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“Diamonds Vintage” Rino Gaetano – Mio fratello è figlio unico

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Negli anni settanta, la rivoluzione culturale era all’apice del suo fuoco, chi era “normale” veniva additato matusa o borghese, tutto era il contrario di tutto, nulla doveva andare –  quasi –  secondo logica, il vero dritto era il rovescio, insomma un capovolgimento a novanta gradi di tutto quello che la società benpensante voleva e comandava.

Il cantautore crotonese Rino Gaetano era una delle personalità più originali nel panorama musicale degli ultimi anni ’70, appunto epoca contraddittoria che in pochi hanno saputo tratteggiare nelle canzoni con medesimi spirito caustico e freschezza di linguaggio. Aveva esordito con lo pseudonimo di Kammurabi’s sotto il quale nel 1972 pubblica il suo primo 45 giri “ I love you, Marianna”, e che abbandona in occasione del primo album, “Ingresso libero” del 1974 sotto il marchio It. Ma è un debutto che passa inosservato, al contrario di Ma il cielo è sempre più blu, una trascinante e sarcastica dichiarazione d’ottimismo che vola nei piani alti delle classifiche del 1975. Ma è con il secondo album “Mio fratello è figlio unico” che il nome di Rino Gaetano è catturato interamente dalle attenzioni di pubblico e critica, tanto da diventare un inno, uno stile di vita, contro le contraddizioni e le falsità del governo e dell’andazzo di potere. Brani, canzoni che impongono il cantautore come uno dei più inclassificabili talenti della nuova canzone d’autore.

Un cantautorato nel quale Gaetano sciorina, prende in giro e giostra tic, manie, luoghi comuni e personaggi famosi dell’epoca, otto canzoni fok-pop, tra le quali le notissime “Berta filava” e la titletrack, la surreale “Sfiorivano le viole”, l’immigrazione del Sud al Nord vista attraverso “Cogli la mia rosa d’amore”, un amore che arriva in treno “Al compleanno di zia Rosina” e lo stupendo minuetto folk filastroccato di “La zappa, il tridente………” che strapazza le pubblicità e i modi imposti dal sistema e dalle produzioni di massa; un ragazzo arrivato dal Sud, passato per il Folk Studio fino al palco dell’Ariston Sanremese sul quale si presenterà con una dissacrante esibizione con tanto di frac e cilindro, un uomo pieno d’intuizioni e idee scoppiettanti che finiranno maledettamente, a trentun anni, in un 2 giugno 1981, ucciso in un incidente automobilistico.

Grande la sua lezione di vita a tutto tondo ed il suo sorriso che tuttora benedice di rincuoramento il mondo della musica con l’indimenticabile e sempre attuale “.. mio fratello è figlio unico perché è convinto  che Chinaglia non può passare al Frosinone, perché è convinto che nell’amaro Benedettino non sta il segreto della felicità, perché è convinto che anche chi non legge Freud può vivere cent’annie ti amo Mario o o o o”.

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“Diamonds Vintage” Black Sabbath – Paranoid

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Secondo lp dei Black Sabbath, a distanza di pochi mesi dal debutto ufficiale, Paranoid è la totemica pietra miliare che si erge assoluta e suprema in tutta  la storia, epopea e nera favola del rock duro e metallico e se anche l’heavy metal non sia tutta invenzione loro, quest’album n’è il capostipite e fonte d’ispirazione per orde d’artisti di settore.

Registrato con un allora stupendo mixaggio quadrifonico, Paranoid è un ricco menù di sangue lugubramente dark, urla di morte, nebbie ed insanità mentali condite abbondantemente da percezioni soprannaturali d’ispirazione pseudo-maligna e d’allucinazioni dovute a  droghe e rapporti sessuali incestuosi dove la voce insinuante e viscida d’un giovanissimo Ozzy Osbourne sguazza con piglio satanico e beffardo; un menù tremebondo ma essenziale che in seguito verrà spesso rielaborato con successi più o meno meritati fino a scomparire da dove era venuto.

Anticipatori se non addirittura fautori del rock cosiddetto doom, il Sabbath granguignolesco di Ozzy Osbourne, Bill Ward alla batteria, Geezer Butler al basso e Tony “Tommy” Iommi alla chitarra, impera e scorrazza in tutte le classifiche mondiali, portando il verbo della “cultura mortuaria” e l’ansimo necrofilo dell’oltretomba a filtrare tra le fitte maglie dell’hard rock atmosferico e pregnante d’insicurezze e deliri, creando tutta una trafila di storie e aneddoti – veri e frutto dell’immaginazione – sui comportamenti poco ortodossi e addirittura vampireschi della band di Birmingham.

