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Aldrin – Bene

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Quante palle ci vogliono per suonare Post Rock in Italia nel 2011? In Italia, pensateci, il regno della canzone d’autore, dei testi impegnati, del pop da suoneria, del rock da bimbominchia.

In Italia, dove per vendere dischi, devi fare il coglione da Maria o essere giudicato da Simona Ventura, nota esperta del settore.

In Italia, dove chiedere, anche in tanti locali underground (che poi che cazzo di termine), di suonare dal vivo pezzi propri per un gruppo emergente significa prendersi una bella risata in faccia mentre un “dj (???) ” ti sorpassa e riempie il locale di cadaveri pronti a pagare anche dieci euro, consumazione inclusa, pur di ascoltare roba che già conoscono, gruppi che hanno ampiamente rotto i coglioni.

In Italia, dove le cover band riempiono le piazze alle feste di paese e talenti veri si spaccano il deretano senza un barlume di speranza.

Bene, la band di Viterbo ha due palle grosse come il fegato di Vasco Rossi. Trenta minuti di Rock strumentale divisi in quattro tracce omogenee ma intrecciate come a creare un disallineamento dei vostri neuroni.

Gli Aldrin nascono nel 2009 e nello stesso anno sviluppano il primo demo, “The Outstanding Tale of Buzz Aldrin” che toglie presto il dubbio sul nome della band citando l’astronauta che per secondo mise piede sulla luna. Alla base del progetto ci sono gli stessi membri attuali. Roberto, Massimiliano e Hendrick già in forze con le divise The U-Goes (gruppo indie di Viterbo) e il batterista Marco che viene, inaspettatamente viste le performance proposte con gli Aldrin, dal punk-hardcore di Ingegno e Ouzo. Con Roberto, Marco si sfoga attualmente anche con Cayman the Animal, altra band di matrice HC.

A questo punto potreste pensare ad un Post Rock particolarmente spinto, duro, aggressivo. Avreste pensato male. Le radici dei vari componenti sono qui fuse alla perfezione, completamente disgregate e ricomposte, rimescolate in qualcosa di fluido che niente ha a che vedere con gli ingredienti singoli.

Der Aldrin, brano che apre l’opera, inizia con un campionamento elettronico che, prima dell’ingresso di chitarre e batteria, dura circa venticinque secondi e riesce perfettamente a portarci nello spazio siderale, in viaggio verso la luna come fossimo neo-astro-nati Buzz, quarantadue anni dopo. Dopo il breve intro, il pezzo entra nel vivo dichiarando esplicitamente amore alla musica. Le influenze qui sono chiare, nette, evidenti. Mogwai soprattutto, in parte Explosions in the Sky, in un continuo altalenarsi che al minuto quattro e venti secondi finisce per implodere. La musica si ferma, per un attimo, come a trattenere il fiato dopo che il bang! del decollo è alle spalle. Il pezzo non è finito, il cammino è lungo ancora. Siamo soli nel nulla oscuro ad ascoltare nel silenzio assoluto la musica dei nostri pensieri. La chitarra ci accompagna, in un rimando forse anche troppo evidente agli scozzesi già citati. Succede qualcosa però. Il suono di un’altra chitarra sembra insinuarsi nella nostra mente spaccandola in mille pezzi. Pochi secondi prog inseriti come un indizio, un segnale, una firma di un serial killer sul nostro corpo totalmente in balia dell’antimateria universale. Nel finale, improvviso come un’onda maledetta si alza un muro di chitarre che ci sbatte da un lato all’altro del tempo, senza potere alcuno, senza difese. E prepara la chiusura fastosa di un pezzo che anche da solo sarebbe già enorme.

Vaskij Rosso propone un minuto e mezzo rivelatore come il pulsare del cuore in una botola. Più evidente si fa il riferimento al progressive in parte accennato in Der Aldrin, ma non pensate di ascoltare gli Yes teletrasportati nel presente, non pensate al progressive nel senso classico del termine. Con gli Aldrin ho capito che la strada non potrà mai essere dritta e la risposta mai una. Due minuti e mezzo e ti trovi a muovere la testa al suono di un assolo IndieRock e poi risucchiato nell’occhio di un turbine di onde elettroniche e poi in una nuvola ad ascoltare Dream Pop e poi chissà dove.

Molto Bene, terza traccia, molto bene. Ci siamo, siamo sulla luna. L’atmosfera si fa più calma, i ritmi più soffici, le note della chitarra sono quasi solo accennate. “Magnificent desolation”.
Un suono liquido ricorda la melanconia dei Low, dello slowcore/sadcore più struggente ma, come vi ho detto prima, gli Aldrin non sono mai banali. Una voce in inglese ci sussurra nella testa, ci avvisa come flash nella nebbia e a quel punto due parole, una voce in italiano stentato, una donna, è inglese, la vedo, “molto bene”e il sound riprende corpo e rabbia nel tempo che impiego a battere le palpebre.

L’album si chiude con La Drogue, l’episodio più leggero, più Pop-Rock di tutto il disco, con chitarre che ricordano Shoegaze pulito dai feedback caratteristici del genere. Entra in gioco una voce narrante, probabilmente non necessaria, che tenta di indirizzare i nostri pensieri andando in parte contro l’impalpabilità del rock strumentale che ne è anche la forza. Parole che provano a riportarci sulla terra. Senza riuscirci, perché sul finire, ci ritroviamo tutti su un palco fatto di speranze piazzato nel centro del Dark Side a urlare e cantare. Già cantare. Quello che non ti aspetti, ancora una volta.

