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Dirk Hamilton – Thug of love Live

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Dirk Hamilton, classe 1949 e proveniente dall’Indiana, non ha bisogno di presentazioni…

Con oltre dieci dischi in studio il suo sound ha influenzato generazioni di musicisti, in particolare con “Thug of love”, uscito in una edizione celebrativa per il trentennale in una versione live dai colori più freschi e moderni ma che non perde lo smalto di un tempo.

Tutto ha inizio con “Wholly bowled over”, una ballad fra l’acustico, il country e il rock, che sa di gioiello nascosto e che forse le generazioni moderne farebbero meglio a riscoprire…

“Moses & me” è molto più pacata e dai tempi più lenti rispetto alla precedente, ma ha un’intensità che è davvero impressionante.

“Turn off the tv” ha un drumming molto accentuato che a volte risalta persino rispetto a chitarra, basso e armonica.

“In a miracle” tratta di un incontro mai accaduto con la grande Kate Bush, che rispose a una lettera del cantautore, suo grande fan, concludendo con la frase “keep in touch”, ripetuta più volte nella canzone.

“Out To Unroll the Wheel World” è come un proiettile veloce che colpisce al cuore e alla mente  chi la sente ma che non fa male ma solo bene.

In “Change in a child’s hand” ci sono molti spunti che ricordano persino il miglior Frank Sinatra! ed è davvero facile rimanerne estasiati.

“I will acquiesce” con i suoi 17! minuti è forse il migliore episodio del disco coi suoi assoli di chitarra iniziali e la batteria che tiene un improbabile tempo da marcetta che rende il tutto davvero originale (anche se poi abbraccia sonorità molto più rock).

“Colder Than Mexican Snow” è invece caratterizzata da linee di basso molto incisive.

“Need some body”, com’è scritto nelle note interne del booklet, fu scritta pensando a Rod Stewart, che però secondo lo stesso Dirk, non avrebbe mai cantato perché “troppo gentleman”.

La lunghissima “The Main Attraction” è invece dedicata al bluesman Solomon Burke, purtroppo recentemente scomparso.

La bonus track “How do you fight fire?” è cantata in coppia con Graziano  Romani e vede la collaborazione anche di Max Marmiroli al sassofono e di Massimo Mantovani al piano elettrico (presente anche in “Change in a child’s hand”).

La tracklist è leggermente diversa dal’edizione del 1980 ma di certo non tradirà le aspettative dell’ascoltatore anche perché con il musicista americano ci sono i collaboratori di trent’anni fa, Don Evans alla chitarra elettrica e ai cori, Tim Seifert alla batteria ed Eric Westfal al basso e ai cori.

Il tutto forse anche per mantenere intatto lo spirito e l’integrità musicale di un tempo.
E credetemi… Questi quattro musicisti ci sono davvero riusciti!
Il compact disc è stato registrato interamente in Italia a Dozza (Bo) e Modena il 13 e il 14 marzo 2010 mentre il dvd allegato (che contiene invece tredici tracce) a Cologne (Bs).
La produzione è praticamente perfetta, i suoni molto puliti ed il pubblico si sente davvero pochissimo.
Affrettatevi quindi a comprare questo capolavoro!

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Bruce Springsteen – Wrecking Ball

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Rabbia, amore, dolore per l’amico sodale Clarence “Big Men” Clemons spentosi dieci mesi fa e amarezza non contenuta per il destino della sua nazione America e dei suoi figli che la crisi ha dilaniato insieme; il diciassettesimo disco in studio di Bruce SpringsteenWrecking ball” è insieme urlo disperato e pathos armonico d’Irlanda, un disco che è insieme sangue e speranza sotto un cielo plumbeo e triste, tredici tapes, tredici lamenti umani d’insondabile brivido, profondità e passione che si coagulano in un unico essenziale calore che è poi la cifra stilistica inconfondibile del Boss.

