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Lorian – Demo BOPS (recensioni tutte d’un fiato)

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Vito Solfrizzo, voce e basso, Cristian Fanizzi, chitarra, Alessandro Spenga, batteria, e Domenico Lippolis, piano, hammond e synth, formano i Lorian, giovane gruppo barese, che dall’inizio del 2012 propongono, assieme ai loro brani originali, anche i grandi successi del passato (Pink Floyd, The Police, U2, Jimi Hendrix, Led Zeppelin, Santana). Una demo, la loro, formata da tre brani: U.R.A. (Utopia Realmente Astratta), L’Ombra del Sole e Gladio, dove il rock, di stampo assolutamente classico, è il genere predominante, con tinte di progressive e qualche puntino di funk. Buoni i soli di chitarra, gli arrangiamenti e l’uso dei cori. La parte vocale, invece, rimane sempre un po’ standardizzata e uguale a se stessa, quando potrebbe andare oltre le proprie capacità, sperimentare nuovi colori e modi di esprimersi. La strada è ancora lunga, ma i migliori amici per i giovani musicisti sono il tempo, la sperimentazione, totale, perché no anche sfrenata e lo studio, il resto è solo fortuna.

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Thomas Guiducci & The B-Folk Guys – The Heart and The Black Spider BOPS (recensioni tutte d’un fiato)

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Spartano, sincero, diretto: esattamente ciò che un disco blues/folk dovrebbe essere. Un dono di Thomas Guiducci (qui con The B-Folk Guys) che inanella 9 brani asciutti e classici, un viaggio guidato nel mondo interiore di questo musicista che ama il blues e che ci gira l’Italia da anni. The heart and the black spider, simboli della passione e del dolore (argomenti che ogni musicista blues che si rispetti dovrebbe portarsi dentro, in parti uguali), è un piccolo dizionario di questa terra sospesa tra southern e irish, tra chitarre resofoniche e armoniche a bocca, tra kazoo e mandolini, tra ukulele, trombe e lapsteel guitar, fino a “spazzolone e manico di scopa”. Un disco che non è gonfio di virtuosismi, e con testi che definire semplici è eufemismo, ma che, forse proprio per questo, ci porta in quell’ambiente in cui il blues parla immediatamente al cuore: la produzione, molto secca, ci fa ascoltare Guiducci e i suoi come se fossero in una stanzetta con noi, a suonare le loro avventure dell’animo mentre noi centelliniamo il whisky, o ci fumiamo una sigaretta giocando a carte. Se questa magia vi solletica il cuore, prestategli un orecchio: non ve ne pentirete.

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Pino Cerrigone-Eventi disgiunti Ep BOPS (recensioni tutte d’un fiato)

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Eventi Disgiunti è il primo lavoro ufficiale del cantautore calabrese Pino Cerrigone, accostatosi alla musica da piccolo per cercare la propria espressione. Un Ep di quattro brani, che, come si evince dallo stesso titolo, sono volutamente diversi tra loro, per stile e linguaggio.Buon impasto musicale, tra blues, country e cantautorato italiano (alla Alex Britti) al quale si rimane giustamente ancorati per tutto il lavoro. Buona anche la registrazione, l’orecchiabilità e l’impasto vocale, non unico nel colore ma sempre comprensibile. Testi semplici ed evocativi, attraverso le stagioni e la fisarmonica, di amori veloci o ormai passati (Ragtime & Cubalibre, La fine dell’anno), della routine che spesso soffoca le passioni (Estratto) e della nostra civiltà oppressa dal progresso (Il mostro di Loneliness). Una musica che certamente porta con se il sapore delle esperienze, del tempo passato a suonare e la terra del cantautore, per creare, passo dopo passo, il futuro album.

http://www.youtube.com/watch?v=l4CipcFa5Bs

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Tres – Tres Bops (recensioni tutte d’un fiato)

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I Tres sono il progetto dei livornesi Roberto Luti, Simone Luti e Rolando Cappanera, nomi già ben noti e stimati nel fecondissimo panorama blues nostrano e non solo: i primi due, infatti, sono rispettivamente chitarrista e bassista affermati nel blues e nel funky, mentre Cappanera militò nella band heavy metal Strana Officina, che negli anni ’80 portò a casa meritatissimi successi e che ad oggi può vantare l’incisione di sette album. Il disco dei Tres, omonimo, pubblicato nel 2012, si compone di 11 tracce sanguigne, calde, tutte esclusivamente strumentali. Il richiamo al rock blues di Jimi Hendrix è pressoché istantaneo dall’iniziale Tres Niños a Cool ain’t cold con il suo sguaiato e onnipresente wah wah; 504th stone into the sea è una ballatona americana sexy e pelvica, mentre Bound to Houma con i suoi nove minuti di delirio psichedelico dà prova di tutta la bravura dei tre. Molto significativa è Hey Joe, citazione dell’hendrixiano omonimo capolavoro, con un inserimento non troppo velato del riff di Whola Lotta Love dei Led Zeppelin.

