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Epater le Bourgeois capitolo 4

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Quella sera a letto ripensai al fratello del tassista, al mio amico Andrea e a Piera.
Mi chiesi come fosse lei nella realtà. Lontana dagli sguardi del padre, da quella casa, da quel quartiere così fuori sync rispetto alla sua gonna al ginocchio e a quella sua aria da vergine di ferro.
Non avevo mai avuto grande intuito con le donne. Né fortuna. La mia ultima e forse prima storia risaliva a due anni prima quando incontrai Francesca, una ragazza di Bari che era venuta a passare le vacanze estive in Abruzzo.
Aveva una famiglia imbarazzante, di quelle che in spiaggia si portano riserve di cibo per un intero esercito e parlano a due toni più alti del normale come se il mondo non potesse sentirli altrimenti.
Lei era carina però. Venne per due settimane tutti i giorni nel bar dove lavoravo ordinando sempre la stessa cosa. Una cedrata grazie.
Fin quando un giorno non mi chiese sfacciata se la accompagnavo al concerto degli 883. Fu amore. Non tanto per il concerto degli 883, che in realtà non vedemmo mai perché nel tragitto in motorino verso il paese vicino cademmo sulla strada bagnata come due pere mature.
Fu amore perché in quell’occasione, in cui lei rimase perfettamente intatta e io mi ruppi una caviglia, si rivelò premurosa come mai nessun essere femminile era stato con me fino a quel momento.
Ogni giorno veniva a trovarmi a casa, si sedeva vicino al mio letto e mi raccontava aneddoti spassosi sulla famiglia. A volte piangeva piano dicendo che si sentiva in colpa e che se non mi avesse chiesto di accompagnarla non sarebbe successo niente. A volte mi leggeva le sue poesie. Scriveva roba che probabilmente non avrebbero pubblicato nemmeno sui biglietti dei cioccolatini ma in quel momento lei mi sembrava Sibilla Aleramo solo con le tette più grosse. Due tette così non le ho viste mai più. Forse furono quelle il vero motivo per cui mi innamorai di lei. Perché ce le aveva grosse ma le nascondeva come un segreto da difendere. Le faceva vedere solo a me. Anche se non riuscii mai a toccarle.
L’ultimo giorno di vacanze io non mi ero ancora rimesso in piedi e lei venne a salutarmi. Pianse tutte le sue lacrime e dicendo che non mi avrebbe dimenticato mai mi accarezzò sotto la cinta come se fosse l’ultima volta che avrebbe toccato un uomo.
L’anno scorso ho scopetto che si è sposata con un maresciallo dei carabinieri e che hanno fatto un bambino. Lo hanno chiamato Max.
I miei ricordi vennero interrotti all’improvviso da un gran frastuono di chiavi. Venti secondi dopo i Clash invasero la casa. Le cose si mettevano bene.

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“Diamonds Vintage” Emerson, Lake & Palmer – Emerson, Lake & Palmer

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Un 1970 all’insegna delle nascite di grandi formazioni seminali della storia del progressive mondiale, tra queste gli Emerson Lake & Palmer , una delle band che più di tutte hanno lasciato un graffio, un segno trasversale nell’enciclopedia immortale dei suoni altolocati, fuori dalle orbite del pop rock, distanti dalle prosopopee del rock classico; Keith Emerson, già tastierista e leader dei Nice, Greg Lake voce e basso già alla corte dei King Crimson e Carl Palmer furente batterista degli Atomic Rooster, decidono di solidarizzarsi in un trio che, sebbene additati da molti come eredi fotocopia dei defunti Nice, cercano di fondare una propria storia, e dopo una effervescente incursione al Festival dell’Isola di Wight – sempre in quell’anno – il loro motto sonoro si impone sulle masse e da li a poco la fortuna benedirà il trio a venire.

L’omomino album è il primo vagito della band, una miriade di suoni ed atmosfere mutuate dalle forti appariscenze sinfoniche della musica classica frammista a stupende incursioni creative d’avanguardia e l’uso basilare di strumentazioni elettroniche come il Moog, il VC7 , Mellotron ecc, stupende macchinazioni di suono per voli e catapulte nell’infinito cosmico; non manca di certo i sintetizzatori che danno quelle atmosfere lancinanti di duelli e corpo a corpo immaginari, urli e strepitii immaginifici, molto più che realistici, ma soprattutto l’effettistica che il trio muove sul palco e dentro dischi futuri che oramai fanno parte della storia delle storie musicali.

