Max Sannella Author

Beatrice Antolini – Vivid

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Saranno i tempi non più conformi, le deviazioni meteo o chissà la profonda alienazione dell’underground o i prezzi delle albicocche alle stelle, fatto sta che quel prodigio che fu  Beatrice Antolini si è liquefatto per sempre, lontani i tempi di A Due e stratosferici gli allontanamenti dalle conferme che per un lasso di tempo l’avevano seguita qua e la per lo Stivale. Ed ora? Tutto finito, Vivid, l’ultimo lavoro della nostra marchigiana è un buco nell’acqua colossale, un sequel di quel orrido escamotage chiamato BioY che già era presagio sincero di una fine annunciata, di una pagina underground strappata e data in pasto al nulla.

Dischi simili funzionano nel senso opposto del piacere, tracce queste su livelli “metaqualcosa” spudoratamente declinate all’effetto immediato che purtroppo per la Antolini non arriva nemmeno se lo si affitta a buon soldo, un continuo riciclo di elementi ispirativi e di mosse già  pre-esistenti per giocarli poi in  manipolazioni estenuanti e di scarsissimo valore uditivo; dieci confusioni patinate che soggiacciono e guastano il ricordo di questa giovane promessa che era, e che confondono ulteriormente il già tanto confuso circuito emergente. Quello che emerge – o sarebbe meglio dire “viene a galla” – è un contorno musicale senza capo ne coda, molto radiofonico quello si ma di quei “zompettoni imbarazzanti” che farebbero la fortuna di qualche club sulla costa sud del lago di Garda nei fine settimana.

Sculettate alla B52’s, la Furtado che anela amore tra un trucco e l’altro “Open”,. “Trasmutation”, più in basso la tecnologia vibrante dell’Acid Jazz che avvampa senza prendere fuoco “Now”, la stupidità ritmata in mid-techno “Cobra” e un pochino più in disparte (menomale) la nullità corale di “Happy Europa”, anello di congiunzione tra il niente e sperpero di energia elettrica, quello che rimane dopo l’ascolto è solamente il ricordo vago di “ My Name Is An Invention”, sciarada volatile ben congegnata ma che purtroppo non può soddisfare da sola quello che un intero disco nega all’ascolto.

Beatrice Antolini devia sulla strada di un mediocre Soul-Pop, forse un ripiego o forse una ricerca di un qualcosa da cantare pur di cantare, ma quello che si prospetta agli orecchi è solo autolesionismo senza nessun significato. Peccato gli inizi erano buoni…….

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Wire – Change Becomes Us

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Gli anni passano inesorabili per tutti, anche nella musica non si transige, tutto ingiallisce meno i capolavori di patina doc, artisti e idiomi musicali che sopravvivono all’usura e che – tra cadute e calici alzati – sono riusciti sempre a raccogliersi e rialzarsi, tanto è che ancora oggi sono cattedre incontestabili della sconfinata cosmogonica Rock.

Non a caso i Wire, la formazione inglese che dopo la liquefazione del punk, meglio di altre ha saputo traghettare tutta quella dolorante trasgressione nelle lattiginose coordinate della New-Wave appunto Post-Punk , seguita a sfornare crediti ragguardevoli e non, ma che comunque hanno segnato la scena di allora e questa di oggi, e Change Becomes Us, tredici tracce recuperate nel tempo della loro carriera e mai registrate prima d’ora, riporta la band di Colin Newman a certi splendori ovattati, li fa oscillare tra movenze deep e ondivaganti trilli nerofumo.

Via le grattate e le retoriche di larsen che smerigliavano il passato, ora vive una specie di “aggiornamento”, un calarsi nei tempi moderni con maturità e riflessione senza tuttavia fare a meno (ma in maniera meno eclatante) di scariche e lampi distorti, ma usati con dovizia e senza più quell’urgenza straripante, un riqualificare le potenzialità di gruppo dove l’intensità di scrittura e gli affondi dolciastri del mood trovano un equilibrio – all’ascolto –  perfettamente in bolla; tolta la ridicolaggine pop di “Re-Invent Your Second Wheel”, la tracklist è una genialità anomala che se da una parte  becca effluvi spacey di stampo smaccatamente Floydiani, dall’altra si trasforma in mantra ipnotico “Time Lock Fog”, trascina nelle armonie sottocutanee di “Keep Exhaling”, e anela il ritorno al primo amore punk “Stealth Of A Stork” per poi immergersi completamente tra nebbie e foschie wave fino a sparirci dentro “B/W Silence”.

