Maria Pia Diodati Author

Lavora presso se stessa per potersi dedicare all’acquisto compulsivo di abbonamenti ai festival e scarpe col tacco che non userà.

Primavera Sound Festival 2014 | Day 1

Written by Live Report

È giovedì 29. Vengo svegliata da un trillo del cellulare mai udito prima. Sono le 15.45 e l’app del Primavera Sound mi ricorda che tra un quarto d’ora c’è Colin Stetson all’Auditori Rockdelux. La serata di ieri seppur deludente si è conclusa alle 5 di questa mattina, ed io mi sono fatta fregare dal jet lag della corsa in taxi tra l’Apolo e il Borne. Questa applicazione che funziona da reminder e ti avverte ogni qual volta sta per iniziare una delle esibizioni che hai salvato tra i preferiti si rivelerà ben presto un’ansiogena trovata, complice la mia ingenuità prima della partenza nell’apporre stelline sulla quasi totalità degli show. Pur di non ascoltare quel trillo che arriverà puntuale ogni quarto d’ora la disinstallerò prima della fine del festival. In questi tre giorni il Forum non conoscerà imprevisti. Ogni evento inizierà e terminerà quando stabilito. Roba da sospettare che in questa rassegna che si tiene in una morbida cornice mediterranea ci siano in realtà molti ferrei zampini anglosassoni. D’altra parte, sarebbe impossibile pensare alla riuscita di tutta la storia senza una buona dose di disciplina alla base. L’organizzazione del Primavera Sound è una macchina sapientemente progettata per la prevenzione di ogni tipo di catastrofe ambientale che una bolgia di circa duecentomila persone che bramano divertimento sarebbe in grado di provocare. L’area in questione è uno spazio di circa 95.000 metri quadrati. Tre sono le coppie di palchi su cui si alternano gli headliner (Heineken-Sony, ATP-Rayban, Pitchfork-Vice), e tutt’intorno altri stage di dimensioni più piccole ospitano decine di altri artisti: uno di questi spazi è l’Adidas Original, su cui si esibiranno le band italiane di Sfera Cubica. Nel lasso di tempo in cui uno degli stage ospita un set, sul palco gemello i tecnici smontano l’allestimento del precedente show e rimontano il tutto per quello successivo. Se nella vita avete avuto modo di vedere l’armamentario di luci di scena che si portano dietro i Nine Inch Nails capite bene che il tempo di una esibizione, che va dai 40 ai 90 minuti, per questa operazione è estremamente ridotto.

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Oltre agli stage all’aperto c’è un auditorium, il Rockdelux, al piano interrato del suggestivo edificio antistante il parco, fatto di specchi e roccia azzurro mare, il Museu Blau di Herzog & de Meuron. È qui che si esibisce Julian Cope. Lo storico cantante dei Teardrop Explode dagli anni 70 a oggi ha attraversato tutte le tendenze uscendone illeso e più eclettico di prima. Accompagnando la sua voce roca e intensa solo con la chitarra acustica, intona il collaudato repertorio di fronte a un pubblico trasversale per età ma omogeneo in quanto a predisposizione a lasciarsi coinvolgere da un sound nostalgico che è inevitabilmente le fondamenta di tutti i giovani performer là fuori sugli stage. Nel frattempo sul palco Heineken, uno dei più grandi, si fanno spazio i Real Estate. Americani del New Jersey e figli di Pitchfork, con un nuovo album registrato nello studio degli Wilco si guadagnano i piani alti della line-up dei uno dei festival più cazzuti. Personalmente non disdegno il Dream Pop, e mai oserei contraddire supporter di tale calibro, ma arrivata all’estremità sud del recinto del Primavera scopro che il numero dei presenti è alquanto esiguo, tanto che mi lasciano persino oltrepassare la prima fila di transenne fino all’area vip semi deserta (passeremo i giorni successivi a chiederci chi siano questi fantomatici vip senza peraltro giungere a una risposta). Il ritornello di “It’s Real”, noto agli italiani per lo più come jingle dello spot della tv in digitale del Berlusca, riesce appena a scaldare gli animi. I ragazzi saranno anche arrivati fin qui ma a quanto pare nessuno è riuscito a togliere loro quell’attitude da liceali che strimpellano in garage.  Il primo intenso live della mia giornata deve ancora iniziare, e sta per farlo proprio alle mie spalle. I Midlake salgono sul Sony al tramonto, e l’atmosfera è quanto di più appropriato si possa immaginare. Tengono botta nonostante il peso dell’assenza di Tim Smith, e l’aria vibra in egual misura della compostezza melodica dei brani rodati di The Trials of Van Occupanther così come delle sferzate elettriche del nuovo Antiphon. Nel mentre, a qualche centinaio di metri da qui, sono certa che i C+C=Maxigross se la stanno cavando alla grande, dando sfoggio del loro Folk fatto di lisergici cori a cappella. Un pizzico di orgoglio italiano mi dice che dovrei presenziare, ma questo è solo il primo dei tanti momenti che mi vedranno costretta a scegliere tra la performance di una pietra miliare della musica degli ultimi decenni e quella di un promettente progetto affacciatosi da poco sulla scena contemporanea. Resto al Sony a veder calare il sole di questo primo giorno di Primavera sul giro di chitarra di “Head Home”.  Quest’oggi i miei piani prevedono poche brevi corse, palleggiandomi dal palco Sony all’Heineken, che si fronteggiano a poche centinaia di metri l’uno dall’altro. Dopo una decina di minuti di performance delle Warpaint però mi pento un po’ di non aver fatto una lunga passeggiata fino allo stage Vice, dove nel frattempo immagino quella bolla emozionale di sintetizzatori allo stato liquido che dev’essere il set dei Caveman. L’Art Rock tutto al femminile delle Warpaint è interessante nel suo muoversi in un preciso universo sonoro, che non si lascia scalfire da tentazioni mainstream, ma i malinconici bassi sembrano non riempire a sufficienza un palco tanto imponente e gli spiriti di un pubblico avido di energia propulsiva che faccia partire la serata.  Alle ore nove e un quarto, con in mano un hamburger che sa di topo, sono di fronte alla più dilaniante delle decisioni di oggi. Dopo questo surrogato di cena le strade possibili saranno tre. Tra poco lo stage ATP sarà invaso da una numerosa formazione da poco ricongiuntasi, caposaldo del Folk Rock del secolo appena trascorso. A dieci minuti a piedi da qui, sul palco Pitchfork, sta invece per salire una delle band più promettenti dell’anno, freschi di un album con la 4AD che mi è piaciuto un sacco. Tra i Neutral Milk Hotel e i  Future Islands scelgo la terza strada, e con una discreta scorta di birra torno al Sony ad attendere St. Vincent. A conti fatti, delle gesta passate di questa fanciulla dalle sembianze della strega buona del Mago di Oz sono abbastanza ignara. Il self-titled uscito quest’anno è il suo quarto album e a quanto pare finalmente il disco della consacrazione, polistrumentale nel sound e polisemico nelle liriche, che le vale il nome scritto col font grande sul cartellone del festival, come quello di alcune band con cui fino a ieri si esibiva come opening act. Qualcosa mi dice che vale la pena vederla en directo. Annie Clark sale sul palco, è eterea e stupenda e sprigiona immediatamente tutta l’energia della sua musica inusuale come il fascino che emana da ogni poro. Elegantemente robotica nelle movenze, che diventano spesso vere e proprie coreografie, mi dice che la mia scelta è quella giusta, questo è uno show di quelli che meritano di essere visti dalle prime file: la maestria negli assoli di chitarra e la voce suadente e rotonda sono un tutt’uno con il suo sguardo altero e maledettamente magnetico fisso sul pubblico davanti a lei. Sofisticata nel suo look futuristico fatto di opposti che combaciano, il bianco platino della chioma selvaggia e il nero del neoprene che le calza come un guanto, intonando la melliflua “Prince Johnny” sale su un piedistallo sui cui gradini poi improvvisamente si abbandona, ed io penso solo che poche dive nella storia sono state in grado di rotolarsi giù per le scale in maniera tanto sensuale.