Disco in cui la triade si gioca il tutto e splende in sei tracce seminali, dove la predominanza di Emerson sulle tastiere è alta, e che fa da traino alla dolcezza di Lake e alla energia di Palmer sulle pelli sempre più sofisticate, tra suite preziose e assoli personalizzati il disco dipana urgenze e passioni incontrollabili; la rielaborazione del classico di Bela Bartok  “The barbarian”, i dodici minuti che intrecciano acustiche, elettroniche e soliloqui di tasti “Take a pebble”, ancora un classico rielaborato dagli ELP “Knife edge” del compositore Janacek, o la lunga episodica in tre atti (Clotho, Atropos, Lachesis) che fanno parte della mitologia greca con cui “The three fates” si fregia di immortalità.

Con “Tank” Palmer si prende una rivincita a suon di tom e rototom mentre la conclusiva “Lucky man” è una dolcezza di chitarra acustica in cui Lake fissa ai posteri la sua straordinaria figura quasi da mediatore tra la caratterialità spesso prepotente di Emerson e la figura della terza ombra Palmer che, già dall’inizio, non vede di buon occhio il monopolio sonante delle tastiere su tastiere che in futuro si prenderanno l’intera scena di questa storia progressive bella quanto combattuta tra i personaggi primari.

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Epater le Bourgeois capitolo 3

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Ti troverai bene a Torino- Ripeté il mio padrone di casa.
Sì ti troverai bene – Gli fece eco Piera.
Magari Piera può farti fare un giro della città se ti va- Aggiunse Lui.
Quella che suonava come una definitiva benedizione del mio arrivo in città mi trascinò con tutta la sua potenza al mio presente.
Se fino a quel momento Torino era stato un progetto ora era diventato un fatto reale.
Se fino al giorno prima avrei magari potuto cambiare idea con un insolito colpo di testa ora ero là. Non potevo mica tornare indietro.
Perché avevo lasciato l’Abruzzo. Avevo salutato tutti gli amici che per un motivo o per l’altro avevano scelto di restare. All’ombra di quella montagna che era tanto dolorosamente bella quanto capace di tenerti in trappola se voleva. Loro avevano deciso di restare e io di andarmene ma io non mi sentivo mica più coraggioso di loro solo perché avevo fatto un paio di valigie e preso in affitto una stanza in un’altra città.
Perché avevo deciso di andarmene. Per me una città valeva l’altra. Avevo deciso di fare l’università per fare contenti i miei genitori e avevo scelto Ingegneria perché il fratello di mia madre, Ingegnere a sua volta, mi aveva assicurato che con quel pezzo di carta avrei trovato lavoro molto più velocemente degli altri. Se alla fine scelsi Torino fu perché se dovevo andarmene tanto valeva andare lontano. Non sopportavo l’idea di fare la vita dei pendolari che vivono gli anni dell’università sul vagone di un treno maleodorante con la valigia sempre in mano. Non sopportavo l’idea di una madre che avrebbe piagnucolato al telefono chiedendomi se sarei tornato per il suo compleanno e che mi avrebbe caricato di lasagne e barattoli di sugo quando fossi ripartito.
Quando l’avevo detto ad Andrea che me ne sarei andato lui mi disse solo che era contento che qualcuno avesse trovato il coraggio di fare quello che non era riuscito a fare lui. Gli risposi che non stavo partendo per la guerra e che avremmo continuato a vederci. Che sarei tornato presto gli avevo detto.
Lui sostenne che una volta che te ne vai non puoi tornare perché una volta che te ne vai non sei più lo stesso.
Io gli dissi che non lo sapevo se era così. Che con me avrei comunque portato lui, i dischi che avevamo comprato insieme e il mare. Ti puoi dimenticare del mare?..
Che studi?- Chiese Piera riportandomi lì.
Ingegneria – Risposi io.
Ah, pure io.
Intanto fuori cominciava a piovere.

