Silvio Don Pizzica Author

Era così tanto un bravo ragazzo. Poi ha conosciuto la trap.

Bologna Violenta – Utopie e Piccole Soddisfazioni

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Partiamo da lontano circa metà anni ottanta. In un buio scantinato freddo e puzzolente, tra rifiuti, siringhe usate, bottiglie rotte e sorci neri e grossi che si divorano gli uni con gli altri, sopra un materasso intriso di piscio giallo e sperma rinsecchito, l’Hardcore, strafatto come al solito, si stava trombando violentemente e senza precauzione alcuna quella fighetta dell’Heavy Metal, non sappiamo quanto consenziente. Poco tempo dopo ecco il parto tanto (in) atteso. Come un alieno verde, con la lingua biforcuta in bella mostra, dalla vagina della fighetta in tutta la sua furia estrema, in tutta la sua follia, senza lacrime, sulla terra fa la sua comparsa una nuova specie. Grindcore è il suo nome e come un vampiro presto inizia a nutrirsi del sangue degli ultimi, inizia a diffondere il suo verbo urlando e a spargere il suo seme dal Regno Unito al mondo intero come una pioggia di psicopatica violenza acida. Napalm Death e Carcass sono i primi apostoli poi convertiti al Death Metal. Proprio Mick Harris (drummer dei Napalm Death) battezzò il nuovo genere parlando di grind, tritacarne, per definirne i tratti caratteristici. Pezzi brevi come esplosioni, liriche sociali, rumore nero e parole a tratti incomprensibili. Nicola Manzan (c’è lui dietro la one-man-band Bologna Violenta) è molto giovane all’epoca ma segue la crescita e lo sviluppo del genere in maniera apparentemente maniaca. La prole dell’originale Grind si è spostata fisicamente, soprattutto in terra Americana (U.S.A.) e ha cambiato alcuni dei suoi tratti somatici. Spesso si è fatta più precisa, ad alto livello tecnico, con riff discordanti tra loro, struttura spesso molto complessa e dilatazione dei tempi di esecuzione, sfociando nel cosiddetto Math-Core (The Dillinger Escape Plan una delle band più rappresentative del genere). In altri casi si è allontanata verso le terre del Metal, sia Death sia Brutal, mantenendo intatte, in questo caso, alcune peculiarità quali la velocità nel riffing o il martellamento della batteria oltre i 200 Bpm, riducendo però la voce a qualcosa d’incomprensibile e quindi mettendo il secondo piano l’aspetto sociale delle liriche.

Nicola Manzan (trevigiano classe 1976, diplomato in violino e polistrumentista, già collaboratore con Teatro Degli Orrori, Non Voglio Che Clara, Baustelle e tanti altri) oggi ha quasi quarant’anni e uno spiccato senso di malinconia propositiva, di voglia di passato, un forte legame con le radici ed anche tanta attenzione agli aspetti evolutivi sia del genere sia della società in cui ha vissuto. La nostra società occidentale, italiana fino al midollo. Nel bene e nel male. La nostra musica di chitarre e pelle che bacia l’elettronica. Pseudo nichilismo teatrale e teatralizzato in una sorta di colonna sonora di un film fantasma (anche se stavolta sono assenti i riferimenti diretti al mondo cinematografico). Esiste un legame tra la “nostalgia” con la quale riprende il Grindcore originario plasmandolo e mescolandolo con l’elettronica e con schegge impazzite avanguardistiche che possono essere voci distorte, trasmissioni radio, inserti di musica classica, jazzismi, cover (splendida) dei C.C.C.P. (Valium Tavor Serenase cantata da Aimone Romizi dei Fast Animals and Slow Kids), electro-music e tanto altro, con quelli che sono i riferimenti testuali sociali e letterali delle canzoni (canzoni è il termine meno adatto per le esecuzioni di Bologna Violenta) che tanto si rifanno agli anni ottanta, proprio gli anni in cui il genere è nato.

