Interviste

Miriam Mellerin

Written by Interviste

Dopo l’omonimo debut, i Miriam Mellerin (Diego Ruschena (voce, basso), Daniele Serani (chitarre) e Andrea Ghelli (sostituito a fine 2011 da Pietro Borsò, batteria))  ci regalano un’ intervista da non perdere. Amanti del  Post, Rock o Punk che sia, amanti del rumore, amanti della musica e delle chitarre ghignanti, questo è quanto la Tarantola ha da raccontarci!

Per prima cosa, come state?

Non male, grazie. Leggermente incazzati con il mondo ma speranzosi nel futuro.

“La gente che non viene mai intervistata è quella che dice le cose più interessanti” (D. Gilmour). Bella sfida dunque. Partiamo col botto. Qualcuno vi sta rubando la scena!!! Chi è il più sopravvalutato nell’indie italico (parliamo d’indie; evitiamo di citare i soliti “Amici”, “Ex Amici” “Amici degli Amici”, Vasco, Liga, Pelù, ecc…)?

Daniele: Vuoi dei nomi? Ahahah! Di sopravvalutati ce ne sono un sacco, sono tutti quelli che non hanno nulla da dire, da urlare. Sono quelli che smuovono le masse con i vestiti invece che con le idee, che si fanno le foto con instagram! Comunque parliamone…non è colpa dei gruppi ma della scena, se la gente giudicasse con le orecchie, sicuramente i gruppi che meritano avrebbero più spazio.

Quanto è stato difficile l’omonimo esordio?  E quali sono stati i principali problemi affrontati?

Diego: Questo disco è il riassunto di circa due anni di creazioni che non sono nate per formare un album. La vera difficoltà è stata nello scoprirsi, nel trovare quel filo rosso che lega tutti i nostri brani e nel costruirci l’identità, il sound, che meglio ci potesse rappresentare. Per Daniele e per me è stata anche la prima vera esperienza in studio: là il problema principale è stato quello di riuscire a immortalare le canzoni nel modo migliore possibile, esattamente come scattare una foto.

Quali sono le vostre principali influenze musicali, oltre a Marlene Kuntz, Jesus Lizard o Teatro degli Orrori? Chi pensate vi somigli nel panorama musicale mondiale sia a livello artistico sia nel modo di vedere il mondo?

Daniele: Oltre agli artisti nominati da te i Fugazi, soprattutto nel modo di vedere il mondo.

Diego: Per noi è fondamentale avere il controllo di tutto ciò che esce sotto il nome Miriam Mellerin, e il DIY è l’unico modo per farlo. Al nostro livello e con la nostra poca esperienza non possiamo permetterci collaboratori che interpretino il nostro mood alla perfezione, quindi ci troviamo impegnati quasi sempre in prima persona a realizzare grafiche, curare gli arrangiamenti, pensare alla promozione. Quindi sicuramente Fugazi, Shellac, Big Black e così via.

L’ultimo disco che avete ascoltato? E il vostro preferito?

Daniele: “Songs about fucking” (riascoltato mentre attendevo lo scorrere della lunga, lunghissima fila all’INPS). Non ho un disco preferito o meglio ne ho troppi.

Diego: “Gol Uruguayo”, dei Falta y Resto. Tra i miei preferiti c’è “Dell’Impero delle Tenebre”.

Pietro: Il mio preferito probabilmente è “Né al denaro né all’amore né al cielo”. Solo Faber sa come criticare ogni aspetto della vita umana con eleganza e arrangiamenti raffinatissimi, un genio.

Come nascono le vostre canzoni? Avete una musa?

Diego: Non c’è una regola. Non utilizziamo assolutamente strutture o formule standard, che probabilmente ci farebbero assomigliare molto di più ai Baustelle. Di muse ce ne sono state diverse. A volte tutto nasce da un episodio strumentale che rievoca delle esperienze vissute, a volte è l’esatto contrario.

Che cosa significa suonare oggi generi quali il Post-Punk, il Post-Rock o il Noise? Musica di nicchia e ormai difficile da reinventare. Che ruolo pensate di avere nel calderone dell’emergente alternative rock italiano attuale?

Diego: I generi, o “sonorità” come preferiamo chiamarli, si saturano nell’arco di qualche anno, magari vengono riscoperti e reinventati dopo generazioni. I contenuti no, sono in continuo mutamento e sono lo specchio della società. Un vero comunicatore non può isolarsi dal mondo i cui vive, deve correre insieme ad esso – quante volte gli artisti hanno saputo correre più velocemente del loro mondo! – per essere sempre vivo ed attuale. Noi vogliamo che anche la nostra musica corra. Ci piace plasmare le sonorità a seconda del messaggio, così le immagini che evochi potranno essere rivissute da chi ti ascolta. Non ci siamo mai preoccupati dell’immagine che diamo se suoniamo un riff invece di un altro, le scelte non le facciamo in base alle tendenze ma avendo il focus sul singolo brano e sul suo contenuto.

C’è qualcuno che è andato vicino a far si che i MM non fossero mai esistiti?

Diego: No. Ma siamo andati molto vicini a non poter pubblicare il disco. L’estate scorsa abbiamo passato un momento molto difficile dopo aver deciso di proseguire senza Andrea: siamo rimasti in vita grazie all’aiuto del nostro amico Leo, batterista incredibile, continuando a suonare dal vivo in alcuni festival, poi con Pietro siamo ripartiti con una nuova spinta. Ci siamo decisi a pubblicare il disco ed essere qui a parlare di questo lavoro.

Che cosa pensate dell’industria e del mondo musicale italiano?

Daniele: Una volta, parlando con un mio amico, mi sono trovato di fronte ad un immagine bellissima: “il panorama musicale italiano è molto simile ad un autostrada…ci sono molte corsie, quelle d’accelerazione, quelle preferenziali, d’emergenza…”. In Europa e nel mondo, ovviamente, le cose cambiano.

Diego: Più che industria la chiamerei artigianato. Pure dietro ai generi più mainstream ci sono grandi professionisti e grandi artisti che si rifiutano di “usare lo stampino”. Il mondo musicale italiano è estremamente variegato, all’interno della nicchia che sentiamo come nostra c’è un fermento incredibile, ma si sente ancora un grande gap rispetto all’estero. Siamo un paese che fa musica per ripiego, che non considera come dovrebbe l’arte e l’informazione, pur avendo un patrimonio culturale inimitabile.

Che cosa pensate di voi? Credete di essere veramente bravi?

Diego: Crediamo che in due anni abbiamo fatto dei gran bei passi. Che tecnicamente non abbiamo nulla da invidiare ai Berliner Philarmoniker. Che ai nostri concerti chi ci conosce poga quando suoniamo “Insetti”, mentre chi non ci conosce si ferma ad ascoltarci e a fine concerto ci chiede l’Album. Che siamo modesti, sicuramente!

Credete che l’immaturità trasudante le vostre canzoni sia più un valore aggiunto alla vostra musica o cercherete di limarla quanto più possibile?  O ancora lascerete che tutto accada naturalmente?

Pietro: L’essermi cimentato con pezzi non scritti da me mi ha costretto a entrare prima nella giusta ottica (ritmica, fisica e psicologica) e mi permetto di affermare che l’immaturità negli arrangiamenti o meglio nelle strutture è spesso dovuta ad accostamenti non inflazionati…anzi oserei dire originali…questo è uno dei motivi che mi ha spinto a entrare in questo gruppo!

Diego: L’immaturità che senti ci rende onore. Il nostro compito è crescere, maturare in senso qualitativo. Quello che facciamo, comunicare, richiede da parte nostra una grande onestà il che significa fare le cose perché sono sentite, non perché l’ha detto l’esperto di marketing o l’arrangiatore strapagato. Noi cerchiamo di dare il massimo, di fare quanto più possibile da soli per poter comunicare in maniera sincera col pubblico. Non ci basta apparire, non vogliamo spacciarci per dei miti dato che non lo siamo.

Ho trovato B.H.O.O.Q. il pezzo più bello del vostro disco (ne ho già parlato ampiamente nella recensione) e credo sia il migliore punto dal quale ripartire per acquistare la giusta personalità e creare un sound proprio? Quale pensate sia la sua forza? Ci sono pezzi che ritenete migliori? Quali brani vi sembrano che abbiano maggiormente attecchito tra il pubblico?

Pietro: Concordo, è incredibile la quantità di ghigni malefici che mi produce in volto questo pezzo quando lo suono…..mi esalta!

Daniele: B.H.O.O.Q è anche secondo me il pezzo più bello, la sua forza sta sicuramente nel periodo particolare che l’ha accompagnato. Ci sono sicuramente pezzi che mi piacciono più di altri, ma non sono per forza i migliori. Tutti i brani più o meno si sono ritagliati una loro nicchia nel pubblico, penso sia questo un punto di forza dell’album.

Stilnovo invece non mi è piaciuta molto. Prende in prestito le parole di Cecco Angiolieri e suona come un tentativo di intellettualizzare la musica nel modo più semplice possibile. Cosa ne pensate? Come mai questa scelta?

Diego: La storia della musica ci insegna che gli antichi greci recitavano i poemi cantando, con l’ausilio di strumenti musicali. La poesia e la musica, che venivano composte utilizzando la stessa metrica, da allora si sono sviluppate con sistemi differenti di notazione fino a ottenere una varietà incredibile di linguaggi. Con Stilnovo abbiamo voluto musicare una pietra miliare della poesia e rileggerla nel presente per cercare nuovi elementi di continuità. Un esperimento per nulla semplice, sicuramente molto ambizioso. Non siamo i primi a voler rileggere un classico sotto una nuova luce, già De André mise in musica “S’ì fosse foco” lasciandone però immutato il testo. Crediamo che la nostra versione abbia spessore e la vediamo trasmettere tanto a chi la ascolta. Specialmente dal vivo.

Cos’ è l’arte e cos’ è la musica?

Daniele: La musica è arte, l’arte è comunicazione

Quanta ideologia politica c’è (o ci sarà) nella vostra musica? Quanto v’interessa?

Diego: L’uscita è stata vissuta come un test d’ingresso piuttosto che un esame finale, sicuramente è stata una grande soddisfazione perché è il coronamento di anni di fatiche e sacrifici. Oggi ci sentiamo più ricchi d’esperienza: sappiamo che questo bagaglio non deve finire per intaccare l’umiltà e la motivazione, probabilmente ci servirà ad amplificare entrambe le cose.

Vi sentite le stesse persone di qualche mese fa, ora che il disco è uscito? E’ stata una liberazione oppure una sorta di esame di maturità?

Diego: L’uscita è stata vissuta come un test d’ingresso piuttosto che un esame finale, sicuramente è stata una grande soddisfazione perché è il coronamento di anni di fatiche e sacrifici. Oggi ci sentiamo più ricchi d’esperienza: sappiamo che questo bagaglio non deve finire per intaccare l’umiltà e la motivazione, probabilmente ci servirà ad amplificare entrambe le cose.

Chiudo come avevo chiuso la mia recensione. Io lo prenderei un secondo chitarrista. Voi no?

Pietro: Probabilmente toglierebbe quell’equilibrio che c’è tra noi e tra gli strumenti. Mi basta una chitarra acida come il veleno a squagliarmi le orecchie mentre suono… no grazie un’altra proprio no!

Daniele: No! Semmai inizio a fare gli straordinari e lavoro per due!