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“Diamonds Vintage” Tim Buckley – Lorca

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Poesia e delirio. Il quarto disco di questo immensamente geniale cantautore americano, figlio della fragilità e della solitudine profonda, è uno stato allucinatorio continuo di sommo brivido; Tim Buckley crea un clima scarno, al limite dello zen, scevro da ogni appiglio  effettistico, crudo ed estasiato, un viaggio sonoro all’interno metafisco della coscienza per arrivare ad uno stato nirvanico sofferto, costipato. Prodotto da Herb Cohen, “Lorca” è dedicato al poeta spagnolo, musicato solo con una chitarra elettrica e una dodici corde acustica, un piano elettrico e sparute percussioni; l’artista si studia, guarda dentro di sé come in uno specchio, e indaga sulle sue inquietudini, incubi, scheletri, e lo fa con l’innocenza di un iniziato che va alla ricerca del proprio io, trasferendo nella voce il richiamo ancestrale della verità. Un disco proto-psichedelico verso i confini dell’auto-analisi, una prova personalissima per misurare la drammaticità della non-melodia in uno stato d’incoscienza, per soppesare l’Universo nella specificità di “conduttore primordiale” di gioia e amarezza. Diviso tra il male di vivere e la voglia di rinascere, Buckley con John Balkin, Underwood e Collins – la band che lo accompagna – fa della suggestione dolente il piatto forte di queste cinque tracce,che non concedono minimamente nessuna occasione di essere penetrate da spiragli mercantili o quanto meno da rotazioni di massa; tutto sa d’arcaica preveggenza di un futuro incerto e di un qualcosa che sarà interrotto. Il canto-vocalizzo di Buckley sonda l’angoscia filtrata attraverso il giro nero e ipnotico d’organo ossessionante Lorca, poi viene deglutito nelle salivazioni acide e acri dei deserti del vuoto e della solitudine Anonymous proposition; il senso di desolazione e di nullità è prepotente, beffardo e sardonico, ma un leggerissimo soffio di vitalità arriva con l’incoscienza di una mezza serenità umana di congas e melodia I had talk with my woman, si consolida teneramente nel soliloquio di chitarra svogliatamente blues in riva ad un mare – raffigurazione onirica della vastità di una vita dove potersi perdere per sempre rimane il solo espediente per sparire – Driftin’, fino ad arrivare all’esplosione-implosione di Nobody walkin’, in cui Buckley da vigore alle sue corde vocali in uno strepitoso poeticale gipsy impazzito, pezzo con il quale, il cantautore confonde totalmente la sua asetticità , il suo torpore drammaturgico, nascondendo –  per poco –  la sua vera disfatta interiore dietro un raggio di sole che non lo scalderà mai. Disco stupendo, basilare; qualcuno affermò che Buckley fu per il canto ciò che Coltrane fu per il sax, Hendrix per la chitarra e Cecil Taylor per il piano, e a questo punto, ogni parola in più è del tutto superflua.

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“Diamonds Vintage” Carole King – Tapestry

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Questa ex prodige girls, poi ex moglie di Gerry Goffin con il quale scrisse pagine memorabili di songwriter pop che sbancarono, per ugole d’altri,  hit e charts lungo l’ossatura sghemba degli anni 70, decide un giorno di riprendersele quelle canzoni e di fissarle in un disco immortale e miliare al quale si attingerà sfacciatamente da parte di tante eroine a venire. Carole King, ragazza/donna di New York, hippies acqua e sapone e tenera pianista, con il suo Tapestry del 1971 diventa – nel frangente –  la bandiera vivente della protesta soffice e di emancipazione della donna libera, del corpo e dell’amore autodeterminato – e per la storia, la più alta espressione cantautorale female americana. Nonostante i successi scritti per gli altri, la King è una “novizia” come figura fisica, non identificata nell’immagine al grande pubblico, anche per una sua terribile timidezza, ma ben presto la familiarietà del suo temperamento umano e sonoro, la sua fragilità di donna e la forte genuinità espressiva, la renderanno icona dell’intimità di pensiero e causale di riscatto da una società grossolana e dal fiato corto. E il disco centra al millimetro la gloria discografica – sei anni in classifica ovunque –  e la risposta a tutte quelle aspettative utopiche e modello di base da seguire. La critica si spella le mani per questa cantautrice uscita definitivamente allo scoperto e le canzoni contenute in questo Tapestry, già esaltate dalle doti vocali di Aretha Franklin (You make me feel (A natural woman), James Taylor You’ve got a friend o It’s too late –  splendida ballata sulla quale si accapiglieranno in futuro  per reinterpretarla Quincy Jones, Celine Dion e altri noti personaggi, si riprendono l’ulteriore splendore originario della serenità di quel piccolo loft con vista sull’Hudson dove tra un tè cinese e la compagnia di un gatto affettuoso furono state scritte. Raffinatezza e semplicità con soffici maculazioni jazzy accompagnano le tranquille confidenzialità di Tapestry, So far away, il leggero tremore di I feel the earth move o il soul  caldo di Way over yonder; pietra filosofale per tante cantautrici “della confidenza” Fiona Apple, Tori Amos, Sheryl Crow, Natalie Merchant e Suzanne Vega, Tapestry rimane la punta acuminata e solitaria della carriera “in solo” di Carole King, tutto poi si affievolerà  intorno a questo fenomeno tutto al femminile, anche se le sue canzoni oramai fanno parte dell’arredo insostituibile di questa, di quella e dell’altra “parte del cielo”.