Ma è anche un’epoca dove la zampata dell’occultismo graffia già altre band del main circuit come i Doors, Stones, Led Zeppelin, Deep Purple – lo stesso Hendrix ne verrà incluso a forza – ed allora questo immane rito filo-satanico si allarga a macchia d’olio tanto da far bandire in tutto il mondo ogni traccia “persecutoria” di questi suoni neri da parte di una schiera di puristi e ortodossi benpensanti che vedono in questo “malsano virus” un pericolo di dimensioni catastrofiche per le giovani e “innocenti” anime adolescenziali.

Il “..people think I’m insane because I am frowning all the time all day long I think of things but nothing seems to satisfy…” sgolato da Ozzy nell’intro di Paranoid diventa manifesto per milioni di “apprendisti stregoni” che fanno dei Sabbath un esempio orgasmico planetare, osannano il riff di chitarra di Iommi che contesta la politica di guerra e difende il ritiro dei soldati dal Vietnam War pigs, sballano copiosi nella psichedelia malata di Planet caravan e si svenano nelle distorsioni e muri di suono che paralizzano Iron man; ora con le dovute distanze degli anni e con il declino del metal, il sudicio subliminale dei Sabbath rimane unico vessillo a tempestare di “paranoica virtù” la memoria e la grandezza di un tempo che certo angosciava per via di multiformi disfunzioni sociali, ma portava a pensare che anche dal profondo buio una vera luce sarebbe potuta uscire. Pipistrelli a parte!

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“Diamonds Vintage” Perigeo – Azimut

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Giorni di gloria, d’amore e odio, il progressive italiano si rivolta su se stesso e sulle avanguardie degli Area di Demetrio Stratos pur di non vanificare gli intensi sforzi di staccarsi dalle ali madri inglesi che in quegli anni hanno il copyright assoluto dello stile. In Italia il prog vola alto ed in buona salute, molte le band che aprono gli occhi ma solo in pochi arrivano a cogliere il segno. Tra tutti i Dedalus e i Perigeo Giovanni Tommaso contrabbasso e basso elettrico, Franco D’Andrea tastiere, Bruno Biriaco batteria, Claudio Fasoli sax e Tony Sidney chitarra, un quintetto che in sordina tira fuori questo Azimut, un lavoro molto avanti, oltre la soglia dell’avanguardia, forte di una commistione jazz che li portò a paragonarsi – in linea astratta ma di segnale – con Weather Report e Soft Machine. Non solo fu amore a prima vista con la RCA che li mise immediatamente sotto contratto, ma anche uno straordinario successo di massa senza uguali e fiore all’occhiello della “nuova musica”, ottimizzazione ed evoluzione massima di quell’estemporaneità che il progressive perseguiva e ricercava nei borders della purezza frammista a contaminazione.

Jazz e soluzioni sperimentali, free-grove e istinti americani, questo è Azimut, un occhio sonoro che raggiunge il limite di un equilibrio informale stratosferico già dall’urlo psichedelico che raschia in “Posto di non so dove” e dove per sei minuti perde contegni e assume ritmi di un jazz-rock da capogiro; segue il caos incontrollato di “Grandangolo”, esempio di fusion ragguardevole dove sax e basso fanno amore e guerra, le linee Newyorkesi di “Aspettando il nuovo giorno”, lo sperimentalismo – a tratti cacofonico – di “Azimut”, il tratteggio mediterraneo e popolare che presenta “Un respiro” ed il rock che torna a farla da padrone tra emisferi Zawinulliani e scat elettrici dentro le giravolte senza coordinate della stupenda “36° parallelo”, traccia che chiude in un tripudio di fiatistica un capolavoro che è tuttora storia inaffondabile del Progressive tricolore.

Verranno “Abbiamo tutti un blues da piangere” nel 73, “Genealogia” nel 74, “La valle dei templi” nel 75 e “Non è poi così lontano” nell’anno 1976, anno in cui questa bella storia chiuderà i battenti per lasciare solamente echi e suoni di una melodia pazza d’inestimabile valore.