Diego: Niente da fare, mi dispiace Silvio 🙂

Read More

Michele Di Toro

Written by Interviste

Oggi a Milano nella storica sede della Rai di Corso Sempione per una nuova puntata di Piazza Verdi su Radio 3.
Tra gli ospiti anche il pianista Abruzzese Michele Di Toro che presenta il suo nuovo disco “Echolocation”…disco che sta riscuotendo importanti riscontri di critica e di pubblico.
Incontriamo il maestro Di Toro nei corridoi della Rai e gli rubiamo delle domande di rito, ispirate alla sua musica, al suo talento, al suo essere pianista.
Da poco ospite nella prestigiosa trasmissione PIAZZA VERDI di Radio RAI 3. Un passaggio importante per celebrare al meglio questo nuovo disco…
Infatti è stata una bellissima occasione per portare avanti nel migliore dei modi l’avventura di Echolocation. In radio si respira un bel sapore, molto intimo e si riesce ad avere un’ottima concentrazione.
Dove e quando nascono le tue composizioni?
L e mie composizioni nascono nei momenti più inaspettati. Sicuramente c’è una elaborazione a tratti inconscia del cervello che assimila emozioni, eventi, figure, sapori. Tutto ciò, partorisce in me un irrefrenabile desiderio di tradurre “il mio vissuto” in musica.
ECHOLOCATION: l’origine del suono. Michele Di Toro l’ha trovato questo punto sorgente?
Non sono sicuro di esserci riuscito pienamente, comunque ci provo… Non è facile su un pianoforte – che è uno strumento meccanico per alcuni aspetti – trovare l’origine del suono.
Mi affascina tuttavia continuare su questa strada!
Un maestro pianista decisamente versatile. Nei tuoi live si spazia dai classici alle sperimentazioni, dal jazz alla musica leggera, dal blues alle grandi opere orchestrali. In quale di questi mondi ti vedi più a tuo agio?
Mi sento a mio agio quando riesco ad essere sincero e autentico con me stesso e quindi con la mia musica. Non è importante il genere trattato.
Tasti bianchi e tasti neri. Il pianoforte può essere metfora di questa vita? 
In un certo senso si. Anche la vita, il nostro quotidiano, è fatto di chiari-scuri, proprio come i tasti di un pianoforte.
E per concludere. Un grande artista che ti ha dato molto e un grande artista che vorrai incontrare musicalmente…
Ogni artista con cui suoni ti da sempre qualcosa di nuovo e importante. Ci si conosce sul palco e nelle prove. Sicuramente negli anni di studio a Milano, Franco Cerri insieme ad Enrico Intra sono stati due Maestri che mi hanno insegnato molto sotto il punto di vista umano e artistico.
Scegliere un’artista con cui vorrei confrontarmi sarebbe un’ingiustizia verso altri che stimo ugualmente.
L’importante è fare progetti con musicisti che si riescono a sintonizzarsi perfettamente con la propria sensibilità.

Read More

Modì

Written by Interviste

Dopo aver recensito il suo disco Il suicidio della Formica mi è venuta una voglia tremenda di fare qualche domanda a Giuseppe Chimenti in arte Modì, volevo affrontarlo un tantino sul personale, vediamo cosa risponde…

Prima di tutto vorrei avere un quadro rappresentativo della persona Giuseppe Chimenti, puoi farci una descrizione della tua persona?
Prima di tutto sono una persona paziente e disponibile, sono uno spirito libero non amo essere sottomesso e tutto quello che faccio lo faccio con amore e passione, altrimenti mi rifiuto di fare. Dimenticavo amo cucinare questo è molto importante.

Il nome artistico di Modì da cosa viene fuori?
Il nome Modì è un omaggio al pittore livornese Modigliani, quindi un omaggio alla pittura, visto che essa fa parte della mia vita dal primo giorno in cui ho messo piede in questo mondo, infatti le mie canzoni sono dipinti, lavoro molto per immagini.

Vuoi parlarci del tuo ultimo disco Il Suicidio della Formica?
Iniziamo col dire che è un disco antisociale, contro il lavoro , contro tutte le gabbie sociali e mentali. Un disco intimo che narra la periferia della vita, quella consunta dall’uso e resa irriconoscibile, che non rappresenta la quotidianità.
Il suicidio della formica è un’opera che scava nell’animo umano, quello più nascosto, quello più oscuro. La scelta della sonorità acustica è legata molto al discorso appena elencato, suono = atmosfera, e quindi anche la scelta di utilizzare pochi strumenti è legata al suono, quindi un disco minimale ed essenziale, ma molto curato nel sound e nella produzione artistica (che io ho stesso ho curato con la collaborazione di Marco Bucci) quello che si sente è tutto voluto e cercato.

I pezzi che compongono questo concept dove trovano la propria ispirazione?
Dalla volgarità della vita e dal suo opposto, dalle tante letture, dall’ascolto di altra musica, dall’emozioni forti, dai film, dai quadri, dai dispiaceri, dall’amore…spesso mi ispiro ai testi di altri autori per reinterpretarli, molto stimolante.

Ho notato una velatura di malinconia nella musica di Modì, impressione personale oppure sentimento dominante nella tua musica?
Hai visto e sentito bene, è da sempre che mi definisco un cantautore malinconico, amo molto il romanticismo, è un lato non molto spiccato della mia personalità, conoscendomi non si direbbe, ma è ciò che tiro fuori quando scrivo testi e compongo le melodie delle mie canzoni. Sono vittima del fascino di tutto ciò che è melodico, sognante, sublime per definire tutto ciò vi è una parola in tedesco, stimmung tradotto atmosfera, umore, stato d’animo. La mie canzoni percorrono tutte la strada della malinconia.

Quali sono gli ascolti che hanno influenzato la tua opera?
Nick Drake, Elliott Smith, Nick Cave, Tenco, Ivan Graziani, Bonnie Prince Billy, Flavio Giurato, The Cure, grande Robert Smith, “di venerdì tutto succede” è un omaggio a lui e a i Cure.

Cosa apprezzi della musica italiana attuale?
Il ritorno della musica d’autore, ovviamente con le sue nuove tematiche e sonorità, insomma con le sue novità.

Cosa butteresti nel cesso?
Beh butterei, anzi tutto i talent show, tutti, e poi qualcosa della scena indipendente…e le solite lobby e mafiette, fatte di finti sorrisi e simpatie inutili.

La diffusione della musica in internet è un bene oppure un male? Perchè?
Entrambe, è sia un bene che un male, se da una parte da la possibilità di divulgare la musica anche a chi non ha un potere divulgativo (spesso legato al denaro), dall’altra oltre che disintegrare la vendita dei dischi (ormai dato scontato), cosa pìù grave ha eliminato l’ascolto degli stessi, troppa musica e come si dice il troppo storpia sempre.

Ami il contatto con le persone durante i live? Il pubblico è parte integrante dei tuoi concerti?
Si mi piace confrontarmi con il pubblico, anche perché senza un pubblico diventa difficile esibirsi, il pubblico è ciò che più ami e più odi, ed io amo molto capire cosa a loro piace della mia musica e delle mie canzoni.

Sei innamorato? Quanto conta l’amore nella tua vita artistica?
Si sono innamorato, l’amore è fondamentale, per creare, per scoprire, senza amore non si cresce e non ci si appassiona, ciò che faccio lo faccio solo ed esclusivamente se ci sta amore.

Credi in Dio?
Credo in Dio, ovviamente non quello dello stato pontificio, ma credo ad un Dio che prima o poi trasformerà tutte le ricchezze e il potere in polvere. Pace e bene, uno dei pochi degni di nota di tutta l’umanità è S.Francesco d’Assisi, non aggiungo altro.

Ci parli del tuo rapporto con l’essere umano?
Il mio rapporto con l’essere umano è semplice, diplomazia, cortesia, amicizia, amore, odio, superficiale, insomma io non sono S. Francesco e nemmeno il mostro di Firenze, ma amo il rispetto della libertà altrui.

Cosa c’è nel futuro artistico di Modì?
Sicuramente un nuovo disco, che sto per incominciare a scrivere, ovviamente con molta calma.

Questo spazio è per dire tutto quello che volevi che ti chiedessi ma non ti ho chiesto…
Mi ritengo soddisfatto dell’intervista, penso possa bastare. Ciao Riccardo Grazie

Read More

Jumping Shoes

Written by Interviste

Intervista con Carlo Tabarrini, chitarrista degli Jumping Shoes, freschi del nuovo lavoro “Non Contate su di me” nel momento chiave della loro carriera. Un band che ha fatto della classe uno stile di musica, della musica uno stile di vita.

Ciao Carlo. Per prima cosa, come stai?
Bene grazie.

Togliamoci qualche curiosità. Chi ha scelto la copertina dell’album “Non Contate su di me”? E’ quanto di più lontano ci sia dalla vostra musica e, per questo, alcuni hanno criticato la scelta. Io l’ho trovata geniale.
Diciamo che è stata una scelta di gruppo, anche se qualcuno ha storto un po’ il naso, ma volevamo distaccarci dalle solite cose e volevamo colpire. Penso di esserci riusciti in fondo.

Sono ormai oltre vent’anni che suonate. Come siete cambiati voi e com’è cambiata la vostra musica?
Logicamente siamo maturati come persone e questa maturazione si è manifestata anche nella musica e nelle scelte musicali. Diciamo che venti anni fa eravamo forse più istintivi e poco logici nella composizione dei pezzi, difatti le prime demo erano un po’ caotiche com’era caotica la vita a venti anni, ora la giusta follia è rimasta ma con un briciolo di razionalità e di maturità che ha portato la nostra musica ad essere secondo me un buon prodotto. Con ciò non rinnego niente fatto precedentemente; semplicemente non mi ci ritrovo più almeno in parte.

Cosa avete guadagnato e perso con l’innesto della voce di Samuele Samba Bracone al posto di quella di Amir Billal?
Devo dire che il nostro gruppo ha avuto sempre sfortuna con i cantanti. Amir il nostro primo cantante era un vero animale da palcoscenico, la gente veniva a vederci per la musica e per vedere cosa avrebbe combinato sul palco, e la cosa è andata molto bene per diverso tempo. Abbiamo vinto vari concorsi, apparizioni in varie compilation, apparizioni televisive moltissimi concerti in tutta Italia, ma poi problemi di scelte musicali e problemi d’interazione tra noi hanno portato all’abbandono di Amir e allo scioglimento del gruppo. Poi dopo circa quindici anni ci siamo ritrovati dopo esperienze varie e abbiamo registrato dei pezzi che sono divenuti il nostro primo cd ufficiale “Limbo Like a Bubble” prodotto dalla Nlm record. Appena uscito il disco, la convivenza con Amir era impossibile cosi abbiamo deciso di cambiare vocalist e la scelta si è concretizzata su Samba un ragazzo dalle notevoli capacita secondo me che ha portato ai Jumping nuova vitalità e voglia di spaccare. In poco tempo abbiamo registrato “Non contate su di me” completamente in italiano anche per tagliare con il passato e fare tabula rasa. Speriamo che ora vada tutto bene. Sicuramente con Samuele abbiamo guadagnato dal punto di vista creativo e professionale, perso assolutamente niente.

In tutti questi anni avete prodotto un numero molto esiguo di album. Scelta artistica o difficoltà pratiche?
Come dicevo prima il nostro gruppo è stato molto instabile dal punto di vista dei cantanti e ciò ha frenato notevolmente lo sviluppo e la composizione dei pezzi comunque è sempre valido il detto poco ma buono quindi siamo contenti cosi.

Nel vostro ultimo lavoro avete deciso di cantare in italiano. Un modo per avvicinarvi al pubblico nostrano o cosa?
E’ stata una scelta ponderata a lungo, ma cambiare dall’inglese all’italiano era la scelta più logica da fare sia perche si cuciva meglio sulle corde di Samba e poi perche siamo italiani e vogliamo che la gente ci capisca. Ciò non toglie che qualche prossimo pezzo non sia in inglese o magari in francese, chi può dirlo.

Nella vostra musica si notano le più disparate influenze, dai Faith no More ai Jane’s Addiction e una miriade di contaminazione dell’Alternative Rock con il Funk, il Rap, il Pop, il Progressive, la Psychedelia. Quali sono le vostre radici? Chi vi ha influenzato maggiormente nello sviluppo del vostro percorso artistico?
I gruppi da te citati fanno parte dei nostri ascolti quotidiani quindi penso che inconsciamente ci abbiano influenzato ma comunque diciamo che ci viene abbastanza spontaneo mescolare varie influenze, non ci poniamo limiti cercando comunque di dare un senso a ogni singolo pezzo. Personalmente il mio gruppo preferito sono stati i Janes’Addiction, magari quelli vecchi un po’ meno quelli attuali, anche se li ritengo veramente geniali. Il modo di suonare di Navarro mi ha influenzato totalmente difatti è uno dei miei chitarristi preferiti.