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“Diamonds Vintage” Primal Scream – Screamadelica

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Era rimasto un pò sulle sue Mr. Bobby Gillespie dopo che non era riuscito a marcare stretti gli anni Ottanta ed i fratelli Reid a bordo dell’esperienza dell’album Psychocandy con i Jesus & Mary Chain, e così in quattro e quattr’otto, riafferra per la collottola la vecchia band di Glasgow, i Primal Scream, e dopo una piccola turbina di Ep per nulla fortunati, approda al 1991 con il disco della svolta totale, Screamadelica, il giro di boa che lascia alla spalle le costernazioni e le fisime shoegazer per abbracciare melodie sixties, languori psichedelici, il sound inglese influenzato dal r’n’b pienamente debitore agli Stones.

Basta col romanticismo sfigato della wave, meglio la Madchester spigliata, pazza e piena di vita, omaggiante fino alle viscere al mixed-up di stili rivoluzionari, sangue misto tra rock, pop, house, black music, e lo scandaloso repertorio Stonesiano che riempie ancora le bocche bacchettone di benpensanti mai piegati agli anni; un disco che è una rivolta sensuale da tutte le angolazioni, pop ballabile che si fonde nella lussuria di un rock a tratti selvaggio, a tratti spurgato, Stoogies e Beatlesmania che vanno a braccetto con la dance senza cadere nel ridicolo, anzi con la velleità che anche facendo due passi di danza si può sempre rimanere duri e puri come un dio comanda. Ogni pezzo è un singolo, una hit a sé, tutto fa muovere il corpo e la testa, undici tracce che si inchiodano nell’immaginario collettivo come fossero un arcobaleno cromatico campionato su basi calde e oscillanti che i produttori stessi – Hugo Nicolson, Jimmy Miller e gli Orb – definirono “una divagazione al di sopra dell’inaspettato” e mai parole furono più sincere.

L’espansione goduriosa degli Primal Scream si mette in mostra in tutte le sue forme eccentriche, dal gospel dai labbroni alla JaggerMovin’on up”, “Loaded”,  alla psichedelica di stampo Sly & Family StoneSlip inside this house”, dalla ballata sorniona sull’alito di un sax complice “I am comin’ down”, al languore blues “Damaged”; se poi ci inoltriamo nella “discoteque” che Gillespie e soci amplificano a rotta di collo “Shine like stars”, “Don’t fight  it, feeel it” il cerchio si completa, ma non si chiude, il mondo conoscerà ancora pulsazioni vitali e dure di questa stupefacente formazione che già a messo a mollo le cosidette “bollette” in un futuro fatto di lampi “Swastika eyes” e saette “Miss Lucifer”, il techno-punk che ancora rimbomba nelle orecchie di moltissimi.

L’Urlo primordiale, che violentò le forze fisiche tra dance e pietre rotolanti, lacerò per anni le notti folli di junkyes cotonati.

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“Diamonds Vintage” The Clash – Give’em enough rope

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La loro prima apparizione, in quell’ afoso 29 agosto del 1976 al Punk Rock festival insieme a Sex Pistols, Siouxsie & The Banshees, e Subaway Sect e il seguente caravanserai itinerante quale fu l’ Anarchy The U.K. Tour, confermano i The Clash di Joe Strummer – che da poco avevano lasciato il nome originario Heartdrops –   l’interprete più coerente dell’anima politica del movimento punk, più del confuso anarchismo dei Pistols e dell’apatico disinteresse dei Damned; e dopo che il settimanale inglese “Sounds” definì il loro primo disco omonimo The Clash il miglior disco emergente della storia del rock, Strummer e soci – una line up sempre in continuo fermento tra nuove entrate e vecchi addii – gonfia i polmoni e sì da alla carica per approntare il mercato e il pubblico americano.

Mentre ancora gli echi degli scontri etnici  del carnevale di Notting Hill fanno parlare di sé, la band da alle stampe “Give’m enough rope” e finalmente trova un’etichetta statunitense che lo pubblica e prepara il “tour d’abbordaggio” in terra americana. Il successo è enorme, il delirio totale, ma questo disco rimarrà sempre come una cosa a parte, di transizione, poco preso in esame dalla critica generale e dalla filosofia in cancrena dei “grandi numeri”.