Al termine della performance di St.Vincent, il palco sui cui a breve saliranno i Queens of the Stone Age è già sotto assedio. Mi tocca un bel posto sfigato da cui non ho la possibilità di vedere altro che i maxischermi, tra gli stand degli alcolici e i cessi. I QOTSA mi regalano le inconfondibili chitarre di “No One Knows” poco prima che io mi congedi: mi inchino a tutto il Rock e il Blues e la psichedelia del talento di Josh Hommes e soci ma nel procedere all’infausta selezione a cui mi sono dovuta piegare ho ormai capito che una corsia preferenziale va riservata a quelle esibizioni che si prospettano veri e propri live show sotto ogni aspetto, in cui è essenziale la componente visiva, e se con Annie Clark ne avevo solo il sentore con gli Arcade Fire sono invece pronta a metterci la mano sul fuoco. Lancio un’occhiata di nuovo verso lo stage Sony e capisco che è già ora di andasi a sudare uno spazietto vitale tra la folla.  Quand’è che gli Arcade Fire sono diventati grandi? Voglio dire, per me lo sono stati sin dal primo ascolto di Funeral, ma quand’è che in generale la devozione per loro è passata dalla forma dell’ascolto estatico a quella dell’esaltazione collettiva? Sì, voglio dire esattamente quella cosa là: quando sono passati dall’underground al mainstream? Non parlo di dimensioni ne’ di zeri nel cachet. Il mio è puro stupore nel constatare che ad attendere gli eclettici canadesi ci sia una campionario umano tra i più assortiti, ragazzini che ti aspetteresti di trovare ai piedi di Justin Bieber compresi. Sentire poi intonare “Rococo” dalla folla come fosse un coro da stadio è l’ultima cosa che mi sarei aspettata. Si può giungere ad un prodotto dal taglio tanto universale pur percorrendo strade squisitamente tortuose e innovative? Credo che sia questa la scommessa che gli Arcade Fire hanno vinto a mani basse. Il set dura un’ora e mezza che vola via, su un palco pieno zeppo di strumentazione di ogni epoca, Win Butler e la sua chitarra piantati nel mezzo di un carnevale di luci ed effetti e di specchi sospesi che li moltiplicano all’infinito, Régine che volteggia da un capo all’altro imbracciando gli strumenti più impensati, e tutta intorno una grande famiglia allargata di musicisti che si producono in armonizzazioni estreme con una disinvoltura sconvolgente. Lo spettacolo ruota tutto intorno ai brani di Reflektor. Quattro adolescenti spagnoli accanto a me gridano indemoniati in un inglese esilarante le parole di ogni pezzo. Dopo il sofisticato ritmo Dance di “Afterlife” le luci si abbassano, e in un attimo Régine è su una pedana del bel mezzo della folla, lei e Win si guardano da lontano duettando sulla morbida di coda di “It’s Never Over”. Un intermezzo di Samba tropicale, su cui salgono sul palco a ballare anche le testone di cartapesta ormai segno distintivo del Reflektor Tour, sfuma poi in un Rock acido che diventa “Normal Person”. Nel bel mezzo del ritmo travolgente di “Here Comes the Night Time” una miriade di coriandoli esplode e colora l’arco di cielo scuro sopra la folla. È un crescendo interminabile, che soltanto nei cori trionfali di “Wake Up” trova la sua naturale conclusione.

Ne esco sazia ed esausta. Sono in piedi da sette ore ed è per mia pura e inesorabile stanchezza che i Disclosure vincono sulla Techno teutonica dei Moderat. Quando la folla dietro di me si disperde i fratelli Lawrence sono già sul palco Heineken. È un set House che possiamo anche gustarci seduti a terra in mezzo a una specie di discarica di bicchieri di plastica. La realtà è che tutto quello che verrà dopo i pirotecnici Arcade non avrà molto impatto sui miei sensi. Gli stessi Metronomy sottolineano meravigliati (e forse un po’ delusi) il fatto che a loro tocca chiudere alle 3.30 una giornata che ha visto susseguirsi una serie di mostri sacri, davanti a un pubblico ormai più che appagato. Un po’ del loro elegante Elettro Pop dal sapore anni 70 seduti sui gradini della cavea del  Rayban ed è ora di salutare il Forum.  Al cospetto di Mangum e soci c’era invece la mia amica Elena.

