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Tommi – Always

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Rincorrere il sogno americano a colpi di rock and roll, chitarra sotto braccio e armonica a portata di bocca, Dylan saprebbe cosa fare in certe occasioni. Tommi suona il suo secondo disco “Always” lanciando occhiatine viziose a quel tipo di rock che francamente non ci appartiene affatto lasciando perplessa tutta la scena indipendente italiana. Com’è possibile sentirsi quell’animo americano nonostante l’anagrafe artistica dice Veneto?

Qualcosa di strano annebbia la mente quando l’ascolto del disco entra nel vivo, le chitarre slow sembrano avere una propria identità, il cuore grande di chi crede fermamente in quello che suona. L’armonia del rock, la giusta evoluzione del genere, la strada giusta intrapresa evitando stupide contaminazioni.

Poi Tommi butta rabbia nel disco, “Always” assomiglia ad un essere umano con tanto di sentimenti, una ferita aperta mi ricorda di essere di carne e ossa, una batteria che cade dove il basso puro vuole, il profumo fresco dell’improvvisazione ravviva situazioni perse in partenza. Il rock è l’animo dell’essere umano, un calore che viene dall’interno. Energico ma con molto cuore, la cura essenziale alle sofferenze del mondo? Almeno per pochi attimi viaggio per lo stradone 66 inneggiano a super alcolici ben stagionati fino a perdere il contatto con la realtà. Se mai possa esistere una realtà. Possiamo assaggiare questo disco rock tenendo in considerazione quella corrente resa religione da Bruce Springsteen e Little Steven, un locale a luci soffuse, una bandana in testa e rock and roll nelle vene. Qualcuno potrebbe apprezzare alla follia questo lavoro disegnato con estrema disinvoltura.

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Alphabetagamma – Alphabetagamma

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Gli Alphabetagamma sono una band di Pesaro nata nel 2008 che quest’anno, dopo aver realizzato solo un demo, decide di regalarci il primo vero album, l’omonimo appunto ABG.
Giacomo Pieri (chitarra), Christian Del Baldo (voce/basso) e Stefano Aluigi (batteria) sono una band che ha deciso di mettersi in mostra nel modo peggiore possibile. Imitare. Come se non volessero fare altro che suonare quello che gli piace, senza sbattersi troppo, senza fottersene del giudizio mio o di chiunque dovesse ascoltarli. Imitare senza paura. Suonare senza troppo sforzarsi. Imitare per paura. Sottile la linea. Menefreghismo fasullo, di chi si pubblicizza sul MySpace. Menefreghismo illusorio di chi in fondo cerca giudizi positivi. Ingenuità o menefreghismo. Sottile la linea.
Lasciamo stare il discorso sulle ovvie influenze. Anche il più innovativo rocker di questo pianeta ne ha riversate tante nei suoi lavori. Parafrasando Dali’, quelli che non vogliono imitare qualcosa, non producono nulla. Lasciamo anche perdere il discorso sulle citazioni che, per quanto accettabili, dovrebbero essere quantomeno limitate. Qui abbiamo momenti in cui si sfiora l’assurdo.
Per capirci, la musica che sto ascoltando è un misto di Stoner Rock e Stoner Metal, che non disdegna di ricalcare i riff ossessivi e semplici del Grunge dei Nirvana o sfiorare il Post-Core e il Nu-Metal, soprattutto nelle parti vocali, avvicinadosi anche ai System of a Down, specie nel terzo brano.
Ora vi starete domandando perché questo sarebbe imitare.
Semplice. Premete play e capirete. Kyuss. Kyuss. KYUSS. Sono loro vero? Ovviamente in un momento di grave crisi artistica ed esistenziale ma questi sono i Kyuss. Sound potente e sporco, riff taglienti e ipnotici, percussioni rabbiose, voce che oscilla tra calma e follia urlata. Non sono queste, parole che usereste per descrivere lo Stoner Rock dei Kyuss di Odissey, tanto per citare un pezzo di riferimento? I Kyuss meno Blues e più Metal per capirci. Il suono caratteristico della band di Palm Desert è stato masticato, ingoiato, e digerito a lungo dagli Alphabetagamma che ora, con lo stomaco pieno, hanno deciso di vomitare tutto nelle nostre orecchie. E quella roba verde che ora sgocciola fino a terra non è certo blues per il sole rosso.
È delusione.
Oltretutto, se avrete la pazienza di arrivare al pezzo numero sette, avrete in cambio il disonore di ascoltare una chitarra che copia spudoratamente da quel folle genio di Steve Albini o meglio dai suoi Big Black, ( ai più giovani verranno in mente gli Shellac, altra band di Albini). Un sound inconfondibile che nessuno al mondo è riuscito e riuscirà mai a far passare per originale.
Dunque abbiamo tra le mani un lavoro che imitando i Kyuss, scopiazza qua e là, tra grunge e Big Black. Merda, penserete. E invece non direi. È questa è la cosa più odiosa.
La cosa che fa più rabbia è proprio il fatto che il disco non sia brutto. Il pezzo che apre l’album è anzi molto interessante. Concretamente superiore rispetto al resto. Mostra un’anima propria, cattiva, ci offre i denti come un cane rabbioso. La voce si districa splendidamente tra le lame della chitarra e le martellate della batteria e finisce per liberarsi e urlare carica, viva, pungente e stridula come metallo gelido. Sembra la strada, non proprio facile e in discesa, verso un sound personale, maturo. Il resto è un’altalena tra pezzi mediocri e improponibili e altri tanto interessanti, quanto sempre troppo legati a quella necessità di imitare dovuta alla paura di osare. Se è vero che l’imitazione è la più sincera delle adulazioni, il tempo dei falsi idoli deve però finire.
Il disco quindi non ha nell’aspetto estetico/musicale il suo limite primo. Ci sono tante cose da migliorare, un suono da sporcare e da personalizzare ma c’è qualcosa da cui partire. Ripartire da quella carica sparata nei primi minuti, da quel suono, da quella voce, quel timbro. Partire da li e cercare una strada nuova, diversa, una strada dove mai nessuno sia mai passato prima. È necessario che ogni nuovo pezzo acquisti una sua vita propria, sia distinto dal sound del gruppo e nello stesso tempo sia parte fondamentale per generare le caratteristiche proprie degli ABG. Partire da quei pochi minuti, guardando al resto come a un’ esperienza formativa e far si che la prossima volta che ascolteremo distrattamente musica, il nostro cervello possa ricordare il nome dei pesaresi ad ogni loro nuova nota.
Gli Alphabetagamma sanno suonare, hanno la carica giusta, hanno ora maggiore esperienza. Quello che resta da fare è osare. Staccarsi dal passato e buttarsi dal palazzo in fiamme. Qualcosa da fare troveranno nella discesa. E comunque volare anche per un solo minuto è sempre meglio che bruciare vivi.