L’album di per sé e stupendo, magari leggermente inferiore d’impronta in rapporto al precedente, ma scritto e rinforzato da una cura d’insieme calibrata e oliatissima; ci sono due termini adatti per focalizzare questo disco, intreccio e groove; intreccio per la varietà di stili che poi faranno la fortuna della band, rock, reggae, rockabilly, rap e dub, groove per la potente necessità “di sinistra” che infervorisce le liriche e folle, e si affianca moralmente a sistemi di lotta e movimenti politici spesso anche clandestini, primi tra tutti Baader Meinhof.

Gia la cover – che raffigura una guardia rossa cinese a cavallo che guarda degli avvoltoi pasteggiare con il cadavere di cowboy americano – la dice lunga sul contenuto “altamente rosso”  del registrato, e lo schema delle canzoni non è mai statico, ma in continua tensione pur presentando degli elementi comuni che fungono da filo conduttore verso la provocazione della “rock  revolution”.

Nervoso e deferente al rock esplosivo arriva il mood Stonesiano di Drug-stabbing time, la cattiveria dei bassifondi Last gang in town, la canagliesca facciata nascosta del beat riffato Guns of the roof, dalla quale riemergono le ombre enciclopediche degli Who e Kinks; il coraggio oltraggioso della band è una baionetta puntata contro l’imperialismo e le stilettate di chitarra alla Chuck Berry in English civil war, il rullio prepotente della batteria di Headon che fanno tremare il reggae delle corde di Jones in Safe european home o il fragore in crescendo della storia  del terrorista in Tommy Gun, creano uno stato d’agitazione ribelle che scombussola e delizia palati affamati di gioia e autodeterminazione, disseta gole assetate di giustizia e uguaglianza come nell’inno punk All the young punks.

Una perla “maledetta” da riascoltare e rivalutare, un pugno diretto in bocca che quantifica l’immensa pulsione “in avanti” che questa leggendaria band perseguirà fino alla scadenza del loro “mandato di sobillazione”; purtroppo, molto “ più in là” la malasorte ci toglierà per sempre lo sguardo strafottente di Strummer, ma non la sua straordinaria idea di vita combattente.

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Epater le Bourgeois capitolo 2

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Don’t forget where you came from. Never.

Quando ci avvicinammo in zona era ormai sera.
La città illuminata dai lampioni si era aperta ai miei occhi in tutta la sua eleganza e io non vedevo l’ora di diventare parte di quella folla, di quell’ aria, di quelle particelle di umanità impazzita.
Fermi sotto al portone della casa che avrei abitato Alfredo mi salutò, lasciandomi il suo numero e un omaggio di benvenuto dall’odore pazzesco. Lo avrei richiamato presto, anche se non lo sapevo ancora.
– <Piacere Matteo>
mi presentai quando il padrone di casa, l’Ing. “Brondino” mi aprì la porta di una casa evidentemente già abitata in passato da persone normali.
– <Si sono abruzzese. Vengo dal mare> dopo i primi convenevoli, dissi.
…Vengo dal mare…
Era la prima volta nella mia breve vita che mi presentavo così a qualcuno.
Come se non avessi mai davvero realizzato che le mie radici erano fatte di pietra di acqua e di sale.
Un’adolescenza trascorsa in provincia può essere letale senza dischi e senza il mare.
Io ci andavo soprattutto in Autunno, quando non era ancora troppo freddo per soffrirne ma abbastanza per allontanare la fauna estiva fatta di ciabatte e imprecazioni incomprensibili.
Tra l’altro io l’Estate lavoravo e pur volendo non avrei potuto godermi, se non da lontano, il trionfo di capelli di seni e di natiche appena scoperte che imperversava sulla costa a partire dai primi giorni di Giugno.
Il momento in cui tutti si deprimevano per la fine delle ferie estive io mi galvanizzavo a sentire i primi tuoni che arrivavano a spazzare via tutta quella rilassatezza, l’umidità e l’odore del sesso sulla spiaggia.
Io detestavo i falò e i miei amici che vomitavano l’anima dopo aver bevuto troppo.
Io detestavo le moto e tutta quella voglia di divertirsi per forza.
Io detestavo la mia casa ma amavo il mare. E il mare mi ha salvato.

– <Bene Matteo ti troverai benvenuto a Torino. Ah e questa è mia figlia. Piera>
Questo vento agita anche me..