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Attendevo con ansia il live dei Neutral Milk Hotel, più o meno da quando rimasi folgorata al primo ascolto del loro album più acclamato. Ed avevo delle grandi aspettative che sono state più che confermate. Il fondatore della band Jeff Mangum sale sul palco con il suo gruppo fresco fresco di reunion (fortuna per noi). Difficile non restare colpiti dai personaggi quasi fiabeschi che lo compongono e dalla particolare strumentazione che hanno, tra cui banjo, cornamuse ed una sega ad arco. Il concerto inizia con la prima traccia di In the Aeroplane Over the Sea ed il pubblico è già in delirio. Ma è solo quando il resto della band lascia solo sul palco Mangum per intonare “Two Headed Boy” che mi rendo conto del grande potere di quest’uomo. Soltanto con la sua voce ruvida e con la sua chitarra, è in grado di toccare le parti più intime di ognuno di noi. Tutti  attorno a me cantano, ammaliati, e a me scende quasi una lacrimuccia. Il resto della band poi torna sul palco per concludere con “The Fool”, Mangum si fa da un lato e sembra quasi un direttore che con la sua chitarra dirige la sua orchestra. Un concerto indimenticabile!

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Primavera Sound Festival 2014 | Istruzioni per l’uso e Day 0

Written by Live Report

Domenica pomeriggio. Arrivo a Ciampino su un aereo di cadaveri ambulanti con al polso un braccialetto verde e salgo in macchina senza il consueto impulso di accendere la radio. Nelle orecchie ho ancora un fischio persistente, e tutta la musica degli ultimi tre giorni, tutta insieme. Questa inedita sensazione di ubriachezza uditiva mi accompagna fino alla mattina successiva, quando prima ancora di raccogliere le idee mi preparo la playlist con cui faccio colazione e vuoto un bagaglio a mano da 10kg di t-shirt e anfibi fradici. La lista dei brani rivela senza inganno ciò che ho portato a casa da questa esperienza e ciò di cui non potrò fare a meno ad occhio e croce per i prossimi cinque o sei mesi. Questo resoconto sulla mia prima volta al Primavera Sound Festival non ha alcuna pretesa di dirsi un live report completo ed esaustivo. L’evento ha una portata tale che se si volesse raccontarlo per intero e in dettagli ci sarebbe bisogno di un team di agguerriti reporter pari ad almeno due volte il numero degli stage allestiti per l’occasione al Parc del Forum. Vuol essere piuttosto il mio personale racconto di alcuni giorni decisamente intensi sotto molti punti di vista e, perché no, un piccolo vademecum per chi come me si appresta ad assistere per la prima volta ad una kermesse di tali dimensioni. Ci sono infatti tutta una serie di considerazioni di carattere pratico che in preda ad una euforica idiozia da novellina non ho assolutamente fatto, nonostante siano tutte molto intuibili. Ma andiamo per gradi.

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Questo è quello che presumibilmente vi accadrà dopo aver acquistato un biglietto di ingresso ad un festival che dura due o tre giorni ed arriva a collezionare qualcosa come 300 performance di altrettanti artisti. Circa sei mesi prima dell’evento saranno resi noti più o meno tutti i nomi degli artisti presenti alla rassegna, e in preda al più irrazionale degli entusiasmi camminerete a un palmo da terra al pensiero di avere la possibilità di vedere qualcosa come 60 concerti al giorno. Uscirete da questa fase di completa perdita di lucidità solo alcuni mesi dopo, quando verrà reso disponibile online il timetable delle esibizioni. Maledirete un paio di divinità a caso per aver piazzato nello stesso momento due o persino tre fra le performance a cui tenevate maggiormente, ma per tornare ad essere davvero ragionevoli ci sarà bisogno di altro tempo, e in questa fase, calendario alla mano, vi preparerete un programma serratissimo, senza alcuna pausa tra un concerto e l’altro, degno non dei più formidabili centometristi ma piuttosto di individui dotati del potere del teletrasporto. È solo quando arriverete davanti ai cancelli che vi renderete conto di essere in compagnia di altre centinaia di migliaia di persone che hanno i vostri stessi piani. Alcuni attimi dopo vi accorgerete inoltre di non aver contemplato il fatto che a volte vi assalirà la necessità di mangiare, di farvi una birra, di andare in bagno (le ultime due inesorabilmente abbinate). Vi guarderete intorno per poter stimare rapidamente quanto tempo queste operazioni basilari potranno portarvi via, e quello che vedrete non saranno altro che chilometriche file di individui che inconsapevolmente state già cercando di eliminare ad uno ad uno con sguardi fulminanti.

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Prima di esplodere fermatevi un attimo, che tanto il concerto delle 16 ve lo siete già perso, e respirate in maniera profonda, perché è arrivato il momento di prenderla con molta filosofia. Bisognerà fare appello ad una capacità di fare scelte rapide e drastiche e ridurre ulteriormente il programma tenendo conto del fatto che se deciderete di vedere un live dalle prime file, dall’inizio alla fine, il successivo lo guarderete necessariamente da lontano, e forse sarete costretti ad abbandonarlo a metà, se per quello dopo ancora vorrete conquistarvi un buon posto. Vi sto forse smorzando ogni entusiasmo? No, vi prego, lungi da me farlo, saranno tre giorni memorabili se non pretenderete l’impossibile. Poi se invece per caso avete il dono dell’ubiquità questo post non vi interessa, e non vi interessa neanche se andate ai festival per sedere in vetrina sui divani dello stand Martini, o ubriacarvi abbestia e molestare il prossimo, che al contrario è là per ascoltare musica. Per entrambe le attività suddette vi consiglio il bar sotto casa, che a mio parere è una location più consona, nonché indubbiamente più economica.

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Arrivo a Barcellona mercoledì pomeriggio, accolta però da condizioni meteo alla Glastonbury. Tra l’aereo in ritardo e il temporale che dura esattamente il tempo del mio tragitto a piedi da Plaça Catalunya a casa dell’amica che mi ospita, qualcosa mi dice che non riuscirò ad arrivare al Forum in tempo per l’esibizione dei Temples. Il palco ATP è attivo già da questo pomeriggio, e i club della città da lunedì ospitano gli eventi collaterali al festival, live e dj set. C’è un gran da fare qua. Lancio la valigia in casa e scendiamo in una metro intasata di barbe, shorts, coroncine di fiori in testa e occhiali da sole, che non è che solo perché piove uno deve rinunciare a fare l’hipster in giro, e poi a casa dei tipi slavati che mi circondano questo nubifragio è una pioggerella innocua. Il tempo regge un po’ fino all’arrivo al parco, quando lo show di Stromae è al termine, ma prima ancora che sullo stage arrivi Sky Ferreira ricomincia a piovere. Il risultato è una distesa di ombrelli che impediscono la visuale da qualsiasi punto e uno scazzo generale, mio e dell’americana, che avrà anche buttato nel cesso un contratto con la Capitol per non tramutarsi nella nuova Britney Spears, ma certo è che della popstar ha conservato la spocchia, e con aria melodrammatica tra un pezzo e l’altro si lamenta coi tecnici del ritorno in cuffia e quant’altro. Qualche problemino tecnico è innegabile e ce ne accorgiamo anche noi dal basso, ma in realtà è tutta l’esibizione ad essere sotto tono. L’eloquente commento a caldo della mia amica è “Oh, questa era meglio su Spotify.”