L’ultimo disco che hai ascoltato? E il tuo preferito?
Attualmente devo dire la verità non ho più trovato un gruppo che mi abbia colpito, ce ne sono vari ma non vedo più il gruppo che rimarrà negli annali della storia della musica, tipo U2 per intenderci, quindi non so dirti l’ultimo cd ascoltato e l’elenco dei miei preferiti è troppo lungo quindi te lo risparmio.

Hai visto Sanremo? Cosa ne pensate? Che cosa pensate dell’industria e del mondo musicale italiano?
Ti dico la verità, ho visto San Remo, e non me ne vergogno a dirlo anche se sono un metallaro incallito. Qualcosa di buono secondo me c’e’ ma molto poco. Ma oramai San Remo fa parte della tradizione italiana come gli spaghetti, tutti lo criticano e ne parlano male ma lo guardano lo stesso me compreso. Una cosa è certa, se avessero le palle di rischiare con canzoni più particolari anziché’ la solita minestra potrebbe essere veramente una vetrina anche per gruppi metal o punk, sarebbe veramente uno spettacolo. Un anno se non sbaglio ci sono andati anche gli Iron Maiden e i Kiss. La stessa cosa vale anche per l’industria discografica, bisogna rischiare ed investire sul rock e sui giovani e sono sicuro che il mercato discografico risalirebbe alla grande.

Da un punto di vista tecnico siete a livelli molto alti. Quanto considerate quest’aspetto importante e preponderante su altri elementi caratteristici della vostra musica?
Diciamo che la preparazione tecnica sia sullo strumento sia nelle linee vocali è importante, ma deve essere sempre messa a disposizione del pezzo per esprimere al meglio ciò che si vuole dire e trasmettere con il pezzo stesso. Il virtuosismo fine a se stesso a me personalmente non piace o per lo meno dopo un po’ mi annoia. Per quanto riguarda poi in particolare i Jumping Shoes non ci riteniamo assolutamente dei virtuosi, cerchiamo solo di fare al meglio quello che ci piace sperando che piaccia pure agli altri.

Avete scelto la lingua italiana eppure i testi sembrano non reggere il confronto con l’aspetto musicale. A dispetto della copertina di “Non contate su di me” non riescono quasi mai a essere ironici (anche quando ci provano come in “Caramelle”) e non riescono nemmeno a essere pungenti. Non vi sembra che dovreste dedicare maggiore attenzione a questo fattore?
Come sai questa è la nostra prima prova in italiano e ti posso assicurare che scrivere in madre lingua non e’ affatto semplice. Su molte recensioni è stata notata questa cosa quindi sicuramente è vera. Sicuramente nei prossimi pezzi cureremo molto di più questo fattore sperando di riuscirci a migliorare.

Hai un idolo, fuori dal mondo musicale?
Un idolo no, diciamo una persona a cui darei la mia stessa vita, mia figlia.

Il vostro sogno?
Il nostro sogno è poter vivere di musica e noi cercheremo di riuscirci impegnandoci al massimo, se non si avverasse, va comunque bene lo stesso.

Non so se avete saputo delle recenti “guerre” tra musicisti (Capovilla, il Piotta, ecc…) e critica. Che rapporto avete con la critica?
Nella vita ci sono le cose che piacciono e cose che piacciono un po’ meno, quindi anche nei confronti della nostra musica è la stessa cosa. Anche tu nel tuo mestiere di recensore elogi o stronchi un gruppo in base al tuo gusto musicale, ma sicuramente la tua valutazione può essere in disaccordo totale con un altro recensore. Comunque basta che se ne parli nel bene o nel male secondo me.

Cosa manca alla vostra musica per diventare qualcosa di diverso da tutto il resto dell’offerta musicale passata e presente?
Sinceramente non so cosa rispondere a questa domanda. Se riuscissi a sapere cosa manca alla nostra musica per renderla unica probabilmente starei a contare i soldi del mio conto in banca ora.

Il prossimo passo?
Il prossimo passo è suonare più possibile e promuovere il cd alla grande. Stiamo già abbozzando dei pezzi per il nostro prossimo cd ma ora è ancora tutto in fase embrionale. Il nove agosto suoneremo ad un grande festival in Austria con gruppi provenienti da tutto il mondo, il Worlds End Music festival, speriamo di suonare alla grande e speriamo di divertirci alla stragrande.

Dimmi quello che vuoi dirmi e non ti ho chiesto:
Diciamo che abbiamo detto tutto. Ti volevo ringraziare per quello che fai in primis cioè supportare la musica emergente alla grande e volevo ricordare che chi volesse il nostro cd basta mandare un messaggio su Facebook alla nostra pagina e noi saremo ben lieti di mandarlo.

Read More

Bologna Violenta

Written by Interviste

Un lungo trip alla scoperta dell’uomo Nicola Manzan, demiurgo dell’one man band Bologna Violenta. Dall’amore per il Grindcore e i Napalm Death, fino alla creazione del nuovo album. In mezzo, tutta l’ anima di una delle più belle proposte alternative della scena musicale italiana.
Parola a Bologna Violenta.

Ciao Nicola. Per prima cosa, come stai?
Abbastanza bene, nonostante il clima tenti quotidianamente di minare la mia salute, mi sembra che per ora non ci siano problemi di questo tipo. Ho tante cose da fare, quindi faccio finta di niente e vado avanti per la mia strada.

Come si vive a Bologna?
Non vivo più a Bologna da otto mesi, ormai. Ci ho vissuto parecchi anni, tra alti e bassi, ho avuto dei periodi in cui ci stavo benissimo, altri meno, ma ad essere sincero non ho ancora capito se mi manchi oppure no. Ora vivo dove sono cresciuto, nel trevigiano, e nonostante culturalmente ci sia un abisso tra le due città, per il tipo di vita che faccio devo dire che sto bene anche in mezzo alla campagna.

Sei al secondo album dopo l’esordio di due anni fa con “Il nuovissimo mondo”. Quali differenze ci sono tra le due opere?
Ci sono parecchie differenze. Questo disco non si basa su riferimenti cinematografici, quindi l’ispirazione per i brani viene da momenti di vita vissuta e non da situazioni prese dai film. Poi per la prima volta sono riuscito a coniugare due linguaggi molto lontani tra loro (almeno apparentemente), ovvero l’hardcore con la musica classica. Se prima gli interventi di archi erano solo in contrasto con le parti distorte, adesso sono parte integrante dei pezzi, nel senso che l’orchestra (per quanto simulata) suona insieme al trio chitarra-basso-batteria e questo non era mai successo nella mia musica. Diciamo che sono riuscito a mettere insieme le mie due anime, quella del musicista classico e quella del grinder…

Quali sono state le principali difficoltà affrontate nel tuo percorso artistico e nella creazione di Utopie e Piccole Soddisfazioni?
Le difficoltà sono innumerevoli, come per tutte le cose, credo; soprattutto perché faccio musica, ovvero arte, e quindi (teoricamente) non una cosa fondamentale per la vita di tutti i giorni. Se penso a BOLOGNA VIOLENTA nello specifico, mi viene da dire che la difficoltà più grossa sta nel fatto che il progetto è stato preso sul serio poche volte, quindi agli occhi di molti è sempre sembrato semplicemente “il lato oscuro” del musicista che però per campare fa altro, suona con gruppi affermati (e quindi all’apparenza più seri) e approfitta del tempo libero per far casino e suonare in giro con un progetto che più che altro fa ridere. Finalmente con quest’ultimo disco sembra che la gente abbia cominciato ad accorgersi che le cose non stanno così. Questo è il mio progetto personale in cui metto tutta la mia vita, quindi è per forza serio, anche se il genere è di nicchia e anche se non uso le parole per esprimere i miei sentimenti e le mie emozioni.
Non ho avuto particolari difficoltà nel creare Utopie e piccole soddisfazioni, alla fine suonare è forse la cosa che mi riesce in maniera più semplice, quindi più che altro c’è stata un po’ di ansia per vedere cosa sarebbe uscito alla fine. In genere non registro dei provini, ma quello che finisce nel disco è il frutto del momento in cui mi metto a comporre, anche se ovviamente poi passo un bel po’ di tempo ad “accomodare” il tutto per far sì che rispecchi al 100% il mio gusto personale.

Quali sono le tue principali influenze musicali? E chi pensi sia più vicino, nel mondo della musica (sia in Italia sia all’Estero) a te e al tuo modo di vedere il mondo?
Le mie principali influenze musicali vanno dalla musica classica al grindcore, dall’elettronica minimale alle colonne sonore degli anni sessanta. Davvero faccio fatica a distinguere quali sono i dischi o i generi che mi influenzano di più nel momento in cui mi metto a comporre la mia musica. Non ho neanche un’idea ben precisa su chi sia l’artista o il gruppo più vicino a me in questo momento. Mi piacciono molto i Napalm Death, oltre che per il tipo di musica che fanno, per la loro coerenza e per il loro impegno sociale (per quanto io non sia così impegnato su questo fronte). Per il resto non saprei davvero chi mi sia davvero vicino; magari ideologicamente (passami il termine) sono molto vicino a molti gruppi che però fanno un genere molto diverso dal mio, quindi le similitudini sia con gruppi italiani che esteri sono sempre abbastanza relative.

L’ultimo disco che hai ascoltato? E il tuo preferito?
Ultimo disco ascoltato: Sufferinfuck – In boredom (Grindcore Karaoke, 2011).
Disco preferito (uno dei miei preferiti, difficile dire quale sia IL preferito): Nino Oliviero / Riz Ortolani – Mondo Cane Soundtrack.

L’ultimo libro e film? E i preferiti?
Ultimo libro letto: American Punk Hardcore di Steven Blush, mentre tra i preferiti devo mettere i romanzi di Bret Easton Ellis e i romanzi russi ottocenteschi (Bulgakov, Dostoevskij).
Per quel che riguarda i film, ultimo visto: Laputa – castello nel cielo di Miyazaki. I miei film preferiti sono tanti, potrei citare Milano odia – la polizia non può sparare, Shining, Indagine su un cittadino al di sopra di ogni sospetto e Mondo cane, ma sicuramente ne sto dimenticando qualcuno di fondamentale.

Che cosa pensi del Peer-to-peer, del controllo di Internet, di Facebook, della chiusura di Megaupload, di tutto questo?
Penso che internet dovrebbe essere controllato per evitare fenomeni schifosi come la pedofilia, ad esempio, ma mi sembra che chi dovrebbe controllare non sia in grado di farlo. Credo che internet sia cresciuto in maniera molto più veloce di chi dovrebbe essere in grado di regolamentarlo e di controllarlo, e per controllo intendo anche solo monitorare quello che succede, senza per forza intervenire con censure o chiusure dei siti. In pratica i vari fenomeni di condivisione dei file, siano essi tramite Megaupload e simili oppure tramite il peer-to-peer, sono diventati una consuetudine prima ancora che chi doveva regolamentare la distribuzione dei diritti d’autore si rendesse conto che questi “fenomeni” non solo erano nati, ma erano diventati ormai la norma per quando qualcuno voleva ascoltare un disco, vedere un film e così via. Ora corrono ai ripari mettendo in galera il proprietario di Megaupload, che ha sì la colpa di non aver rispettato le norme sui diritti d’autore, ma allo stesso tempo non gli viene riconosciuto il fatto di aver segnato un passo storico nel mondo della rete, andando a rendere “normale” la fruizione in streaming di film e video vari, giusto per dirne una. Sinceramente mi sembra una situazione molto ridicola. Di base manca un certo tipo di educazione che porti la gente a capire che i diritti d’autore sono importanti per chi crea qualcosa, d’altra parte penso anche che grazie ad internet e proprio alla diffusione e alla condivisione di file più o meno legali ora siamo molto più privilegiati di un tempo. Il file sharing dovrebbe essere utile, ad esempio, per conoscere un artista prima di spendere magari venti euro per comprare il disco a scatola chiusa senza sapere se ci piacerà o no. Se ho la possibilità di sentirlo prima, tanto meglio! Certo è che in tutto questo le case discografiche, soprattutto i grandi colossi, sono rimasti troppo indietro, non hanno tenuto il passo di chi stava portando avanti questa politica di condivisione massiccia, quindi ora corrono tutti ai ripari nella maniera spesso più stupida.
Penso che i social network abbiano cambiato il mondo, e non poco. A meno che non si utilizzino per niente, chi c’è dentro ha cambiato spesso il proprio modo di vedere il mondo, le distanze si sono accorciate ed il termine “privacy” ha cambiato il suo significato. Penso che per chi fa musica, come me, siano strumenti molto utili e molto comodi perché si riesce ad arrivare nelle case delle persone con molta facilità. Questo, se da un lato ha appiattito il panorama generale, dall’altro sta facendo sì che chi ha qualcosa da dire riesca a dirlo, se ci crede e se ha la voglia e la forza di farlo, ma soprattutto, ovviamente, se piace a qualcuno. Alla faccia delle grandi case discografiche e dei grandi investimenti finanziari per portare il proprio nome in giro per il mondo (anche virtualmente).