Ovvio che siamo sulle strade della buona musica ma niente di cui urlare  al miracolo, semplicemente una scheggia di classe musicale che mantiene una eccezionale seconda vita, i Wire – con un incedere deciso e inarrendevole – ancora ipnotizzano fino alla malinconia, quella in positivo chiaro.

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Tomahawk – Oddfellows

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Faith No More, Mr. Bungle, Fantomas, Peeping Tom, manca solo la Sacra Sindone e poi le ha fatte tutte. Mike Patton non saturo, meglio sazio, di percorrere tutte le sacre strade del rock sotto moniker altisonanti, con i fidi Tomahawk in cui coabitano ex Jesus Lizard, Melvins, Helmet ecc, torna a scarnificare pagine di energia con Oddfellows, quarta fatica discografica in dodici anni di fondazione di questo supergruppo elettrico,  una ottima combinazione di “tutto” su cui prevalgono contrappunti, bizzarrie stranezze – appunto – Pattoniane non solo non scontate, ma pure col vizio di brillare come strobo/things customer.

Il gioco di Patton e Soci, è la folgorazione ogni qualvolta di sfumature e calibrazioni amplificate, sperimentazioni e aperture che coinvolgono ogni forma stilistica da rielaborare e tirare a seconda delle caratterizzazioni volute, tutto senza risparmio di idee e tutto col pieno adrenalinico oltre  il livello, come il salto in alto del 2007 con quell’album strabiliante che è stato  Anonymus, farcito dalle litanie e magie dei nativi americani; tredici episodi morbide e taglienti, con il riavvicinamento ad un suono molto più ferrato, sludgering e smanettato con abbondanti scariche elettriche e rumoristiche, che a tratti spasima per il metal come la titletrack, “Stone Letter”, il Noise straniante “South Pow”, la cacofonia gutturale “The Quiet Few” o nei fantasmi desertici che esalano misteri in tribali in “I Can Almost See Them”, una summa di schegge deflagrazioni e  buchi neri che percuotono l’ascolto come l’immaginazione.
La timbrica di Patton e la chitarra di Duane Denison sono le linee guida e le sacralità assurde dentro questo registrato, lotto che gira a due velocità, la già citata tempesta di distorsori di cui sopra, e quella sperimentale che nel blues squinternato di “Choke Nek”, nei tempi alterni e hard luciferini di “Waratorium” e nella tensione diabolica delle spire malefiche di “Baby Let’s Play­­­____” approcciano tumulti sanguigni e sbalzi di pressione arteriosa da paura.

Come sempre un disco di un’artista inafferrabile,  un anfetaminico pensiero che rotola, costringe e si coagula in uno stato libertario assoluto che miete ascolti doppi e regala quella follia pura con cui ingrassare tutto.

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Low – The Invisible Way

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Per i Signori Sparhawk, detentori da dieci dischi del logos Low, con queste ambientazioni fatte girare tra le pareti sonore del nuovo The Invisible Way molto probabilmente –  ma lo è di sicuro – è arrivato l’attimo, il tempo giusto per abbandonarsi a setacciare tutti i risvolti dell’anima fino alle più fitte intercapedini che vi ci si possano annidare; un pò di stacco vitale per ripulirsi dentro fa sempre bene, rischiarare il buio con la luce della tranquillità è l’input di un canzoniere, di un manifesto sonoro che si affina e addolcisce come un avvicinamento alla forma canzone in punta di piedi e nervi riposati.