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E pensare che nel frattempo in centro, al Barts, ci sono The Ex e Shellac, ma che minchia ci stiamo a fare qua? Ci rimettiamo sulla metro, ma stasera non ne va una dritta, e all’arrivo in Avinguda del Parallel troviamo il locale sold out. Non resta che aspettare i Brian Jonestown Massacre, che suoneranno alla Sala Apolo tra un paio d’ore. Sono le 23 e forse è ora di mettere nello stomaco qualcos’altro che non sia birra, ma è l’ennesima scelta sbagliata, il tempo di andare a prendere un panino e tornare indietro che all’ingresso c’è già una coda di gente lunga quanto l’intero isolato. A metà concerto siamo ancora fuori e la mia insofferenza ha raggiunto livelli esponenziali, impreco contro tutti i panini della Spagna e i cretini in fila davanti a me, quando a un tratto sento intonare appena dietro di noi un motivetto che dopo qualche attimo con sgomento realizzo essere dei Neri Per Caso. Ok, sono italiani, mi capiranno ora che mi girerò e spiegherò loro che la serata è andata già abbastanza di merda e questa punizione possono anche risparmiarmela. Sono siciliani, ci si faranno anche una bella risata, ed infatti è così che va. Ci intratteniamo a chiacchierare con loro mentre siamo quasi davanti all’ingresso, quando una di loro dice “ragazzi, qua non c’è niente da fare, se Big Jeff è ancora in fila vuol dire che non si entra”. Tutti incuriositi da quello che sembra il primo diversivo a questa attesa snervante, chiediamo alla tipa di spiegarsi meglio, e lei ci indica un ragazzone con la faccia da vichingo, a un paio di metri da noi. Ci spiega anche che Jeffrey Johns, meglio noto come Big Jeff, è di Bristol, dove è una vera e propria celebrità nell’ambiente musicale, noto per essere un assiduo frequentatore di festival in tutta Europa, ottenendo a volte persino l’accesso gratis in virtù della propria popolarità. Mi sporgo ad osservare. Ha un po’ la faccia da Sloth dei Goonies ma meno brutto e ride in un modo così contagioso che mi torna il buonumore. Arrivato all’entrata, alza il braccio destro in segno di vittoria. Ce l’ha pieno di braccialetti pass quasi fino al gomito. Adoro già questo personaggio. I BJM nel frattempo hanno fatto i bagagli e a noi non resta che la performance successiva, quella di Har Mar Superstar, spiazzante commistione di Soul, Songwriting e porno trash. Io sono più interessata a Big Jeff che al live show. Il ragazzone si dimena sotto il palco in movenze buffe e un po’ maldestre. Nei giorni successivi lo incontrerò ancora, e quando tornerò a casa sul web scoprirò addirittura un documentario su di lui. Dopo un altro paio di birre e movimenti di bacino usciamo dall’Apolo concludendo questa specie di Day Zero. Il vero Primavera Sound deve ancora iniziare.

Continua…

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Rockambula al Primavera Sound, Day 3 (giovani e soddisfatti)

Written by Senza categoria

Ultimo intensissimo giorno (guarda Day 0, Day 1, Day 2). Dal CBGB al Forum di Barça, una pietra miliare del Rock, Marquee Moon dei Television.
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Doveroso presenziare alla performance di Caetano Veloso sullo stage Rayban, per tornare poi all’Heineken dagli Spoon.
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Justin Vernon in versione sperimentale e destrutturata, i Volcano Choir.
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Giusto in tempo per ascoltare l’ultimo pezzo dei Godspeed You! Black Emperor. Poi allo stage Vice per i Cloud Nothings.
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Una scelta difficile dopo l’altra. Dopo un paio di brani sono costretta ad abbandonare lo stage Sony e i Nine Inch Nails.
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Scelgo il live dei Mogwai, dall’inizio alla fine, e non me ne pento affatto.
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Dopo aver dovuto rinunciare ai C+C=Maxigross, un moto di campanilismo mi porta dagli italiani Junkfood, e i ragazzi non se la cavano affatto male.
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Il Math Rock dei Foals all’Heineken stage.
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Giusto il tempo di saltellare un po’ sull’Indietronica dei Cut Copy ed é ora di andare. Hasta luego Primavera!
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Rockambula al Primavera Sound, Day 1 (stanchi ma felici)

Written by Senza categoria

Continua la nostra visione del Primavera Sound, tra barbe, Ray-Ban e tanta birra. Una freschissima Maria Pia Diodati e Angelo Violante ci mostrano cosa è successo durante il Day 1. (Guarda il Day 0)

Julian Cope in versione acustica giovedì pomeriggio all’Auditori Rockdelux e Il Dream Pop dei Real Estate sul palco Heineken
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Atmosfere 70’s al tramonto con i Midlake sullo stage Sony
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L’Art Rock tutto al femminile delle Warpaint
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St.Vincent, di certo una delle performance più sorprendenti della giornata
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Dopo le sperimentazioni di St.Vincent si torna all’ Hard Rock con i Queens Of The Stone Age
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Pirotecnici è tutto ciò che mi viene da dire a caldo, gli Arcade Fire
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Blonder – Radio

Written by Recensioni

Per ovviare alla frustrazione di una che è costretta a passare metà della giornata davanti a un PC con l’audio fuori uso faccio un piccolo esperimento, un primo approccio senza audio. L’EP di esordio dei Blonder è disponibile in vinile 7 pollici e in free download. Modaioli. È una scelta ormai frequente, in linea con il dilemma dei tempi moderni del dover decidere tra progresso e tradizione. Non sono mai stata una fanatica del supporto ma se continuo a prediligere quelli fisici è a causa di una certa forma di feticismo in fatto di artwork, biglietti da visita del suono. Il front di Radio è essenziale, duocolor. il titolo in nero campeggia su un fondo ocra. Sul retro, un satellite artificiale, sempre nero. I tre ragazzi romani fanno alcune premesse. Dichiarano una vocazione per un certo Punk, dai Radio Birdman agli imprescindibili Stooges, e dicono anche che questo EP è stato un parto naturale ma frettoloso, senza troppa cura nella qualità. Non mi scompongo, perché per ora il contenitore mi ha convinta nonostante sia sfacciatamente Lo-Fi.