E all’interno ci sono anche i riferimenti agli anti-eroi della storia, le stelle senza coda che hanno tratteggiato pagine sonore o di carta della vita, il radicalismo di Woody GuthrieJack of all trades” come il furore SteinbeckianoShackled and drawn”, poi quello che come una ventata d’orgoglio infinito arriva dietro è apoteosi di fremiti e cronache che disegnano un’America nuda, un “naked lunch” sulla bocca ingorda del Dio Dollaro “Easy money”, una lista di ballate e out-style nate in precedenza per essere suonate con la sola chitarra acustica ma che poi in studio session si è voluto dilatarne il raggio d’azione per essere complici vaste di un inno vero contro le ingiustizie, le falsità.
Trema il Boss quando canta in “Death to my hometown”  “..hanno distrutto le fabbriche delle nostre famiglie/ si sono presi le nostre case/ hanno abbandonato i nostri corpi sulle pianure/ con gli avvoltoi che beccavano le nostra ossa…” o quando urla a vene gonfie che “..l’uomo è intrappolato nei debiti che nessun uomo onesto può pagare..” tra le righe della stupenda “Jack of all trades”, è una dimensione che fa saltare i polsi, come il gospel che incontra l’hip hop “Rocky ground”, ma è quando arriva quel pezzo di cuore in frammenti “Land of hope and dreams” dedicato all’amico di sempre, al magico sax della E-Street Band, il gigante buono Clemons che il disco lacrima davvero e che come una magia da chissà quale lassù, porta quel fascio di raggi sole ad illuminare l’America affondata del Boss con quel “domani splenderà il sole e passerà tutta questa oscurità”.  

Torna il Boss con tutte le inquietudini di un mondo spaccato, torna il Boss che al contrario di quando cantava “nessun posto dove andare e nessun posto dove correre” in Born in The Usa, sa dove colpire con i proiettili duri della sua poesia disillusa.  

 

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Sunset – Viaggio Libero

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Strano questo viaggio rock-west che i novaresi Sunset inanellano nel loro primo official “Viaggio libero”, se non ci sono dubbi circa il viaggio, quello che li mette i dubbi è il “libero”, perché la libertà agognata dalla band è un tragitto sonoro troppo gonfio di Ligabue “Doc”, “Tu”,  Litfiba “In alto le mani”, Axel Rose e C. “Bambole”, Graziano Romani “Regalo alla mamma”, il Priviero d’antan e gli echi d’ex indiani padani (Rats) –  dei quali l’ex leader Wilco Zanni è presente nella traccia n.2 “El frago” –  che a tratti sembra essere davanti ad una tribute-band troppo precisa e a vetrofania con gli heroes citati.
Tecnica e pathos da highways americane riempiono tutta la vitalità di queste quattordici tracce freewheeling, hooks radiofonici che passano e rimangono in circolo il tempo di mandar giù un bicchier d’acqua, non per chissà quale cosa, solamente per una collana di canzoni che si vestono d’ovvietà e tritumi ritriti stracotti e digeriti a josa, un genere che non da spazio ed amplietà a nessuna ricarica creativa, il soliti rifferama, la solita voce vissuta tra alcool e pupe sverginate, poster di ZZ Top, saloon e pillole d’odiernità urbana, sguardi e riflessioni messi a contrasto nella rudezza di un rock’n’roll che di strada ne ha fatta molta e dunque un salutare “riposo” è quello che gli compete.

Altri ospiti di questo disco sono Graham Bonnet  vocalist (già con Rainbow) che interviene in “Lunghezza d’onda” e Jennifer Batten alla chitarra in “Sospetto” (Timoria?), nomi illustri del rockerama internazionale ma che non riescono a tirare su la sorte del registrato che, seppur ben fatto, di mestiere e d’enorme passione, si va a collare tra le migliaia di prodotti di genere che occupano gli store d’ogni dove e d’ogni quando; disco che se preso per un ascolto di sottofondo tra una faccenda e l’altra può anche aiutare a far passare il tempo gradevolmente, se vi si cerca un nuovo mondo, ruvido, ma mondo nuovo trova solo una continua (ben fatta) tiritera amplificata.

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Modì – Il Suicidio della Formica

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Perdersi nella nebbia di queste plumbee giornate diventa quasi obbligatorio, farlo con la giusta colonna sonora (Di venerdì tutto succede) diventa un lusso che non tutti possono permettersi. Almeno chi non conosce il genio artistico di Giuseppe Chimenti per la musica Modì. La malinconia potrebbe iniziare a piacervi di brutto, l’ossessione dell’errore bussa alla mente accendendo ricordi di amori perduti, rimpianti, la solitudine del sentimento umano. E proprio de Andrè a vegliare su un album di cantautorato introspettivo e dalla singolare bellezza, la creatura di Modì prende il nome de Il suicidio della Formica, una chitarra spezza il confine tra sofferenza e liberazione.