Com’è nata l’idea del progetto Bologna Violenta e come nascono le tue canzoni?
L’idea di fare un progetto grindcore era nell’aria da parecchi anni, ma solo nel 2005 si sono create le condizioni (avverse, mi viene da dire) per cui mi sono messo a registrare pezzi da solo. Avevo un lavoro part-time che mi faceva male (all’anima), lo studio di registrazione libero, tante ore a disposizione e tanta energia negativa da sfogare. Quindi mi sono messo a registrare un pezzo al giorno, partendo dalla programmazione della batteria, suonandoci sopra la chitarra e completando il tutto con vari sintetizzatori o theremin, in base all’esigenza del caso. Questo metodo compositivo è quello che prediligo, nonostante siano passati parecchi anni e parecchi dischi da quando ho iniziato. Diciamo che se riesco a creare una batteria “espressiva” e completa, nel senso che mi trasmette già qualcosa da sola, in genere significa che sono sulla buona strada e continuo mettendoci sopra i vari strumenti (tenendo conto che di base la struttura sonora deve essere quella del power-trio, quindi batteria-basso-chitarra).

Oltre che membro dell’one-man-band hai collaborato spesso con nomi importanti della scena indie (e non solo) italiana come Baustelle e Non Voglio che Clara. Con chi ti piacerebbe suonare?
Mi piacerebbe suonare con gli Zen Circus dal vivo, perché mi sembra che riescano ad essere se stessi anche sul palco e riescano a comunicare davvero tanto al pubblico. Inoltre c’è anche da dire che mi piacciono molto anche i loro dischi, quindi chissà, magari un giorno succederà!

Che cosa significa Bologna Violenta? Quali sono le Utopie e le Piccole Soddisfazioni di cui parli?
BOLOGNA VIOLENTA non ha un significato ben preciso. Per me è un omaggio alla città che mi ha ospitato per molti anni, che mi ha insegnato molto e che ha anche dato i natali al progetto. Aggiungendo anche l’aggettivo “violenta” diventa subito chiaro anche il riferimento al cinema poliziottesco che a suo modo ha influenzato la mia crescita e ha ispirato i pezzi del primo disco. Inoltre è un aggettivo che sta bene anche alla musica che faccio, quindi è un po’ come quando i Metallica facevano metal ed avevano un nome che rimandava al genere suonato (non so se sia l’esempio giusto, ma mi sembra che calzi).
Le utopie sono quelle grandi idee che muovono il mondo, ma che alla fine restano lì dove sono in quanto irrealizzabili per definizione stessa del termine: penso alla pace nel mondo, ad una giustizia globale, alla fine della fame, insomma, tutte quelle belle cose che non si avvereranno mai. Le piccole soddisfazioni sono ciò che ci resta dopo aver cercato di raggiungere, appunto, queste utopie; mi sembra che se riuscissimo a concentrarci di più sulle piccole soddisfazioni di ogni giorni potremmo vivere meglio e magari arrivare alla fine del nostro passaggio su questa terra con meno rimpianti. Per me una piccola soddisfazione è l’aver potuto fare un disco come questo, nonostante la crisi del mercato discografico, nonostante il download selvaggio, in pratica autoprodotto ed autopromosso, dimostrando che si può ancora fare, nonostante a volte sembri il contrario.

Credi in Dio?
No. Credo nel fatto che però l’essere umano è spinto per sua natura verso una spiritualità più o meno accentuata, forse per giustificare tutte le cose che ci succedono e non ci piacciono, ma anche quelle troppo belle ed inaspettate. Quindi non sto a giudicare chi crede in dio, è libero di farlo. Solo non sopporto l’uso meschino che si fa della religione, troppo spesso utile a circuire i deboli e a creare odio fra i popoli.

Chi è stata la persona che ti ha reso, in campo musicale, quello che sei oggi?
Non c’è una sola persona che mi ha fatto diventare ciò che sono oggi. Ho sempre cercato di imparare dalla gente che mi girava intorno, musicalmente parlando. Ho imparato dal mio maestro di violino cosa non dovevo diventare (praticamente mi sono sempre sforzato di essere il contrario di lui), da altri maestri ho imparato a stare sul palco, l’importanza di suonare bene, perché la musica è un’arte e come tale va rispettata. Ho imparato dalle persone che hanno suonato con me, sul palco, in studio. Il mio obiettivo è migliorare, sempre; riuscire non ad essere il migliore (ci sarà sempre qualcuno più bravo di me), ma ad essere unico, in quanto portatore di molte esperienze, alcune delle quali ho vissuto sulla mia pelle.

Che cosa ascoltavi da piccolo?
Da piccolo ascoltavo di tutto, un po’ come oggi. A cinque anni ho imparato a far funzionare il giradischi di mio padre e mi mettevo in taverna a casa dei miei (la stessa da cui sto facendo quest’intervista, per capirci) a far finta che fosse una specie di discoteca (o di radio) in cui io ero il dj e proponevo ad un pubblico immaginario gran parte della collezione di dischi di mio padre, che comprendeva un bel po’ di musica classica e anche un po’ di musica italiana, tra cui De Gregori e De André, che mi hanno sempre fatto impazzire, sia per i testi che per le musiche. In genere, comunque, per me c’era poca differenza tra i vari generi, se la musica mi dava qualcosa a livello emotivo, era giusto proporla al mio pubblico virtuale.

Che cosa ami e odi dell’Italia?
Penso che l’Italia sia un posto fantastico per i turisti, ci sono le montagne, il mare, la storia, il cibo.
Non so di preciso cosa odio, ma di sicuro mi dà un po’ fastidio il continuo piangersi addosso degli italiani e la corruzione che c’è praticamente a tutti i livelli.

Che cosa pensi dell’industria e del mondo musicale italiano?
Penso che l’industria musicale sia in un periodo di grandi cambiamenti. Da una parte abbiamo le major che si muovono nei canali più grossi, che investono ancora parecchio su dischi che sperano di vendere, ma non sempre accade. Dall’altra abbiamo una microeconomia che si muove tra l’autoproduzione e l’autopromozione, quindi investimenti piccoli e copie stampate in numero basso in modo da non rischiare. Tutto ciò significa che il panorama musicale è vivo e vegeto, che ci sono molte persone che lavorano nell’ambito e quindi che c’è del fermento, ci sono ancora idee. Poi, sai, i gusti son gusti, quindi non sto a valutare il valore “artistico” di ciò che esce…

A chi pensi possa o debba piacere la tua musica?
Penso che la mia musica possa piacere a chiunque, praticamente, a patto che abbia voglia di sentire qualcosa del genere e non fermarsi a giudicare in base a schemi “normali”, nel senso che nel mio disco non ci sono molti pezzi facili o con strutture classiche da musica leggera. Se qualcuno ha voglia di sentire qualcosa di veramente forte, secondo me ha trovato pane per i suoi denti.

Che cosa pensi di te? Credi di essere veramente bravo (io dico si) e di meritare il successo che hai o avrai in futuro? Hai qualche rimpianto?
Penso fondamentalmente di essere un musicista normale con parecchi difetti, un po’ come tutti, insomma. Penso che il successo che sta avendo il progetto sia anche dovuto al fatto che la gente sente che sto facendo una cosa completamente mia, quindi con una certa personalità. Non voglio diventare una rockstar famosa, mi interessa suonare il più possibile la mia musica per farla arrivare ovunque e penso che tutti gli anni di dedizione e sacrificio ora mi stiano ripagando, dandomi modo di suonare molto e di fare dischi a mio nome.

Come ti vedi tra dieci anni?
Mi vedo con la barba ed i capelli più grigi di ora. Non ho un’idea ben precisa di quello che succederà, so che non ho nessuna intenzione di fermarmi. Mi piacerebbe “da grande” potermi dedicare di più alla produzione di musica mia e di altri.

Credi si possa vivere di sola musica?
Io ci riesco, ma bisogna tenere in considerazione che non è tanto “vivere”, quanto “sopravvivere”. Dalla mia vita ho tagliato tutto il superfluo, in modo da non avere in testa e attorno cose inutili che mi portano via tempo e soprattutto denaro da reinvestire per stampare dischi, fare il merchandising e tutto ciò che riguarda il progetto stesso. Questo è il mio caso, ci sono anche turnisti che vivono di musica, tra l’altro anch’io collaboro con parecchi gruppi che mi coinvolgono nelle loro registrazioni, quindi dei minimi introiti li ho anche da “terze parti”.

Quale sarà il passo successivo a Utopie e le Piccole Soddisfazioni?
Non lo so ancora. Ho un sacco di idee, devo capire da che parte andare e provare. Molti gruppi mi hanno chiesto di fare degli split, ma devo capire come sono messo col tour, che al momento è la mia priorità, quindi non so quanto tempo avrò a disposizione per registrare pezzi nuovi.

Senza la musica, cosa saresti e cosa faresti?
Non ne ho la più pallida idea. La mia vita è sempre stata gestita in funzione della musica, quindi se penso di togliere questa fetta di vissuto, non saprei cosa resterebbe. Nella prossima vita vorrei saper volare, magari sarò un pilota acrobatico, magari semplicemente un insignificante uccellino.

Come vorresti essere ricordato?
Vorrei essere ricordato per aver dato una spinta avanti nella ricerca musicale, senza per forza stravolgerla, ma anche solo per aver messo il mio piccolo tassello nel progresso di questa arte.

Cos’è per te la vera violenza?
E’ l’imposizione di se stessi sul prossimo, senza badare alla libertà altrui. Questo a tutti i livelli, da quello fisico a quello mentale. E’ una cosa che mi dà molto fastidio e di cui soffro parecchio.

Hai mai pianto? Quando?
Piango spesso, penso che l’ultima volta sia stata alla fine di un concerto di BV, quindi sul palco, in pubblico. A volte mi lascio andare, penso che sia davvero importante per un musicista sapersi lasciare andare, senza per forza scadere nel ridicolo (mi viene in mente GG Allin, ma lui non era ridicolo, faceva paura…).

Cosa ti fa ridere?
Mi fanno ridere un sacco di cose, mi piace osservare attentamente tutto ciò che mi circonda per poterne vedere sempre il lato più ridicolo, che a ben guardare c’è sempre. Ad esempio quelle frasi dette a mezza voce a fine discorso, che non vogliono dire niente, ma sono solo una coda delle frasi precedenti, quasi un balbettìo, ecco, quelle mi fanno scompisciare.

Guardi la tv? Cosa soprattutto?
Guardo la tv solo quando non sono in tour, a casa non ho la televisione. Guardo molte televendite, anche se in generale faccio zapping compulsivo e vedo quante volte riesco a fare il giro dei canali.