Rientro a casa e premo play, ed il contenuto suona estremamente in linea con le impressioni del mio primo ascolto-non-ascolto. Il ritmo serrato di “More Drugs Blue Sky” è trascinante nonostante le sbavature. I quattro brani che compongono Radio sono costruiti su distorsioni e ronzii Shoegaze evocano le atmosfere dei Ride agli esordi, ma con un energia che sa di anni 70 e di Proto Punk. Chitarra, basso e batteria. Tracce brevi, sporche e penetranti. Un timbro vocale non particolarmente originale, che per lo più non riesce a farsi spazio tra i riff ma che a tratti esplode graffiante, come sul ritornello di “And Feathered Cloud”, acida e melliflua, con dentro tutto il background musicale che si è costruito chi ha superato da un po’ la soglia dei trenta.

C’è da dire che forse questo ultimo brano l’unico in cui si manifesta in maniera più compiuta uno stile proprio. Le tracce che lo precedono risultano un saggio di quelle che per loro stessa ammissione sono le loro passioni e ispirazioni e poco svelano su quello che c’è da aspettarsi dai Blonder quando torneranno in forma di album compiuto.  Non c’è alcuna smania sperimentale, né tantomeno la pretesa di essere sofisticati, ma a rimanere in bilico sulla sufficienza poi mi sento la prof stronza del liceo. Ammessi all’esame di stato del long play, ma prendetevi il tempo necessario per le levigature.

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Il Mercato Nero – Società Drastica

Written by Recensioni

Il Mercato Nero è il frutto di un ménage à trois collaudato, quello tra Manuel Fabbro, basso e voce, Matteo Dainese a completare la sezione ritmica ed Egle Sommacal, chitarrista storico dei Massimo Volume. Ex militanti negli Ulan Bator, intraprendono ora la via del Hip Hop. La scelta è apparentemente distante dalla prima esperienza insieme, ma al termine  dell’ascolto di Società Drastica non lo sembrerà più tanto. Il fatto che sia suonato è già di per sé una caratteristica insolita per un disco Rap. Un’esercitazioneche rivela che una convivenza tra la buona musica e l’mcing non solo è possibile ma è anche valida.

I tre si avvicinano al genere con aria reverenziale da neofiti, tanto quanto basta a far pensare che siano stati loro i primi scettici riguardo alla convivenza di cui sopra. Dj Gruff è diventato il mio analista, dice Fabbro in “Passo Falso”, brano di intro che è una sorta di prologo dell’intero progetto. In effetti le atmosfere acide evocano gli anni 90 dei Sangue Misto. La metrica però è più torbida e il linguaggio eccessivo, lontano dallo slang americanizzato, al massimo troverete slang veneto (lo scheo di cui si parla in “Tossico” confesso di averlo googlato, e al di là del significato la scoperta più emozionante è stata che di Wikipedia esiste anche la versione in lingua veneta). L’album dipinge così, senza troppi filtri,scenari sociali disturbanti ed attuali, frammenti sin troppo comuni di quella Società Drastica che non ho capito cosa mangia ma mastica (“Esche Vive”, il singolo che accompagna l’uscita del disco).

Hip Hop old school, per le tematiche e la disillusione con cui le affronta, ma figlio del nuovo millennio, con l’elettronica che sostituisce le manipolazioni analogiche della tradizione. L’elettronica è quella di Dainese, all’attivo con un progetto solista dai connotati Alt Pop in cui è noto come Il Cane. Il cantato di Fabbro ruba la metrica al Rap ma spesso si fa cupo, perde in ritmo e muta in un fluido spoken. Sommacal lega il tutto con la persuasione evocativa del Rock. In ogni traccia l’apparato strumentale è ricco e sperimentale (la tromba sul ritornello di “Saccopelista”, la marimba in “Automobile”). Da un certo punto in poi il ritmo serrato delle prime tracce lascia spazio a sonorità più morbide. “Nduja”, dispetto del titolo, ha un sapore tutt’altro che aggressivo, un cupo rimuginare sulle contraddizioni del Bel Paese, sull’atmosfera inquieta e onirica creata da un Fender Rhodes.

Ad uno sguardo complessivo, paradossalmente,la qualità del sound penalizza l’ascolto complessivo perchè ruba la scena ai testi, chein molti frangenti non reggono il confronto e finiscono per scorrere via inosservati. Lo ribadisce al termine del disco la ghost track strumentale, fatta di archi sapientemente attorcigliati su suoni sintetici. Nonostante questo divario, Società Drastica èuna singolare declinazione del Rap che ha le carte in regola per convincere anche i meno avvezzi al genere, a tutti gli effetti un riuscito esperimento Crossover.

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Management del Dolore Post Operatorio (+ Borghese) 28/03/2014

Written by Live Report

A noi abruzzesi piace molto vantarci del fatto che abbiamo mare e montagna a pochissima distanza l’uno dall’altra. Salvo poi dover arrivare nel giro di mezz’ora da L’Aquila alle estreme propaggini settentrionali del teramano, che saranno anche poche decine di chilometri ma il percorso da affrontare è una specie di videogame, con tunnel che squarciano il Gran Sasso, pieni di uscite di sicurezza di quelle belle grandi da cui da un momento all’altro spunterà il mostro da sconfiggere per passare al livello successivo, e poi curve a gomito, buche, segnaletica vaga e traditrice. Come se non bastasse, sprezzanti di ogni pericolo io e la Bionda (noto personaggio del circuito underground della provincia di Pescara, la chiameremo così per tutelarne la privacy) decidiamo di partire senza l’ausilio di quelle piccole grandi tecnologie che sono oggi alla portata di tutti. Leggasi navigatore satellitare. Prima però che mi immaginiate come una specie di Indiana Jones coi tacchi alti a bordo di una Panda, taglio corto e confesso che il mio smartphone era completamente scarico, perché delle due io sono quella sfigata, mentre lei ha impiegato l’intero tragitto a capire come usare il suo, perché lei è quella bionda e il cliché vuole sia quella scema.