Bologna Violenta è palesemente ben oltre il Grindcore. Utopie e Piccole Soddisfazioni, secondo album dopo l’ esordio datato 2010 “Il Nuovissimo Mondo”, è un insieme di tante cose. E soprattutto è una degna evoluzione, logica prosecuzione, eccelso sviluppo di quanto fatto nell’ album precedente, con notevoli miglioramenti strutturali e compositivi, maggiore lucidità, visione più ampia e meno incentrata sulla sola tagliente chitarra elettrica. Un enorme passo avanti. Il Grind è la materia prima penetrata da citazioni, digressioni splatter, intellettualismi, parole del Presidente della Repubblica Saragat del 1967, canti polacchi, il bambino Dario e la signora Maria, Arturo Taganov  e altre follie. Utopie e Piccole Soddisfazioni è accozzaglia, babele, cagnara, confusione, disordine, guazzabuglio, macello, pandemonio, sconquasso, trambusto, il risultato defecato dalla società italiana in digestione dagli anni settanta fino a oggi, che un Demiurgo chiamato Bologna Violenta ha lavorato come creta per creare qualcosa che disturbasse il perbenismo in maniera mirata e apprezzabile da chi riesce a saltare la schematicità della classica forma musicale tipo canzone e una volta creato qualcosa di bello ci ha pisciato sopra per rendere l’opera ancora più viva nella sua ripugnanza. Come abbiamo detto, dall’analisi del disco e delle sue singole parti, emerge una varietà notevole di elementi. Dalle parole del PdR di “Incipit” e la violenza della chitarra, si passa alla purezza (nel qual caso non prendete la parola alla lettera) di “Vorrei sposare un Vecchio” e il suo coro di bambini, fino a sperimentazioni elettroniche Harsh stile Kazumoto Endo, pseudo improvvisazioni noise degne dei Dead C o dei Flipper e follie pregne d’impulsi sessuali avantgarde memento dei geni della provocazione Butthole Surfers. Ci sono collaborazioni importanti (oltre alle citate ricordiamo quella con J.Randall degli Agoraphobic Nosebleed, con Nunzia Tamburrano, compagna e collaboratrice che recita in Remerda e con Francesco Valente, batterista de Il Teatro Degli Orrori, che urla in Mi fai schifo) e inserimenti di violino, ci sono parole di rabbia, ci sono cover, c’è una ricerca metodica e spasmodica, c’è rassegnazione e speranza, ci sono ballate dall’aspetto folk che raccontano una novella finto De Andrè (Remerda) come a prenderci per il culo, ci sono intermezzi che sarebbero perfetti con le foto delle piazze italiane sullo sfondo, c’è la decadenza culturale e politica, c’è la decadenza dell’arte musicale, ci sono cori monastici squartati dalle urla della chitarra, c’è tutta Bologna Violenta, fino alla fine, ovvia come la morte, triste come la vita. C’è cosi tanto che descriverlo, è impossibile. Utopie E Piccole Soddisfazioni è parte dell’unico strumento a nostra disposizione per distruggere dalle fondamenta il Panopticon nel quale la mente della collettività è stata rinchiusa in completo potere psichico dal guardiano della società moderna. Tutto è smitizzato,tutto è ridicolazzato. Ora sta a voi.

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Amp Rive – Irma Vep

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Da quel lontano 1991, quando un gruppo di ventenni trascinati da David Pajo e Britt Walford, plasmarono in maniera netta quello che oggi chiamiamo senza troppi problemi Post-Rock, a ora 14 febbraio 2012 ore 16:26, quali e quanti passi avanti sono stati fatti in merito? Pochi, pochissimi e tanti nello stesso tempo. Il trio classico chitarra elettrica, basso, batteria è stato, di volta in volta, affiancato da synth o altre strumentazioni meno consuete ma la spina dorsale è rimasta sempre praticamente illesa. Il rock strumentale degli Slint è diventato qualcosa di totalmente diverso eppure non è mai cambiato. Il calderone, sopra la fiamma degli anni novanta, nel suo continuo ribollire ha rovesciato all’esterno stili diversi che sono sfociati in diverse correnti scivolate lontano dalla pentola (pensate al Math-Rock dei Don Caballero). Il Post-Rock non era ancora un preciso genere musicale ma il tempo l’ha reso tale. Ogni variazione sul tema di quel celebre Spiderland ha generato diverse correnti musicali. Quello che non è quello che era allora, allora è altro. Ogni ramo partito da quel 1991 è diventato una pianta diversa dal tronco. Quello che resta, Il Post-Rock oggi, è esattamente quello creato tanti anni fa da quei ragazzi di Louisville ed è esattamente quel tronco che ci propongono i ragazzi di Reggio Emilia sotto il nome di Amp Rive.

Nessuna sperimentazione, nessuna voce fuori dalle corde, nessun estremismo o divagazione, niente Screamo Post-Hardcore in onore della madre The Death of Anna Karina. Niente di niente, oltre il cuore. Nuda e cruda musica strumentale. Tanto per capire di chi parliamo, gli Amp Rive sono una band di Reggio Emilia, nata dalle idee di Adriano e Luca dei The Death Of Anna Karina (Unhip Records), assieme a Gualtiero Venturelli (chitarra) e Alessandro Gazzotti (basso). La band nasce nel 2005 con il nome di Irma Vep e negli anni successivi si dedica a un’intensa attività live, aprendo i concerti per numerose band italiane tra le quali Three Second Kiss, RedWormsFarm’s, The Zen Circus e Le Luci Della Centrale Elettrica. Nel 2009 compongono una colonna sonora originale per il film Vampyr di C.Th. Dreyer del 1932, che eseguono in sonorizzazioni dal vivo in diversi festival cinematografici, con la collaborazione della Cineteca di Bologna. Nel corso del 2010 registrano i pezzi che vanno a comporre il loro primo album, presso l’Igloo Audio Factory di Correggio (RE) da Andrea Sologni (Gazebo Penguins) che ha fatto parte della band dal 2007 al 2010 e che ha suonato synth e chitarra nel disco, con la collaborazione di Enrico Baraldi (Ornaments e Nicker Hill Orchestra). Con l’uscita del primo album gli Irma Vep decidono di cambiare il loro nome in Amp Rive, in seguito all’arrivo di nuovi componenti: Enrico Bedogni alle Tastiere e chitarra e Daniele Rossi al violoncello e chitarra.