Non sempre giocare con le parole porta a risultati apprezzabili soprattutto se si osa sopra le proprie capacità, Modì amalgama con ingegno musica e testi portando alla luce canzoni artisticamente valide (Carnevale) senza buttare macigni di elevata cultura sulle spalle dell’ascoltatore, semplicemente musica per chi ne vuole. Un ambient noir e la riscoperta di poeti maledetti, un cuore martoriato e reminiscenze fanciullesche, una cicatrice indelebile sulla pelle, Baudelaire capirebbe di cosa stiamo parlando. La solitudine in Suicidio in Stazione alza notevolmente i parametri di musica interiore, il collasso mentale dell’indifferenza, un concetto di esasperata voglia di chiudersi alle spalle una vita indegna di essere vissuta. Ci vuole un cuore grande e una sensibilità come pochi per vivere e scrivere un disco con queste intenzioni, cerco di viverlo spalmandomelo sulla faccia per non perderne neanche un piccolo frammento, ne sono rapito senza scampo. Un timido sole si affaccia tra le nubi, non ho nessuna voglia di accoglierlo, oggi è un altra storia. Modì ti entra dentro come un demone dantesco, la sua musica scava senza alcun indugio dentro la vita quotidiana delle persone. Questo è l’obbiettivo essenziale di ogni cantautore che si rispetti. Modì è un cantautore dei giorni nostri, Il Suicidio della Formica ne è la prova inconfutabile.

 

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Management del dolore post-operatorio – Auff!!

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Da Lanciano il grido di dolore contenuto nel loro primo official album, “Auff!!”, e loro sono il Management del dolore post-operatorio, una band non masochista come si potrebbe credere per via della loro genesi nata su di una corsia d’ospedale dopo un incidente, ma un’accolita di poeti “attivi contro” che prendono di mira la crisi, i fantasmi che la sussurrano, i non diritti ai sentimenti e la non reattività o disillusione che si rivolge al futuro.

Dieci tracce accasate alla MarteLabel che suonano potenti, prepotenti e che vanno a sbomballare tutto il bagaglio filo-punk dei CCCP dei tempi dell’insurrezione alternativa anni Ottanta, un bell’ascolto off e stracolmo di riff elettrici, distorsioni chitarristiche e sociali che urlano, riverberano e declamano – tra cinematiche esposizioni  – ironia e verità particolari, un punkyes aggiornato ai nostri giorni, un moving che si colloca anche tra i migliori Claxon e i nipotini Franz Ferdinand dentro traiettorie che scalfiscono l’ascolto; il cantautorato elettrico, tanto disegnato da multipli ascolti,  che questa band stende è scritto bene e si asseconda a registri differenti, magari, quello che non riesce ad incresparsi di molto è la parte più “quieta”, quella vissuta da depressioni scandite “Amore borghese”, lo shuffle disco “Irreversibile”, “Nei palazzi” o il pathos liquido che galleggia in “Il numero otto”, mentre per la parte caffeinica, quella dedicata all’ossessività rock esplode come una mina anti-uomo al passaggio di “Pornobisogno”, sotto la mannaia elettro-funk “Auff!!”, nelle palle gonfie di “Irreversibile” come tra le vertigini amperiche che rotolano dentro “Macedonia” con gli omaggi dei Marlene Kuntz.
Veramente, un disco di dolore nato dal dolore, che trasmette dolore da combattere e attrae fan addolorati, un disco che ci avverte che il tempo corre, scorre e che quando finiscono le lacrime non è il momento di fare tappezzeria, ma e proprio da lì che bisogna segnare il recupero dei sentimenti, delle persone, del mondo che ci fa da corolla violentata in mezzo a tutti quei  detriti e frammenti di gioventù andate.
In poche parole un bel disco che si fa mazza!

