Live Report

Zen Circus

Written by Live Report

Un concerto degli Zen Circus è sempre un buon concerto, questo ormai è assodato, non c’è scusa che regga, l’orecchio vuole sempre la sua parte. Il mio ne ha già sentite troppe. Questa volta allo Zu:Bar di Pescara c’erano tanti piccoli piacevoli motivi per andare, location a portata di mano, venerdì sera e Zen Circus freschi di nuovo album. Loro si sa, dal vivo sembrano punkettoni casinisti ma sono pur sempre la migliore band italiana del momento, i loro pezzi profumano sempre di freschezza, la voglia certamente mi spinge ad osservarli ogni benedetta volta con attenzione maniacale. “Nati per subire” il loro ultimo disco raffigurava perfettamente la gran parte dei presenti insofferenti quella sera, tipi strani non del settore che in nessuna maniera riuscivo a collocare, eppure la discoteca c’era il giorno dopo (o prima?!), o forse Zen Circus assomiglia vagamente a qualcosa dell’ambiente house music tirando un tranello ai consumatori ignari della serata?  Mah, mi consolo nel vedere gli scatenati (veri ma pochi, e ce ne sarebbe bisogno…) fans pogare e cantare sotto il palco, loro si che meritano rispetto a dispetto di un acustica orribile e un ambientazione noir forse non proprio adatta ai colori dell’indie rock, una bara saldata con zinco scadente e cerimoniata in maniera maldestra. Fortuna che le birre non mancano mai e la serata scivola liscia come non mi sarei mai aspettato visti gli acidi contorni con i quali mi ero in precedenza confrontato. La scaletta inevitabilmente comprende tutto il nuovo disco ed immancabili pezzi che hanno fatto la storia della band che registrò un disco con Brian Ritchie, ma questo ovviamente lo sapete tutti.

Concerto di qualità per aridi orizzonti senza vie di scampo, iniziative che andrebbero supportate e moltiplicate per un educazione musicale nostrana ai limiti del collasso. Avete voglia di vomitare? Oppure ne avete abbastanza e cercate di alzare nuovamente quella testa troppe volte schiacciata?

Il sentimento alternativo chiede rivoluzione per non lasciarsi sempre sovrastare da situazioni indigeste, nel bene e nel male è stata una bella serata. Almeno per una volta abbiamo provato a farci sentire…

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Dente

Written by Live Report

9 Dicembre @ Zu:Bar Pescara

È passato più di un anno da quando ho visto Dente strimpellare dal vivo la prima volta. Eravamo in un paesino sperduto dell’Abruzzo, non ricordo neanche il nome. C’era un grande palco, c’erano i Bud Spencer Blues Explotion a scaldarci, c’era una piccola folla festante come solo alle sagre paesane. Eravamo in estate, all’aperto e le voci e l’odore di arrosticini e salsicce si mescolavano alla brezza e al sudore, senza minacciarci, senza infastidirci. Abbiamo passato tutto il tempo tra quella sera splendida e oggi a cantare e parlare, ridere e scherzare, dell’appuntato Mazzolino, di Irene, di uno strano tipo di Fidenza e della sua ex compagna un po’ stronza. Dente ha inciso un nuovo lavoro. Le sue canzoni hanno bevuto vino e birra con noi quest’estate. Ormai è un nostro caro amico del nord.