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IL MOTO PERTURBATO – DIECI ANNI IN CIRCOLO (Perturbazione)

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Non vorrei tediarvi con la fisica classica, ma ormai da tempo si è scoperto che il moto perpetuo non esiste. Non vorrei sembrare saccente, e nemmeno banalmente superficiale e realista, ma Planck dice che è impossibile creare una macchina che produca dal nulla energia cinetica.
E così ci accontentiamo. Ancora una volta ci pieghiamo al volere della natura che non ci regala un bel niente. Dobbiamo faticare per far girare la nostra ruota, non si riesce proprio a farla girare da sola.
Allora ognuno di noi si piglia il suo bagaglio e cerca di tirare avanti come meglio crede, c’è chi tenta vie più lineari e chi magari dà una piccola botta alla ruota, perturbando il suo pacioso e limpido moto circolare. Fare gli alternativi è facile, basta far cadere la ruota in modo irregolare, facendola strisciare dai raggi o gettandola perpendicolarmente alla direzione del proprio raggio, fornendo così un qualsiasi tipo di moto bizzarro al proprio viaggio. Ma non è così facile farla rotolare giù dandogli una piccola oscillazione laterale e perpendicolare al moto. Pochi riescono a dare pepe al proprio percorso senza stravolgerlo e soprattutto pochi riescono a rimanere in questo stato di “semi equilibrio” per molto tempo, senza convincersi che forse bisogna conformarsi al triste moto lineare.
Però c’è chi dopo parecchi anni riesce a viaggiare ancora così in bilico. Forse per natura ma non per questo senza fatica, altro che moto perpetuo. Un po’ “ostinato e contrario” ma non in “direzione opposta”, c’è chi fa ondeggiare il sangue senza bloccarne il flusso, in modo sghembo ma senza ribollimenti, solo un po’ di frizzantezza nelle vene.
Dieci anni fa i Perturbazione hanno così iniziato questo sbilenco percorso con un disco semplice ma speciale e si sono messi così “In Circolo”. Speciale principalmente perché è stato il primo loro album interamente in italiano, senza quella fastidiosa pronuncia inglese tipica di chi ama vagare a testa bassa, caratteristica da ariete di sfondamento ma anche simbolo di eterno outsider. I Perturbazione hanno ripreso la rotta con una ruota sgangherata che scende piano piano ma pare ballare spontaneamente, quasi come se un difetto o le botte prese in precedenza la rendessero unica e stilosa. Si perché come la band rivolese in giro per l’Italia non ce ne sono: ragazzi cresciuti insieme con la passione per la musica (a 360° e si sente) che si ritrovano a cantare e suonare il più soffice possibile, con Tommaso che in “Agosto” si sforza affinché la sua voce venga assorbita da tutti i suoi organi per poi presentarsi al mondo esterno lieve (ma non per questo sottile) come se fosse arricchita da tutto se stesso. Questa è meraviglia per la musica italiana, insieme ai semplici accompagnamenti di violoncello, alle ritmiche incredibilmente fluide e alle chitarre sorridenti de “Il senso della vite”, al goffo punk di “Fiat Lux”, che più che rabbia delinea fiera incertezza.
“In circolo” è un tranquillo parco giochi per i grandi, è a metà tra la consapevolezza dell’età adulta e gli anni del liceo ancora troppo presenti.
Sono passati dieci lunghi anni e i Perturbazione oggi (in realtà già da fine 2011, magari noi di Rockambula arriviamo tardi ma arriviamo…) ristampano questo piccolo gioiello crudo insieme ad un secondo cd di inediti e rarità, che già dal primo ascolto ci fa capire quanto questa band ha dato e ha ancora da dare alla musica italiana. Troviamo cover naturalissime come “Wonderful Life” (Zucchero non c’è paragone, copriti umilmente il viso con la piuma del tuo cappello), demo, brani acustici e inediti come “Meno di due” , uno sfogo dove la voce si alza un pochino, ma la rabbia è un’altra cosa, la sbrindellata eleganza popolare dei ragazzi aleggia sempre nell’aria.
Se la ruota avesse girato in verso opposto o fosse stata meno sghemba magari tutto sembrerebbe più preciso e più comprensibile. Ma “In Circolo” rimane un disco magicamente imperfetto, come il più bel tema zeppo di errori di ortografia.