 

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Alessandro Arcangelelli – Compendio ragionato sull’educazione della natica

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La nonna me lo diceva sempre da bambino, spesso dopo un buon piatto di fagioli ben arricchiti da spicchi di cipolla rossa: “chi non petta muore gonfio”. Ma da quando ho iniziato a frequentare le scuole elementari ho subito capito che l’utilizzo della voce sottostante dovesse essere ben controllata e calibrata proprio come le parole che si usano durante un’interrogazione alla lavagna.
E poi ditemi un po’ se non capita a tutti noi esseri umani di trovarci in situazioni fisiologicamente scomode in qualsiasi momento della vita. Per ovviare a questi problemi Alessandro Arcangelelli ha ideato un simpatico audiolibro dal titolo inequivocabile: “Compendio ragionato sull’educazione della natica”. Nato come scherzo tra amici, il manualetto sta riscuotendo un discreto successo tanto da vantare le voci di Giorgio Melazzi e Andrea e Michele di Radio DJ.

Si discorre in modo aulico e formale dei roboanti venti e di varie tecniche per arginare l’imbarazzo dell’ignobile gesto, mal gradito dalla società. Anche le ambientazioni e i personaggi rimandano a salotti dell’alta borghesia e questo evidente contrasto è il punto di forza del “Compendio”, che descrivendo varie tecniche per il “controllo dei venti imbarazzanti”, strappa più volte il sorriso all’ascoltatore a cui torneranno sicuramente in mente vecchie scomode situazioni. Il tutto è poi condito da goffe rappresentazioni sonore degli “uragani digestivi”, più o meno rumorosi, più o meno prolungati nel tempo.
Ma oltre alle quattro risatine per il tema divertente, questo “Compendio” risulta essere una piccola critica alla nostra società occidentale che accetta bestialità ben peggiori di un naturalissimo peto.
Insomma un modo per passare una mezz’ora spensierata in auto o in casa mentre si prepara cena. Assicuratevi di non avere conti o duchesse nei paraggi e provate a sperimentare la “Gambetta” e lo “Scricchiolaporta” e se vi dovesse andare male aprite subito la finestra.

 