Dente è a Pescara, allo Zu::Bar. Che facciamo? Non possiamo non andare a salutarlo. Andiamo. Raccogliamo i più romantici beoni del paese, barboni dentro, innamorati dell’amore, allegria, semplicità, qualche euro e via. Don Gennaro ci regala un po’ di gioia intrappolata in una bottiglia di plastica. Tre euro è un prezzo onesto per la felicità. Arriviamo al locale, siamo sulla Tiburtina che unisce Pescara a Chieti, siamo nella savana. Attenti ai predatori più feroci della zona. Sbirri, strane creature che si nutrono della nostra disperazione, dei nostri incubi. Questo è il loro territorio. Ma noi siamo furbi, almeno fino a quando non siamo ubriachi. E comunque non abbastanza furbi da far caricare le nostre carcasse sulla navetta che “viene a prenderti dove vuoi, quando vuoi”. Sì, come no! Se un ritardo di un paio d’ore che potrebbe costringerti a fiondarti in macchina fino a sotto il palco, appena in tempo per spararti Zen Circus a palla direttamente nelle caviglie, non rappresenta un problema. Noi arriviamo prima, quasi due ore prima, altro che navetta. Possiamo bere un po’ di vino al sicuro mentre Dente dallo stereo ci racconta dell’amore e ci invita a stanarlo, passando dalla porta sul retro, senza bussare. Esaurite le riserve Terra di Chieti, è probabilmente ora di avvicinarci alla roulotte che serve da botteghino. Siamo i primi, quasi. Possiamo entrare senza fare file e senza altri problemi. Ahahahah. Come siete ingenui.
Lo Zu::Bar è una sorta di troia che si crede pulita perché ti dà il culo, ma non ti bacia.
“Possiamo entrare o serve la tessera ARCI ?”
“Serve la tessera”
“Possiamo fare la tessera?”
“Non ho i moduli; avreste dovuto fare la preiscrizione on-line”.
“Ma l’altra volta non era necessaria”
“Oggi si”
“E quindi abbiamo fatto settanta KM a vuoto?”
“Non posso farci niente”
Intanto la folla aumenta, tanti chiedono dell’iscrizione. Il . tempo . scorre . lento .
“Sono arrivati i moduli, potete fare l’iscrizione”.
“Posso entrare almeno io, che la tessera l’ho già fatta?”
“Non potete ancora entrare, il botteghino è chiuso”.
Accenno al fatto di essere in lista ma capisco che l’utilità è pari a quella di una figa al The Blue Oyster Bar.
Una ressa si muove come un blob fagocitando moduli e penne, mentre aspettiamo il botteghino. Forse se mi facevano entrare, il bar guadagnava qualcosa in più, ma aspettiamo.
Passano ore e per l’ennesima volta:
“Ma il botteghino ancora non apre?”
“Si che ha aperto, ma non è questo. Qui è solo per le iscrizioni. Devi andare all’altro finestrino della roulotte, un metro e mezzo a sinistra”.
“E quando cazzo avevi intenzione di dirmelo che sono ore che aspetto di fianco a te, distribuendo moduli e penne a un ammasso di poveri disperati, neanche fossimo alla mensa di San Francesco?”
Intanto la folla è diventata enorme e quel metro e mezzo è stretto e ruvido come l’ano di Rosy Bindi.
Arriviamo al botteghino e con un imperioso stacco alla Shearer riesco a prendere il biglietto. Sono dodici euro per il concerto e dieci euro per tre tazze, perché accetto la promozione (che è per tutti, non solo per quelli in lista come mi avevano detto credendomi idiota) che mi fa risparmiare due euro a bicchiere. Che culo. Che generosi. Ah, il Natale. Perfetto, entriamo.
Aspettiamo, un rum e cola, aspettiamo, prendiamo posto, aspettiamo, una tipa ci regala pacchetti di Pall Mall semi aperti, aspettiamo, ci spostiamo, aspettiamo, un rum e cola, aspettiamo, ancora la tipa che non ci riconosce e ho le tasche piene di morte, aspettiamo, seguiamo la tipa e non compreremo sigarette per un po’, aspettiamo, la tipa ci riconosce, aspettiamo, vaghiamo dal balcone al centro della pista, aspettiamo, un rum e cola, i ticket sono finiti, aspettiamo e il barista ci offre un cicchetto, aspettiamo, ci spostiamo nella sala rude del locale, dove fumiamo e beviamo birra rubata chissà a chi, ascoltiamo i Rage, aspettiamo e andiamo al cesso. Manca la porta. Una ragazza (chissà chi sarà…mmmhhh) ne stacca una e la sistema, dove una porta avrebbe dovuto effettivamente essere, aspettiamo. Dopo aver aspettato un po’ (mettete qui i simboli delle bestemmie tipiche dei fumetti) il concerto ha inizio. C’è gente, non moltissima, non buonissima. I soli fotografi improvvisati che decidono di farti mescolare le vertebre del collo alla ricerca di un pertugio visivo, i tipi che sono venuti al concerto, ma fanno i duri parlando di Peveri e deridendolo come se per loro fosse un idiota (loro che, ricordo, hanno speso dodici euro, bevande escluse, per essere qui), qualche ubriaco che fa sempre bene a un Live e un po’ di ragazze esagitate. Insomma il classico pubblico Indie, diviso tra snob, fighette, inopportuni e “io sono qui perché non so che cazzo fare e il biglietto costa meno che andare in discoteca”.