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Old Time Rock & Roll, ma il Boss cambia (o meglio invecchia)

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A volte la vecchiaia gioca brutti scherzi ai rockers: perdi la voce, non riesci più a muovere le dita e impiastri mitologici soli di chitarra, ti rompi la gamba cadendo da una pianta tropicale in un’isola deserta, dedichi giornate a concimare il cuoio capelluto, attendendo che i fertili fasti della gioventù ritornino a far splendere denti ormai rifatti e occhi ormai scavati da una vita eccessiva.Per molti è così, e allora fioccano reunion e tragici tour-carrozzone in cui la setlist è un agghiacciante greatest hits targato inizio anni 90. Ma a dire il vero non sono neanche in pochi quelli che si salvano dalla facile caduta e evitano un rovinoso finale con un sobrio ritiro (onore a David Bowie) oppure prendendo faticosamente coscienza dei propri limiti e trasformando i difetti del tempo in forza e potenza della propria roboante musica.Tra questi ultimi potrei citarvi: Bob Dylan (i suoi recenti “Modern Times” e “Together Through Life“ sono capolavori di poesia blues), Robert Plant (il suo rifiuto alla reunion degli Zeppelin non pare affatto vile) e eroe indiscusso di grinta e purezza: The Boss Bruce Springsteen.Il boss non si discute e su questo credo siamo quasi tutti d’accordo. Già solo per il fatto che va in tour con 300 canzoni, fa uno spettacolo con due luci e una band che emoziona più di qualsiasi schermo a led e pirotecnico, suona per 3 ore e mezza fino a quando non lo cacciano dal palco. Già solo per il fatto che lui con la sua magica E-Street Band (e sottolineo con la sua magica E-Street Band) riesce a tirare fuori quello che a mio avviso è il migliore live set che si possa vedere in giro ancora oggi.Ma qui purtroppo per Springsteen non si parla solo di live. Perché oggi, insieme a lui nella geriatria della musica rock, ci sono ancora molti live set eccellenti anche se, a differenza sua, presentano il ruffianissimo greatest hits.Qui si parla di album e di canzoni, di parole nuove e di note che toccano il presente e il futuro, non ritrite da nostalgiche radio della East Coast o da autoradio marce che sfrecciano sulla Route 66. Vogliamo sentire la freschezza, la novità e non basta un semplice frullato di 45 giri, dischi di platino e scoloriti awards amplificati dalla frizzantezza di master pompatissimi o rullanti secchi e senza l’eco.Ma cosa ci si puo’ aspettare di nuovo da un uomo che compie 63 anni a Settembre, con rughe, (pochi?) capelli grigietti e un fisico massiccio (ma almeno botulino no dai!) che prova a mascherare i segni del tempo? Per altro da un vecchio marpione che dalla vecchia scuola american mainstream non si è mai distaccato più di tanto?

Bene se vi aspettate una svolta, il suo ultimo album è ovviamente la risposta sbagliata. Se invece volete ascoltare un bel disco di vecchio rock grintoso e onesto, questo è il posto giusto. E se poi volete un disco attuale, questo è il paradiso.Attuale non è ciò che suona nuovo, ma ciò che suona reale oggi. E Springsteen suona sempre reale, quindi mai anacronistico, anche se la musica che presenta “ora” è lo stesso grido da stadio che propone da ormai quasi 40 anni.Il disco in questione ha un nome violento: “Wrecking Ball”, sa di distruzione e di terra bruciata. E pare che del ruffiano ottimismo post-vittoria-democratica biascicato a bocca semi aperta e piena di speranza, non si veda nemmeno l’ombra. Prendere o lasciare: questo è il presente visto da uno dei più grandi poeti realisti dei giorni nostri.Lo si capisce subito dalla opener “We take care of our own” che si chiede senza tanti giri di parole: dove sono finite le “loro” promesse? (“where is the promise, from sea to shining sea”). Perché “abbiamo urlato aiuto mentre la cavalleria stava a casa” (“we yelled help but the cavalry stayed home”). Insomma il mare splendente non risplende più, anzi è pieno di merda e i dannatissimi soldi che erano l’ultimo dei problemi nelle canzoni del Boss, ora vengono a galla e noi “poveri cristi” ci ritroviamo a riva, con canne corte e esche rinsecchite a tentare di farli abboccare, ma sono banchieri e politici a portarseli in scia ai loro kilometrici yacht.Insomma nonostante i cambi di umore e l’incazzatura, ancora una volta Springsteen prende il microfono e parla a nome di un popolo, usa semplici parole di disperazione e di fiducia, di paura e di amore, di caduta e di forza. Sempre tutto nel nome della passione, che non muore mai anche in tempi bui. Il vecchio dunque non perde il vizio, ed è la solita magia: con la sua voce ormai polverosa trasforma bestemmie proletarie sputate tra denti sporchi e sorrisi puzzolenti in splendida poesia popolare.

