e ripetitivi, voce carica di empatia scuola Red House Painters, psichedelica appena accennata a la Girls, musica melodiosa, densa di spleen, affascinante, triste ma non angosciante come abbiamo imparato ad apprezzare dai Death Cab For Cutie.  Una perla di amarezza mista ad amenità e leggiadria. Una pioggia di parole flebili e note appassionate. Un sole dall’odore intenso.  A Safe Place. Chiudo con una frase di una banalità da galera. Tanto, chi le legge le recensioni fino alla fine. Se non fosse stata una band italiana a realizzare questo disco….!?

P.s. Se non gli date un ascolto, vi meritate Giovanni Allevi che accompagna Fabri Fibra che duetta con Albano a SanRemo presentato da Facchinetti, tutta la vita!

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Anais Mitchell – Young man in America

Written by Recensioni

Amata, odiata, abiurata e bramata, non c’è una pace intellettualmente ferma quando si pronuncia il nome di Anais Mitchell, questa “anomala” folksinger e chitarrista americana che nello stretto giro di tempo – e a dispetto di tanti –  è diventata una ragguardevole icona alternativa, un approdo stilistico a confine tra “indipendenza” e pads roots che colpiscono l’orecchio come del resto la sua voce libidosamente sgrammaticata, off, da gattina selvatica.
L’artista del Vermont nuota nella scia venosa della grande Ani DiFranco, pienamente a suo agio nel ridisegnare in maniera estemporanea i tormenti agrodolci di folk, blues, jazz e country e degli inconfessabili traditionals,  e con questo nuovo “Young man in America” – il sesto della sua giovane carriera – torna a calpestare di poesia mai angolare, le terre imbattute e ancora selvagge della provincia americana dal profondo pathos acrilico; cacciatrice di sogni, demoni, deliri evanescenti, amori e amanti, dolori e panacee di intimità, la Mitchell idealmente non si è mai spostata dalla sua dolce infanzia passata in quella fattoria di legno, ma è cresciuta nella realtà, nella musica e nelle suggestioni pulite e terse come una “vergine” d’altri tempi, tra vento e tramonti.

Molto considerata nel giro del folk alternativo anche dopo una serie di strike discografici – non ultimo il gran successo del precedente Hadestown – il suo modo di suonare e cantare di cieli ed inferni in terra è esemplare, bello e accattivante, potrebbe benissimo sostituire Hope Sandoval negli Opal o coabitare nei lucidi svolazzi dei Mazzy Star, un disco che addensa una personalità splendida anche quando è inscatolato e filtrato dalle macchine “murderer” di “Wilderland” e “You are forgiven”, due brividi su brividi che fanno corrugare la pelle dell’intero corpo; e se poi ci si vuole postare sulle altimetrie della tracklist, con l’ammasso divino di torch songs e ragnatele d’accordi di chitarra ed espressioni looner assorbe totalmente la fisicità dell’ascolto, la vulnerabilità accorata della titletrack, l’intensità di un pianoforte a muro nelle metriche rurali “Coming down”, la dolciastra visione di una Sausalito a  pochi metri dal naso “Venus” o le impressioni di aver lasciato qualcosa indietro nella vita “He did”, “Tailor”,  la botta in testa è garantita, special modo per chi ha dentro l’anima una pelle delicata.

Undici canzoni di rimpianto e rinascita, undici sguardi altrove che confermano una scrittura emozionale e trasmissiva perfettamente in logica con le verità che vengono dal profondo dello scafandro chiamato a volte cuore, scafandro che questa dolce gattina del Vermont scardina e che –  come nella finale “Ships” –  una volta che tutte le storie sono fuoriuscite le affida al mare della struggenza melodica, del suo essere placido ricordo.
Anais Mitchell è una alt-diva senza saperlo.

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