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Fononazional – Una Sera

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Facciamo una cosa. Giuratemi di non prendere le mie seguenti parole, che vi ruberanno al massimo cinque minuti della vostra preziosa vita, come una classica recensione da Webzine. Cercate di fare finta che quello che segue non sia altro che una tranquilla chiacchierata con un vecchio conoscente, nato ascoltando i Ramones e i Nofx, cresciuto a Grunge, Blues, pane e Post-Punk e che ora si ritrova sommerso da universi paralleli di psichedelia, avanguardie, sperimentazioni e quant’altro ci si possa aspettare di “rock” dal Rock. Uno come voi perennemente disperso in un oceano di musica alternative, industrial, electro, disco, dream, post, pop, fuck, dub, hip, Burp! E che ogni tanto ascolta cose che non gli piacciono. Fate finta di chiacchierare al tavolino di un bar mediocre del centro della vostra cittadina mediocre di un’Italia mediocre come mai. In sottofondo “Una Sera”, il nuovo, secondo album dei lombardi Fononazional. Mettiamoci comodi. Ordiniamo da bere. Prendo una bicicletta. Happy hour. Davanti a voi ci sono io e c’è il vostro specchio. Io sono voi che ascoltate i Fononazional per la prima volta e leggete Rockambula e voi che uscite fradici da concerti da cinque euro e comprate i vinili di Tim Buckley ai mercatini. Se ho capito chi sei (e chi sono), questo disco non ti piacerà (non mi piace). Facciamo chiarezza. Tutti i membri della band hanno ottimi curricula e ottime qualità. Paola Atzeni (voce e flauto traverso) tiene seminari d’interpretazione applicata al canto, ha studiato flauto al Conservatorio (per la cronaca lo Statale Pier Luigi da Palestrina), ha fatto da corista di Eros Ramazzotti, Lucio Dalla, Alex Britti, Edoardo Bennato. Marco Bianchi (piano) è anche un compositore e arrangiatore, insegna piano moderno, ha all’attivo diversi album e compilation, ha collaborato con Mario Biondi, Luca Jurman, Irene Grandi, Tullio De Piscopo, Carlo Fava, Laura Pausini, Thomas Moeckle, Maxx Furian. Marco Mangelli (basso) ha studiato lo strumento con Ares Tavolazzi e quindi con John Patitucci, Victor Bailey e Percy Jones. Ha inoltre collaborato con Cristiano De Andrè, Andrea Bocelli, Biagio Antonacci, Gianni Morandi, Umberto Tozzi, Enrico Ruggeri, Syria, Alex Baroni, Mia Martini. Eugenio Mori (batteria) impara con Tullio De Piscopo e Franco Rossi. Continua gli studi, iniziati alla Civica Scuola di Musica di Milano, diplomandosi alla Grove School of Music di Los Angeles. Quindi perfeziona lo stile con Dick Grove prima di collaborare con Tony Scott Quintet e Long Horns Blues Band, lavorare alla Scala e fare il turnista per Biagio Antonacci, 883, Gianna Nannini e Franco Battiato. Come mai questo lungo, spaventoso elenco? Semplice. Voglio che sia chiaro che il mio giudizio sarà come non mai prettamente legato alla capacità della musica di emozionarmi e, semplicemente, piacermi. La bravura, la tecnica, le capacità pure non sono in discussione. La seconda opera dei Fononazional si distingue dalla precedente per prima cosa per l’assenza al piano di Enzo Messina. Tale assenza ha spostato la musica verso i lidi Jazz di cui parliamo oggi vista l’assenza del rhodes e dell’organo Hammond. Inoltre i brani non sono esclusivamente cover, come in precedenza. Anzi la parte più importante è rappresentata proprio dai brani originali. Inoltre la zeta sostituisce la t. Il digipack e il booklet che custodiscono questi dodici brani si presentano di un bianco puro con una foto un po’ inquietante della band in primo piano. All’interno troverete oltre al disco anche un Dvd, effettivamente di buona qualità, contenente brani live registrati alla Salumeria della Musica di Milano. Già dal primo brano, “Vivo”, è chiaro che il Jazz proposto dai quattro niente ha a che vedere con le improvvisazioni folli, acide, cool e avantgarde che ci piacciono tanto nel genere (pensiamo ai mostri Miles Davis, John Coltrane, Charles Mingus). Abbiamo davanti alle nostre orecchie una commistione di Pop Cantautorale, Black Music, Fusion, Jazz, Bossanova. La musica che ne esce si presenta comunque particolarmente elegante ed equilibrata (aspettate però a considerarlo un pregio). Tal equilibrio rassicurante è portato, però all’eccesso e in fusione con la voce e le parole di Paola Atzeni l’insieme si presenta piatto. Equilibrato come il grigio è in equilibrio tra bianco e nero. Inoltre proprio la voce è uno degli elementi che hanno generato maggiori problemi nel giudizio. Ottima e gradevole ma, ricalcando in maniera esplicita Mina e soprattutto Ornella Vanoni, non sembra riuscire a creare un marchio di fabbrica. Il timbro ricorda troppo per essere ricordato e inoltre l’Atzeni raramente azzarda e mette in mostra le sue capacità preferendo mantenersi su binari puliti. Tornando alla musica il problema è molto simile. Il Jazz si tiene sotto braccio alla voce e viceversa. Non azzarda mai e non si allontana mai da quell’atmosfera cristallina e confortante che è lo scheletro dell’opera. Nessun rischio. Nessun eccesso. Ai brani originali, vanno aggiunte alcune cover, nello stile tipico della band, di cui abbastanza ardito (sempre nel limite) il riarrangiamento de “La Collina dei Ciliegi” di Battisti-Mogol mentre sembrava evitabile “Nel Blu Dipinto di Blu” di Modugno.  Il risultato d’insieme, compresi i testi anch’essi particolarmente grigi ed esclusivamente funzionali alla musica, è un sound morbido, tranquillizzante, in parte mieloso. Per capirci, il genere di musica che puoi ascoltare in un bar durante l’aperitivo. Quella musica che non ti disturba o stuzzica mentre chiacchieri e sorseggi il Campari. Che non ti accorgi neanche che c’è. Abbastanza banale da ritrovartela a Sanremo. Ascoltandola in macchina con vostra madre risulterebbe sufficientemente scialba da impedirle, per la prima volta, di dire le famose orrende parole: “Che è ‘sto casino. Spegni che mi fa male la testa”. Ripeto che il mio giudizio non è da esperto ascoltatore Jazz. Quel tipo di critica la lascio alle webzine di settore. Come voi, la musica che amo, è quella che di solito trovi su Rockambula e se non la trovi, è perché è abbastanza fuori da non trovarla neanche in un normale negozio di dischi. Prima di ascoltare “Una Sera” stavo ascoltando Å – Å. E non scambio la figurina di Iggy Pop con quella di Mina. Capite la difficoltà di giudicare questo gruppo. So anche che nell’Italia delle fissazioni (lo Spritz, Le Converse, il Vino bianco, ecc…) parlare male oggi di un gruppo Jazz è cosa ardita. Il semplice nominarlo sembra creare un muro che ci impedisce di dire “non mi piace”. Come una critica al caffè, alla pizza, alla pasta. A me non piace questo “Una Sera”. Devo chiedervi umilmente scusa?