Non è il disco da avere assolutamente eh, soprattutto perché non è particolarmente originale né aggiunge qualcosa a un genere che già ha raggiunto esiti altissimi nella sua sotira, ma se vi capita tra le mani passerete un’oretta più che piacevole e se vi capitasse di poter assistere a un loro concerto dal vivo, avreste l’occasione di vedere dei veri musicisti.

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Fletcher – Fletcher Ep BOPS (recensioni tutte d’un fiato)

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Non è proprio il disco per voi, se quello che cercate è la novità a tutti i costi, anche a discapito della qualità, dell’orecchiabilità, dell’arte, della potenza sonica. Non c’è assolutamente niente che non abbiate mai ascoltato dentro questi tre pezzi proposti dal duo Fletcher. Già nel primo brano “Mr. Thorburn” i tre grandi punti di riferimento, Blues Rock, Stoner e Grunge sono esposti in maniera netta e decisa, senza in realtà mescolare troppo le carte e quindi rischiare di allontanarsi dal punto di partenza. Nonostante questo, il brano è assolutamente spettacolare, nella sua commistione di potenza e semplicità.  L’esecuzione è puntuale, la ritmica proposta da Daniele Milesi (batteria) martellante senza essere pesante e la voce di Andrea Manzoni (voce e chitarra) presenta un timbro assolutamente da tenere d’occhio. Per capire il genere, immaginate di mescolare i membri di una band Rock degli anni settanta, con Black Keys, Nirvana e Kyuss. Spettacolo. “Susy”, brano numero due, allenta il ritmo e, purtroppo, mette in mostra tutti i limiti estetici dell’autoproduzione. Tutta la forza è riversata nella seconda parte del brano, che riprende la linea dell’opening track. L’ultimo pezzo, “Egocentric”, presenta ancor più chiari riferimenti con gli anni settanta a stelle e strisce, pur senza variare di molto la proposta che continua su alternanza di pianure vocali e immensi muri di chitarra. Questo Ep dei Fletcher si ascolta volentieri, pulsa energia a ogni nota ma è quanto di più anacronistico potreste aspettarvi.  P.s. L’artwork di Matteo Foresti è davvero troppo improbabile.

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Sinezamia – La Fuga BOPS (recensioni tutte d’un fiato)

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Il rock’n’roll si butta in vena un siero freddo e nero in questo album dei mantovani Sinezamia, band già attiva da diversi anni e dal sound a dir poco “fuori moda”. Vicini ai primissimi Litfiba, alla new wave e non di certo ad orizzonti più ruffiani a cui molti gruppi del loro calibro puntano in questi periodi.
La scelta è decisa ed è pure premiata. Il freddo fa da padrone già dal primo galoppante basso di “Ghiaccio nero” e la gelata continua in tutti i sette brani dell’album tra richiami psichedelici e tecnicismi metallari. “Venezia” è un castello incantato che esalta la grande compattezza dell’organico, mai sopra le righe e sempre ben bilanciata nonostante i virtuosismi dei cinque ragazzi. “Occhio elettrico” suona distante con i colpi di doppia cassa che rimbombano nelle orecchie. In “Ombra” nasce il timore è che l’oscurità copra la furia, il sangue che pulsa nelle vene rischia così di essere pericolosamente rallentato. I dubbi vengono spazzati via  dalla title track “La fuga” dove la voce di Marco Grazzi quasi acciuffa l’estro di Pelù e la chitarra di Federico Bonazzoli taglia in due la nebbia e i miei dubbi con un assolo d’altri tempi.
L’ultima parte è affidata a “Frammenti”, schiacciata da una tastiera troppo squillante e artificiale, ma l’amalgama della band comunque si eleva sopra le (discutibili a mio avviso) scelte di suoni e incolla i vari pezzi sparsi per la via, restituendoci una oscura, ma furiosa dose di rock’n’roll.