Acustiche, liricamenti Folk, ispirazioni field e poesia nuda si fanno spazio tra ballate e Slowcore che attraversano la tracklist come aria dopo un violento temporale, una sensibilità introspettiva che diventa materia e aliante vitalità per un ascolto cameristico da dieci e lode, e quando poi la positività si riprende i tempi andati dei loro chiaroscuri, i Low cominciano a brillare talmente forte che diventano immediatamente fruibili per sognare dal profondo; il trio di Duluth (Minnesota) rinasce – se la vogliamo dire tutta  – in un cambiamento lineare che disegna trame e scansioni melodiche eccezionali, undici tracce che hanno il taglio appunto del profumo Folk, quella dose di malinconia tra ricordi e presenti che non diminuisce mai, una costante che tocca i momenti più cool – e ce ne sono tanti – dell’intera list. Vogliamo magari parlare di un disco elegiaco? Ebbene si, i Low sono raffinati a tal punto che crescono con l’intonsa espansione di un’alba d’autunno, si allargano tra acide ispirazioni e ieratiche atmosfere che è inutile provare a  trovarci un neo che sia un neo, sarebbe come cercare pelo in un covone.

Il pianoforte liquido che trema “Amethyst”, la spennata indolente sulle orme di Young “Holy Ghost “, “Clarence White”, l’epos peculiare che abita “Just Make it Stop” o la forte ispirazione che sta dietro le reiterazioni di “To Our Knees” saranno certamente le rivelazioni d’ascolto che più vi prenderanno, niente di pre-condizionato intendiamoci, col tocco dell’intensità toccante.

 

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GTO – Little Italy

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Gli umbri GTO – una delle autorità in campo Folk’Roll della scena espansa italiana – fanno cinquina col nuovissimo Little Italy, undici tracce da ascoltare e sudare insieme, suoni da ballare al ritmo caracollante della loro aria agrodolce che fa rientrare in forma col pensiero senza mai rinunciare a divertire. Maturi istrioni delle storie senza confini e delle parole senza ipocrisie, i GTO rimangono comunque sempre moderni “cantastorie” che si indignano e si divertono con una immutabile e incontenibile verve energetica, tanto da non esitare a rimettersi insieme – dopo una parentesi personale – e ricominciare il gioco delle argomentazioni messe in musica.

Undici brani per una Italietta che zoppica, i suoi difetti, scossoni, amoreggiamenti e disfunzioni, qualche soddisfazione e moltissime illusioni che disegnano nella critica un rapporto “Nazionale” poco affabile, buche e falle che fanno acqua nella patria del vino e il gioco accomodante di ritmi, languori sofisticati, visioni carretteire che conducono l’immaginazione oltre gli steccati della vista e che i GTO da sempre favoriscono agli ascolti con la loro gentile iniziazione al viaggio dei viaggi, di tutte quelle sensazioni scintillanti e meticcie che fanno grandi le circonferenze della musica: si,  i loro dischi sono viaggi sconfinati senza biglietto e che non mostrano nessuna ruga di stanca, non hanno peccati di vanità solo una forza magnetica che non ti fa staccare dalle loro poesie in movimento eterno, in movimento tra testa e cuore e qualcosa di più.

Metti il disco sotto l’occhio vigile del lettore e buon viaggio, tutta la forza gravitazionale del loro carattere girovago inizia a diffondere il marchio inconfondibile della formazione  umbra, vita, e personalità di prim’ordine che tange di solitudine la ballata pensierosa “Il Rude”,  di latin la titletrack, un pizzico conturbante di ondulamenti gipsy “Lumea Mea Este”, il decolté sinuoso della bella lussuria Mex “Granelli Di Sabbia” o gli echi che profumano di campagna, aia e danze nella genuina agitazione che “Festa Popolare” diffonde ed allarga come un amore arrivato alla sua dolce funzione. La vogliamo dire tutta? Un bella botta de vita che gira e rigira come una trottola, una piena torrentizia di professionalità, scioltezza e tutta la sana riconferma di una band che non ha più bisogno di presentazioni.

Una realtà “mobile” in forma smagliante. Bentornati!

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The Spezials – Crazy Gravity

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È la seconda “volta” per i milanesi The Spezials, ed è un piccolo registrato da emozioni spigliate che,  davanti vorreste condividere con tutti e  che invece ve lo terreste tutto per voi, gelosi della loro attitudine grattugiante e diretta che sforma un ascolto imprevisto, o che può correre il rischio – tranquillo –  di essere incredibilmente ostaggio di una sensibilità FM Alternative oltre i limiti; Crazy Gravity è la fissazione riuscita di suonare sia con certe spiritualità ispiratrici che con l’audacia amplificata della creatività, fuori comunque dagli ordini costituiti del piacere modaiolo a tutti i costi.