Il cd, intitolato “Irma Vep” proprio per dare continuità al lavoro svolto negli anni precedenti, è uscito il 1° ottobre 2011 per l’etichetta francese Als Das Kind, ed è stato anticipato dal video della canzone “Best Kept Secret”. Parlare del disco, avrete capito, rischia di diventare un puro esercizio di espressa banalità. Sei canzoni di classico Post-rock senza alcuna via di fuga. Continui richiami ai mostri sacri del genere come Godspeed You! Black Emperor depurati dalle incursioni vocali e dall’alone di mistero che aleggia nell’opera dei canadesi. Dal silenzio totale alla violenza totale come Explosions In The Sky ma senza silenzio e senza violenza. Ma soprattutto tanto tanto Mogwai sound. Tuttavia, ovviamente (avrete capito che il suono degli  Amp Rive si presenta estremamente “puro e ri-pulito” da ogni sorta di variazione sul tema) sempre senza eccessi noise. Per capirci, se qualcuno vi chiedesse di spiegare platonicamente cosa e quale sia l’idea di Post-Rock, arrendetevi, la risposta è tutta in quest’album. Strumentale e moderna classicità che forse nulla aggiunge al panorama musicale italiano odierno in termini d’innovazione ma che ci affascina comunque per la sua poesia. “La bellezza è mescolare in giuste proporzioni il finito e l’infinito”. Come se non bastasse la neve a scaldarci romanticamente il cuore in queste altrimenti inutili giornate di Febbraio, c’è anche Irma Vep, non dimenticatelo.

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Farmer Sea – A Safe Place

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Non riesco proprio a capire come si possa non apprezzare questo “A Safe Place” criticandone la scarsa originalità, la ricerca di strade sicure, la riproposizione di qualcosa già sentito. Per prima cosa vorrei sapere cosa avete ascoltato di cosi originale prodotto in Italia negli ultimi dodici mesi. Fatemelo sapere perché forse in tanti ce la siamo persa questa band tanto innovativa. Anzi, facciamo cosi. Rendo la cosa più facile. Usciamo dai confini della penisola (camionisti permettendo). Ditemi anche una band straniera che ci abbia regalato una musica apprezzabile e mai ascoltata prima.

Forse qualche nome potrei farlo anch’io (James Blake?) ma in fondo non saremmo proprio davanti ad una rivoluzione vera. Cerchiamo quindi di non prendere questa storia dell’originalità come un’ossessione. Copiare non va bene; annoiare non va bene. Fare un disco cosi bello va bene, porca troia. Magari ce ne fossero di più di band cosi poco originali e cosi belle dalle nostre parti. Facciamo cosi. Ogni tanto bruciamoci il cervello e lasciamolo da parte (non correte a prendere la bottiglia di vodka che avete nascosto in camera, era solo una metafora. Ogni scusa è buona…). Scrivere una recensione non significa sempre giudicare o dissezionare nota per nota o fare pubblicità (buona o cattiva che sia). A volte è solo un tentativo mal riuscito di esprimere a parole le emozioni che la musica scalda fino a farle bruciare nel nostro cuore. A volte è solo esprimere a parole quello che le parole non possono esprimere.