Stasera si gioca in casa. Palco abruzzese, artisti abruzzesi. La Bionda è molisana ma non stona, ‘che tanto al nord sono ancora convinti che siamo un’unica regione. Parlare di irriverenza per descrivere l’evento è quasi un eufemismo. Gli headliner sono una band che per l’artwork del proprio ultimo album ha scelto un’opera di un artista che raffigura Mao Tse Tung truccato da Ronald McDonald. Come se non bastasse, l’opening act è affidato a un cantautore che ha rivisitato in chiave grottesca ma tristemente attuale l’inno partigiano per eccellenza. Eccolo McMao, in bella vista sullo stage del Dejavù. Artisti e realtà live di Marche e Abruzzo sono in crescita costante e proporzionale. Insomma, da queste parti vale sempre la pena affrontare un paio di chicane se alla fine del circuito vi aspetta un live show. Il pubblico è in trepidante attesa dei MaDeDoPo ma Borghese, per l’occasione con un set minimalelectro, cattura l’interesse con i brani del suo esordio, L’Educazione delle Rockstar. Su una insolita versione Elettro Rock di “Ma che Freddo Fa” le ragazze iniziano persino a ballare. Una di loro accanto a me dopo un minuto di ascolto esclama entusiasta rivolta all’amica “Aaahh sì! Quella dei Modà!”, ma questa è un’altra (triste) storia. “Bella Ciao” in chiusura genera le reazioni contrastanti già manifestatesi tra i commenti su Repubblica XL dopo l’uscita del videoclip in anteprima un paio di mesi fa: chi ne coglie l’amara ironia al primo ascolto già intona il ritornello, mentre un tipo grida indignato i versi dell’originale. Ironico che un fraintendimento tanto reazionario nasca in difesa del movimento partigiano.

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Un rapido cambio e sul palco arrivano i Management. L’euforia con cui li accolgono la dice lunga su quanto ormai siano indubbiamente una delle più grosse novità del panorama musicale nostrano. Merito di questo secondo disco (McMao) o della trovata di Luca Romagnoli di tirarsi giù i pantaloni in mondovisione a una manciata di minuti a piedi da Città del Vaticano? Per stasera mi tengo il beneficio del dubbio e mentre ci penso mi godo lo show di un tipo che sembra nato per essere un frontman, qualunque sia la cosa che gli sta alle spalle. Un timbro vocale che poco ha a che vedere con l’intensità del cantautorato italiano, ma che traina il pubblico come un performer di quelli con un paio di greatest hits all’attivo: qui si poga già dal primo pezzo (“Il Cinematografo”, anche gli astuti MaDeDoPo sulla scia del clamore dell’Oscar a Sorrentino), e cantano proprio tutti. Il che non è così scontato. Ai concerti di Vasco Brondi cantano solo le donne, per dire. I quattro proseguono a ritmo serrato intervallando brani di Auff!! ai nuovi, “Marilyn Monroe” e poi “Hanno Ucciso un Drogato”, introdotta da una invettiva contro le forze dell’ordine – molto più probabile che Romagnoli li abbia chiamati sbirri – che quanto pare è una tematica ricorrente (anche in Auff avevano un paio di cose da dire ad un “Signor Poliziotto”) e i presenti sembrano condividere appieno e lo dimostrano prendendosi a spallate più convinte.

La realtà è che ad essere convincente è l’intero progetto MaDeDoPo. Strampalati ad ogni costo, si beffano della normalità, o per meglio dire della presunta tale, bocciano ogni forma di futuro prossimo e anteriore e lo gridano forte, ma l’astuzia sta nel farlo con un sound easy e immediato. Miscelalo con una sezione ritmica martellante, aggiungi testi sfrontati, non scontati e ben mirati a ficcarsi nelle teste dei più, avvolgi il tutto con quell’aria goliardica da Punk pagliacci vestiti da hipster, ed ecco che hai messo tutti d’accordo. Sì, un paio di punti li conquista per loro il batterista con la sua felpa rossa con motivo paisley: il mio obiettivo nella vita da domani sarà averne una uguale. La dimensione live è senza dubbio quella in cui i Management danno il meglio. Quando parte “Sei Tutto il Porno di cui Ho Bisogno”, l’anthem è un boato unanime, ma anche brani di McMao come “La Pasticca Blu” e “James Douglas Morrison” sono già celebri tra i seguaci. Il Deja Vu è così pieno che scoppia, la zona mixer è praticamente sotto assedio, ed ecco che l’impianto salta. Un vero frontman sa che non bisogna concedersi tempi morti, ed ecco che Luca coglie l’attimo di silenzio per lanciarsi in aria in uno stage diving che neanche Iggy Pop nella sua forma migliore, e dico in aria perché il palco è in realtà una pedana di venti centimetri e a Iggy non sarebbe mai venuto in mente.

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Le brevi interruzioni sono solo quelle tecniche, per il resto i ragazzi non si risparmiano. “La Rapina Collettiva”, “Auff” e anche “Fragole Buone Buone”, che è proprio quella di Luca Carboni, una insolita scelta coverizzata e inclusa in McMao a sottolineare il fatto che non bisogna pensare di aver capito di che pasta sono fatti i Management, arriverà sempre una mossa che non ti aspetti. Mentre navigo tra la folla verso il fondo della sala in cerca di una birra sulle note di “Norman”, mi sorprendo in una bizzarra connessione mentale e ricordo un aforisma di Nietzsche sull’espressione “prendere sul serio”. Tre parole correntemente messe in fila che così disposte veicolano un insano pregiudizio circa l’impossibilità di ridere e pensare contemporaneamente. Che speranza abbiamo di sopravvivere al quotidiano senza l’arma dell’ironia? Conquisto una 0.2 e resto in ascolto nelle retrovie. Questo Alt Rock impegnato nei temi e paraculo nei modi mi appare la lingua migliore che rimane alla generazione di quelli cresciuti con tutto, e con la convinzione che lo avrebbero avuto per sempre, per poi ritrovarsi adulti nell’epoca in cui ogni cosa è inevitabilmente a termine.

Lasciateci cantare il nostro scazzo esistenziale mentre ci divertiamo a saltellare sugli stilemi del Rock, conditi di elettronica ma neanche troppo, giusto quel tanto che ci faccia sentire europei. Possibilmente con della birra a portata di mano. E che Nietzsche mi perdoni per averlo tirato in ballo nel raccontarvi di un concerto in provincia di Teramo.