E dentro il suo popolo scava tanto in questo disco, fino a ritrovare anche le radici della musica folk americana, già abbracciate nell’album con la Seger Session, ma lontane dalla divampante allegria di vento democratico di “Working on a Dream”, dai pompatissimi muscoli rocciosi di “Magic” e dall’urlo a pugni chiusi di “The Rising”. Qui del sogno americano rimane solo l’americano, stuprato e demolito da una violenta palla di demolizione a forma di dollaro. E proprio dalla figura umana parte il nostro boss (dai che non è solo un bovaro born in the USA ma appartiene un po’ a tutta la cultura occidentale) e l’uomo può salvarsi, certo! Ma da solo. Deve prendere in mano tutto ciò che ha: amore, famiglia, forza e anche soldi questa volta e combattere per la propria vita.Non so bene se le nuove generazioni abbracceranno questo spirito, forse però artisti attuali come lui ce ne sono pochi e se dobbiamo guardare alla nostra little Italy più che allo st(r)adaiolo Ligabue lo paragonerei a De Andrè. Più muscoli e meno cervello, più macchine veloci e meno pescatori, più patriottico ottimismo e meno cruda anarchia ma il cuore che pulsa per il popolo e per le loro storie sembra pompare sangue nelle stesse vene.E la musica che pompa sangue non muore mai. Anche se qui è solo semplice e vecchio rock’n’roll continua a surfare l’onda del cambiamento.

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“Diamonds Vintage” Eagles – Hotel California

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Diavoli e demoni, santità di brezze rossastre tra saguari e insegne di motel. E’ questa l’immagine “calda” che questo disco, nel 1976 e tuttora , stampa nell’immaginario collettivo; gli Eagles sono già una band affermata tra gli eroismi della West Coast, ma è con Hotel California che battono cassa ai botteghini e nelle vendite in ogni dove. Non per chissà quale iper-qualità contenuta in esso – grandioso mix d’easy country dall’intrinseco flavour southern ciccano –  ma più che altro per la title track che contiene uno degli assoli più strepitosi e memorabili che la scena rock mondiale abbia mai riconosciuto.

Ma anche disco vessato e osannato per via di certe dicerie circa contenuti satanici all’interno delle tracce Wasted time, paradiso d’archi e pianoforte, e Hotel California – “ho un’idea di Satana” –  e nella copertina, dove qualcuno dice di aver riconosciuto – affacciato da una finestra dell’hotel raffigurato – il viso di Anton Lavey, fondatore della chiesa di Satana in California Street a San Francisco. Mentre la band è in preda ad un periodo di profonda escalation nel mondo della droga, l’album diventa vessillo del mito americano on the road, panacea sonante per le strade blù da percorrere in libertà e a tutto gas, tra metedrina e sogni Altmaniani; country-rock intrecciato a tessiture di chitarre acustiche da manuale che realmente danno l’impressione di avere il vento tra i capelli mentre si “fugge” via da chiunque senza una meta, senza un’idea, ma solo e comunque fuggire a cavallo di ballate che annientano, azzerano ogni voglia di ritorno. La California dream è tutta racchiusa in questa pietra miliare di vinile, una porzione degli strascichi della Summer e i tentacoli Sausaliti che risalgono da sud, stringono l’aura maledettamente easy che si rotola estasiata nei movimenti lenti di New kid in town e Life in the fast lane, nel running rock Victim of love. Nella seconda parte, però il disco frena, si perde nello scontato paradiso dei refrain di seconda Pretty maids all in a row, Try and love again e The last resort, ma si arriva in questi paraggi già satolli di bellezza per quello che si è ascoltato prima, abbondantemente “fuori” da non farci caso. Joe Walsh, Don Felder e Glen Frey alla chitarre, voci e tastiere, Randy Meisner e Don Henley, basso e batteria, sono aquile di razza che volano sopra il deserto di Sonora con la leggiadria di rondini che, diavolo o non diavolo, satana o balzebù che sia, trapassano la membrana d’emozione a chiunque ha avuto, ha e avrà l’occasione di chiedere informazioni alla reception di quest’indimenticabile Hotel California.

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“Diamods Vintage” Franco Battiato – La voce del padrone

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I cotonati anni ottanta prendevano il sopravvento e per la canzone d’autore impegnata – per non parlare di quella politica –  lo spazio si andava restringendo paurosamente; fuori dai confini il progressive dava ancora timidi segnali di vita, ma lo “smottamento sistematico” del sistema “ serio e della concretezza” procedeva a falcate inarrestabili facendo posto a quelli che furono denominati gli anni del disimpegno e della cellophanata virtù decadente del mascara e della non qualità.
Basta con le lotte sociali nella musica, largo alla leggerezza del pop da cassa e del ritornello balneare; ma fuori dal coro arriva il cantautore catanese Franco Battiato, già conosciuto per le sue intricate e labirintiche espressioni metafisiche Foetus, Pollution, Sulle corde di Aries, Clic e M.elle le Gladiator, da un taglio netto alle pindaricità colte di nicchia delle sue produzioni e si avvicina al pop-wave con una dinamicità poetica inaspettata già intercettata nel precedente disco Patriots, un serio e faceto equilibro d’ironia e poesia che si stacca notevolmente dalla media delle “cose sonanti” che sbattono intorno.