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Why Not Loser – 4 Mistakes

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Senza metterla troppo sul socio-culturale, è indiscutibile che il suono chiassoso, casinaro, baldanzosamente nevrastenico del punk ogni tanto – ultimamente spessissimo – torni alla ribalta, anzi se la prende da solo, con suono in apparenza sempre uguale a se stesso, in verità con lievi ma indicativi cambiamenti.  

Why Not Loser, il quartetto trevigiano dall’adrenalina pura al posto del sangue, torna a calpestare (giusta definizione) la scena underground con “4 Mistakes”, un dieci tracce che hanno quei significativi cambiamenti, e che comunque mantengono come missione finale l’istigazione deflagrante di far pogare sopra mine punkyes dal cuore tenerone dentro una frastornante guerra di watt che mette gioia e furore in ogni passaggio di ritmo e pressione di pedaliere; fuori dello schiamazzo politician’s del punk d’oltremanica e molto accasato nella Bay Area Californiana, quella del punkyes bighellone che va dai Blink 182 in poi, fino alla tensione ideale sui movie-frame di “Un giorno da leoni”, il WNL thing è quello d’eterna festa sulla spiaggia, belle pupe, hamburger, birra ghiacciata e la spensieratezza d’anni giovani da bruciare in fretta tra muri di suono e cori da college, una spregiudicatezza garbata che cerca ispirazione dall’esigenza di esserci per fare numero e colore ad una liberalità che ogni giorno potrebbe essere l’ultima.

Il disco scorre come una macchina in corsa, ventoso e generoso, fa compagnia e forza come una pacca sulle spalle da un amico con il quale condividi tanto e tutto e questa band fa pamphlet e manifesto di questa giocosità dolce-amara e sgasa a dovere come una virtuale presa all’ultimo minuto di vita al volo;  con la produzione di Oliviero “Olly” Riva (Shandon) tutto esplode in assolto, nella scorribanda elettrica generazionale “I decide my age”, si rigira nervosamente nella melodia hardcore “Intention”, borbotta insieme al sincopato di un basso “Loser”, inneggia alla scalmana da cardiopalma “Happy song” e finalmente spalanca il suo cuore affaticato nella ballata vaporizzata che al centro di “Someday” riesce a centrare con gusto sopraffino il bersaglio della melodia hook che darà vita dura – durante i liveset – a centinaia di accendini made in China.  

Da Treviso il nuovo terremoto targato Why Not Loser si fa sentire in tutta la sua ginnastica sonora, in tutta la sua rabbia  divisa a metà con una gentilezza di fondo che fa estetica di lusso.