Registrate in crowdfunding su piattaforma musicraiser, le dieci tracce del disco, se ascoltate in sequenza determinante, sono una perfetta e definita sintesi di tutte le bipolarità umorali dell’ultima generazione, una scaletta che alterna la dolcezza di una ballata ventilata “Two Girls” e il cozzo del rock nudo e crudo della titletrack, un’onda calda dalla personalità multipla che stringe il microfono dell’ascolto e spiazza nella sua sincera coralità miscelata; pulito da tutte quelle banalità che si annidano come germi a presa rapida in milioni di produzioni underground, Crazy Gravity esprime davvero bella musica, quelle tonalità tutte inglesi di controbattere la noia con infinitesimali meraviglie senza demoni o altre astrusità rabbiose. Belle chitarre d’assalto dolce, una voce che compete sul ritmo sempre di corsa e quella liberazione sonora che si paragona  con esuberanze Arctic Monkeys, qualcosa di sottofondo della Leeds punkettara d’antan “Futuristic Horse”, “Morning Dead”, poi tutto quello che è in più e una rivelazione spiritata da tenere stretta e puntarci sopra.
Disco “birichino” e fruibilissimo, un suono totale che mescola ironia e mood frizzante, impasta e modella come plastilina il suo argento vivo e la sua concreta effervescenza, che racconta le sue storie col fiatone “Shimbone” e con le stramberie disco – danzereccie che provano a riscrivere una stringa di tempo che fa piacere – risentirla in vocoder – tra una cosa e l’altra “Normal”.

La guida  all’ascolto è come una linea schizzata di angoli elettrificati, il piacere – una volta identificata tale linea – è una scarica di adrenalina che precede lo schianto con una soluzione musicale stupendamente cool.

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Mad Chickens – Kill Hermit!

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In un progressivo evolversi di personalità e ottima capacità compositiva, il trio abruzzese dei Mad Chickens continuano la loro strada, seguitano a brillare di una elettricità distintiva che compare anche nel nuovo e secondo album Kill, Hermit!, una tracotante attitudine a pigiare  pedaliere per tirarne fuori l’anima maledetta e lo spirito costernato di un Rock che si assume tutte le spigolosità emaciate di intonazioni amare che tra progressioni sperimentali, noise, Nirvana e Courtney Love “Kill, Hermit/Gun In My Head alticci (ma và), L7 storte e profumi di narcoticismi a go-go  “Mr. Harvey, (Light A Candle Glory)”, “Black Magic/Black Allergic”  fa breccia tra stereo infiammati e woofer tra le nuvole.

Laura De Benedictis chitarra/tastiere/voce, Valeria Guagnozzi voce/chitarra e Nicola Santucci alla batteria – questa la formazione al completo –  suonano un disco stimolante, di buon livello e di profilo ottimo, inquieto e conflittuale come si conviene se si vogliono perpetrare la varie “maledizioni” del rock, molto sporcato da sistematiche altimetrie distorte e molto rivolto al meglio di una certa scena “psichelicamente beat d’antan” targata 60’s/70’s e giù di li, quella dei voli pindarici senza ritorno e dei radenti psichedelici; dodici tracce varie e di tessiture diverse che aggiungono ogni qualvolta un timbro e un’ ammissione innocente di contaminazione riscontrabili raramente nell’oggi dell’underground, come la ballata acustica made in Grace Slick “Fell In Love”, l’hit surfer “Broken” o l’attraversamento all’ascolto della tenera e gravitazionale sequenza di “The Tin Man”, brano Folk-Prog che lascia una scia languida e stranita come nella meglio tradizione Curved Air.
La definizione calzante affibbiabile a questo trio è quella di una stimabilissimo “rock band in progress”, ha un modo di maneggiare musica che non si placa sugli stilemi lisi e consunti di fare Rock pur di valvolare rumori e prestanze, ma di ricercarne le vene nascoste prendendo dal contemporaneo e dal “vintage thing” i filamenti e poi trasformandoli in piccole gemme stupefacenti, come gli “sforzi viscerali” che “Liar Dog pt. I e II” conseguono nel fine ascolto.

Se è vero che gallina vecchia fa buon brodo, queste tre galline pazze ma giovani ci mandano a noi nel brodo, ma di giuggiole! Consigliato per chi cerca cosa buone e sfocate.