La voce del padrone s’illumina subito della lucenza del capolavoro, sia per il milione di copie vendute, e per quei tempi è esorbitante – ma principalmente per la rottura e la fusione consequenziale di due mondi – fino allora vicini ma non tangenti – la new wave e il sarcasmo pop cantautorale che prevedeva nei suoi canoni l’assalto alle rotation radiofoniche e nelle conferme di massa;  con la cura certosina negli arrangiamenti di Giusto Pio, l’apporto di chicche elettriche di Alberto Radius della Formula 3 e una dosata alchimia di sintetizzatori, violini, dolcezza, irrequietezza a nuoto di un oceano di citazionismi nelle liriche, l’album spiazza critica e records in ogni direzione.
Tutto viene ricordato tra le trame sincopate di Cuccurucucù, snodata ballata in cui Veloso e i Beatles vengono a testimoniare tra il fraseggio, il volo aereo, arioso ed eccelso del gioiello in assoluto Gli uccelli, l’orientaleggiamento sinuoso e  wave opaco di Segnali di vita o il ritmo a vortice di Centro di gravità permanente; memorabile lo slogan cantato al megafono da Battiato in Bandiera bianca, vessillo di quella rivoluzione, di quel cambio rotta stilistico che la società di allora prendeva dalla politica corrotta e della demenzialità dei mass media e quelle due incursioni su atmosfere lontane dal chiacchiericcio e dalle banalità del vivere Summer on a solitary beach e Il sentimiento nuevo.

Un album che nonostante gli anni di mezzo rimane un caposaldo di quella nuova stagione, un calibro di genio e follia che portò il cantautore siciliano alla ribalta popolare e che ancora insegna che in momenti di “minima moralia” si può guardare e andare oltre.

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Ciao Lucio..

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C’è chi lo ha chiamato poeta della canzone italiana…
Io penso che sia piuttosto limitativo definirlo in tal maniera…
In fondo Lucio era uno di noi, ma con un talento snaturato per la musica e una cultura infinita che da sempre riversava nei suoi testi.
La sua era una genialità che forse in Italia hanno avuto solo Fred Buscaglione e Fabrizio De Andrè, due artisti totalmente diversi ma che hanno rivoluzionato la storia della musica italiana.
Così ha fatto anche Lucio, che in oltre cinquant’anni di carriera è stato capace di districarsi in generi come il jazz e la canzone d’autore.
I versi di “Caruso” e “Attenti al lupo” o di “Com’è profondo il mare” e “Canzone” erano sì antitetici ma entravano subito nella testa delle persone.
Non ha mai attraversato una crisi in fatto di vendite perché il pubblico lo ha sempre amato e rispettato.
Anche lui però amava il suo pubblico…
Lo dico perché ho avuto la fortuna di incontrarlo in un paio di occasioni grazie a un mio carissimo amico.
Voglio però raccontare della prima volta che lo vidi, a L’Aquila, dove arrivò sulla sua macchina nel pomeriggio di un giorno d’estate di alcuni anni fa.
Eravamo un nutrito gruppo di persone, ma finchè non firmò l’ultimo autografo e fatto l’ultima foto non se ne andò via.
Gli piaceva il contatto con la gente, era sempre ironico e scherzoso con tutti.
Nell’ultimo tour con Francesco De Gregori nel 2010 venne invece invece a Pescara in inverno, dopo l’annullamento della data estiva allo stadio Adriatico.
Fu un concerto molto intenso, in cui due mostri sacri della canzone si alternavano nelle loro hits a volte anche improvvisando.
A fine spettacolo però, dopo due ore di musica suonata volle stringere la mano a tutti coloro che si erano avvicinati al palco e firmò autografi a tutti (me compreso) insieme al suo collega.
Non racconto questi episodi per vantarmi, ma solo per far capire che Lucio era una persona umile, che amava il suo mestiere e ancor di più il suo pubblico.
E così citando alcuni suoi versi: “caro amico ti scrivo così mi distraggo un po’ e siccome sei molto lontano più forte ti scriverò…”
Ciao Lucio!
La tua opera vivrà per sempre.