In un attimo il concerto è finito.
Ma come, cazzo. Abbiamo cantato e ci siamo divertiti ma resta uno strano amaro sapore tra le labbra che puzza d’inappagamento. Volevamo che Dente cantasse con noi le sue canzoni più belle, più nostre, più tristemente ironiche e invece per quasi tutto il concerto ha fatto promozione all’ultimo album “Io tra di Noi”. So che tante band fanno cosi, ma lui è diverso. Credevo. Ha scherzato con la gente, ha fatto battute come sempre e discorsi senza senso, ma mi è sembrato molto più lontano rispetto all’ultima volta che lo abbiamo visto vivo. Più maturo, forse. Come il suo album, del resto. Forse col successo ha troppe cose cui pensare e la spensieratezza svanisce sotto il peso delle responsabilità, qualunque sia la sua grandezza. Come rapito, me ne torno a casa con la testa ancora sotto il palco a giustificare un live che in fondo non mi è piaciuto troppo. L’ultimo album è il migliore dei suoi ma rende meno dal vivo, specie se suonato per intero. Forse è stato costretto a fare cosi. E poi, poco importa, perché a Dente gli vogliamo comunque bene, no?

Senza accorgermene mi ritrovo nel letto con la scardinatrice di porte e continuo a giustificare la serata. Non sarà sempre cosi. E’ stato solo un episodio negativo e nulla più. Mezzanotte è passata ormai e mentre stanco, medito e il sonno comincia ad abbracciare la mia testa, un pensiero continua a picchiare alla finestra della mia anima. Solo un episodio e nulla più…mentre mi addormento, e nulla più.

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Paul McCartney – On The Run Tour

Written by Live Report

Il fan dei Beatles è una bestia rara. Si è rara, sebbene credo siano centinaia di milioni i fan devoti al quartetto di Liverpool. E’ principalmente bestia rara perché in media è un disadattato. Fin qui niente di particolare: tutti i fan di gruppi vetusti sono ad ora degli instancabili nerds. Ma attenzione: a differenza dei fan di Led Zeppelin, Bob Dylan o di Elvis non lo si puo’ assolutamente ingabbiare in una sola razza.
Anziane signore appesantite con l’innocente caschetto nel cuore, hippie sbiaditi con camicia nei pantaloni che sfoggiano il simbolo della pace in pantofole davanti al telegiornale, instancabili cultori del vinile che assomigliano al venditore di fumetti dei Simpson, bambini ancora incantati dal sottomarino giallo, ragazzini così indie da sembrare indossatori di Soho, insomma un ricco minestrone.
Ma tutto questo è sicuramente ben spiegato in centinaia di libri, che raccontano il devastante impatto che i Fab Four hanno avuto sulla società del XX secolo e io di certo non sono qui per descrivere l’importanza che ha avuto (più o meno inconsciamente) in tutti noi la band più famosa del mondo.
Solo che questa antropologica considerazione non puo’ che balzarmi all’occhio da quando entro nel parcheggio del Forum di Assago per assistere ad un live, un banalissimo concerto, di sir. Paul McCartney. E giusto per farvi capire il mio sgomento, la butto sul gossip. Vedo a distanza di pochi minuti: Rocco Tanica, Mauro Pagani, Noel Gallagher e Massimo Boldi. Ditemi se non è un ricco minestrone questo?