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Arctic Plateau – The enemy inside

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Questo disco sembra una visione notturna degli Slowdive o il canto epico rassegnato dei mangiatori di loto, dimentichi della loro vita e immersi in un apatico presente, invece è il soave decadentismo plumbeo che gira in “The enemy inside”  di Artict Plateau, moniker del musicista romano Gianluca Divirgilio, la nuova atmosfera discografica che l’artista fa scivolare negli orecchi galvanizzati di chi cerca un appiglio concreto – e a suo modo buono –  per iniziare alla grande una giornata in tema invernale, appiglio che si fa più che concreto, stupendo.
Un disco che non riuscirà – data la sua sofferenza interiore dei colori del vuoto e della mestizia – a farci vedere le stelle o qualche rappresentanza di esse, ma ci regala un diabolico collasso sensoriale ed emozionale, quel “lieve svenire” Kuntziano che sembra a tratti il principio attivo dell’estasi amarognola e disturbata Ottantina, carica di melodramma dark e del liberismo dei giorni contati della purezza shoegazer; undici piste per atterrare o decollare in quell’idea di malessere che in fondo è dentro noi tutti, connaturata nella dimensione umana, il nostro “impero interiore”, luogo dove rifugiarsi senza essere disturbati.

Ballate, schegge e ferite, radenti e amori che s’impastano in nuvole grigie che si susseguono una dietro l’altra come sipari di una commedia interiore che non ha pause, ricordi, scommesse e gole amare, una lunga poetica malata che trova conforti e tumefazioni nel rispecchiarsi di bruciature incancellabili; lo specchio di MorrisseyMusic’s like”, la dolcezza di una lacrima DrakeanaIdiot adult”, lontani echi di Phil CollinsAbuse”, “Wrong”, il pathos di una foschia folle condivisa con Carmelo Orlando (Novembre) nella disperazione urlata “The enemy inside”, l’eleganza in ballata di un Brian Ferry che danza in “Loss and love” in cui partecipa con la voce anche Fursy Teyssler (Les Discrets),  sono i sintomi complessi e belli di questa rabbia muta ed urlata, di questa ossessione fragile e corposa che è buio e luce senza fine, ossessione che vi sarà trasmessa con lo skippare all’indietro per ritornare sui luoghi del delitto d’ascolto della singola traccia  e dalla quale nulla potrete fare.
Artict Plateau, la levità dei sistemi emotivi.     

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Madkin | Perdone La Molestia

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Ultimamente si parla molto di questi Madkin, una band romana dedita ad uno Stoner Rock con forti riferimenti ai Kiuss. La band formata da Giuseppe Raffaele, Serena Jejè Pedullà, El Pais e Flavio Gamboni giunge finalmente al disco d’ esordio intitolato “Perdone La Molestia”; registrato e mixato presso gli Snakes Studios, ha come tematiche principali quella dell’alienazione umana, la comunicazione violenta, l’ amore  e l’ esperienza onirica. Musicalmente questo platter presenta massicci riff suonati con discreta velocità, insomma a tratti sembra che la band abbracci parti Hardcore ma la vena Grunge e Stoner si nota molto di più. Per farvi un esempio: mixate il sound dei Placebo e dei Kiuss, il tutto condito con un pizzico di aggressività alla Walls Of Jericho, ecco che otterrete la proposta dei Madkin. Questo “Perdone La Molestia” non sarà un apice, ne candidato al disco migliore dell’ anno ma è comunque un lavoro apprezzabile che nel bene o nel male ha qualcosa da mostrare, anzi, da far ascoltare. Il consiglio è quello di dare un opportunità ai Madkin, che indubbiamente hanno ancora molto da  apprendere ma per il resto ci sono dentro fino al collo, possiamo essere fiduciosi.