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“Diamonds Vintage” Deep Purple – Made in Japan

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Credo fermamente che in ogni casa che “musicalmente” si rispetti,  ci sia una copia  – oltre all’album III° degli Zeppelin e il The dark side of the moon dei Floyd –  di questa pietra miliare dell’hard-rock universale, il Made in Japan originale dei Deep Purple, quello racchiuso dentro la copertina color oro e del quale ci si fregiava come di possedere una Bibbia miniata da Amanuensi doc.
Un giornalista del Kerrang Music Magazine un giorno disse…”..Ci sono momenti in quest’album che non ho mai sentito nella storia della musica rock..”, e aveva la ragione tutta dalla sua parte.

I Deep Purple già avevano tre fenomenali album in attivo, In Rock, Fireball e Machine Head, ed usarono alcuni dei pezzi contenuti per presentarli in tour in Giappone nel 1972, e ne venne fuori questo mastodontico doppio Lp che registrarono in tre serate e precisamente due a Tokio e una ad Osaka; il Made in Japan rivoluzionò e aprì la strada ad un nuovo modo di registrare la musica live, non più cellophane tapes ma strumentazioni d’avanguardia che potessero captare i suoni come in presa diretta e remixarli immediatamente all’esecuzione.
Paice, Lord, Glover, Blackmore e Gillan fecero sobbalzare il popolo rock d’oriente con invenzioni, cataclismi, riarrangiamenti ed evoluzioni sinfoniche che combattevano ferocemente tra il chitarrismo carismatico di Blackmore e l’ugola divina di Gillan, le due primedonne assolute di tutta la band; questo live è rimasto scolpito nel granito sovrumano di un’interpretazione che non ha mai riconosciuto eredi o pretendenti al trono dell’hard rock, nessuno ha mai potuto inserirsi nella velocità di Hammond e sviso di Highway star come nelle ottave di grazia ipersonica di Child in time.

La storia aveva già messo lo zampino e l’alloro sulle armonizzazioni infuocate della band che con un semplice ingranaggio di power chord inventò il riff di chitarra che tuttora rimane esempio da manuale, Smoke in the water, immortale pezzo mai superato, ma pure l’assolo di batteria dalle mille battute sincopate The Mule, la voce di Gillan che imitava di gola quello che Blackmore tirava fuori dalle corde elettriche tormentate di Strange kind of woman e le allucinazioni psichedeliche di tasti Hammond, spaziali elucubrazioni psicotrope di Lord e Glover Space Truckin e Lazy, sono lì ad iridarsi della gloria eterna, pura manna di vinile che ha sfamato milioni d’accreditate moltitudini.
Correva l’anno di grazia 1972, il popolo rock nipponico visse la potenza suonata di una nuova esplosione atomica, il resto del mondo ne subì le divinazioni radioattive dalle quali non volle schermarsi. Mai.

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“Diamonds Vintage” Family – Music In A Doll’s House

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Profondo 1968, siamo sul crinale di una nuova “scissione creativa” che va ad indagare in una direzione ben precisa, quel rock progressivo che da lucentezze tutte King Crimsoniane, e che si allunga fino all’apoteosi di rock-psichedelico che da lì a poco sarà strada privilegiata per sciami infiniti di band seminali.
I Family, Roger Chapman voce, Charlie Whitney chitarra, Jim King sax, Rob Townsend batteria e Ric Grech violino, sono una delle formazioni di punta della “stravaganza” freakkettona che in quegli anni era dote e costume importantissimi, piacciono molto ed agitano come pochi il sistema alternativo dell’epoca; sul palco sono indomabili e casinari, su disco tutta un’altra cosa.

Music In A Doll’s House” è il disco della rifinitura, sempre con le peripezie beatnik della California in fiamme, ma del contenimento forzato che, in una dozzina di pezzi, stenta a reprimersi fino a sbottare nella sua quasi totalità libertaria, meravigliosamente senza ritegno alcuno.
Tutto è barocco e cangiante, stili e sonorizzazioni che si surriscaldano ed inseguono come nel corpo di una corsa ad ostacoli che non si vuole restringere dentro paratie, pompe magne d’arrangiamenti e architetture sonore, un’avanguardia inaspettata che guarda molto negli occhi di Zappa come motore ionizzante della fantasia creativa, ma anche dentro l’estetica di un rock esplosivo e – a tratti – fuori delle righe – se intese come tali; è l’era dei Mellotron, dei VC7 ed altre strane congetture tecniche che la band di Leichester fa andare a braccetto con arie epiche, cori rinascimentali, trombe e stravaganserrai che colpiscono ad ogni cambio di pezzo.