Paul McCartney porta in giro, ormai da tanto (ma forse mai troppo) tempo, una celebrazione spudorata del suo passato. Lo si capisce da subito, quando a 20 minuti dall’inizio del suo show parte un video con vari collage di immagini, icone e disegni che rimandano alla magica Liverpool anni 60. Ovviamente qualche frame è pure dedicato ai Wings e alla sua sfortunata e tanto amata compagna Linda.
Insomma capiamo subito come butta la serata: Beatles in primo piano, ma nel cuore di Paul una buona fetta è dedicata alla sua “band on the run”.
Dopo il video (stupendo per altro e accompagnato da remix molto trendy di suoi pezzi storici) entra Sir. Paul e il Forum è in adorazione. E’ arrivato un gentleman, un nobile direi quasi, elegante e composto, simpatico e piacione. Che si pone davanti alla sua minestra di persone come se fosse davanti alla regina di Inghilterra o davanti ai suoi nipotini. Un gioioso nonnetto tutto sorriso e grinta. Della trasgressione rock ‘n’ roll forse non c’è molto, ma a dire il vero quella in lui non c’è mai stata più di tanto, lo stile e la sua faccia così “pop” rimangono immutate. Questo è il nostro Dorian Gray in carne ed ossa.
Iniziano le danze con “Hello/Goodbye” e giù tutti a cantare. La minestra prende forma e inizia ad amalgamarsi. Metallari figli di “Helter Schelter” indossano per un attimo polo col colletto, ai più anziani ricrescono tutti i capelli. Questo concerto è un momento di comunione spirituale e Paul è il nostro reverendo.
Cio’ che stupisce del signorotto inglese già dai primi brani è la sua bravura tecnica, suona e canta in splendida forma a 69 anni di età. Piano, basso (il suo magnifico ed inseparabile Hofner) e chitarra, in cui si dimostra più rock di quanto sembri (spara pure un paio di assoli arroganti), senza ovviamente mai perdere la sua eleganza. Un inchino a sua maestà.

Nel corso delle due ore e mezza di scaletta Paul cerca di far valere la sua carriera solista che però risulta uno scricciolo nei confonti del mastodontico repertorio che si ritrova alle spalle. Il pubblico infatti pare non gradire eccessivamente “Junior’s Farm” o “Sing The Changes” (inaspettato brano dal suo progetto sperimentale The Fireman) e aspetta impaziente i classici. Triste ma vero: la sua carriera solista ci interessa poco. Vogliamo i Beatles. Ed ecco “All My Loving”, “Drive My Car”, “Long and Winding Road”. La band risponde bene alla rievocazione storica, rimodernizzando anche un po’ i brani, grazie soprattutto alla preziosa presenza del batterista fabbro Abe Laboried Jr., che nonostante l’eccessiva arroganza nel picchiare i tamburi si dimostra scenico e ben adatto allo spirito del live di Macca.

Per rendere ancora più sfacciata la celebrazione Paul cita “Give Peace a Chance” di John Lennon (in una toccante versione chitarra e voce) non prima di aver dedicato la splendida “Something” a George Harrison, forse il momento più intenso del concerto.
Tra un classico e l’altro Paul si atteggia da presentatore TV negli intermezzi, ci tiene ad intrattenerci con le sue smorfiette e il suo buffo ed insistito tentativo di boffonchiare parole in italiano. Sembra fin troppo acqua e sapone, non pare essere uno dei più grandi scrittori di canzoni al mondo.

Il finale di concerto si concentra ovviamente sui megaclassici della produzione Macca.
Le kilometriche “Let It Be” e “Hey Jude” anticipano il momento più tamarro dello show: “Live and Let Die” parte in sordina con Paul al pianoforte a coda e poi fuoco e pirotecnici scatenano l’inferno, in una versione tiratissima da rendere soffice persino la cover violenta di Slash e Axl Rose.
I bis infine sono dedicati ad altre pietre miliari come “Get Back”, “Yesterday” e “Helter Skelter” e per concludere (scelta non proprio banale) il geniale finale di Abbey Road, che chiudeva in pratica la carriera dei Fab Four. E qui chiude il concerto, un concerto come tanti. Semplicemente un memorabile karaoke dal vivo. Con la semplicità di chi arriva al cuore di milioni di persone con una banalissima melodia. E arrivato e ci ha fatto cantare, grandi e piccini, punkers e fichette con occhiali alla moda. Tutti in ginocchio, il vecchio sir. Paul è passato.