 

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Violentor – Violentor

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Ecco il disco che mi ha fatto rabbrividire, l’ omonimo che al primo ascolto mi ha fatto innamorare del gruppo, i Violentor per essere precisi, un affiatato quartetto proveniente da Firenze, la cui proposta è un esplosiva miscela tra Thrash e Speed Metal old school. Non mi diramo a lungo, mi limito ad elogiare questa piccola perla che credetemi, vale tanto. Già dalla prima traccia, “Too Loud”, Ale e soci mettono in chiaro le loro intenzioni e la presentazione continua con la successiva “Awakened In Death”. Insomma già le sfuriate di queste prime due tracce sono una vera e propria mazzata sui denti senza parlare poi di “Genocide” oppure di “We Hate All”, la preferita del sottoscritto detto in confidenza, un pezzo spaccaossa che in un live vedrebbe pogare come dannati il grande Lemmy Kilmister, Paul Speckmann dei Master e Cronos dei Venom. Anche se la loro proposta si rifà nettamente all’ Old School, c’è da dire che ci hanno saputo fare ed eseguire in maniera cosi eclatante questo genere non è roba da poco, perché molte band cadono nel banale e nel ripetitivo, per i Violentor non è cosi. Questo omonimo è un disco che riusciranno ad ascoltarli in molti: gli appassionati si leccheranno i baffi, le nuove leve capiranno cosa significa fare buona musica. “Go To Hell” mette la parola fine a tutto, è una chiusura in bellezza, di gran classe che mostra definitivamente chi sono i Violentor. Insomma,questo omonimo non dovete lasciarvelo sfuggire per nessun motivo al mondo, è un disco fatto bene e lavorato nei minimi dettagli perderselo equivarrebbe ad un sacrilegio.

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Esclà – Salta il tappo

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Okkio, il nome della band e relativa cover album potrebbero depistare  di non poco, perché verrebbe da pensare che  il tutto sia una stravaganza giocosa di cose messe in musica demenziali e per tormentoni tardo (issimi) estivi da piazzare da qualche parte; invece “Salta il tappo” del quartetto bolognese degli Esclà sorprende perché il suo cantautorato d’insieme fatto di giochi pop-folk striati di rock, fa pensare, riflettere e stare con i piedi in terra senza rinunciare a quattro bei salti di goduria folk nostrana.

Tredici percorsi atletici che infondono calore e forza motrice, tredici tracce ritmate, vive di sensazioni e coraggio che attraversano l’ascolto come un arcobaleno lasciandoti in dote – nel fondo dell’animo –  il senso di soddisfazione di aver ascoltato qualcosa, più di qualcosa, d’intelligente e vero.

Sincerità radiofonica, caratteristiche multi-matrice e quella bella semplicità declamatoria che ne fa un prodotto assimilabile immediatamente, una definizione sonica marcata d’autore che si fa notare specie nelle liriche e nelle ibridazioni che hanno un’inizio e mai una fine; se da stereo il disco da la voglia matta di dimenarsi a sfinimento, figuriamoci il quartetto complice su prestazioni live quello che potrebbero combinare e scatenare a loud al massimo, l’inimmaginabile, pogo e libertà di slogamento a go-go, anche per quel filo teso di nascosto che riporta virtuosismi alla Pogues e affini “Alfredo”, “Spazzanoia”, o per le contemporaneità  di rimbalzo rock-rap  “Io le odio le band emergenti” che non perdonano i momenti di stallo fisico.

Una band che brilla di suo e un vocalist che fa grandi numeri espressivi, teatralità e suggestioni a tutta voce che disegnano ballate sarcastiche “Salta il tappo”, smuovono spennate acustiche che si dondolano in due voci prima di accendersi d’elettrico “Voglio prendere in giro”, scandiscono il movimento di fianchi di un blues canaglia “Il sole a scacchi”  e finiscono in quei quattro minuti e quarantotto di magnificenza, di lusso d’ascolto della ghost track che segna numero quattordici della tracklist, un Guignolesco atto declamatorio di poesia che sanguina bellezza.

Eccellente come un vino d’alta genealogia, come dire…Esclà (mativo) senza riserve!

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Amycanbe – Mountain Whales

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Tutto improvvisamente prende un sapore dolciastro nonostante le vuote giornate spese a fare niente. Gli Amycanbe suonano freddi in una macchina immobilizzata dal gelo dell’inverno appena iniziato, il nuovo disco “Mountain Whales” impreziosisce la fama di questa omogenea band. La voce persuasiva scava incavi profondi fin dove le nostre braccia deboli non possono arrivare schiacciando tutte quelle incomprensioni con le quali siamo costretti quotidianamente a fare i dovuti conti. Tutto sembra essere semplice, spaziare con la fantasia per sentirsi liberi di trasportare la mente dove meglio si crede. Ma comunque freddo polare. L’occhio tagliato di Bjiork e il sound decisamente nord europeo ambientano il tutto in altre storie lontane dal nostro medio sedersi sulle situazioni, boschi innevati e la paura di perdersi per sempre. Il sogno si rende elemento chiave dell’intero lavoro elettro sentimentale che raccoglie maturo l’eredità pesante del precedente disco “The World is Round”, un tripudio di esaltazioni sperimentali arrangiate come la tradizione insegna e forse anche in maniera superlativa.
Niente può essere meglio degli Amycanbe, roba italiana doc da tenere sotto stretta presa per non perdere quello che di meglio possiamo esportare all’estero con petto rigonfio di fierezza e orgoglio nazionale. “Mountain Whales” riamane comodamente piazzato in quel sottile confine che distingue il sogno dalla realtà regalando a chiunque ne voglia una pura sensazione di piacere. Una band ormai affermata che non deve dimostrare il proprio valore a nessuno. Anche questa volta micidiali.