Segui lo sport e hai mai fatto sport?
Non seguo lo sport, ma da piccolo ho fatto tre anni di rugby (fino ai dodici anni, poi sai, dovevo suonare il violino, quindi avevo paura di farmi male alle mani…).

Ascolti molta musica? Che cosa ascolti?
Direi che ascolto molta musica. Non so quale sia la media nazionale, ma devo dire che non passo molte ore in silenzio. Ascolto un po’ di tutto, dai demo che mi passano i gruppi via email ai vinili che ho a casa, senza troppe distinzioni di genere, ma semplicemente cercando di assecondare l’umore o la curiosità del momento.

Hai un idolo, fuori dal mondo musicale?
No. Non ho un idolo neanche nel mondo musicale, se è per questo…

Il tuo sogno?
Spero sempre di non svegliarmi e rendermi conto che era tutto un sogno.
Però al momento vorrei sentire i miei pezzi suonati da una band vera, con tanto di orchestra e coro.

La tua paura più grande?
Ho paura che tutto possa cambiare da un momento all’altro e dover ripartire. Di nuovo. E’ successo già un sacco di volte che mi trovassi a pensare: ok, anche questa cosa è finita, adesso riparto, vediamo che succede. Vorrei un po’ di tranquillità.

Come passi la tua giornata tipo?
Mi alzo tardi, preparo la colazione per me e Nunzia, guardiamo le notizie in internet, giusto per non perdere il contatto col mondo, poi scendiamo in studio, giro di email e poi mi metto a lavorare (il che può essere rispondere alle interviste, come in questo caso, oppure provare i pezzi, registrare, insomma, solite cose) finché non si pranza tardi (e questo a volte non succede), poi uguale fino alla cena (tardi) e quindi letto (magari con un film, giusto per perdere il contatto con la realtà). Direi che questo è quanto… ah, due o tre volte la settimana in tarda mattinata vado in posta a spedire dischi.

Cos’è l’arte e cos’è la musica?
L’arte dovrebbe essere quella cosa che nutre la nostra anima e ci fa crescere spiritualmente. La musica è una delle arti, ma mi rendo conto che spesso questo concetto non arriva alla gente. Del resto a volte non arriva neppure a chi la musica la fa, quindi penso non si possa pretendere un granché dalla gente che non ci capisce. Per quel che mi riguarda, cerco di trattarla sempre come un’arte, quindi con la massima dedizione ed il massimo rispetto.

Ho letto alcune critiche sulla scelta di una cover dei C.C.C.P. Io l’ho trovata bellissima. Come mai la scelta di fare una cover, quella cover?
A dire la verità non ho letto delle critiche a riguardo, ma mi piacerebbe capire cosa ha infastidito chi l’ha sentita. La storia di questo pezzo, tra l’altro è molto semplice, perché mi è stata chiesta per una compilation di tributo ai CCCP, appunto, e la scelta è caduta immediatamente su Valium Tavor Serenase perché mi è sempre sembrato uno dei loro pezzi più hardcore, sia negli intenti che nella tematica trattata. Quando il disco era quasi pronto ho deciso di inserirla in scaletta, secondo me dà una bella ventata d’aria in quel punto del disco.

Come sono nate le collaborazioni con Aimone Romizi dei Fast Animals and Slow Kids e con J.Randall degli Agoraphobic Nosebleed?
Quando mi hanno chiesto la cover, appunto, ho subito pensato che Aimone fosse la persona giusta per cantarla, quindi, visto che già ci conosciamo da un po’, gli ho proposto la cosa e lui è stato ben felice di contribuire.
Con J. Randall le cose sono andate diversamente, nel senso che sono stato contattato da lui direttamente un annetto fa perché gli interessavano i miei primi due lavori, che sono poi usciti anche per la sua etichetta Grindcore Karaoke. Mi aveva anche chiesto di poter registrare qualcosa per questo nuovo album ed ho pensato di mandargli il pezzo che forse era più in linea con la produzione degli Agoraphobic Nosebleed e gliel’ho fatto cantare. Ovviamente le cose non sono state esattamente così semplici, ma alla fine ce l’abbiamo fatta!

Che cosa rende diversa la tua musica da quella dei primi gruppi Grindcore o comunque da chiunque altro? Come definiresti la tua musica?
Innanzitutto la mia è musica in prevalenza strumentale, quindi la prima differenza direi che è questa. Inoltre uso molta elettronica, cosa che ovviamente non avveniva con i primi Napalm Death, giusto per citare i più rappresentativi. Poi ci sono gli archi, con l’uso che ne faccio credo diano un tipo di sonorità abbastanza particolare e personale alla mia musica.
Non so mai come definire la mia musica, dipende da chi me lo chiede. Quando trovo gente che non se ne intende, in genere dico “Avanguardia” o “Sperimentazione” (sì, proprio con le virgolette e la maiuscola), ma più che altro per darmi un tono e vedere le faccia che fa. Quando poi mi guarda con una faccia strana perché non ha capito dico: “faccio casino” e si rasserena.

Ti piace suonare dal vivo? Quali sono le differenze per un polistrumentista come te tra suonare dal vivo piuttosto che in studio e cosa deve aspettarsi chi viene a vederti dopo aver ascoltato l’album?
Mi piace moltissimo suonare dal vivo, penso sia ancora la parte che preferisco. Ma mi piace suonare in generale, quindi anche in studio ci sto volentieri. In generale quando registro penso di star facendo qualcosa di importante per me, ma spesso anche per gli altri, da chi fa la musica a chi alla fine la ascolterà, quindi lo faccio col massimo impegno e la massima energia, pensando però sempre che l’esecuzione dev’essere vicina alla perfezione. Dal vivo è diverso, perché è un momento che dev’essere irripetibile ogni volta, anche se le canzoni sono sempre le stesse. Alla fine sto intrattenendo a mio modo il pubblico e voglio che ogni sera sia speciale, che chi mi ascolta (soprattutto dopo aver ascoltato il disco) riconosca perfettamente le canzoni, ma che colga quell’elemento in più che è dato dall’energia del momento e che le imperfezioni diventino parte integrante dell’esibizione dal vivo. Con questo non voglio dire che mi sta bene suonare male, dico che a volte ci sono quei piccoli dettagli che rendono il tutto veramente vivo e speciale.

Tra le tante band con cui hai lavorato, di chi hai il ricordo più bello e più brutto e perché?
Ho così tanti ricordi belli che non saprei quale ricordare come “il più bello”, in più devo dire che anche le esperienze più brutte mi hanno fatto diventare quello che sono, quindi al di là di qualche episodio un po’ amaro, devo dire di essere stato molto fortunato, da questo punto di vista. Di sicuro i momenti più belli li ho passati in tour, quindi con Alessandro Grazian, i Baustelle, Il Teatro Degli Orrori, i Non Voglio Che Clara, giusto per citare quelli con cui ho suonato di più.

Ti senti la stessa persona di qualche mese fa, ora che il disco è uscito? E’ stata una liberazione oppure una sorta di esame di maturità? Cosa ti aspetti dall’album?
No, mi sento diverso, e anche parecchio, se devo essere sincero. Mentre il disco nasceva ero letteralmente un fascio di nervi, ho dormito davvero poco per cinque mesi perché sentivo la responsabilità di star facendo qualcosa che mi doveva soddisfare al 100% e soprattutto perché in base al risultato dipendeva anche il mio futuro (e non solo il mio). E’ stata proprio una liberazione, anche perché questo disco ha cambiato anche il mio modo di comporre e di vivere questo progetto.
Mi aspetto che questo disco venga recepito per quello che è, mezz’ora scarsa di musica con dei messaggi più o meno subliminali. In generale, poi, tendo a non aspettarmi niente, nel senso che vado avanti per obiettivi a breve scadenza e vedo quello che arriva.

C’è un filo che lega sia musicalmente sia culturalmente i tuoi lavori con gli anni ottanta e novanta?
Ovviamente la risposta è sì. Sono cresciuto proprio in quegli anni, quindi ovviamente la mia musica è anche una conseguenza della cultura musicale che mi ha circondato. Ho iniziato nel ’94 con la mia prima band, quindi facevo musica in linea con quello che andava in quel periodo, quindi non posso non dire che quello che faccia ora non sia legato a quegli anni. Direi, forse, che BOLOGNA VIOLENTA è una specie di spremuta culturale di quel ventennio, anche se ci metto degli ingredienti che arrivano da altri periodi storici.

Questo Utopie e le Piccole Soddisfazioni pensi abbia uno scopo oltre la semplice proposta musicale alternativa?
Dovrebbe avere lo scopo di far passare mezz’ora della vita di qualcuno in maniera diversa. Una specie di viaggio in cui lasciarsi andare a sensazioni, immagini e tutto quello che passa per la testa.
Con questo disco ho cercato di non avere scopi di altro tipo, non mi interessa, ho puntato proprio sulla musica stessa senza troppe contaminazioni esterne che ne fanno perdere la spontaneità.

Ultima cosa, La scelta della famosa prigione (il Panopticon) in copertina è una tua idea? Cosa vuole rappresentare?
A dire la verità, in copertina è raffigurato un emiciclo e, ad essere preciso, proprio l’aula del parlamento italiano. L’idea è mia e l’ho sviluppata con Nunzia Tamburrano, la mia compagna e collaboratrice, che l’ha per così dire “sistemata” dal punto di vista grafico, togliendo ad esempio tutti i banchi ed i posti a sedere, come a dare l’idea di un parlamento pulito. Ma non è solo questa la chiave di lettura, perché in mezzo si può scorgere il profilo di San Pietro a Roma, quindi un po’ il dualismo tutto italiano “Stato/Chiesa”. Inoltre, come noti tu, alla fine l’idea che esce è quella che sia un panopticon, ma in realtà non lo è. Quindi Stato/Chiesa/Carcere. In generale, è una figura che mi piace molto, perché rappresenta anche gli anfiteatri greci, oppure la struttura di un teatro, quindi in linea con la musica all’interno del cd. Mi sembra che sia un’immagine che fa riflettere, quindi direi che è perfetta per questo disco.

Dimmi quello che vuoi dirmi e non ti ho chiesto:
Cos’è il Bervismo?

Il Bervismo è un nuovo modo di vedere la vita, in positivo ed in negativo, ma più in positivo. Una specie di trionfo della ragione su superstizioni, dogmi, falsa politica.

NESSUNA POLITICA
NESSUNA RELIGIONE
BERVISMO PER PIU’

Read More

Violentor

Written by Interviste

Un gruppo senza peli sulla lingua, un vero macigno dedito al thrash old school, sono i Violentor freschi del debut album, un omonimo che ha suscitato la curiosità di tanti. Ai microfoni abbiamo Alessio, cantante e chitarrista del gruppo che tra una chiacchiera e l’ altra ci ha svelato diverse curiosità inerenti alla band e al disco.

Ciao Alessio, tanto per cominciare perché non ci dici quando e come sono nati i Violentor?

ALESSIO: I Violentor nascono nel 2005, al tempo eravamo io, Luke dei Devastator e Davide dei Nido di Vespe, altre due bands del panorama underground toscano (approfitto per fare un po’ di pubblicità)
Abbiamo però fatto solo sala prove e niente di più poi il progetto si e’ fermato da subito, tra l’altro non e’ rimasto niente di quello che provavamo al tempo.
Nel 2010 ho voluto ritirar su il gruppo visto che non avevo altri progetti in corso e quindi abbiamo iniziato in pieno dopo qualche cambio di lineup, io, Alessio “The Dog” Medici alla voce e chitarra, Riccardo “Rot” Orsi dei Devastator al basso, Alessandro “Rashade” Battistella alla batteria e Elisabetta “Betta” De Angelis all’ altra chitarra. Un anno nemmeno e abbiamo tirato fuori il nostro primo disco. Attualmente Betta ha lasciato la band e abbiamo deciso di rimanere noi tre.

Quali sono le band che hanno inspirato i Violentor?