Marco Lavagno

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Bob Corn

Written by Live Report

Una sera d’agosto a Caramanico Terme c’era il signor Bob Corn in persona, ma lo conoscete quel simpatico ARTISTA dalla folta barba?

Lui e la sua chitarrina sul palco e basta, veramente più nessuno. Soltanto bellissime canzoni dall’aspetto scarno e dai contenuti di spessore, un uomo nato per reggere le scene senza pregiudizi di numero di presenti, di età, di gusti musicali. Non gli frega niente di quello che c’è sotto il palco scenico, lui è caloroso, pieno di animo, risulta essere un grande uomo. Pazzesco.

E poi parla, narra di storie umane, rapisce l’attenzione di chi lo segue, si fa amare, io lo amo alla follia. Se fosse possibile lo porterei a casa con me, ci parlerei per ore ed ore, ci berrei vino a profusione. Lo voglio.
Lo voglio e basta.

Niente di più entusiasmante poteva accadere in quella fresca sera di agosto, Bob Corn con la sua chitarra a regalare passione, quel calore umano che sicuramente non siamo più abituati a ricevere. Mi sentivo addirittura imbarazzato di tanta umanità.

Ad un certo punto abbandona il microfono e scende dal palco, inizia a suonare tra la gente ultra sessantenne presente a Caramanico per la sola ragione del soggiorno termale. Piace a tutti, ragazzini compresi. A fine concerto un bambino di forse dieci anni gli si avvicina e gli fa:”sei comunista?”

Il concerto per una volta inteso come tale, ci chiacchiero per un bel pezzo tra un mojito e una birra cruda acquistando inevitabilmente tutta la discografia ad un simbolico prezzo. Bob Corn è il cuore della musica indipendente in Italia, un persona che cercheró di seguire artisticamente il più possibile. Bob Corn merita di essere apprezzato al massimo, merita un bacino sulla fronte.

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Bob Dylan & Mark Knopfler

Written by Live Report

Dopo quasi due sfiancanti ore di coda all’uscita di Assago (come al solito pecche organizzative notevoli nelle localtion per concerti italiane), prendo coraggio e entro nello storico Forum di Assago. Coraggio perché ciò che provo è proprio paura. Paura terrificante di vedere davanti a me per la prima volta uno dei miei miti deturpato da una vita paranormale, da una vita che lo ha reso vulnerabile come tutti noi umani, vita che gli sta facendo pagare tutte le sue crude parole scritte in quasi 50 anni di poesia, contraddizione, visioni, maledizione, redenzione e di (forse eccessiva) saggezza.

Mr. Zimmerman, in arte Bob Dylan, ha ormai 70 anni pieni e a sentire le voci in giro non se li porta neanche troppo bene a differenza di colleghi coetanei stracolmi di fighe 30enni, botulino e corse sul tapis roulant (vedi sir. Paul McCartney e Mick Jagger).
Quindi immerso nella nebbia che avvolge il Forum, ho paura. Ma affronto i miei timori sperando che il caro Bob mi stupisca, come dopotutto ha sempre fatto. E si sa che lui stupisce anche nell’essere prevedibile.

Alle 21.15 attacca prima di lui Mark Knopfler, suo amico e accompagnatore in questo tour “smezzato” e a dire il vero compagno un po’ azzardato. Dalla prima riconoscibilissima nota di Statocaster infatti il pubblico infatti pare essere un po’ scisso tra i due mondi: quello del lord inglese che vuol far l’americano (moltissimi i fan per lui per altro) e quello dell’americano che il suo paese invece pare conoscerlo davvero bene e lo cantar in lungo e in largo sin dal lontano 1962.

Knopfler sa di inglese: nei modi, nel suonare la chitarra, nel cantare con eleganza e sapienza e poi appiccica un sound che sa di americano nei suoi pezzi (quasi tutta la scaletta è concentrata sulla sua carriera post Dire Straits). La band è presa direttamente da un baretto del Texas e suonano tutti come indiavolati un blues/bluegrass accompagnato dall’elegante tocco di Knopfler.