Tante le sensazioni cosmic open-space The Voyage, The Breeze, Winter, molte le acidosità metedriniche che svalvolano nelle ossessioni di Never Like This, Be my fiend, Peace of mind dove addirittura florealità indù, litanie muezzin ed Ohm tibetani fanno capolino profumato, poi qua e la – ascoltando attentamente il registrato – animosità Hendrixiane, pulsazioni di Peter Gabriel e plumbei sunset blues, emergono divinamente a completare questo disco giocoso e profondo.
Prodotto da Dave Mason dei Traffic, Music in a doll’s house è un missile puntato oltre le barriere del flower power imperante in questo periodo, un missile del quale non ritroveremo più per sempre la traiettoria tra i pindarismi d’oggi.

TRAKS

Chase
Mellowing grey
Never like this
Me my friends
Hey Mr. Policeman
See through windows
Varation on a theme of Hey Mr. Policeman
Winter
Old song, new song
Varation on a theme of the breeze
Varation on a theme of me my friend
Peace of mind
Voyage
Breeze
Three times time

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“Diamonds Vintage” Santana – Abraxas

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Nell’ultimo atto degli anni 60 i Doors si stavano già defilando verso il tramonto, ancora resistevano i Jefferson Airplane e Grateful Dead a salmodiare lessici politici e funghi allucinogeni, ma tutto sembrava un copione che aveva già ampiamente esaurito il punto di forza, quando poi, come un miraggio reale, arrivò Abraxas e uno strano sole illuminò il rock con un rock mai sentito.

Trentasette minuti primi di spiritualità e carnalità avvolti in passioni latine, afro-cubane, arroventate dallo spasimo lacerante di una Gibson cavalcata da Carlos Santana chitarrista chicano che, con una formazione che resterà nella storia Gregg Rolie tastiere e voce, David Brown basso, Michael Shrieve batteria e Mike Carrabello, Josè Chepito Areas alle percussioni indiavolate, incendiò le gioie inespresse del dopo-Woodstock.
Un mix di cool jazz, blues, rock e musica latina tempestato da ritmiche di congas e timpani scolpito dal tocco chitarristico di Santana; questa era la nuova frontiera che in quegli anni si delineava all’orizzonte, un insieme di stili imparati e forgiati negli anni giovanili passati in Messico. La copertina la dice lunga del periodo psichedelico che si stava vivendo, immagini, volti, panorami tra fede e spiritualità, sensualità,eccessi di droghe, penitenze e suggestioni venivano effigiate per contendere lo spazio intermedio tra realtà e sublime e per dare – soprattutto – una visione optometrica divinatoria alla musica.

Il disco – tralasciando due brani di “servizio” Se a cabo e Incident at Neshabur – prende l’anima e il corpo e ne fa un tutt’uno di meraviglia, e lo si tocca con Singing winds, crying beasts, una specie di voodoo di piano, percussioni e chitarra in crescendo che introduce all’alchimia magica del “passetto famoso” di Black magic woman, canzone scritta e scartata da Peter Green dei Fleetwood Mac e che il combo Santana innalzò a monumento di note; un’altra cover fa bollire l’album, il celeberrimo latin jazz di Oye como va di Tito Puente.
Tremendi i due pezzi che si riappropriano del rock Hope you’re feeling better e Mother’s daughter che vedono la firma di Gregg Rolie e poi l’unico pezzo vergato da Santana, Samba pa ti, la canzone più suonata al mondo, con quegli assolo di chitarra sofferti che sono diventati classici e materia di studio per ogni chitarrista a venire.
Suggella lo spirito bestiale di Abraxas El nicoya, un atavico e pazzo combustibile tribale di percussioni e chitarra acustica che strappa il cuore come un sacrificale rito Azteco.

E’ un disco che è rimasto in cielo come una stella, un punto cardinale inaudito che ha fatto smarrire la strada maestra a molti, e a molti l’ha fatta ritrovare, dopo un vuoto girovagare tra le macerie lasciate dal “sogno floreale”.