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Edda – Odio i vivi

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Stefano Edda Rampoldi, al mondo Edda,  non scrive solo canzoni, ma da un senso da brivido a quello che dice nelle convulsioni della sua sofferenza dentro, al centro di quella sua poesia malata che si sbatte e rotola come in un catino rovente pieno di ferite e momenti di felicità al pus, ed è da quel senso da brivido e di gran rinascita  che la musica alternativa italiana prende uno scossone tremendo da parte di quest’artista stupendo, forte e fragile riesploso al mondo con Semper Biot – dopo i fasti e le cadute con i Ritmo Tribale –  e qui nella riconferma assoluta del nuovo album “Odio i vivi”, secondo personale incunabolo “off” che va ad emozionare ulteriormente lo spirito di un ascolto oltre il privilegio.
Disco da ascoltare varie volte prima di entrare nel suo io, è un percorso tortuoso e salvifico che Edda – con Walter Somà con cui ne divide i testi – intraprende attraverso una canzone d’autore che pizzica il rock, una certa “avanguardia” sperimentale e un’anarchia metrica, di convenzioni e scrittura, dieci tracce trasversali che della libertà espressiva ne fanno baluardo di sincerità totale; una sonorizzazione che, oltre alla strumentazione di prassi, prevede autoharp, ottoni, marimba, sega musicale e lamiere ferruginose, contrasti e melodie che si fanno copiose come l’umorale che l’artista cambia di continuo, come un temporale prima o dopo di una giornata ossessa.

Non ci sono direttrici da seguire od inseguire come i dischi “classici” pretendono, qui si viaggia beatamente a vista, tra ondate poetiche d’inimmaginabile bellezza come la stupenda “Topazio” sangue interiore che vomita fuori pensieri fuori geometria, il subliminale resoconto di un delirio vivo “Marika”, la ballata per una mancanza d’amore vero “Gionata”, tracce queste scritte insieme a Gionata Mirai de Il Teatro degli Orrori, il rumorismo lavico che esce da “Omino nero”, la sinfonia vibrante in crescendo “Il seno” e quel diadema storto appeso in finale che risponde al nome di “Tania”, un blues da piangere con il quale il grande Edda ci offre un affresco da pelle d’oca di quello che questo musicista interprete può far germogliare dal suo spirito, in alto, sempre più in alto fra trombe, ottoni, ottavini squillanti e lo spazio illimitato di quel cielo che si apre davanti come un sipario accogliente.
Prodotto da Takedo Gohara, arrangiato da Stefano Nanni, magnificato da Stefano Edda Rampoldi.    

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Maria Antonietta – Maria Antonietta

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Avere vent’anni e sentirsi liberi di fare tutto quello che si vuole, le cose poi senza logica cambiano inevitabilmente in peggio. Io quando avevo vent’anni ero uno stronzo. Il disco di Maria Antonietta esce proprio quando il bisogno di rivoluzione interiore inizia a bussare pesantemente alle porte di un’insoddisfazione ormai dilagante. Certo, Maria Antonietta arriva portando nelle corde vocali un timbro fresco che spezza la tradizione delle angeliche voci italiane, una ragazza ribelle della quale innamorarsi in maniera perversa, un diavolo tentatore in tutina fetish. Il diavolo è donna.