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Rhumornero – Il Cimitero dei Semplici

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Arriva il secondo album per i Rhumornero, arriva per ficcarsi senza dolore sotto la nostra lucida pelle, arriva arrembante “Il Cimitero dei Semplici”.
Di questo progetto nato dalle ceneri ancora calde di musicisti attivissimi nel panorama musicale italiano se n’è parlato molto durante i dovuti tempi quindi non hanno bisogno di tante noiose presentazioni. E questo giá rende il nostro animo più leggero. Il disco spinge rock puro dai primi secondi, man mano che il sound cresce iniziano a sentirsi sfumature delicate macchiate da altre influenze musicali accennate in maniera soffice senza pesare troppo su un lavoro vario ma allo stesso tempo lineare e personale. Un concept molto personal rock con la nutrita presenza di chitarre nervose negli spunti, la voce racconta ira accarezzando la dolcezza, il tepore scalda pensieri inequivocabili.
I Rhumornero sono tecnicamente organizzati e disinvolti, questo rende molto più facile mettere insieme un buon disco rock, niente che non possa essere collocato con precisione nello scaffale, indipendenza totale di stampo alternativ rock. Qualcuno suonerà alla vostra porta in cerca di spiegazioni che non riuscirete a dare, mai. Certo, parliamo di un album fittizio dal punto di vista estetico ma che non tralascia affatto la propria interiorità spingendosi ovunque sia possibile farlo con testi che lasciano da parte la banalità, undici canzoni per tutte le orecchie.
“Il Cimitero dei Semplici” sembra essere quel posto immaginario dove potersi sentire a proprio agio protetti da quell’insoddisfazione della vita quotidiana, i Rhumornero spezzano il confine commerciale del rock italiano registrando un disco decisamente onesto sotto ogni punto di vista.

  • Genere: rock
  • Etichetta: autoproduzione/Venus
  • Voto: 3.5/5
  • Data di uscita: 19 Dicembre 2011

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Prof.Plum – I Germi della Rivolta

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Cantori della catastrofe post-industriale ne circolano a frotte ormai da un trentennio: quanto è facile cadere nel cliché dell’asfissia metropolitana; quanto è già stato scritto e musicato. Vale la pena continuare a battere sentieri tanto largamente sfruttati? Il Prof. Plum non si esime dal farlo, senza abusarne.
Il Prof. Plum non è uno dei personaggi indagati per omicidio e per gioco in Cluedo, ma un collettivo di tre giovani innocenti della provincia comasca sinceramente incazzati dello status quo. In tempi in cui le pose di sterile radicalismo chic vanno tanto per la maggiore, è quantomeno degno di nota il fatto di riuscire a cantare il disagio con rabbia credibile.

Orgogliosamente autoprodotto, l’EP omonimo di Prof. Plum è un disco viscerale, primordiale, urlato con energia grezza. Spegnimi, il primo brano, riflette senza mezzi termini sui mali dell’iniquità e la frustrazione da essa derivati («la gente che ha idee migliori/ è quella che poi si taglia le vene»). Sonorità alla Verdena e qualche scivolone naif nelle liriche («mordi quel labbro con rabbia isterica/ finché poi sanguinerà»), è forse questo il brano meno incisivo del lavoro, che prosegue strutturandosi maggiormente con Uomini che cadono. Sullo sfondo rovinoso di pompieri ex-incendiari arresi per convenienza («ti ricordi di quelli che già vincevano?/ Ora sono grandi e ci sorridono/ c’era chi voleva fare la rivoluzione/ sognava barricate, ora aspetta la pensione»), il Prof. Plum rende gloria alla coerenza dei veri vincitori, che restano in gioco fino alla fine col rischio sensibile di perdere: «continuerò a modo mio/ io che amo anche gli uomini che cadono/ se non altro perché sono quelli che attraversano».