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Walter Pradel e Rondò Anthology – Calma Tempesta BOPS (recensioni tutte d’un fiato)

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Operazione curiosa, quella di Walter Pradel, che mi informano essere un ex-modello la cui vera passione è la musica, qui al secondo disco, insieme a Rondò Anthology (che non si capisce se sia un gruppo, un quartetto d’archi, un altro artista…).
Il disco è prodotto molto bene, e si presenta come un progetto su cui s’è investito parecchio. È un prodotto breve (cinque tracce + relativi strumentali) di un pop classico, gonfio d’archi e pianoforti, una voce pulita (Renga con meno estensione… una specie di Giò Di Tonno), testi che più banali non si può, melodie da bel canto, ogni tanto parte una chitarra elettrica dal sound epico che non si capisce cosa ci faccia là in mezzo.
Poi si arriva alla terza traccia, esplode una batteria elettronica direttamente dal peggior pop radiofonico italiano, e io mi arrendo.
Un disco che può funzionare solo a Sanremo o come regalo a vostra nonna, che apprezzerà di certo (a parte la batteria elettronica: la traccia 3 verrà costantemente skippata).

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Duchenne Music Project – S/T BOPS (recensioni tutte d’un fiato)

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Il Duchenne Music Project non è il lavoro di una band, ma di un collettivo di artisti, accomunati dall’origine livornese e della volontà di sensibilizzare sulla distrofia muscolare di Duchenne e Beker. Il cd, il cui ricavato infatti viene devoluto a Parent Project Onlus, l’associazione di genitori con figli affetti da questa malattia, raccoglie sedici contributi i cui unici denominatori comuni sono la lingua inglese usata per la redazione dei testi letterari e la presenza di Matteo Caldari e Alessio Carli, i due ideatori del progetto, che hanno chiamato a partecipare altri musicisti della loro città. Ciascuno di questi porta le sue esperienze musicali pregresse, i suoi gusti, il suo stile. Ne esce un prodotto disomogeneo ma molto interessante: si va dal brit-pop all’indie americano, dalla new wave al reggae, dall’hard rock al folk, in uno spaccato dell’underground livornese che diversamente non si sarebbe potuto esplorare. La qualità, naturalmente, varia da traccia a traccia, con esiti molto interessanti come nel caso  della beatlesiana Anymore, dell’americanissima The answer, della super indie Our Summer Nights o della delicata Dorothy. Al di là dell’impegno sociale, vale la pena di ascoltare quest’album e farsi un’idea della ricchezza del panorama indipendente nostrano.

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Git & Cri – Git & Cri Ep BOPS (recensioni tutte d’un fiato)

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Non è facile giudicare il lavoro di un disco basandosi su un minuscolo Ep di quattro pezzi. Certo che se la proposta dei  Git & Cri, band trevigiana che ruota attorno al duo Stefano Zulian (chitarra) e Cristina Pizzol (voce), si dovesse riassumere nel primo pezzo “Summersweet”, non ci penserei due volte a dirvi di lasciar perdere. Un melenso Folk Pop, con pochissime idee espresse senza troppo entusiasmo e senza dimostrare quantomeno una tecnica fuori dalla norma. Evidentemente il tutto risulta incentrato sulla vocalità ma anche qui, non ci sono molte buone parole da spendere. Voce intonata perché non rischia mai di avvicinare i propri limiti e timbro dalla disarmante banalità. Poi arriva “Filled With Grace” e mi rendo conto, che questa ballatona strappalacrime, minimale ma comunque ricca di strumentazione e voci, in realtà quantomeno è orecchiabile e gradevole all’udito. Per un attimo spero di aver sbagliato nel condannare troppo in fretta ma “Bittersweet” mi riporta alla triste realtà. Voce inutile, suoni inutili e ci manca solo un ballo di fine anno tra la sfigata di turno e il figo dal cuore tenero in sottofondo e potrei anche farla finita qui e ora. Tutto il male è arrivato in lingua inglese ed io non mi sono sforzato troppo a comprendere le parole. Ma il vero calcio nelle orecchie mi arriva con “L’elefante”, che, come intuirete, è in lingua italiana. Resto senza parole, veramente non capisco come non ci si renda conto che per fare qualcosa di cosi ultrastrasentito, con arrangiamenti, testi, rime, ritmiche e melodie tanto banali ci voglia quantomeno una voce strepitosa. Non capisco ma dai, in fondo è solo un Ep.