E vede bene in questo progetto Dario Brunori in veste di produttore tutto fare, strappa questa ragazza dalla scena new wave/post punk (Young Wrists), gli impone la lingua italiana creando una donna bionica dell’indie rock. E diciamo pure con risultati nettamente positivi, ne sentirete parlare fino allo sfinimento, tanto nel bene quanto nel male. Maria Antonietta debutta con un disco libero di farsi apprezzare marcando le voglie sessuali di ventenni arrapati in cerca di sfogo, chitarre acustiche e scopate al centro del mondo (perchè sono le donne a volerci portare a letto, Quanto eri bello). La voce poi ti entra dentro come una lama affilatissima, il dolore risulta piacere innescando un circolo viziosamente pericoloso. Ci siamo ormai dentro fino al collo. Una cantante capace di raccontare storie blasfeme con la naturalezza di una diva maledettamente importante (Maria Maddalena e Santa Caterina), l’esordio solista di una cantante fuori dall’ordinario. I pezzi giocano sulla semplicità d’esecuzione, strutturalmente poveri ma con la capacità di fissarsi rapidamente nella testa, l’espressione diretta del semplice, bello e subito senza troppa filosofia. Un esordio discografico significativo per Maria Antonietta, la ragazza più cattiva della musica indipendente.

 

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Nympea Mate – Endio

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Ma avete mai osservato il vizio di paragonare alcuni luoghi, paesaggi, città ad altri luoghi, paesaggi, città più o meno vicini nello spazio-tempo? Questo vizio in genere mi fa incazzare. Mi fa incazzare perché il posto in questione perde di identità e anche di dignità.
Anche nella mia città, Rivoli, ma ancora di più nella vicina Torino, mi è capitato più volte di ascoltare deliranti discorsi di mediocri turisti (io sono un pessimo turista perchè non ho visitato quasi niente, ma per fare il turista non basta aver fatto tanti viaggi) che si sforzano a giocare a Memory con le celle della loro memoria, arruffando paragoni azzardati tra Torino e città europee più o meno vicine a noi.

In questo gioco a volte la città viene esageratamente sopravvalutata, perdendo così il meraviglioso contrasto delle sue radici nobili e industriali, oppure viene sminuita a cittadella di montanari operosi che è diventata così cool grazie a locali radical chic vicino al fiume e alle Olimpiadi.
Lo stesso identico discorso vale per la musica sfornata dal capoluogo piemontese e delle sue zone limitrofe. Spesso surclassato dalla immeritata prepotenza milanese, l’underground rumoroso sabaudo incassa colpi duri e rimane in cantina. Per poi non parlare di chi azzarda ad afferrare il bollente testimone dei mostri sacri oltre oceano o oltre Manica. Qui Torino diventa la Berlino priva di fremente luce artistica, le mummie del museo egizio diventano l’ombra della Stele di Rosetta e la Fiat una piccola costola della General Motors. E tutti i gruppi che senti nei sudici club allagati dalle piene del Po diventano schifosi tributi maldestri a Velvet Underground e New Order, se non peggio a Nada Surf e Radiohead.

Questo è quello che capita a una band chiamata Nymphea Mate, composta da quattro ragazzi ben piantati in terra sabauda e innaffiati con pioggia londinese. Tanto british da essere catalogati spesso come gruppo “brit-pop”, termine che mi da i nervi proprio come molte altre stupide catalogazioni: “indie”, “alternative” o “power-pop”.
I ragazzi suonano inglesi, è verissimo, ma non rinunciando ad interessanti variazioni sul tema come i chitarroni pesanti di “Billy Vanilla” e “Song for The Leader” che sembrano più di Josh Homme che di Noel Gallagher o le melodie della opener “Sir Constance” che sembra il nuovo singolo dei Band of Horses in rotazione su Virgin Radio. Insomma una buona porzione di U.S.A. se la ritagliano, e pure negli episodi migliori del disco.

I suoni e gli arrangiamenti vantano un grande equilibrio nel limbo tra i due universi pop e rock, le due realtà firmano un momentaneo armistizio e vivono in pace e armonia in ogni brano di “Endio”. Tra chitarroni rock’n’roll che ammiccano allo stoner, melodie ammiccanti e un tappeto sottostante (semplice ma efficiente) che guida la banda, le due parti ostili si abbracciano, si toccano e a volte si lasciano andare in una folle danza come nello scoppiettante finale di “Waiting for The Bang”.
Tutto sembra cotto a puntino, salato il giusto, ma manca di spezie. Mancano allo stesso tempo quel pizzico di personalità e quella spolverata ruffiana che farebbero entrare dritto dritto un loro brano nella top 10 di NME.
Insomma il disco scorre, ma proprio come la fastidiosa pioggerellina londinese ti lascia un po’ bagnato e non entra nelle ossa. Anzi con un buon impermeabile non arriva neanche alla pelle.

 

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