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Suntiago – Spop

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Il sound dei romani Suntiago è di quelli che quando li ascolti (magari per caso, mentre passano alla radio) non puoi evitare di battere a ritmo il piede destro, che tu sia in ufficio seduto alla scrivania in un piovoso pomeriggio primaverile, o a fine giornata, in fila alla cassa del supermercato. Pop Music come ripieno di giornate vuote di ogni ritmo, che alle ore 19 sei là in coda, assorta in considerazioni metafisiche quali la possibilità che sia finito il detersivo ma il grado di apatia è tale che piuttosto che tornare indietro a prenderlo consideri l’ipotesi di tornare a casa e fare del bucato sporco un bel falò. Se in quel momento la radio passa il pezzo giusto, che scioglie il torpore e ti concede persino un sorriso, collega desperate housewife, lasciatelo dire, hai avuto una gran botta di culo, che magari quel pezzo finisce per spedirti di buon grado a prendere il Dash salvandoti dall’avere l’indomani una giornata anche peggiore, che quelle che iniziano davanti ad un cassetto dei calzini vuoto non hanno possibilità di riscatto alcuna.

Delle tredici tracce che compongono Spop almeno cinque sono dotate di martellanti ritornelli, Pop “sporco” di quello che si insinua in chissà quale piega cerebrale e ci resta senza che tu abbia dato il consenso. Credo sia lo stesso luogo della memoria dove risiedono i testi dei Take That, che del detersivo non ti ricordi affatto ma invece quelli dopo una ventina di anni ce li hai ancora perfettamente limpidi. Non è un caso che io abbia citato i cinque bellocci di Manchester, perché il problema di fondo di un album pieno di ottimi intenti è un timbro vocale che a poco è valso sporcare di effetti per distogliere l’ascoltatore dall’idea che potrebbe trattarsi della voce di un componente di una qualsiasi boy band. Senza nulla togliere alle band per ragazzine, la questione mi appare un limite perché durante l’ascolto mi sembra di capire che gli intenti dei Suntiago fossero altri: “Seguimi” apre il disco con qualche chitarra dalle pretese Rock, “Nausea” e “Linea Sottile” sono piacevolmente Funk. Il ritmo è fresco, tendente al frivolo, ma è accompagnato da un cantautorato non privo di sostanza, con un paio di rimandi colti (come la scelta di intitolare un brano a John Bonham), come a sottolineare in ogni caso l’adesione a un universo sonoro in realtà lontano dagli esiti di Spop (quantomeno perché, se è chiamato in causa il batterista dei Led Zeppelin, uno si aspetta qualche virtuosismo tra le percussioni, ma invece loro al posto di una ricca sezione ritmica scelgono per l’occasione di sfoderare un organo).

L’album è ricco di tentativi di contaminazione da World Music, chitarra flamenca spolverata senza lesinare e un amore per l’Africa che è più nelle parole che nel sound. Poi in “Viola” compare una tromba, è la chiave giusta per uscire dal tracciato Pop e intraprendere la strada del Funk un tantino più audace, che però non ha seguito in altri brani. “Funk Off” è invece il caso più lampante in cui un timbro più caldo (o più semplicemente tonalità meno alte, meno effettate e forse anche un po’ meno ostentate) avrebbe condotto – a dispetto del titolo – verso un buon Rock dal sapore vagamente 70’s. Trattandosi di un esordio, c’è da dire che nel complesso l’album appare un lavoro decisamente organico, anche se per la cura del dettaglio sembra ci voglia ancora un po’ di tempo.  Nella track di chiusura, in buona parte strumentale, tornano le chitarre gitane a ritmo sostenuto e pochi versi efficacemente in loop. Torna indietro a prenderti ogni rinuncia. Signorsì. Grazie per la piacevole compagnia. Prendo il resto, imbusto e vado.

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Last Minute to Jaffna – Volume III

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No, nessun refuso. C’è scritto proprio HeavyMetal virgola Acustico. Se volessimo aprire in questa sede una disquisizione su generi e sottogeneri, i Last Minute to Jaffna ci darebbero un gran da fare. Su Bandcamp si proclamano una band dedita all’Heavy Psychedelic Music. Salvo definire poi questo Volume III un album Slowcore. Ma io ci ho troppo in testa The Black Heart Procession e anche una certa Chan Marshall aka Cat Power, e credo proprio che non basti staccare la spina all’Heavy per ottenere una simile metamorfosi.  Si può dire che la genesi del disco sia frutto del caso. Arriva dopo un Volume I, che ha dato non poche soddisfazioni a questa band torinese all’attivo dal 2004, ma prima del Volume II, attualmente ancora in lavorazione. Nel mentre, succede che Scott Kelly dei Neurosis, passi per Torino per un live unplugged. I LMTJ si esibiscono come opening act, e decidono in seguito di raccogliere in Volume III gli estratti del repertorio riarrangiati per l’ occasione. Cinque tracce, che loro preferiscono chiamare capitoli (Chapters). Lunghi, forse troppo. Tre brani tratti dal primo album e riarrangiati, di cui uno live, e due inediti.

Cosa resta del metallo eliminando le distorsioni? Se è vero che uscendo dal tracciato codificato del genere con questo esperimento i LMTJ lo rendono probabilmente più accessibile ai non adepti, il problema è piuttosto il dover convincere gli affezionati. Il disco fatica a scorrere, nonostante arrangiamenti ed esecuzione siano qualitativamente validi, come se mancassero un paio di elementi a rimpiazzare ciò che è stato tolto nel dover percorrere la strada acustica. Alcune incursioni insolite, un corno tenore e una kalimba, arricchiscono piacevolmente una serie di linee melodiche in realtà comuni a tutti i pezzi, ma si tratta di episodi puntuali. Non c’è un brano che emerga lasciando il segno, non ci sono azzardi, e il tutto gioca evidentemente a scapito dell’impatto emotivo. Il cantato monocorde e in tonalità piuttosto basse non aiuta lo scorrere del disco, e i growl a cui nonostante tutto non rinunciano faticano a collocarsi tra sonorità prive di chitarre elettriche.

Nelle loro testuali intenzioni la ricerca dei Last Minute To Jaffna è quella di un sound potente e inesorabile come la forza della natura. Siamo probabilmente di fronte a un linguaggio sonoro inesplorato, ma non è certo la potenza il tratto distintivo di quest’album, che nel bene e nel male vive più di sottrazioniche di dirompenza. Resta un buon disco Heavy, che però non osa mai troppo nella sperimentazioneche promette.