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Epater le Bourgeois capitolo 1

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Settembre 1996.
Arrivai a Torino in una tiepida giornata di fine Estate.
Un clima insolito per quella città anche in quella stagione, come mi spiegarono dopo.
Sceso dal treno la mia attenzione venne calamitata dal walzer di una barbona vestita con un cappotto di pezza e un paio di pantofole con la faccia di topolino.
A prima vista sarebbe sembrata una donna triste. Ma gli occhi, quegli occhi neri come la pece, ridevano. Nonostante tutto.
Passai oltre. Avevo fretta di prendere un taxi. Farmi una doccia. Incontrarmi con il proprietario della stanza per la quale due mesi prima avevo sborsato 300mila lire di caparra. A scatola chiusa tra l’altro, vista la mia fretta di chiudere la questione alloggio e la mia impossibilità di salire a Torino durante l’Estate in cui avevo lavorato come cameriere allo stabilimento balneare di mio zio Enrico.
Non avevo calcolato che probabilmente non ero l’unico ad avere il desiderio di arrivare da qualche parte. Se cerchi il tuo posto nel mondo prima trovalo nella banchina di una stazione.
Mi accalcai mio malgrado sul cubo di folla che si espandeva e si ritirava come un grande polmone, prendendo a colpi di valigia le persone che mi stavano dietro e prendendone da quelle che stavano avanti.
In cuffia nel frattempo i Cure cantavano Close to me. Gli amici mi sfottevano dicendo che ascoltavo la parte “checca” della discografia dei Cure. Io non ero di quelli che diceva che la band si era sputtanata quando aveva lasciato la strada del dark per melodie più accessibili. A me piacevano di più in quella versione pop. E poi Robert Smith vestito come un poeta cimiteriale mi aveva sempre fatto una certa impressione.
Ritornai alla realtà quando mi toccai le tasche. Maledizione le sigarette, pensai. L’ultima Camel l’avevo fumata in treno tra la porta del gabinetto e quella da cui si catapultavano orde di bestiame impazzito munite di valigie- buste -scatole -barattoli di sottoli- e altro ben di Dio.
Dopo mezz’ora di fila davanti alla stazione centrale finalmente riuscii a beccare un taxi.
Il conducente si stava rollando una sigaretta e mi disse che si chiamava Alfredo. Mi disse pure, senza che glielo chiedessi, che stava sostituendo momentaneamente il fratello che aveva avuto un contrattempo, che se l’avessero beccato gli sbirri gli avrebbero fatto il culo e che la custodia della chitarra accanto a me era la sua. Non che mi desse fastidio.
Dove devo portarti?
Ciao Alfredo. Portami in via Pietro Cossa – Quartiere Parella. Gli dissi. Intanto fuori, finalmente, scendeva la nebbia. Mentre alla radio passavano un pezzo degli Stooges.

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“Diamonds Vintage” Edoardo Bennato – Non farti cadere le braccia

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Gli studi d’architettura a Milano li ha finiti e allora, verso la meta degli anni sessanta se ne va in autostop in Inghilterra e sbarca il lunario come buskers  one man band armato di chitarra acustica, armonica, kazoo e tamburello a pedale, poi gira l’Europa e inizia a collaborare con artisti italiani come La Formula 3, Herbert Pagani, Bobby Solo o Lauzi, qualche 45 giri tra il 1968/1971 per la Numero Uno di Battisti e Mogol, poi finalmente nel 1973 il contratto con la Ricordi ed esce Non farti cadere le braccia prodotto da Sandro Colombini e arrangiato da De Simone della NCCP e per l’artista napoletano fu  – allora – un mezzo flop.

Il “MenestrelloBennato, da molti dipinto come il Dylan italiano, con questo disco, sebbene la popolarità, non ebbe un grande successo, finì nel limbo della casa discografica e degli ascolti anche perché in quei tempi, si cercavano testi e musiche variopinte e briose, qualsiasi cosa che elevasse da una certa depressione sociale che imperava, e così l’immensa poetica del nostro cantautore non fu capita, né il sarcasmo e meno che meno il suo urlo nascosto verso la società e l’emarginazione del potere.