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Z-Felt – Come evitare la morte nei luoghi affollati BOPS (recensioni tutte d’un fiato)

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Come evitare la morte nei luoghi affollati è l’album con il quale i pugliesi Z-Felt propongono sette brani, completamente improvvisati, senza struttura e senza testi. Musica tutta strumentale, per un certo verso ironica, pungente sperimentale al massimo. Ma come loro stessi scrivono Z-felt è non-musica, Z-felt è non-rumore, in realtà forse Z-felt è una scusa. La scusa di ciarlatani della musica. Forse tutto questo pensiero è costruito solo per poter suonare ciò che gli pare e piace, il che è apprezzabile perché, in fondo, non si nascondono dietro un genere o dietro all’idea stessa di non averlo. Il genere qui non esiste davvero e qualcuno potrebbe dire che non esiste neanche la musica. In effetti il trio, cresciuto tra musica e fumetti, lascia i virtuosismi ad altri, creando sicuramente qualcosa di nuovo e di inatteso. Come il significato di tutto il lavoro, che potrebbe voler dire tutto o niente, certo, dipende da chi ascolta. In effetti mi sembra di parlare di un quadro contemporaneo, ma forse un po’ lo è…

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Makay – Equilibri Instabili BOPS (recensioni tutte d’un fiato)

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Dentro questi cinque pezzi di Equilibri Instabili della band romana Makay, c’è una piccola bugia. Si tratta di un gruppo di cinque elementi (chitarre/basso/batteria/voce) nel quale artwork, testi e musica sono quasi tutta opera del chitarrista Alberto Marino. Eppure ogni momento del disco sembra essere destinato a promuovere la voce di Silvia Puddu più che la musica dei Makay. Sia nei brani più leggeri (“In Viaggio”, “Alla Ricerca Di Me”, “Mai Mai”), che in quelli più Rock (“Pensieri Rumorosi”), la melodia si tiene su linee soffici, morbide, precise e mai prepotenti, come a non voler minimamente rischiare di mettere in secondo piano quello che soffia dalle corde vocali di Silvia. Il più classico Pop proposto dalle varie voci femminili italiane (Giorgia, Elisa, ecc…). In verità, quella di Silvia è una voce gradevole, pulita, che ricorda a tratti la prima Elisa ma dal timbro fin troppo comune, nel suo mondo. A essere sincero, se dovessi basare il voto solo sui miei gusti, saremmo nell’ottica dell’insufficienza piena. Ma non posso negare la qualità vocale, l’esecuzione precisa, le sonorità distensive e accurate, perfette per fare da contorno alle parole. Se l’obiettivo era quello che ho intuito, i Makay ci sono riusciti alla grande. Fate una media di tutto questo ed ecco quel voto. La bugia? “Siamo una band, siamo i Makay”. Almeno in fase espositiva, non siete un gruppo, come non è un gruppo Vasco Rossi, Ligabue, ecc…. Tanti gregari, di cui uno straordinario nel suo eclettismo (Alberto Marino), al servizio del campione. Resta da capire se la voce di Silvia Puddu può davvero scalare la montagna del successo.

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Thee Jones Bones – Stones of Revolution Ep BOPS (recensioni tutte d’un fiato)

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Sono le 18,30 di un martedì grigio, salgo le scale di casa dopo il lavoro. Sono a pezzi.Giornata stressante, non voglio sentire nessuno. Mi cambio d’abito, butto dell’acqua sulla faccia per togliere la merda di questa giornata. Apro il frigo e prendo una birra, spengo il telefono, mi butto sul divano. Aaaaah.
Dura poco, l’angoscia comincia a sbranarmi. Come un cane randagio sui calzoni. Che palle!! Uffffff.
Mi alzo, non mi va di uscire, non mi va di sentire nessuno, non mi va di fare un cazzo!! Eppure non sono sereno. Mah… Mi sparo un disco. Mmmmm…. Fresco, Fresco. Appena arrivato. Vediamo un po’. La copertina colorata mi piace, arancione. Un uomoa dorso nudo che sembra un Hippy in sella ad un cavallo, con in mano una chitarra classica.  L’angoscia sembra lasciar piede alla psichedeliadi copertina. Il mio cervello è fritto al punto giusto. L’olio di quest’ascolto comincia a gocciolare sull’mio impianto HiFi. La prima traccia Free si rivela un inno alla libertà. Superficialmente potrei dire: “Into the wild” Eddie Vedder. L’ho detto. Comunque a me il country Rock piace. Ha sempre quel sapore vintage di tempi andati e fa molto scafato. Buono…. Cazzo il secondo pezzo parte dritto. Tre strimpellate di chitarra e Allright for you. Una ballata, un misto tra RollingStones e David Bowie. Siamo passati dal country rock al puro rock’n’roll. Ci può stare, anche se finora niente di nuovo. Continuo. Ogni canzone un richiamo diverso. Una moltitudine di influenze per questa band. Sicuramente rock. Sicuramente seventies. Chitarre dure, ballate, arpeggi malinconici, cori soul. C’è tutto in quest’album. Un meltingpot. Bravi ragazzi l’esecuzione è perfetta, forse manca un po’ di fantasia e innovazione.

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