Il momento più interessante dell’EP giunge senz’altro a 7 dì, 7 che, dopo un attacco molto – troppo? – vicino a quelli di Scoff e Breed dei Nirvana, prosegue con liriche dense e martellanti, sui toni del sarcasmo più crudo che smaschera senza mezze misure il giornalismo malato e sensazionalista di regime: «Settimana degli stupri, cosa fate così agghindate? /Cosa sono quei calzoni anti-aderenti?/ Suvvia, lasciate che la notizia venga a me! /Suvvia, anche i fronzoli, ché al ricamo ci penso io». “Cani-azzanna-uomo” al guinzaglio dei potenti, cinismo da prima pagina a coprire i delitti di chi ha abbastanza grana per manipolare penne fedelissime e accondiscendenti. Questo è il quadro squallidissimo, illustrato senza fare sconti e rigettato con disgusto in un crescendo finale di rivolta lucidissima: «[…] finché la poltiglia si mescola al nero con sciami di mosche a giurare il vero/ questo è il tuo nulla, io mi dimetto! Attacca cane!».

Il più bello dei mondi e Le città chiudono la parabola dell’EP, riflettendo sulla lobotomia omologatrice imposta da “l’andazzo generale” di memoria Ferrettiana, da quella “forma sublime mamma” che “nutre protegge impera”, Cosa nostra, e causa nostra silentemente abbracciata per consuetudine. I Marta sui Tubi di Muscoli e dei, e poi Vasco Brondi con le sue luci fredde sul paesaggio – ma soltanto di scorcio. In primo piano sta piuttosto l’ammutinamento. Prof. Plum è ancora sul piano dell’esperimento, del work in progress germinale. C’è materia pregiata su cui lavorare, un granito cristallino e ruvido su cui intervenire con cautela per non snaturarne il vigore.

  • Genere: Punk/Elettrico
  • Etichetta: Autoproduzione
  • Voto: 4/5
  • Data di uscita: 16 Dicembre 2011

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Chaos Physique – 1975

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Amaury Cambuzat (Faust, Ulan Bator), Pier Mecca (F.I.U.B.) e Diego Vinciarelli (Sexy Rexy), sono nomi che chi segue le vicende psich-kraut di casa nostra – singole e come qui sotto il moniker Chaos Physique – conosce bene come le tasche proprie, ed ora questi deux machine tornano con il nuovo disco “1975”, un registrato che sa d’antico come le registrazioni in presa diretta e che come di ruolo porta con sé il dualismo attrattivo e respingente nel primo ascolto, poi già al secondo tutti gli ipnotismi e levitazioni space mischiate alle sperimentazioni semantiche del Kraut, prendono il sopravvento nel sottopelle ed il consequenziale e straniante stato vigile-delirante è assicurato.

Come suona 1975? Come la parte notevole del fascino, come una summa in cui coesiste tutto ciò per cui Cambuzat & Soci sono diventati fari celebrati del genere: i ritmi ossessivi e reiterati che anticiparono posture techno, le algebreidi e le angolazioni a gomito di un dubbing pesto e pestante, i radenti cosmici e il tocco minimalista colto ed al cubo fanno di queste nove tracce una modernità assoluta e per nulla passatista, tracce che continuano nell’originale ricerca di ibridare il sogno con il collasso dei sensi.
Vicino all’ora d’ascolto, 1975 è magma e pulsione darkoide, veemenza e crepuscolo fondo, un climax debordante dove noise e visionarietà sono sorretti da una serratissima volontà di portare al centro focale dell’orecchio la metronomica espressività dell’allucinazione; l’alterato tribal che fluidifica “Captain Bloom”, l’immancabile “motosega” della guest Jean Herve Peron (Faust) che fa a pezzi l’atmosfera astrale di “Chainsaw beauty”, lo skizzo mestruale che satura l’ossessione di “Analphabet city” o la straordinarietà primitiva che percuote “Bunga –Bunga” mettono in moto una costruzione travolgente, una verifica emozionale che non ha paragoni e che fa tag-line tra reale ed irreale di una cifra stilistica immensa.

I Chaos Psysique, ancora una volta, si confermano l’amaro calice del tormento dal quale tutti vogliamo ubriacarci in maniera smodata, in maniera totale.

  • Genere: Post-rock noise
  • Etichetta: Jestrai/Acid Cobra
  • Voto: 4/5
  • Data di uscita: 16 Dicembre 2011