Traks:
Singing winds, crying beasts
Black magic woman/Gipsy Queen
Oye como va
Incident at Neshabur
Se a cabo
Mother’s daughter
Samba pa ti
Hope you’re feeling better
El nicoya

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“IL CIELO OGGI”, IL NUOVO SINGOLO DI FRANCESCO-C

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Capita qualche volta di tornare alla ribalta, in un mondo in cui capita molte più volte di cadere in un baratro di muffa e ragnatele. Ma magari dopo la franata si prende un po’ di tempo, si medita su ciò che ci sta intorno e ci si abitua alle umide mura per poi costruirsi una fune robusta come la nostra corazza e con molta fatica si risale, scrollandosi di dosso un po’ di ruggine.
Sta capitando così a Francesco-C, cantastorie punk-rock from Aosta, che ha toccato buone vette a inizio millennio per poi essere sbattuto nel polveroso armadio dei residuati Mescal dopo un album del 2005 (a mio avviso strepitoso) intitolato “Ulteriormente”. E in effetti 7 anni fa Francesco fu profetico, con un titolo così non poteva esserci una fine immediata.
Dopo qualche live e un lunghissimo silenzio il “ragazzo”, torna in questo 2012 con un nuovo singolo: “Il cielo oggi”. Una canzone densa, ma semplice, quasi minimale e che nonostante le sonorità più pacate conserva il vecchio spirito punk del cantautore.

In uno scenario che adora i giri di parole e finti poeti ubriaconi, il rock made in Italy aveva bisogno del suo ritorno.

Bentornato a galla Francesco.

 

Trovate il singolo e tutta la discografia di Francesco-C su iTunes a questo link: http://itunes.apple.com/it/album/il-cielo-oggi-single/id494886476

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“Diamonds Vintage” Genesis – Trespass

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Affatto disillusi dal flop del loro primo vagito nel mondo del rock con From Genesis to revelation, la band di Peter Gabriel, già nel pieno dell’entravesti, studia la mossa risolutiva per esordire in maestà e in pompa magna alla corte di quel movimento “staccato da terra” che da Canterbury dipanava la sua tela magica astrale e in conflitto con il mondo restante del rock.

Trespass” è il risultato pratico di quella teoria progressive che non cercava il “consenso di base” piuttosto la velleità illuministica “dell’elevazione elettiva” della musica verso l’opera irraggiungibile, il summa del suono, l’apoteosi della lirica. Ed è anche il disco che apre ai Genesis la strada futura che li porterà tra i grandi Cattedratici del genere.Con Peter Gabriel alla voce, Anthony Phillips chitarre e voce, Anthony Banks tastiere, voce, mellotron e pianoforte, Michael Rutherford chitarre, basso, violoncello e John Mayhew batteria e percussioni, i Genesis sono pronti a spiccare il volo e lo fanno con i lunghi minutaggi delle suites e delle complessità variabili dei toni in quest’album che fa da anello di congiunzione ad un’ancora filatura psichedelica che si spalma sui landscapes neoclassici, su cui le mirabolanti  soggettazioni di Gabriel spandono eclettiche quanto favoleggianti scene miracolistiche.

I Camel, gli Yes e Gentle Giant, altri capisaldi del progressive del  nuovo stampo britannico a divenire, sentono nei Genesis l’arrivo di un gruppo che non solo mina i loro territori d’azione, ma vedono nell’espressionismo carismatico di Gabriel e del suo perfettismo nel calarsi “anima e corpo” nelle storie che canta, “illustra” e dipinge, l’alter ego, l’affresco umano che potrebbe oscurare l’immortalità – intesa come veicolo fantasmagorico – delle loro epiche egocentriche, l’incomodo teatrante a smascherare con un’altra maschera “i trucchi” di un suono che non resta lì, ma lievita ad alte quote. E la guerra “tra bande” si aguzza fino a portare sulle scene una gara tipo: “ chi è il più maestoso (scenicamente) del reame ?”. Il disco è pura espressione espansa d’emozioni, forte di un songwriting colto e sognante, libero come l’aria e ricco di strutture timbriche e melodie che catalizzano subito l’attenzione della critica sul quintetto inglese; stupendi i passaggi di tastiere, calde e fredde di Banks che sposano i macramè di flauto di Gabriel Looking for someone, White mountains, di velluto l’eleganza e la finezza corale di Vision of angels, acuta e impreziosita dai rubini acustici di Rutherford l’efficace turbativa emozionale di Stagnation.

Forse in Dusk e The knife, il velo d’ombra e l’inaspettata scossa elettrica alla ELP che le spazza non sono proprio in linea con la geometria dell’intero disco, ma qui stiamo parlando dell’iniziazione di una band e certi “peccatucci” non sono mai un difetto, ma da vedere come nei di bellezza votata alla classe. E’ solo l’inizio della fantastica storia dei Genesis, ne seguiranno puntate che rimarranno stelle inchiodate tra i cieli di Canterbury; il progressive d’ora in avanti ha la sua eccellenza in più da badare e della quale fregiarsene fanaticamente.

 

Tracks list

Looking for someone
White mountain
Visions of angels
Stagnation
Dusk
The kinfe

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