ALESSIO: Siamo ispirati sicuramente all’ heavy classico, al thrash e al punk
Ti posso dire che i miei gruppi preferiti sono Venom, Motorhead e Discharge quindi penso di averti detto tutto.

Il vostro omonimo è un disco di pura energia cosa ci racconti delle fasi di mixaggio e di registrazioni, dove e come si sono svolte?

ALESSIO: Abbiamo registrato nella sala prove dei nostri amici livornesi Profanal, Daniele il loro bassista ci ha aiutato nella fase i registrazione, il mix del disco e’ stato realizzato nel 16th Cellar Studio di Roma.

Dell’ EBM Records cosa ci dici, come è nata la collaborazione e come vi trovate?

ALESSIO: Siamo usciti col disco e la EBM ci ha contattati proponendoci la produzione e la distribuzione del cd. Ci troviamo molto bene, e’ una label molto professionale e nel loro roster sono presenti bands molto valide.

Ho notato che il vostro stile è in perfetto Underground, ma a cosa puntano in generale i Violentor?

ALESSIO: Non definirei il nostro stile “Underground”, l’ underground e’ la scena musicale in cui suoniamo, e’ per l’ underground che abbiamo registrato il nostro disco, per far parte anche noi di questa scena con la nostra musica, con la nostra passione. Il nostro non e’ altro che metal senza troppe sperimentazioni, puro, istintivo, grezzo, marcio.
Vogliamo solo divertirci fare qualche altro disco e sopratutto fare parecchie date dal vivo.

Chi si occupa dei testi e quali sono le tematiche?

ALESSIO: Chi ha idee per scrivere, scriva.
I testi del disco li abbiamo scritti principalmente io e Betta, ma anche Ricca e Rasha possono liberamente scrivere. Nel disco nuovo che uscirà penso a primavera/inizio estate abbiamo scritto tutti e tre i testi.
Generalmente i testi parlano delle nostre emozioni, dei nostri stati d’animo, di ciò che ci fa sentire bene, o male, della musica, degli amici, sopratutto di cose vere, sentite e semplici, siamo noi quelli che scriviamo, nulla e’ costruito a tavolino, tutto nasce da dentro di noi.

Per quanto riguarda i live cosa ci dici, dove suonerete nei prossimi giorni? E soprattutto cosa dobbiamo aspettarci da uno show dei Violentor?

ALESSIO: Adesso staremo fermi per un po’, perché stiamo lavorando al nuovo disco, suoneremo qualche data ad aprile, a Roma, Firenze e Torino.
Se fate casino sotto, daremo il meglio di noi!

Che tipo di promozione state adoperando per “Violentor”?

ALESSIO: Con Internet chiaramente, ci vuole tempo, e’ un lavoro anche questo, oggi però siamo più fortunati delle bands di un tempo, il disco sta andando più ora di quando e’ uscito ed e’ quasi passato un anno.

Social Network come Facebook, MySpace e Twitter vi sono d’ aiuto?

ALESSIO: Certo che si.

Bene Alessio, l’ intervista si chiude qui, concludi come ti pare…

ALESSIO: Supportate l’ underground, UH!

Read More

DISGUISE

Written by Interviste

Con gran piacere questa volta sulle pagine di Rockambula ci sono i Black Metallers Disguise. Reduci da un nuovissimo disco Carnifex, tastierista del gruppo si cinge a rispondere all’ intervista ed a parlare della band e di tanto altro.

 

Ciao ragazzi e benvenuti su Rockambula. Perché non cominciamo a dire come sono cambiati i Disguise nell’ arco di tredici anni?

CARNIFEX: Ciao Vincenzo e grazie a te per il vostro supporto. Sicuramente siamo cambiati parecchio, sia da un punto di vista stilistico che prettamente musicale. Il nostro primo demo del 2001, “Impetus Mali/Mors Fidei” è stato accolto dalla critica specializzata come un ottimo esempio di Occult Black Metal sulla scia della scena italo-greca (Mortuary Drape, Necromantia ecc). Considera che all’epoca avevamo 18 anni e nel lavoro è presente tutta la nostra voglia di fare ma anche, come è normale che sia, la nostra inesperienza. Ascoltato oggi devo dire che il lavoro ha davvero tante buone intuizioni che poi abbiamo sviluppato negli anni in maniera a volte radicalmente differente. Con “Human Primordial Instinct” abbiamo spinto sull’acceleratore, diminuendo notevolmente la presenza delle tastiere e componendo un disco che in pratica non si ferma per un attimo. Su “Late” invece il tutto ha assunto un carattere più nero e sulfureo, inserendo partiture maggiormente variegate ma sempre all’insegna di un Black/Death metal sinfonico a mio avviso molto personale. Con “Second Coming” abbiamo cercato di rendere il tutto più moderno e live oriented, e credo che l’obiettivo sia stato raggiunto. Stilisticamente la differenza principale è stata sicuramente l’abbandono del face painting in questo nuovo lavoro. L’unica cosa che non è mai cambiata è la nostra line up, e mai cambierà. Il giorno che qualcuno di noi deciderà che è arrivato il momento di lasciare non avrà più senso portare avanti questo progetto. Ma ti assicuro che non succederà per i prossimi anni!

 

“Second Coming” è il vostro nuovo disco, a cosa vi siete inspirati per comporlo, chi si occupa dei testi?

CARNIFEX: “Second Coming” si distacca in parte, a livello lirico, dai nostri primi due lavori. In “Human Primordial Instinct” il concept era una critica sullo stato del genere umano, costretto ad agire sotto l’imposizione di leggi etiche e morali imposte da altri uomini. In “Late” le liriche proseguivano il discorso precedente, sottolineando il fatto che ormai fosse, appunto, tardi per cambiare lo stato delle cose. Il nostro ultimo lavoro non riprende direttamente le stesse tematiche, ma se vogliamo non si discosta nemmeno molto dalle stesse. Non è un vero e proprio concept, e questa per noi è già una novità. Ma la differenza principale è che i testi sono, in maniera velata e non immediatamente deducibile, “positivi” e per la prima volta c’è speranza di crescita e miglioramento.

Sono anche un po’ autobiografici. Anche per noi questa è una “seconda venuta”, dopo 5 anni di stop dal precedente cd. Sono io ad occuparmi direttamente dei testi, come per il resto dei nostri lavori.

Vorrei anche sottolineare che il testo della title track è un’ opera di William Butler Yeats, chiamata appunto “Second Coming”.

 

 Invece per quanto riguarda le fasi di registrazione e mixaggio cosa ci dite, dove e come si sono svolte?

CARNIFEX: Il cd è stato registrato e mixato agli Alpha – Omega studios di Alex Azzali a Como (Cataract – Mortuary Drape ecc). Ci siamo affidati nuovamente al sapiente lavoro di Alex dopo la prima esperienza avuta con “Late”. Siamo molto contenti del risultato finale. Il cd suona a mio avviso moderno e pulito senza però rinunciare all’aggressività e all’impatto. Alex ha una vasta esperienza sia in studio sia in sede live con moltissime band estreme di caratura internazionale e il suo apporto alla buona riuscita del cd è stato importante.

 

In che rapporti siete con la My Kingdom Music e come vi trovate?

CARNIFEX: Molto bene! Conosciamo professionalmente Francesco da molti anni e abbiamo sempre avuto desiderio di poter collaborare con lui vista la sua grande serietà e professionalità. Il cd è ancora nelle fasi iniziali della promozione ma Francesco sta facendo un ottimo lavoro a supporto di “Second Comin”

 

In generale quali sono le influenze dei Disguise?

CARNIFEX: Credo che nella nostra musica si possano ritrovare influenze abbastanza diverse. Partirei da una base di Black Metal norvegese sulla scia di band come Mayhem, Satyricon o Marduk, arricchita da componenti Death Metal americano e partiture più “avanguardistiche” proprie di band come Dodheimsgard o Arcturus. Non è da trascurare anche la componente più “modernista” con ritmiche serrate e sincopate e l’utilizzo moderato di suoni maggiormente accostabili all’industrial. Ci sono poi anche spunti black’n roll e di Black sinfonico.

Dal mio punto di vista l’unione di diverse influenze è proprio il punto di forza di “Second Coming”, anche se sicuramente per i puristi del genere potrebbe essere qualcosa di troppo lontano dagli ascolti standard.

 

Dove suonerete nei prossimi giorni? Che date avete in programma?

CARNIFEX: Stiamo ancora programmando future date live per la promozione del cd, sia in Italia che all’estero. Per il momento suoneremo il 3 febbraio al Ride’n’Roll di Chieti, il 10 febbraio al Target Club di Bari per il release party ufficiale di “Second Coming” e il 24 febbraio al Ragnarok di Campobasso. Nei prossimi giorni comunicheremo le date future.

 

Ho notato un buonissimo lavoro sulle tastiere e sugli effetti. Quale era il vostro intento precisamente riguardo questa operazione?

CARNIFEX: TI ringrazio personalmente in quanto tastierista della band! Le tastiere sono sempre state importanti nei nostri lavori, in quanto utilizzate più che per creare melodie “preponderanti” o magniloquenti per sottolineare i passaggi più drammatici ed emozionali dei nostri brani. Su “Second Coming” abbiamo provato ad utilizzare suoni più sintetici e freddi, e credo che questa sia la differenza principale con i lavori precedenti. Vengono utilizzate anche le classiche partiture di pianoforte e cori, ormai tradizionali per noi. Il tutto però con l’obiettivo di rendere ancora più aggressivo e diretto il tutto e non di aggiungere eccessiva melodia ai brani.

 

La scena musicale come è messa dalle vostre parti?

CARNIFEX: Non sono molto partecipe della scena in realtà. Il mio lavoro e la mia famiglia mi impegnano così tanto da non avere spazio per approfondire meglio il discorso. Cito volentieri però una ottima band Folk/Pagan/Black, gli abruzzesi Draugr, che hanno realizzato un lavoro davvero devastante.

 

E in generale a cosa aspirano i Disguise?

CARNIFEX: Guarda dopo 13 anni di attività ci siamo tolti già diverse soddisfazioni. Abbiamo avuto l’onore di suonare con la maggior parte delle band dalle quali siamo stati ispirati ed abbiamo partecipato a diversi festival e tour di caratura internazionale. Non aspiriamo sicuramente a diventare famosi, vivere con la nostra musica e cose del genere, ma solo a continuare per la nostra strada con la coerenza e la caparbietà che ci ha contraddistinto nella nostra carriera continuando a comporre la musica che ci piace fare, qualunque essa sia nel prossimo futuro!

 

Bene ragazzi l’ intervista si chiude qui, concludete come vi pare…

 

CARNIFEX: Ringrazio te e la vostra webzine per il supporto! Non vi lascio indirizzi internet vari perché ormai non è più necessario. Chi è interessato può semplicemente cercarci su google e farsi un’idea. Vi invitiamo invece ad uno dei nostri live per una bella mazzata sui denti!

 

Read More

Nerd Follia

Written by Interviste

Ciao ragazzi, anzitutto perché non ci dite come sono nati i Nerd Follia?

Ciao, i Nerd Follia sono nati nel 2003 da membri di gruppi punkrock che erano già attivi nella scena del Nord Milano, abbiamo deciso di iniziare questo nuovo progetto per seguire le ispirazioni che ci stavano arrivando dai nuovi ascolti che abbiamo avuto, per scostarci un po’ da quello che facevamo da sempre e inseguire il nostro gusto personale che, tuttora, in costante evoluzione.

“Logout” è il vostro nuovo disco, cosa ci dite delle fasi di registrazione e mixaggio, come e dove si sono svolte?

Siamo partiti da 1 preproduzione casalinga di circa 20 pezzi, da cui ne abbiamo scelti 9 ( cosa non facile). Abbiamo valutato molte opzioni per la produzione di questo disco e alla fine abbiamo deciso di seguire il consiglio che ci ha dato Federico Dragogna dei Ministri, che ci ha presentato al Mono studio e al produttore Enea Bardi. Siamo contenti perché anche se la collaborazione è nata direttamente nello studio, e non dopo una fase preliminare, abbiamo trovato subito la squadra giusta: noi avevamo le idee chiare e il produttore l’ha capito.