“A Safe Place” esce a tre anni di distanza da “Low Fidelity in Relationships” ed è interamente prodotto e registrato dal gruppo (la Dead End Street è proprio l’etichetta della band). Come dire: “Il pallone è mio e ci faccio quel cazzo che mi pare”. Le fonti d’ispirazione dei quattro piemontesi sono, a detta loro, R.E.M., Wilco e Arcade Fire. Come vedremo e ascolteremo però, il sound sembra inserirsi in un filone leggermente diverso. I Farmer Sea nascono a Torino nel 2004 e subito si danno da fare con gli Ep “Where People Get Lost and Stars Collide” e “Helsinki Under the Great  Snow”. Il primo sopra citato album esce a cinque anni dal parto ed è prodotto da Borgna (Perturbazione, Zen Circus, Settlefish, Crash of Rhinos). Oltre alle innumerevoli apparizioni dal vivo (Heineken Jammin Festival, MiAmi, tanto per citarne alcune), il loro video “Teenage Love” gironzola per le viuzze di MTV Brand New e Deejay Tv. Nel 2012 è la volta di “A Safe Place” e le promesse fatte negli anni sono tutte mantenute. Un album di una bellezza disarmante già dalla copertina che come una petite madeleine risveglia infiniti ricordi siano essi personali momenti di tanti anni fa o lacrime perdute o il giorno in cui avete avuto tra le mani per la prima volta Spiderland degli Slint (a loro ho pensato quando ho visto quei ragazzi in mezzo al lago).  La musica che racchiude è un elogio all’estetica, con la paura (tema portante dell’opera) come fondale emotivo. Il brano d’apertura “The Fear” è tra i più belli in assoluto e riassume interamente il sound della band. Un Pop semplice, con un ritmo fresco e una melodia orecchiabile. Note che salgono al cielo in punta di piedi ricordando per armonie e delicatezza più i Death Cab For Cutie (probabilmente la band a loro più vicina) che appunto gli Arcade Fire, estremamente più complessi e ricercati. Le note iniziali di “To the Sun” vi ricorderanno un altro inizio eccellente (suggerimento: pensate ai Pavement meno lo-fi) e vi trascineranno in un ritmo meno introspettivo e ancor più rassicurante dell’iniziale brano d’apertura. Schitarrate Jangle e ritornello perfetto che vi regaleranno attimi di felicità. Quel Pop che ci piace tanto e che, negli ultimi anni, sembrava poter essere concepito solo nelle terre mica tanto allegre tra Londra e paesi Scandinavi. Pensiamo ai Fanfarlo o a Jens Lekman, in alcuni punti ai Belle & Sebastien per dire ma non dimentichiamoci mai quella sottile vena malinconica che accompagna e caratterizza ogni momento del disco. “Lights” riesce a caricare le atmosfere con le sue ossessioni martellanti senza mai suonare sgradevole ma anzi mantenendo intatta la purezza del suono richiamando il folk di Wilco senza mai farne agnello sacrificale. “Small Revolutions” rappresenta veramente una piccola rivoluzione. Molto piccola a dire il vero. Il ritmo si fa più incalzante e il basso corre come se gli Strokes avessero deciso di darsi una mezza calmata, mettersi il costume e volare in California alla ricerca della felicità. A metà album troviamo “The Green Bed”, forse l’unico pezzo non troppo riuscito o meglio meno facile da inserire tra gli altri brani e soprattutto “Nothing Ever Happened” in cui la formula mista di pop nordico stile Billie the Vision & The Dancers e Cats on Fire e folk pulito, si amalgama senza sbavature agli arrangiamenti sempre perfetti e alle incursioni di strumenti meno banali del solito (nel disco troviamo incastonature mai azzardate ma sempre leggere, di tastiere, organo, xilofono e sequenzer).

“Number 7” allarga il sound dei Farmer Sea come un’“elettronica rinascita” mostrandoci una botola dalla quale esce lieve l’odore di un Post-Rock scuola Mogwai (pensate a The Sun Smells Too Loud) e prepara la strada a uno dei pezzi più belli, “Summer Always Comes Too Late For Us”. Un vorticoso e ripetitivo lento viaggio psichedelico verso le stelle tra schitarrate stile Girls che appena appena ci accarezzano e parole che come flebili sussurri sembrano echeggiare da un luogo lontano ripetendosi ossessivamente come a volerci tranquillizzare a dispetto di quello che è il loro puro significato letterale.  Momenti che vorresti non finissero mai.  E che dopo sei minuti, finiscono. “Disappearing Season” è forse il pezzo che più richiama i pluricitati canadesi ed è anche quello che ricalca maggiormente la forma canzone per eccellenza fatta d’intro-ritornello-ecc… Aggiunge poco a questo “A Safe Place” ma mantiene costante la voglia di ascoltare. Ultimo brano, “For Too Long”, il mio preferito, prende tutti i punti di forza del disco e li chiude in un fazzoletto. Ritmi lenti e ripetitivi, voce carica di empatia scuola Red House Painters, psichedelica appena accennata a la Girls, musica melodiosa, densa di spleen, affascinante, triste ma non angosciante come abbiamo imparato ad apprezzare dai Death Cab For Cutie.  Una perla di amarezza mista ad amenità e leggiadria. Una pioggia di parole flebili e note appassionate. Un sole dall’odore intenso.  A Safe Place. Chiudo con una frase di una banalità da galera. Tanto, chi le legge le recensioni fino alla fine. Se non fosse stata una band italiana a realizzare questo disco….!?

P.s. Se non gli date un ascolto, vi meritate Giovanni Allevi che accompagna Fabri Fibra che duetta con Albano a SanRemo presentato da Facchinetti, tutta la vita!

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