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Captain Mantell-Groung Lift

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Terzo capitolo della saga spaziale per i Captain Mantell. dopo “Long way Pursuit” (2007) e “Rest in Space” (2010), arriva “Ground Lift”, personale ed immaginaria interpretazione dell’ultimo ma reale volo del capitano Thomas Mantell, unico caso di un pilota morto all’inseguimento di Ufo nel 1948; vi chiederete il perché di questa scelta!? Bene, diciamo che vista la quasi omonimia con il leader del gruppo, Tommaso Mantelli appunto, la scelta è parsa quasi d’obbligo!!
Nel caso in cui qualcuno di voi, numerosi e affezionati lettori, ancora non li conoscesse, ve li presento subito : trio veneto formato dal sopracitato Tommaso Mantelli (voce,basso,chitarra,synth) alis Captain Mantell, noto ai più come bassista del Teatro degli orrori nel tour “A sangue freddo” (ma questa è tutta un’altra storia e anche voi, dopo aver ascoltato questo disco, potrete dire oltre al Tdo C’E’ DI PIU’!!!), Nicola Lucchese (drum machine,synth,voce) alias Dottor Ciste e Omero Vanin (batteria,synth,voce) alis Sergente Roma .
Negl’anni i nostri capitani hanno avuto le loro soddisfazioni partecipando a vari ed importanti Festival come l’Heineken Jamming (main stage), il Neapolis , il Venice Industries ,il Mei , dividendo il palco con gruppi come Chemical Brother e Klaxons ed ultimo ma solo in ordine temporale, il Sonisphere Festival approdato in Italia quest’anno per la prima volta, con una line up con nomi del calibro di Iron Maiden, Motorhead e Slpiknot ,solo per citarne alcuni.
Bene, ma adesso dopo quest’ ampia presentazione, passiamo all’oggetto del nostro interesse, il disco(!) tredici tracce esplosive che accompagnano, dopo essersi persi nello spazio alla ricerca di oggetti non identificati, “il ritorno e la riscoperta” dei nostri musicisti-astronauti sul pianeta Terra, con pezzi come “Before we Perish“ nonché primo singolo estratto ,che altro non è che un ultimo messaggio di SOS prima dello schianto, ben concretizzato nel relativo video realizzato da Eeviac, o l’attualissima “Mr.B.” forse la canzone più sporca e graffiante di tutto l’album dal basso aggressivo;
Secondo singolo estratto è “Yesterday”( like the Beatles say) con tanto di video dall’aria “ So 60’s “ ambientato in un piccolo club stile newyorkese.. ,ma perché non citare anche l’emblematica “My Personal End of the world” o l’evocativa “Foresteria(Venice-Istanbul) “ ,unico pezzo interamente strumentale denso di synth, suoni e richiami tipici dei Captain Mantell , come del resto lo è anche l’utilizzo della lingua inglese ,che se non bastasse dal solo il sound , dà un quel tocco che caratterizza la loro indiscutibile internazionalità.
In conclusione, se amate la stridulità e le distorsioni dell’elettronica sporcate con sonorità punk caratterizzate da giri di basso a regola d’arte, non potrete non amare questo disco!

  • Genere: Elettro/ SpacePunk
  • Etichetta: Irma Records / Hypotron
  • Voto: 5/5
  • Data di uscita: 16 Dicembre 2011

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Amy Winehouse – Lioness: hidden treasures

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Pur di rimpinguare le asfittiche quadrature dei bilanci della discografia mondiale, non dobbiamo sorprenderci oramai se fanno cantare come sempre meno i vivi e sempre più i morti pur di registrare dischi, lo hanno fatto e lo fanno anche con la sfortunata cantante della Camden Town di Londra, la grande Amy Winehouse, e “Lioness: hidden treasures” ovvero Leonessa: i tesori nascosti “postumi” del mito, nemmeno farlo apposta, arrivano puntuali sugli scaffali di mezzo mondo, ed è un disco che contiene canzoni finite e provini lasciati in archivio che si spalmano in un tempaggio che va molto prima del debutto dell’artista con “Frank” e pezzi che dovevano far parte del terzo album purtroppo rimasto in aria.

Salaam Remi e Mark Ronson – i producers della cantante – hanno lavorato di fitto sugli undici files di Amy pur di resuscitare la divina voce del soul contemporaneo, e l’impresa pare riuscita nella parte artistica ma su quella umana è un discutere continuo da parte della critica e del mondo vicino all’artista, ma la resa delle registrazioni fanno passare in secondo piano il corrugamento dei pensieri e vola talmente in alto che ci si può inginocchiare estasiati senza parole in bocca, senza nulla da dire e da aggiungere.
Il disco, appena prende il suo avvio subliminale, stordisce come pochi, un floreale vortice soul, pop, slow-jazz, blues cattura tutto e tutti, con lussuria e conturbanti vocalizzi che solo questa “divina” sapeva lanciare tra stomaco e cervello di chi sapeva ascoltare con mestiere; procedendo a random si apre “Body and soul” incisa con il crooner Tony Bennet, si vola “Our day will come” rivisitazione reggaeggiante del classico doo-woop ’60 di Ruby & The Romantics o ci si incanta con la rilettura della delizia di “The girl from Ipanema” brano originale un altro mito quale Antonio Carlos Jobim; uno stato di grazia inarrestabile anche contenuto nel repertorio 2006 “Wake up alone”, l’up-tempo che contorna “Tears dry on their own” e di seguito le versioni customerizzate di “Valerie” degli Zutones e “Will you still love me tomorrow?” di Carole King.