Quali sono le tematiche che toccate nel disco?

Si può dire che si tratta di un concept album. Il tema di base è LOGOUT, sloggati. Ogni canzone descrive un lato perverso della rete, e di come Internet sta influenzando le nostre vite. È anche un invito a dare più importanza alla vita reale rispetto a quella virtuale, a perdere meno tempo, tuttavia sappiamo che è molto difficile, in quanto ci siamo anche noi dentro fino al collo.

Come è stato accolto dalla critica e come dal pubblico?

Dal pubblico, molto bene. Ho ricevuto commenti entusiasti da chi ha ascoltato il disco, anche se non abbiamo ancora raggiunto un grosso numero di ascoltatori. Per quanto riguarda la critica, mentre registrava molto disco, scherzando pensavamo che le recensioni sarebbero state tutte: “ un’accozzaglia di generi che non c’entrano niente l’uno con l’altro”. Beh… La realtà non è stata poi così lontana dalla fantasia, ogni recensione si è soffermato su questo aspetto, lo sapevamo, è stata 1 scelta nostra. Fortunatamente molti hanno visto questo come un fatto positivo.

Quali gruppi hanno inspirato i Nerd Follia?

Moltissimi e di vario genere, ne sparo u po’ a raffica senza seguire una particolare logica: Get Up Kids, Phoenix, Chromeo, Daft Punk, Benjamin Diamond, New Order, Devo.
Si parlava di accozzaglia di generi, no?

Per quanto riguarda le date live cosa ci dite, dove potremmo ascoltarvi nei prossimi giorni?

I concerti prossimi sono ancora un punto di domanda, abbiamo appena concluso la prima fase di concerti dopo la presentazione dell’album, molto positiva, dove abbiamo aperto concerti che mi piacciono molto, come Planet Funk, Metronomy e Architecture in Helsinki. Per il futuro, speriamo di uscire il più possibile dalla Lombardia e di fare anche un tour all’estero.

Che tipo di promozione state adoperano per “Logout”?

Abbiamo girato 2 videoclip, di due pezzi in inglese “WWRevolution” e “LOGOUT” (mettete i link please?), abbiamo in programma di girare un altro video, di una canzone in italiano, poi si vedrà. Vogliamo fare più video possibili perché crediamo sia un ottimo modo per far conoscere la propria musica. È uno strumento che ti permette di comunicare molto di più e molto più efficacemente, rispetto che 1 semplice traccia caricata su un sito Web. Quindi avanti coi video e, registi indipendenti, scriveteci!

Adesso una domanda un po’ personale: a cosa aspirano i Nerd Follia?

Beh, vivere di musica sarebbe un sogno, poter fare quello che ci piace come attività primaria e non nei ritagli di tempo tra un lavoro e l’altro, in modo da esprimersi al meglio e fare davvero roba figa.
Tuttavia, sappiamo che ci vuole davvero un grossa grossa botta di culo, quindi noi continuiamo a fare il nostro, come lo abbiamo sempre fatto, e l’aspirazione rimane quello di sempre: fare la musica che ci piace.

Bene ragazzi l’intervista si chiude qui, questo ultimo spazio è tutto vostro, dite ciò che volete…

Bazinga!

Read More

JOLLY POWER – LUCKY CHIVA

Written by Interviste

Ciao ragazzi, vi anticipo che è un onore avervi tra le pagine di Rockambula.
Perché non cominciate a dirci come i Jolly Power sono cambiati nell’ arco di venti anni?

LUCKY: Ciao, grazie a te per l’interessamento. Mah, più che cambiati io direi che si sono evoluti. Inevitabilmente quando sei in giro da molto tempo vivi diversi periodi musicali, che finiscono per influenzare anche il tuo stile musicale e la tua percezione stessa della musica. Nel nostro caso, le nostre radici sono sempre state molto rock’n’roll. Lo puoi vedere da Like An Empty Bottle… Again! che è un disco figlio dei suoi tempi, influenzato magari dai grandi gruppi r’n’r dell’epoca in cui è uscito, che potevano magari essere i Guns’n’Roses o i Dogs D’Amour e che ascoltavamo nei primi anni novanta. Poi ci siamo interessati a diversi gruppi e stili musicali, che potevano essere lo scan-rock piuttosto che un certo tipo di punk rock moderno, e tutto ciò ha influenzato il nostro essere band e scrivere musica, cosa che puoi vedere (l’evoluzione intendo) nei pezzi inediti che abbiamo inserito nella ristampa. E che comunque non ci rappresentano completamente nemmeno loro,dato
che siamo sempre in movimento e in evoluzione. Magari oggi suoniamo più punk rock, ma con le solite radici r’n’r ed un taglio più moderno, ed al passo coi tempi.

E invece la scena Hard Rock Bergamasca come era prima e come adesso? Quali sono le principali differenze secondo voi?

 

LUCKY: Quale scena? È molto difficile parlare di una scena hard rock italiana, figuriamoci localizzarla in un territorio piccolo e con poca tradizione come la bergamasca. Ci sono dei gruppi, ovviamente, più che altro di metal e metal estremo, ma a parte un due o tre di nomi nulla che esca dall’ambito locale e regionale. Non sono tempi propizi per l’hard rock, nè tanto meno per la musica dal vivo se si ha un repertorio originale, quello che il mercato richiede ora sono perlopiù tribute bands che vanno molto di moda anche da noi da qualche tempo. Volendo proprio trovare qualcosa di simile a noi in terra bergamasca, ti citerei ovviamente i nostri colleghi Cathouse da cui proviene anche Rikk, il nostro nuovo chitarrista (che suona in entrambi i gruppi). Anche loro sono passati attraverso un processo di cambiamento ed adattamento recentemente, ma sono sempre li, con noi. Anzi, speriamo di poter suonare assieme prima o poi. Per il resto, terra bruciata…

Cosa vi ha spinto a ristampare quel vostro vecchio capolavoro che è “Like An Empty Bottle”?

LUCKY: L’originale MC-album è stato un qualcosa che ci ha imposti sulla scena nazionale facendoci conoscere ed ottenendo ottimi responsi di critica all’epoca. Fu molto apprezzato anche dia fans, ma nonostante un certo successo di vendite non ebbe una vera e propria distribuzione capillare,e mi dicono che la cassetta d oggi è piuttosto rara. Visto che comunque c’è sempre stata una certa richiesta per il nostro materiale di quel periodo, già da un po’ pensavamo all’opportunità di una ristampa che accontentasse fans e collezionisti. I tipi di Steet Symphonies si sono dimostrati molto interessati alla cosa, e grazie a loro ed alla distribuzione di Andromeda siamo finalmente
riusciti a regalarvi questa nuova versione di un piccolo classico del periodo più sleaze rock dei Jolly Power. Più qualche extra.

Quando è cominciata la collaborazione con la Street Simphonies Records e come vi trovate?

LUCKY: Diciamo da un paio d’anni circa, abbiamo visto come lavoravano con altri  gruppi, e l’interesse che mostravano in un certo tipo di hard rock magari per noi piuttosto classico ma che ultimamente non è più molto di moda ed è stato lasciato alla cura di piccole etichette indie come la loro. Hanno mostrato da subito molto entusiasmo nel progetto, e siamo tutti molto soddisfatti del risultato.

Cosa potete dirci delle nuove cinque tracce aggiunte?

LUCKY: Rappresentano uno spaccato dell’evoluzione dei Jolly Power che va dal periodo subito successivo all’uscita del nostro primo album, Fashion, Milk & Smokin’ Pills, fino al primo rientro di Elia in formazione (2005 circa). Il tutto riveduto e corretto secondo quello che sono i Jolly Power 2011.

Come si mantengono i Jolly Power, riescono a campare di sola musica?

LUCKY: Sì… nel senso che gestisco un negozio di strumenti musicali a Clusone, 17 Music (www.17music.it), e mio fratello Maxx ha un r’n’r bar sempre a Clusone. In questo senso, si può forse dire che noi campiamo di musica, indirettamente. Se invece ti riferivi al vivere coi proventi della nostra musica e delle nostre canzoni, credo che sia una cosa che in Italia si possano permettere pochissime persone, non credo in ambito hard rock quanto più che altro metal. Una chimera, ora come ora.

Come è stato accolto dalla stampa “Like An Emty Bottle…Again” e come dal
pubblico?

LUCKY: Bene. Siamo molto contenti, per il momento abbiamo avuto recensioni che vanno dalla soddisfazione all’entusiasmo vero e proprio, il che non può che farci piacere e darci ulteriormente la spinta per cercare di tornare in pista il prima possibile anche dal punto di vista dei live.

Come state promuovendo questo vostro nuovo lavoro?

LUCKY: Come ti dicevo, l’idea sarebbe di riuscire a mettere assieme appena possibile qualche data live per tornare a farci sentire e ricordare che siamo ancora vivi e vegeti. Non è semplicissimo, visto il periodo non proprio favorevole per i gruppi originali, ed i locali per la musica dal vivo che oggi sono anche inferiori numericamente a dieci anni fa, ma ci stiamo lavorando! E poi cominciano ad arrivare richieste di interviste, segno che comunque c’è ancora chi si ricorda di noi nonostante la lunga pausa che ci eravamo presi.

Cosa ci dite della scena Underground Bergamasca, è viva, c’è affluenza?

LUCKY: Vedi la risposta che ti ho dato poco sopra. Poca scena, pochi locali, pochissimi gruppi con repertorio originale, poco pubblico. Non è proprio un bellissimo momento.

Del futuro dei Jolly Power cosa ci dite, vi rivedremo in giro e a lavoro su di un nuovo disco?

LUCKY: In giro speriamo presto. Poi ovviamente, se vedessimo che c’è interesse e si sviluppasse una buona alchimia con questa nuova versione della band, ci piacerebbe comporre del nuovo materiale, sì. Siamo armati delle migliori intenzioni, poi, only time will tell…

Bene l’ intervista finisce qui, concludete pure come vi pare.

LUCKY: Ti ringrazio dell’interesse che ci hai mostrato, siamo felici di sapere che c’è ancora gente la fuori che si ricorda dei Jolly Power e che i nostri dischi, la nostra carriera musicale, hanno lasciato un segno nella scena italiana. Ora speriamo magari di riuscire a conquistare quel pubblico, magari più giovane, che non ha avuto modo di conoscerci negli anni ’90 e ’00, e di regalare loro un po’ di caro, vecchio, sano, sporco rock’n’roll.
Ah, e venite a visitarci sul nostro Facebook ufficiale www.facebook.com/TheJollyPower e lasciateci un saluto! Ciao, e stay rock!

 

Read More

Thomas

Written by Interviste

In genere il primo album è sempre complesso da realizzare…nel vostro caso è stato difficile arrivare a una così grande perfezione negli arrangiamenti?
Il fatto che il disco sia stato realizzato in casa in tutte le sue fasi, dalle registrazioni al missaggio al mastering, ci ha permesso di dedicare abbastanza tempo agli arrangiamenti, aspetto a cui noi teniamo particolarmente.
Come mai avete scelto di cantare in inglese e non in italiano? andreste mai a Sanremo se vi fosse proposto?
La scelte dell’inglese deriva dal fatto che il background musicale di tutti e sei gli elementi del gruppo è per la maggior parte di musica anglofona, pertanto al momento della composizione di un brano è naturale per noi pensarlo in inglese; inoltre il fatto che generalmente diamo più importanza alle musiche rispetto ai testi, ci ha condotti all’uso dell’inglese, essendo una lingua che permette con più facilità rispetto all’italiano una maggiore “musicalità”.
Per quanto riguarda Sanremo…mai dire mai.
La vostra musica è una sorta di crossover fra pop, rock, funky…voi invece come la definireste?
Non ci piace definirla e non ci interessa assolutamente farlo. Perché non lasciarlo fare agli altri?
Frakin’ monsters è il primo singolo: avete previsto di girarne anche un video?se sì avete già qualche idea?qualche anticipazione che potete darci?
Il video è gia da alcuni mesi su Youtube: a questo proposito colgo l’occasione per ringraziare il regista Mario Morbelli, a cui abbiamo lasciato carta bianca e che, con poca spesa, è riuscito a realizzare un ottimo prodotto di cui siamo enormemente soddisfatti.
Parlateci dell’artwork del disco che è davvero ben curato… 
L’artwork, come tutte le fasi del disco è stato realizzato interamente da noi.
Nonostante fossimo nuovi a questo genere di lavoro ci ha divertiti occuparcene e alla fine penso che abbiamo creato un buon prodotto, anche per via dei molti apprezzamenti ricevuti.
Cosa ne pensate dell’attuale scena italiana?
Sappiamo che in giro ci sono moltissimi gruppi che fanno musica interessante ma faticano a farsi conoscere, e questo è un peccato soprattutto per i fruitori di musica.
La musica cambia e si evolve velocemente…Dove e come vi immaginate fra dieci anni?
SICURAMENTE ancora a fare musica, SPERO ancora con il progetto Thomas.