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Cocorosie – Tales Of A Grass Widow

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Arrivate al quinto album, le sorelle pazzoidi Bianca e Sierra Casady in arte Cocorosie, da un vezzeggiativo forgiato dalla loro madre, mantengono invariata la formula di alt-pop nostalgico che hanno usato per farsi conoscere dappertutto, e tra odi e amori che il pubblico e critica gli riversano addosso, loro, le sorelle lunari con questo Tales Of A Grass Widow, dimostrano quanto sia importante fregarsene di tutto e tutti per andare avanti, non per una alternativa selvaggia, ma solamente per una presa di pugno testarda di fare dischi per farli, un azzardo che si perpetua da tempo e senza . osiamo dire – ritegno.

Come sempre uno strano miscuglio torbido ed impreciso tra Bjork e Bath For Lashes, un vezzo pseudo-cantautoriale che vorrebbe maliziosamente lasciare tracce di sé e illuminare di bagliori i nuovi percorsi del Rock in generale, ma questi brani non danno sostanza, sembrano quasi un drama pentecostale che non solo non vanno  a fondo per fuggire via, ma rimangono a galla ad infastidire orecchie esauste e istinti mostruosi a distruggere con un potente cazzotto l’innocente impianto stereo di proprietà. Sapori retrò e una lancinante trascendenza che cresce come una febbre maligna e che si impossessa di ogni poro d’ascolto, tracce – per rimanere prettamente al giudizio critico da mestierante – che non alleviano nessuna forma di nostalgia, malessere e soglie minime di sopportazione.

Forse le nostre sorelle Casady non si sono rese conto che non è per niente facile – dopo magari un  esordio sbalorditivo – seguitare a mantenerne alte le vibrazioni, magari per loro l’azzardo è una forma di potere o- ancor peggio – che seguitare a tormentare l’alternative sia cosa saggia e da prendere come esempio, ma la verità sta nel mezzo, che la loro propulsione primaria è svanita via e non gli resta che abdicare e chiudersi per qualche annetto nel silenzio e ricostruirsi una fisionomia sonora; undici brani  – pescando a caso – versati ad un Pop monco, da prendere con le molle “Child Bride”, “Tears Of Animals” con vellutate francesi a fare da sfondo, il senso dei folletti delle fiabe “Broken Chariot o i fumi divinatori hippies che ancora si aggirano fecondi tra le trame di “After  The Afterlife”, un saliscendi di romanticismi out e frivoli.

Non si vuole infierire contro le donne, solamente che queste Cocorosie  senza controllo sono in giro ancora a piede libero purtroppo, e la cosa peggiore che seguitano a fare dischi, e questo ultimo “spreco di tutto” ce lo potevano evitare. In una parola, inutile.

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UNA – Una Nessuna Centomila

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Difficile non trovare motivi e voglie irrefrenabili per avvicinarsi a questo disco più che illuminato, un disco che ti fa innamorare e affogare tra i dolci flutti amari e dolciastri che scorrono a tradimento lungo la tracklist, e se riesci a salvarti ti senti completo dal di dentro ma spezzato fuori, ma fa lo stesso, è una cosa alla quale è stupendo rimanerne feriti.

Con nell’aria il verso Pirandelliano del titolo, la verità della poetica letteraria, le vibrazioni di Ginevra Di Marco, Eva Poles, Petramante a fare da sensazione e un’interpretazione armoniosa, dolce, risentita e frugante arriva il lavoro personale a mezz’aria della cantautrice Una, al secolo Marzia Stano (Jolaurlo), Una Nessuna Centomila un sogno sonoro che parla Rock ed essenza di donna, i disincanti, le favole al contrario e le violenze sbafate che reclamano lucidità e rilasciano bellezza, tracce che se si fissano in un ascolto compulsivo danno assuefazione come tutte le cose magnifiche che andiamo a cercare di nascosto, per il nostro sano libido, negli anfratti di una giornata.