Con una copertina che riporta la bellezza inaudita della Winehouse, sembra essere un sogno dispettoso che lei non ci sia più, che non potremmo più godere dei suoi abbandoni tra le note sfocate, jazzly e smoothing che la sua ugola sapeva addomesticare come una musa indefinita sa fare; e mentre scorrono gli anni cinquanta di “Between the cheats”, “Like smoke” duettata con il rapper Nas e la stupenda “A song for you” di Leon Russel che Amy aveva omaggiato a Donny Hathaway, artista sfortunato come lei, gli occhi si fanno liquidi e l’orecchio l’astanteria di un sogno in musica da conservare per sempre, come un amuleto di libidine artistica maxima.

  • Genere: pop soul
  • Etichetta: Island
  • Voto: 5/5
  • Link: http://www.amywinehouse.com
  • Data di uscita: 14 Dicembre 2011

Max Sannella

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Legittimo Brigantaggio – Liberamente Tratto

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“Lo stato italiano è stato una dittatura feroce che ha messo a ferro e fuoco l’Italia meridionale e le isole, squartando, fucilando, seppellendo vivi i contadini poveri che scrittori salariati tentarono d’infamare col marchio di briganti.” A. Gramsci
Prima di parlarvi di quest’album cosi ambizioso e complesso (vedremo a breve se lo si possa effettivamente considerare tale e perché), una promessa è doverosa. La musica dei Legittimo Brigantaggio è quanto di più distante esista dalla mia idea di musica. Funzione sociale prima che arte pura, astratta, emozionale. Musica oggettiva, anti individualista, per cui il fruitore è solo un mezzo di trasporto del messaggio non molto nascosto tra le parole, nella voce, che diventa l’elemento primario lasciando alla parte strumentale solo un ruolo gregario. Questa premessa ha uno scopo ben preciso. Gran parte delle mie considerazioni, vengono proprio dallo scontro di queste diverse concezioni e quindi, il fatto che possiate apprezzare o no “Liberamente Tratto” sarà dovuto soprattutto al vostro modo di considerare la musica, più che alla qualità pura di ciò che ascolterete. Baudelaire affermava che “L’arte è la creazione di una magia suggestiva che accoglie insieme l’oggetto e il soggetto”. Ingabbiare la musica nella sua funzione sociale può distruggere quella magia. La musica smette di essere arte e diventa altro oppure niente. Prima di leggere e ascoltare, fatevi questa domanda. Che cosa è per voi la musica, quale il suo scopo?

I Legittimo Brigantaggio sono Gaetano Lestingi (vocals, acoustic guitar, electric guitar), Davide “Zazzi” Rossi (accordion), Pino Lestingi (electric guitar), Domenico Cicala (bass), Gianluca Agostini (electric piano, synthesizer) e Gianfranco Vozza (drums, percussion). Nascono a Priverno, nel Lazio, nel 2002 e il primo lavoro è l’Ep “Quando le lancette danzeranno all’incontrario”, uscito l’anno seguente. Dopo tre anni e tanti live, nasce “Senza troppi preamboli…”, primo album della band, al quale partecipano tante voci celebri del panorama Folk italico, tra i quali Billi e Fiori de I Ratti della Sabina. Nel 2009 esce il secondo album, “Il cielo degli esclusi”, che ripresenta la formula della collaborazione con nomi ancora più di calibro. Modena City Ramblers e soprattutto Yo Yo Mundi, i quali rappresentano la band di riferimento dei briganti laziali.
Nel 2011 ecco a noi “Liberamente Tratto”, concept album sul tema dell’abitudine (strano visto che il sound è quanto di più abituale esista nel mondo folk italiano) nel quale ogni brano prende spunto da un’opera d’arte, romanzo, poesia, quadro, da Saramago a Pasolini, il tutto avvolto in un voluminoso e accecante mantello rosso. Affascinante, vero? Come rendere in musica le emozioni della penna, della macchina fotografica, del pennello? Come riusciranno a trasmettere quelle sensazioni tipiche della lettura, delle intermittenze della morte o del tempo di uccidere? Semplice. Non ci riescono. Al massimo, e questo sarebbe sicuramente un ottimo risultato, riusciranno ad incuriosire con qualche frase, a mettere voglia di leggere un autore o di appassionarsi ad un testo o una rappresentazione. Ma io stesso ci credo poco, perché i riferimenti non sono cosi immediati come si potrebbe credere e la musica non riesce a generare le diverse atmosfere necessarie a rendere al meglio le opere musicate.