C’è da dire che dopo il suo attacco sento un potente brivido lungo la schiena, mi accerto che non ci sia corrente d’aria all’interno del Forum e vedo tutte le porte sbarrate: anche per uno che non è un suo grande fan, Knopfler fa la sua porca figura col la 6 corde.

Dopo quasi un’ora di set egoista dedicato ai suoi mediocri dischi solisti ci concede una toccante “Brother in Arms” e un finale tutti a cantare sul classicone “So Far Away”. Di “Sultan of Swing” o “Money For Nothing” neanche l’ombra.

E qui la paura un sale, mi rendo conto che sta arrivando il momento. A me Bob, esci e fammi vedere che sei più forte della vita grama che ti consuma. Poco prima delle 23 si spengono le luci e una voce annuncia il menestrello.

Entra in scena una band che sembra appena uscita da un set di un film su al Capone. Vestiti eleganti marroncino/grigio da inizio ‘900, si intonano sul momento senza tanti fronzoli e poi eccolo come un fantasma che si materializza sul palco: cappello nero da cowboy, vestito ancora più nero e baffetti da vecchio sornione, è mr. Zimmerman in persona. Su di noi vigila un occhio gigante proiettato su un telo rosso che ricorda le tende della loggia nera di Twin Peaks. A farmi capire che non sono in piena fase onirica ci pensa l’unico essere umano ospite su questo surreale stage, Mark Knopfler che attacca il set dell’amico con un signor “cazzeggio blues” alla sua chitarra.

Parte così “Leopard Skin Pillbox Hat” e Bob Dyal ci presenta la sua voce ormai rochissima e quasi demoniaca, ma allo stesso tempo anche vellutata, per capirci quella del nonno che ci racconta le sue storiellle. Intanto mentre sfagiola parole senza fare troppi sforzi ad aprire la boccuccia sotto i baffi, suona accordi ancarchici a caso sulla sua tastiera.

E’ tutto così misterioso, ma invece di spaventarmi di più per la situazione, per la voce spettrale che esce quasi distorta (forse è proprio la voce di Dylan ad esserlo senza effetti aggiuntivi), mi tranquillizzo e mi faccio trascinare dal ritmo indiavolato della band.

Questo è blues. La musica che proprio Dylan reputa così semplice e diretta che risulta essere uno dei più potenti mezzi di comunicazione. Potente, grezzo, violento, tagliente come la più affilata delle lamette. Questa è la musica di Dylan oggi, senza fronzoli, ma con la grinta, la protesta, il cuore in mano: quello rimane dal 1962.

La chitarra di Knopfler rimane on stage fino alla stupenda interpretazione cattiva e ostile di Dylan su “Things Have Changed” e la sconvolta “It’s All Right Now, Baby Blue”, snaturata nella sua semplice e nuda bellezza, presa di violenza dal paradiso e tritata come carne da macello nell’inferno blues dai 5 mafiosi e da Knopfler stesso, complice anche lui del magnifico strazio.
Poi mr. Dire Straits se ne va, e pare che sia stato chiamato solo come tramite tra mondo terreno e mondo dei sogni.

Ecco ora sogniamo tutti, cambia solo la sensazione ma la musica rimane cattiva e rude come prima.
Neanche l’amore più straziante di “Tangled Up In Blue” riesce a calmare il menestrello che senza chitarra davanti al microfono pare essere persino goffo. Accenna qualche buffo passo di danza, ma quando attacca la sua armonica ti strapazza la testa. Come se stesse gridando la sua disperazione ad un centimentro dall’orecchio e dicesse: “balla cazzo! balla” e io lo prendo alla lettera, con intorno un pubblico immobile ballo da solo e scordinato. Questa è la poesia cattiva e ruvida di Dylan, ora è proprio nella sua armonica.

Il Dylan oggi è live, il tour dopotutto porta l’inequivocabile nome di “Neverending Tour”. Live è la sua dimensione di oggi, con la coerenza del blues e delle radici della musica, che nasce live e lui pare la voglia fare morire live. Fino a quando avrà questo filo di voce ci porterà il suo nero fantasma davanti agli occhi, oggi è ancora tutto così magicamente potente che sicuro non smetterà a breve. Lo dimostra l’ottima prestazione di “Desoloation Row”, stravolta ma non snaturata nella sua magica monotonia e poi “Simple Twist Of Fate”, unico momento più “soft” della setlist, parlata girovagando per il palco. Sembra che il simpatico vecchietto debba convincere noi poveri terreni sprovveduti che il fato a volte di gioca stupendi e terrificanti scherzi. Se la ride sotto i baffi però, lo vedo chiaramente. Ci prende per mano su un ascensore, schiaccia il piano più alto e sulle nuvole si prende gioco di noi.