Un disco ora introvabile, straordinariamente – per allora – di rottura e alternativo al massimo, canzoni dirette, on the road, amori stralunati, valori dei ricordi, e tanta forza di rovesciare la canzonettistica italiota festivaliera e la grande illuminazione che questo artista di Bagnoli portò tra il cantautorato colto e non, una forza dal basso che a venire del tempo portò il suo nome ai cubitali dei grandi riconoscimenti; mito dei festival pop e di nuove tendenze, inno umano alla libertà d’espressione e poeta trasversale, da faccia a faccia, Bennato con le sue schitarrate convulse e parole dolcissime, tra il freak e la realtà, in questo disco mette l’anima a mollo in dieci pezzi che già scrivono la sua lunga storia, canta la denuncia sociale “Detto tra noi”, suggerisce di non mollare mai nella vita “Non farti cadere le braccia”, l’amore per la sua terra d’infanzia “Campi Flegrei”, la rabbia per il nulla che si muove “Tempo sprecato” e poi quel monumento alla dolcezza amara – scritta da Patrizio Trampetti –  che ha fatto l’olimpo della sua lunga carriera, quello straordinario magone difficile da mandare giù e che fa piangere dentro se ascoltato in silenzio e col cuore spalancato “Un giorno credi”.

Quest’ultima canzone finirà riproposta nel successivo album “I buoni e i cattivi” in quanto l’artista non voleva cadesse nel vuoto  perché la gente non l’aveva ascoltata bene, ascolto che col senno di poi divenne l’inno di una generazione intera.

 

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“Diamonds Vintage” Guns N’Roses – GNR Lies

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Senza andare ad intaccare la mammouthgrafia sciorinata planetariamente dalla Geffen circa la parabola dei Guns’N’Roses e dei relativi introiti miliardari in fatto d’immagine e di lezioni d’economia statistica, riconoscendo la maestosità del primo pietrone miliare qual è stato Appetite for destruction – considerato uno dei più importanti nella storia del rock – e non negando che i successivi Use your illusion I e II già stavano minando la discesa agli inferi – vedi The spaghetti incident – della band Losangelesina,  soffermiamoci su un “figlio minore”, quella raccolta di chicche prese da Live like a suicide e incapsulate in quello stupendo album del 1988 semplicemente ridotto e chiamato affezionatamente Lies che è stato amore e delizia per un’infinità mondiale di programmazioni radio ma sempre bollato come “incidente di percorso” troppo adolescenziale.
Invece è stato l’album che più di tutti a portato la “leggenda cotonata e in lipstick” dei GNR all’adulazione di massa, non tanto per la curiosa androginia mascalzona di cinque brutti ceffi che suonavano divinamente il rock, quanto per la capacità – insospettata – di coniugare l’Heavy, l’Hair e lo Sleaze metal con una sorprendente vena melodica, di trasporto, proprio di “pistole e rose” a netto contrasto con il metal purista che esplodeva ovunque.
La saga di Axl Rose, Slash, Izzy Stadlin, Duff  McKagan e Steven Adler riporta la definizione “L.A. Street Scene” sui palchi e finalmente il rock torna a parlare lo slang ormai storicizzato del “Sex, drugs and Rock & Roll” fatto sì di ritrovati suoni sporchi e aggressivi, ma anche di quella dolcezza looner che lascia profondi segni e una marea di imitatori in fasce e amplificatori.

GNR Lies  –  ufficialmente Lies! The Sex, The Drugs, The Violence, The Shocking Truth, è l’album basilare che quasi tutti i rockers posseggono gelosamente, ed è un’entusiasmante opera di recupero dalla tensione massima; i primi quattro episodi riguardano l’apoteosi della “chitarra che parla” di Slash che, gareggiando con il terribile e trascinante falsetto di Rose, tiene sull’elastico del vecchio sudicio rock dei bordelli, e che era stato già impresso nel loro precedente Ep Live Like Suicide: One in a million – pezzo condannato per via del suo contenuto blasfemo contro negri e omosessuali – Mama kin stupenda cover live di un singolo degli Aerosmith, Reckless life anch’essa rivisitazione di un pezzo degli Hollywood Rose, e ancora Move to the city, Used to love her e You’re are crazy, tripletta di fuoco per orecchie infuocate.
Ma è lei, l’osannata ballata “del fischio”, la bella Patience, che con quel giro di chitarra acustica è entrato nel lessico generazionale d’orde di chitarristi portando le quotazioni della band a livelli stratosferici, oltre misura.

Una band ed un disco acclamato e boicottato da un’infinità di situazioni, anche per la sovraesposizione mediatica del leader vocal che ha contribuito a rendere malvagia e maledetta l’aura che li circondava e il conseguente mito.
Poi di quello che Axl Rose dirà in futuro sono tutte chiacchiere senza senso, tornerà per un po’ ancora a blaterare di omofobia e razzismo, forse scordandosi, lui star in hotpants a stelle e strisce e pelle bianca, che sua madre era di colore.
Si, poco dirà più in futuro, se non far cadere il mito per rotolare nel fango senza ritorno.

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