Ballate, innocenze, inquietudini e distorsioni leggiadre fanno bagaglio emozionante, condivisibile sui ritardi delle attualità e fresco di quell’impronta indie policroma che ansima e sovrapposiziona pesi specifici e no gravity interrottamente; una ci confonde e strega, lei riflette, canta, si sbatte e crea impressionando ritmi e finestre aperte dove far entrare  vibes in quantità e una stramaledetta forza che tira gli orecchi dove vuole, pensieri che allenano muscoli e intelligenze che ti succhiano l’anima come nella amarezza spennata di “Qui ed Ora”, nel dondolamento mex “Lezione di Storia Dell’Arte” o nel carillon straniante del bisbiglio narrante “Farfalle”. Tanti gli ospiti che bazzicano, da Vittoria Burattini a Angela Baraldi nel video che presenta il tutto e Giacomo Fiorenza  a fare da factotum per questo passo sperimentale della cantante pugliese, che fa centro al primo round.

Rodhes, Piano liquido e mutazioni semplici di tenerezza stringono “Stiamo Bruciando” mentre “Oggi è un Bel Giorno”oltre che a chiudere il registrato, vaga nei ricordi sonori di Canali e PGR, e a noi che rimaniamo al di qua dello stereo non ci rimane che l’istinto a disperdersi  nei feedback  di un vento e di una artista che sanguina dolcezza.

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Vampire Weekend – Modern Vampire Of The City

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C’è poco da ingannarsi, i newyorkesi Vampire Weekend sono tra le migliore realtà indie che l’America di ultima generazione abbia mai partorito; il quartetto, qui alle prese con l’ultimo work Modern Vampires of The City,  immaginano una componente di semplicità di cui spesso – chi sta all’ascolto – non ci si capacita, amano la loro musica e le relative funzioni quotidiane, quel torpore attento che ti tiene compagnia in ogni istante della giornata, il soundtrack perfetto per il vivere in città – magari non come la Big Apple smoggosa ritratta sulla cover –  ma che comunque ci si avvicina.

Un disco curatissimo in tutte le pieghe che tengono molto conto dell’insegnamento di Paul Simon e tenue nei colori e filamenti che legano l’ascolto per tutto il tempo, una lista di brani dalla struttura pop di lignaggio, per intenderci non piena di quegli intellettualismi spocchiosi e logorroici, ma quelle poetiche urbane dirette, che divertono rendendo inedita una pausa da un qualcosa che si sta facendo; brani anche pazzoidi, birichini come il beat che urletta “Diane Young” con un retrogusto Beckiano molto marcato oppure le apparenze afrikaneer che “Everlastings Arms” rimanda tra echi e sensazioni.

Da una recente intervista, Ezra Koening (il leader della band), dice i VW si stanno riscoprendo come spinta sonora e lentamente vogliono tornare ad abbracciare una certa tradizione con la commistione  – a tutti i livelli – del rock, chiaramente smarcandosi dalle immoralità di certe tendenze, ma un return forever che possa sorprendere e freneticare l’attuale piattezza mondiale; si sa che gli artisti spesso sono strani e boriosi nel parlare, ma per stare in tema pare che una minimale inversione in avanti pare nascere dal sound college che spira nella spensieratezza di “Unbelievers”, dalle scalmane educate di “Finger Back” o dall’improvviso cambio timbro della oscura “Hudson”, brano che prende posto in un calamitoso post-rock e che un poco spiazza, ma che dopo un minuto si adotta e si strofina come un amante vogliosa.
Il terzo disco per questa ottima formazione non è che il podio meritato di una piccola storia che non scarica versioni  malinconiche di sfighe esistenziali o qualcosa di affine, ma – e solamente – la sfida dei colori pop con l’anima trapelatamente insofferente dei Bread.

Datemi retta nei vostri prossimi weekend, fatevi succhiare il sangue da questi vampirozzi non male!

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The National – Trouble Will Find Me

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Pubblicare nuovo disco non sempre può confermare all’eccelso una nuova fase o al meglio una nuova direttrice sonora da far poi intendere agli accaniti fan sempre pronti a discreditare il loro beniamini ad ogni passo;  il quintetto dell’Ohio, The National, ci provano a rimboccare le identità del loro essere musicisti di tendenza, compongono e solidificano il loro sesto disco per la 4AD e lo mettono al giudizio degli ascolti, e subito si nota che la tendenza generale della tracklist è che tutti gli arzigogoli di contrasto, quei sogni disturbati e visioni troppo farcite da parafrasi sono quasi scomparsi per fare posto ad un groove molto, ma molto più rivolto su sé stesso, che si guarda dai piedi alle ginocchia e che apre forse un nuovo corso degli Americani..