Il finale è dedicato a classici, rivisitati ma non troppo. E a dirla tutta “All Along The Watchtower” e una (adirittura!) cantabile “Like a Rolling Stone” stonano quasi davanti all’alchimia delle tende rosse. Quasi un piccolo regalo per noi poveri mortali che speriamo ancora di sentire qualche pezzo in più da “Blonde On Blond” oppure qualche stolto che aspetta addirittura “Knockin’ On Heaven’s Door” o “Hurricane”.
Dopo un’ora di scaletta Bob arriva davanti a noi, alza le braccia, quasi una benedizione e poi scompare dietro il tendone con la sua band di loschi ceffi, lasciandoci una grande lezione di musica e forse non solo di quello.

Nulla da dire, la critica sta sotto a un personaggio del genere. Non si puo’ dare un commento positivo o negativo. Forse la mia paura mia era del tutto giustificata. Ma per motivi ben lontani dalla prestazione live del menestrello: ieri non credevo agli spiriti, oggi si.

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Brunori

Written by Live Report

Sembra mai possibile che la Brunori SAS è passata per le strade di Cese di Avezzano AQ in maniera particolarmente leggera? Che i ragazzi dell’associazione organizzatrice presentino una smisurata passione per la musica d’autore completamente indipendente?

E’ successo quello che è successo ma fortunatamente è successo. È successo (con grande insuccesso) che una jazz band aprisse le danze con tanto di repertorio di elevata caratura, un sound troppo impegnato per noi comuni mortali, jazz da salotto, la piazza nella rappresentazione più onesta del popolino medio nel giro di un quarto d’ora aveva già i coglioni completamente pendenti sull’asfalto ancora arrovellato dalla caldissima giornata. Qualcuno di basse vedute come me ripiega l’agonia nel vino, nonostante tutto dopo qualche bottiglia quella musica non era poi così pesante. Stavo quasi per imparare a volare dopo l’ennesimo bicchiere.

La cantante super antipatica della band annuncia l’ultimo brano, un sollievo generale anticipa un falsissimo applauso e gli anziani del posto addormentati sulle sedie di loro proprietà (nei paesi abruzzesi è ovvio portarsi le sedie da casa) regalano espressioni di liberazione come se fossero obbligati ad essere li in quel momento. La jazz band finisce e la cantante con la solita simpatia che per tutta la serata l’aveva contraddistinta presenta il successivo gruppo dicendo di non ricordarsi il nome!! È possibile? Oppure la vedova nera dentro di lei continuava a sputare veleno? Vabbè tanto vanno via.

Comunque la band con il nome difficile da ricordare è la Brunori SAS. La band di Dario Brunori, quella del cantautore calabrese che tanto sta piacendo in Italia evocando nelle menti la figura di Rino Gaetano, quello che a me piace un casino. Parte il concerto e tutti i presenti si stringono sotto al palco e cantano pure le canzoni!! Per mia enorme sorpresa, penso di essere ubriaco e questo è certo ma cantano davvero! Pezzi vecchi e pezzi nuovi!

Cese di Avezzano inizia ad essere il paese più bello d’Abruzzo, un piacere starci, la pasta e la porchetta a modici prezzi aumentano ancor di più il mio nuovo amore. Brunori esegue alla perfezione la propria live performance, parla con la gente, è molto bravo dal vivo, è simpatico, è calabrese. Soltanto conferme da lui.

Poi a fine concerto viene anche invaso dai fans, foto ed autografi. Ubriaco mi faccio una foto con lui e gli dico:”ma che ti credi di essere dei Take That?”

Relaziono la mia figura di merda e vado via, veramente un bel concertino che merita l’apprezzamento dei presenti e soprattutto il mio.

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