Da un punto di vista strumentale, siamo disperatamente incollati al classico Folk dei già citati Modena City Ramblers e Yo Yo Mundi. In alcuni passaggi, soprattutto sotto l’aspetto vocale, c’è una certa similitudine col Cesare Basile più popolare e alcuni accenni allo Ska balbettano troppo deboli per essere considerati caratteristici del suono dei Legittimo Brigantaggio. Le melodie non sono ricercatissime, né molto orecchiabili, esclusi un paio di pezzi, e alla lunga l’ascolto può essere pesante e noioso. L’aggiunta dell’elettronica, del synth e del pianoforte elettrico, non serve a salvare la musica dalla marea di banalità nella quale affonda ed è cosi nascosta nell’ ombra del folklore italico da suonare impercettibile mancando un’attenzione maniacale e minuziosa. La musica in sé, voce esclusa, è dunque la parte meno importante dell’opera, cosa evidentemente intuibile già da come il disco si presenta. Non riesce quasi mai a trasportarci veramente, non trasmette la carica e la rabbia necessaria, è poco elaborata e strutturata (questo non sappiamo quanto volutamente, nella possibile necessità di non mettere nel lato oscuro la parte più particolare dell’ opera) e finisce col riproporre meccanicamente una formula ormai logora abbandonata in un affannosa ritirata nella fortezza di Nyen distrutta sotto i colpi della rossa monotonia sinistroide. Senza bisogno di aggiungere altre parole, avrete capito che tipo di sound vi aspetta e avrete capito che non saranno le chitarre o la batteria a spingervi ad ascoltare l’album (so che è una cosa orrenda da dire quando si recensisce un disco). Veniamo dunque alla parte più interessante, l’ elemento che forse spingerà i più temerari compagni ad ascoltare e parlare del disco. Anche se il timbro vocale risulta poco incisivo, in alcuni punti quasi in crisi d’ ossigeno, isolata dal fuoco della musica popolare e dal muro della rigida scelta testuale, è proprio nel canto o meglio nelle parole che potreste trovare un qualche giovamento.
Abbiamo detto che ogni brano è liberamente tratto da un’opera d’arte. Vediamo nello specifico quali collegamenti ci sono tra canzoni e artisti e quali temi sono trattati di volta in volta. Ripeto che lascerò da parte l’aspetto musicale perché totalmente inutile e ripetitivo e non ritengo neanche necessario soffermarsi in maniera puntigliosa sulle opere, visto che del disco parliamo e non di letteratura o pittura:
“Uscita operai”. Visione del dipinto “il Quarto Stato” di Giuseppe Pellizza e trattante il tema del lavoro e del mercato.
“La lettera viola”. Romanzo “Le Intermittenze della Morte” del portoghese Saramago, già autore del bellissimo “Il Vangelo Secondo Gesù Cristo”. Il tema è la morte, la sua assenza, il suo desiderio.
“Il diavolo nella camera oscura”. Eliografia “View from the Window at Le Gras” di J. N. Niépce. Parla dell’invenzione della fotografia e della difficoltà dei benpensanti ad accettare la novità.
“I cieli non sono umani”. Romanzo “Una Solitudine Troppo Rumorosa” di Bohumil Hrabal. Praga, seconda guerra mondiale. Un boia di libri redento e un amore che sparisce nel fuoco.
“Il dado è tratto”. Film “I Quattrocento Colpi” di François Truffat. Accusa alle nuove forme di pedagogia.
“Eucalyptus”. Romanzo “Canale Mussolini” di Antonio Pennacchi dedicata alla cittadina laziale Latina.
“L’Attimo Ideale”. Romanzo “Niente di Nuovo sul Fronte Occidentale” di Erich Maria Remarque. Paura dell’atomica, accusa all’opprimente occidente.
“Ruvido”. Saggio “L’Ospite Inquietante” di Umberto Galimberti. Nichilismo e gioventù.
“Affari di famiglia”. Poesia “La Guinea” di Pier Paolo Pasolini. Speranza contro la caduta dei potenti governanti italiani.
“Tempo di uccidere”. Romanzo “Tempo di Uccidere” di Ennio Flaiano. Guerra d’Etiopia, amore, morte, rimorsi e paura.

Ora avrete tante domande tra le tempie. Non è che questa formula è più semplice di quello che la stessa vuole farci credere? Non è che scrivere basandosi su testi o altro di grandi artisti crea una sorta di obbligo morale nella testa di ipotetici pseudointellettualigiovanidisinistra per cui “deve necessariamente piacermi, non posso sembrare ignorante o fascista”? E poi, il musicista non dovrebbe essere artista prima che divulgatore di opere d’arte altrui? Che cosa è la musica, quale il suo scopo? Dov’è la magia, in questo disco, dov’è la musica? Cari Briganti, non è che mi state fregando?

  • Genere: folk rock
  • Etichetta: Cinico Disincanto
  • Voto: 2.5/5
  • Data di uscita: 14 Dicembre 2011
  • Link: http://www.legittimobrigantaggio.com

Silvio Don Pizzica

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