Forse ai più esperti (snob) il rock strumentale proposto dagli Aldrin suonerà monotono, usurato, troppo farcito di contaminazioni o poco innovativo. I meno avvezzi a tali sonorità potranno soffrire la lunghezza dei pezzi, la quasi totale assenza del cantato, la mancanza della classica forma canzone. Io credo che saranno più coloro che apprezzeranno i continui cambi di ritmo, gli improvvisi controtempi, il citazionismo mai preponderante sulla musica, la mescolanza di generi quali il Funky o il Progressive alla pura espressione artistica del Post Rock chitarra/basso/batteria, l’atmosfera creata da un ascolto coinvolto, la potenza e le melodie a volte commoventi senza scendere mai nel patetico. I Giardini di Mirò hanno un futuro.

Non c’è bisogno di capire quello che questa musica vuole dirci. E’ sufficiente chiudere gli occhi.
Nei mesi a seguire ci sarà tanta gente in viaggio verso l’interzona posta tra la mente e il cosmo. Io intanto me ne sto ancora li, al riparo, aspettando. E continuo ad ascoltare.

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Zorn – Eva’s Milk

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A prima botta la voce sembra quella stonata del vocalist Verdenico, ma poi ti ricredi e vai con l’immaginazione a Brema dove i novaresi Eva’s Milk hanno trovato la loro America e urlano a tutti i paralleli il loro nuovo album “Zorn” che non è ispirato – sempre a prima botta – all’Acephale, il movimento filosofico di Georges Bataille, ma bensì alla rappresentazione di uno stringente trait d’union tra le culture metal zincate di black, anni novanta post-grunge e agganci uncinati con le posture di marca Soad, e che una volta fuse insieme danno questo marchio di fabbrica dal percorso affascinante nel suo essere radicale, elitario e rumorosamente ambiguo.

Più che attirare l’attenzione sul crossover stilistico, il disco interessa per la sua caratterialità pregna di abbandoni ed interminabili esplorazioni nei più bui recessi del suono doloroso e angosciato, preda di allucinazioni e passaggi per il di sotto di un inferno che non ha soste drones; tutto gira nell’oscurità, Rimbaud e aggressioni soniche sono ospiti integralisti nella ramificazione della tracklist, pulsioni visionarie e pads inquietanti sono le tappezzerie che abbelliscono i tracciati abrasivi degli Eva’s Milk “Turpentine”, il doom filo mistico che lega a scorsoio la trama di “Nella bile”, la pazzia millimetrata che graffita la tenebrosa tarantella di “Al tempo di Caronte” o i Marlene Kuntz che compaiono come imbarcati a forza nella struttura che regge” Come falene”.

A giudicare dalla copertina tutto sembrava rientrare nella normalità di un qualcosa casinaro e metallizzato, con quelle rasoiate da copione a lambire pelle e nervi o il ricorso “perenne” a un abusato pistar di pedaliere che a lungo andare sfascia coni e testicoli, ma poi una volta scartato dalla confezione si fa conoscere per quello che effettivamente è, un disco maledetto come pochi in circolazione, che ti si avvicina come una serpe ipnotica, e tutto d’un tratto ti divora, tra paranoie e vulcanici morsi elettrici “”Zorn”.

Deboli di cuore state alla larga, per chi cerca la destabilizzazione come via d’uscita dalla calma, attaccatevi qui, e per un bel po’ non sarete più quelli di prima.

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A Latex Society – Esdem

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Basterebbe dire che tramite la rivista Blow Up, culto e riferimento per ogni ascoltatore intransigente e alla ricerca di suoni poco convenzionali, hanno lanciato l’album in questione (4 brani nel numero di luglio-agosto) e che un certo Giulio Ragno Favero, piccolo grande Re Mida della musica italiana contemporanea, si è occupato del missaggio, per conferire al disco, già prima di ascoltarlo, un alone di venerazione e culto.

Una prima grossa difficoltà la si trova nel sintetizzare con una parola il genere intrapreso dalla band marchigiana, autodefinitasi electronic post-rock. Certo non è sulla definizione che ci fossilizziamo quanto piuttosto nel cercare di collocare nel panorama attuale le idee e la creazione degli Esdem per analizzarne la direzione e lo sviluppo. E le difficoltà restano. Un disco pesante. Come poteva essere pesante Mezzanine ben tredici anni fa, perché se proprio dobbiamo cercare di rendere l’idea è a quell’album e ad una sua ipotetica prosecuzione che andiamo a pensare.

Chiamatelo trip-hop chiamatelo ambient ma l’accostamento immediato che viene da fare è proprio a quell’ambiente di confine sperimentale tra digitale e analogico che ieri Air e oggi Dalek rappresentano perfettamente. Disco da ascoltare tutto d’un fiato senza pause perché i brani non ne richiedono affatto anzi si lasciano digerire e dimenticare continuamente in un flusso sonoro ipnotico senza sosta finché non ti rendi conto di averli ascoltati per 6 o 7 volte di seguito. Descrivere ogni singolo brano risulterebbe sbagliato perché sarebbe come strappare una parte dal tutto ed isolarla a sé.

A manifesto dell’album scegliamo solo di sottolineare come in Italia una band in grado di creare un’atmosfera torbida e soffocante come “Sure”, giochicchiando con strumentazioni varie, difficilmente si vede in circolazione. In un contesto tanto complicato e pieno di accorgimenti pre e post produzione, è curioso come la voce risulti la vera chicca del risultato finale. Un cantato sempre sommesso, confuso, dilaniato che segue il resto solo quando ne ha voglia. Come del resto l’apparire e lo scomparire di alcuni strumenti nel corso dell’album, a disegnare un quadro impressionista in cui si sfiorano i brani ma non li si tocca mai con mano realmente.

La recensione arriva con ritardo rispetto alla data di pubblicazione dell’album, ma su Rockambula non poteva comunque mancare la citazione di uno dei migliori album italiani del 2011.

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