Trouble Will Find Me si avvicenda all’orecchio con un incedere strisciante, che si apre piano piano prima di sfoderare il suo animo scuro, quel bel fangoso che tanto piace alle devozioni di un certo post-rock riletto in chiave indie, una dimensione sgranata che è languida come un tramonto d’amore, come una improvvisazione d’animo dopo una mezzanotte pensierosa; undici tracce volutamente sfocate, nebbiose e tardo romantiche – in certi aspetti – ma che seguono il loro andare fluente, la loro crescente struttura per una volta tanto lontana dai voleri forzati delle aspettative; poche orchestrazioni e nulli gli avvitamenti distorti, la stupenda voce baritonale di Matt Berninger fa da collante tra il sound sempre tenuto sui toni in minore e le atmosfere ricercate delle settime alte “I Should Live In  Salt” o nelle incursioni fool che “Don’t Swallow The Cap” semina nel suo passaggio; un disco che distilla tabù personali ed intimità “Demons” come protegge l’ossessione delle illusioni “Graceless” per portarle poi a sospirare in un febbrile ma sedimentato patos di sintetizzatore insinuante “Heavenfaced”.

I The National non sono più ragazzini di quartiere, sono maturi e hanno voglia di sperimentare, andare oltre il consueto costrutto, e questo nuovo lavoro di certo non sbalordisce, ma ha un suono dell’anima che – senza tanto confondersi – è rassicurante e mette in pratica quello che forse non riusciamo più a comprendere, persi e  distratti come siamo.

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Campetty – La Raccolta Dei Singoli

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Dalle ceneri incombuste degli Edwood e Intercity, rinascono a vita nuova i Campetty, l’unione di Fabio e Michele Campetti con Paolo Mellory Comini e Giannicola Maccarinelli, e La Raccolta dei Singoli è il frutto di questa apprezzabile congiunzione che in dodice tracce declina la vena creativa ad un pop-cantautorale senza disdegnare incursioni nelle estetiche melodiche indie che mettono in mostra una dimensione allargata e preziosa che è in fondo la  potenza delicata dei grandi dischi in cerca di allunaggio.

I cosidetti “sognatori” stazionano in una dimensione tutta loro, diversa dal presente e alternativa ad un ipotetico futuro, ma rimane la certezza che la parte migliore di un certo modo di fare musica sia ancora da aspettare, o forse, ce la abbiamo già intorno ma non la recepiamo in pieno, poi questo bel disco, questo bel catalogo di poetica intima e sussurrata, tra i Tiromancino e Senigallia da speranza intuitivaefavorisce la voglia di un retrogusto convincente da esibire negli ascolti genuini e senza difetto; ed è un esordio discografico con la nuova ragione sociale che si muove sottilmente con la nostalgia dei giorni andati e quelli che si approssimano, un registrato che ha passione da vendere e che promette piuttosto bene se si cerca il bello delle piccole cose e delle grandi occasioni, da ascoltare ogni volta che una visione opaca ostruisce l’apertura d’anima.

Anche disco che rimetterà in piedi un certo “indie thing”  dopo il calo d’interesse generale, tracce e arie che in un solo ascolto confezionano un feeling d’ascolto complice e confidenziale, chiavi d’intesa perfetta che fanno sgranchire le idee con la Ferrettiana “Cowboys Blues”, con il pacato onirico echeggiante “The Muffa Forest” o con la melodia etera di una voce divina, quella di Sara Mazo degli Scisma che in “Mariposa Gru” ingigantisce il pathos femminile illimitatamente; la varietà di queste piccole gemme registrate fanno luce tenue ad una fruibilità generale di livello, alzano punti di assoluto piacere e scavano un’incisività concettuale stilosa, basta accendere il filo teso di “Brasilia”, catturare l’armonia tenue di “Vittoria” o agganciare la battuta emotiva di “A Nastro”, una ballata che si colloca tra gli ingredienti base dell’eleganza incorporale, impalpabile.

I Campetty non solo convincono, ma portano la media ben sopra la media, ogni istante del disco è una seduzione che preda perdutamente qualsiasi orecchio attento. E non sono parole, ma fatti concreti.

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