Read More

The Providence

Written by Interviste

The Providence è una One Man band inspirata dalla musica Horror dei Death SS e dei Daemonia, trae le proprie chicche rifacendosi al terrore dei più grandi film Horror. Ai microfoni di Rockambula abbiamo Bloody Hansen, l’ oscura mente che si cela dietro questo interessantissimo progetto.

Ciao Bloody, che ne diresti di cominciare a dirci come è nato il progetto Providence?
Ciao a te Vincenzo, The Providence è nato perchè sono sempre stato un grande appassionato di film horror e di musica con certe atmosfere, dunque è stato inevitabile mettere in piedi qualcosa del genere, è una cosa che mi diverte tantissimo.

Da cosa hai tratto ispirazione per le tue musiche e dunque per “Horror Music Made in Hell”?
L’ispirazione arriva principalmente dai film horror che ho tributato, ed immagini sparse che siano macabre e cimiteriali mi danno una mano nella ricerca del sound giusto!

Per quanto riguarda le registrazioni ed il mixaggio che ci dici, come ti sei mosso? In quali studi hai lavorato e che tipo di operazioni hai effettuato?
Ho fatto tutto a casa mia, nella mia stanza, che per l’occasione ho battezzato come Casa Velasco.

Si sta usando spesso il termine “Horror” nella musica: Horror Rock, Horror Metal ecc…Tu cosa intendi con Horror Music, come deve essere questo genere?
Principalmente per me è una forma di divertimento per persone che amano farsi venire i brividi e si esaltano quando vedono lapidi teschi e chi più ne ha più ne metta, quindi potrebbe essere questa una ipotetica Horror Music, allo stesso tempo posso dirti che l’Horror Music ufficiale è per me quella dei Death SS, son loro che hanno inventato il termine esatto. Io nel mio piccolo cerco di mettere in pratica i loro insegnamenti, a modo mio, occupandomi principalmente di zombi o streghe malefiche.

Il tuo lavoro adesso è soltanto in formato digitale, conti di fare anche un disco fisico?
Mesi fa sentii i ragazzi dell’audio ferox e mi dissero che in caso di vendite rassicuranti avrebbero stampato anche il cd fisico, cosa che di per se mi lasciò meravigliato in positivo in quanto il nostro rapporto è nato esclusivamente per il digitale, invece ultimamente mi hanno detto che hanno iniziato a lavorarci su perchè all’estero è andato bene, io sono una persona modesta quindi ti posso assicurare che non pensavo di aver venduto più di 10 copie, e invece c’è stata questa bella sorpresa.

Dell’ Audio Ferox cosa ci dici, in che rapporti sei?
Ultimamente hanno trasferito i loro uffici quindi sono stati poco raggiungibili, ma ho avuto pazienza perchè è contro produttivo stressare le persone, e come ti dicevo prima mi hanno contattato da poco per dirmi quanto scritto su, inutile dire che penso siano professionali, e fino ad ora sono stati gli unici che hanno creduto in me a livello di investirci sopra. Io mi fido di loro e loro si fidano di me, tuttavia il contratto era unicamente per quest’album e sarei curioso di vedere se altre etichette saranno interessate al prossimo cd, che se viene come dico io può avere un grande potenziale quindi vedremo cosa succederà, il mio pallino è la Black Widow e ogni volta che esce qualcosa di mio ci provo, ci proverò anche alla prossima tappa.

Sarai sicuramente un appassionato di film Horror. Quali sono i tuoi film horror preferiti e quali ultime uscite secondo te vale la pena andare al vedere al Cinema?
La mia top 3 è oramai fissa da anni, al primo posto Non aprite quella porta di Hooper, non so se sia vero ma lessi da qualche parte che il regista fece recitare i ragazzi sempre
con gli stessi abiti sporchi per farli entrare in una situazione mentale e fisica al limite del malsano e rendere così al massimo. Spero sia vero perchè è un aneddoto stupendo. poi L’esorcista, il film più pauroso di sempre, checché se ne dica a me non ha mai suscitato nemmeno un sorriso e anzi non capisco come una storia del genere possa far ridere. poi ti dico il mitico “Evil Dead”, a noi noto come “La Casa”, una pellicola che per me è poesia, solo il momento in cui arrivano e notano i primi segni premonitori è da 10 e lode. commovente. Tra le nuove uscite ho gradito un sacco Insidious per il semplice motivo che da piccolo ho sempre fantasticato sulla notte, sul buio, che qualcosa potesse accadere, ricordo le storie sull’uomo nero o le streghe pronte a rapirti, beh quel film è riuscito a rievocare quei tenebrosi ricordi e in certi momenti del film ho avuto i brividi per tutta la schiena, quindi pazienza se la pellicola ricicla da poltergeist, è un ottimo riciclo per i miei gusti.

E per quanto riguarda i gusti musicali quali sono le tue band preferite e cosa gira ultimamente nel tuo lettore?
Io ascolto proprio di tutto, o quasi, heavy metal tantissimo, i Death SS miei idoli, poi Doro Pesch, Anathema, Carcass, Morbid Angel, guarda è impossibile anche elencarti una piccola parte dei miei ascolti, questo che ti ho detto non è nemmeno un 0.1 % è infatti una domanda tragica perchè mi dispiace non nominare tutti, ora per esempio sto ascoltando “Symbolic” dei Death e penso che poi metterò su i Depeche Mode. Non posso però dimenticarmi quella che per me è la massima espressione artistica che io abbia mai sentito in vita mia, e sono sempre stato orgoglioso di lei, devi sapere che sono un grandissimo ammiratore della cantante Elisa, ora fregatevene di alcuni singoli in italiano che purtroppo nel suo ambiente sono d’obbligo, lei è ALTRA COSA.

Parlando invece dei tuoi show, come svolgono e cosa dobbiamo aspettarci in una data dei Providence? E trovandoci in argomento, dove suonerai prossimamente?
La cosa bella di una one man band è che nessuno ti dice come fare, la responsabilità è tua completamente e puoi muoverti come meglio credi, la cosa brutta è la difficoltà nello suonare dal vivo, io ora come ora proprio non posso, ma chissà un futuro, ho amici che mi hanno dato la disponibilità per aiutarmi. a volte in situazioni di feste della birra mi è
stato chiesta almeno una canzone targata The Providence, ma non esiste che io suoni un qualsiasi pezzo a tarallucci e vino, ogni cosa ha la sua dimensione, e quella di The Providence è horror senza compromessi, solo in essa può svilupparsi per avere un senso, mi sono ispirato dall’inizio a Steve Sylvester e Alice Cooper non solo musicalmente ma anche come modo di presentare il proprio lavoro, e Bloody Hansen è il frutto di tutto ciò, non ci potrei mai scherzare su e per me è una cosa estremamente seria, tu pensa se i Death SS avessero suonato “Zombi” con sotto il palco i bambini che giocavano ad acchiapparello, mi hanno quindi insegnato a prendere le cose con serietà e che se
credo in una cosa non devo avere fretta solo per farmi notare.

Nella tua biografia sono accennate un paio di collaborazioni con diverse band Metal nostrane, ti va di parlarcene più a fondo?
E’ una delle cose a cui tengo di più, innanzitutto vorrei partire dagli ospiti del mio cd: Francesco Cucinotta, che è una delle menti più creative che abbia conosciuto, ti giuro è impressionante, dai un’ ascolto a quello che fa e anzi ti consiglio la recensione del suo ultimo favoloso album “Megapophasis”! “Felis”, ti dicevo, ha registrato un remix al brano “Death Bag”, e naturalmente ha fatto un lavoro micidiale! poi un altro grande ospite nel mio cd è Luca Alfieri, noto per il progetto Intromania , lui ha registrato la parte spettrale di tastiera che puoi sentire alla fine di “We Eat You at Midnight” e anche lui è fresco di nuovo album. Poi ho registrato un brano con i mitici Deathless, un grandissimo pezzo dedicato al film “Eaters”, tu pensa che mandai la base al loro batterista Andrea il quale mi rimandò tutta la batteria a puntino dopo nemmeno un giorno, rimasi di stucco, poi quando sentii quello che la cantante Steva fece con le sue potenti corde vocali mi fece drizzare tutti i peli dal primo all’ultimo! inoltre ho registrate un outro per i bravissimi Carnal Gore, una promessa del death metal nostrano, e altro mio orgoglio è stato partecipare ai synth nell’album dei messicani Oxus, una band death metal molto particolare nelle scelte stilistiche.

Sempre nella biografia si parla di un tuo nuovo disco più Heavy, ti va di anticiparci qualcosa in anteprima?
Si esatto, col nuovo disco ho mischiato completamente le carte in tavola, il nuovo parto è qualcosa che non pensavo di essere in grado di comporre e registrare, ho usato più la forma canzone come su “Eaters” che le influenze da soundtrack, anche se queste non mancano, basta pensare che “Rosemary” è una anticipazione del nuovo album, e già da lì noti subito la differenza nella durata. anche stavolta avrò degli ospiti e saranno tanti, tra cui “L’impero delle Ombre”, “Witchfield”, e ancora Cucinotta e Alfieri, ma tanti altri saranno della partita. Suonare con queste persone è come creare una squadra di calcio ed avere Cristiano Ronaldo o Messi nel proprio team, dovrei aver reso l’idea del rispetto e fiducia che nutro in queste persone! Però una menzione particolare va al batterista che sta avendo la pazienza di preparare tutte le parti di batteria, perchè sai, della drum machine mi sono alquanto stufato, e quindi ho chiesto a Giampiero degli amici Deathcrush se poteva suonare lui. Da grande amico qual’è non ha esitato un secondo e da un annetto di tanto in tanto ci incontriamo nella sua saletta, ci manca solo una canzone e fra poco saremo pronti per entrare in studio, sentirete una evoluzione netta, quasi un’altro gruppo, e posso dire di aver mantenuto il patto che ho fatto con me stesso, ossia ogni capitolo deve essere diverso dal precedente senza perdere lo stile che mano a mano si consolida nel tempo. un’altra novità è che in preparazione un fumetto, lo so non è originalissima come idea, ma cosa c’è di meglio di un disco horror con in allegato delle vignette maledette? E poi il mio fumetto avrà la sua soundtrack personale, organizzerò il tutto in modo tale che si possa vedere e ascoltare!

Bene Bloody, l’ intervista si chiude qui concludi a tuo piacere.
Se vi piace l’horror datemi una chance, e se gradirete “Horror Music Made In Hell” vi prometto che il prossimo album “The Bloody Horror Picture Show” sarà molto meglio! Grazie per l’interesse Vincenzo!

Read More

Amaury Cambuzat

Written by Interviste

Rockambula incontra Amaury Cambuzat agli ACME Recording Studio in occasione della registrazione del nuovo album dei Droning Maud in veste di produttore della band. Una video intervista con il sapore di una semplice chiacchierata, buona visione…

http://www.youtube.com/watch?v=1mk9tPlLOrg

Read More