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Maria Antonietta – Sassi

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Si affida a un sound più ruvido, ma ora è felice e monogama – ed ha anche imparato a non dire parolacce.
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Marlene Kuntz 07/03/2014

Written by Live Report

Scrivono qualche ora prima del live sulla loro pagina facebook i Marlene Kuntz: Che dirvi? Siateci. Non per Sonica. Ma per i Marlene, nuovi, vecchi, soliti, insoliti, consolidati, in movimento costante, imprevedibili, prevedibili. Ma Marlene. Reduce dagli ultimi anni in cui li ho visti suonare nei luoghi più improbabili e annaspare proponendo novità ad un pubblico ristretto benché consolidato – e non più tanto giovane – che a gran voce chiedeva di ascoltare nient’altro che le pietre miliari, mi appresto ad affrontare la serata con buone dosi di sfiducia e alcool in circolo. I presi male, come dicono a Torino, non vengano a intristirci qua, se gli è possibile, scrissero testualmente sul proprio sito web i MK annunciando l’uscita del nuovo album. Mi sa che parto proprio male.

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Che poi io me lo immagino Cristiano, a incazzarsi con questi social network di merda. Deve aver fatto una fatica immane nel momento in cui si è lasciato convincere che lo strumento imprescindibile per chi fa musica è ormai il web, senza il quale d’altronde la metà insulsa del panorama underground italiano non avrebbe modo né ragione di esistere. Di recente, in una intervista, Manuel Agnelli, alla domanda sul perché avessero intrapreso l’avventura della nuova release di Hai Paura Del Buio? ha risposto così: “Uno dei motivi, oltre che per far festa e fare una cosa finalmente celebrativa, cosa che non facciamo mai, è stato per ‘togliercelo dai coglioni’ definitivamente”. Cristiano Godano è evidentemente di altro avviso rispetto al frontman degli Afterhours. Ed è singolare che la reazione ad un forse inevitabile declino arrivi nello stesso momento ma in maniera così diversa per le due formazioni che costantemente paragonate hanno attraversato di prepotenza gli anni 90 del Rock italiano lasciando un’eredità che oggi tutta la scena Indie nostrana raccoglie, in molti casi seminando poco in cambio. Questa però è una riflessione che farò più tardi. Per ora sono ubriaca, ma il giusto, giusto un po’, e penso che il nuovo disco (Nella Tua Luce, uscito la scorsa estate per Sony Music) non mi fa impazzire. Tale pensiero mi scaraventa per direttissima in quel pubblico non più tanto giovane. Per riprendermi dal duro colpo vado a farmi un altro vodka-tonic.

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Poi Godano arriva, con una delle sue camicie androgine rigorosamente sbottonata, ed è una deflagrazione. Energico e raffinato, questo show in cui mi aspettavo gente gridare da sotto il palco la nota preghiera che fa Lieve-Festa Mesta-Sonica, e invece siamo tutti con le orecchie tese ad ascoltare e la stessa espressione piacevolmente sorpresa. Il vodka-tonic mi dura fino alla fine del nuovo album. Lo srotolano sulla folla pezzo dopo pezzo senza intermezzi nostalgici ne’ pause. i Marlene sono qua per suonare, vada per i social network e tutti gli altri fronzoli che piacciono agli ascoltatori degli anni 2010 ma loro sono musicisti, e lo erano anche quando il resto non c’era nemmeno. La qualità di arrangiamenti ed esecuzione sono quelle di professionisti con una discreta dose di esperienze live alle spalle, e si fondono con le dissonanze e la potenza a cui ci hanno abituati vent’anni fa. È un live coinvolgente in cui più che apprezzare l’intensità dei testi – noto con disappunto che Godano continua ad abusare della parola “capogiri” da dieci anni a questa parte – mi lascio travolgere da un paio di iperboliche code strumentali, possenti e sontuose, al termine delle quali lui guarda giù fiero e sembra quasi dire che per quanto gli riguarda possiamo andare a tutti a cagare insieme ad Ape Regina. Non ci concederà di dimenarci sulle note degli storici Marlene Kuntz. Terminati i brani di Nella Tua Luce, dai vecchi album riesuma solo brani sconosciuti ai più, come “Cara è la fine”, prima traccia di un album come Che Cosa Vedi che per i fedelissimi equivale a dire l’inizio della fine (in molti tra i fan della prima ora non gli perdonarono quella scappatella con Skin), chiudendo post-bis addirittura con un pezzo come “Uno”, dall’album omonimo, che senza entrare in merito alla qualità delle produzioni dei MK degli ultimi anni, è forse l’ultimo che al pubblico verrebbe in mente di acclamare a fine concerto.

È andato tutto secondo i piani. Insoliti, consolidati, in movimento costante. E dopo vent’anni è una scelta coraggiosa e antitetica all’autocelebrazione di Manuel Agnelli. Mi sa che agli Afterhours gli dò buca ‘sto giro.

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Albedo 22/02/2014

Written by Live Report

Confesso che per me la serata inizia piena di malumori. Ed è noto ai più che di una fanciulla con le paturnie di sabato sera c’è da aver paura come di una mina inesplosa.

È la prima occasione che ho di ascoltarli dal vivo, questi Albedo. Singolare combinazione quella tra quattro milanesi ed una etichetta abruzzese. I ragazzi sono reduci da un live a Vasto. L’Abruzzo è diventato per loro una seconda casa grazie al terzo album, Lezioni di Anatomia, uscito per V4V Records. Sono ben assortiti, vanno dallo stesso parrucchiere. Un amico mi fa notare la spiccata somiglianza del batterista con Dave Grohl. È quantomeno un buon auspicio. Scoprirò più tardi da lui stesso che ogni volta in cui si suona prima o poi arriva qualcuno che gli fa questa osservazione. Qualche giorno dopo il live leggerò anche che gli Albedo sono coinvolti nel progetto When I Was an Alien, la compilation di cover dei Nirvana che uscirà il 5 aprile per Inconsapevole Records per il ventesimo anniversario della morte di Kurt Cobain. Insomma, non ci siamo inventati niente.
Da un po’ di anni a questa parte inizio a sentirmi troppo vecchia per fare un sacco di cose, ma mai per infilarmi in una scatola di decibel 2×2. Grazie al direttore artistico, Massimo Bonfigli, il Gala Caffè di Martinsicuro rappresenta un contesto atipico, in cui la programmazione, svincolata da agenzie di booking, è interessante e variegata.

Ok, mi fido.

Suoni fluidi e possenti. Primordiali, niente affatto articolati. Ciò nonostante i pezzi si susseguono con arrangiamenti sofisticati, e la voce riverberata di Raniero Federico Neri fonde il tutto rendendolo mai banale.
I brani di Lezioni di Anatomia – concept album fatto di metafore del corpo umano, si potrebbe definirlo un viaggio interiore in ogni accezione del termine – si alternano a quelli dei due precedenti album. Li distinguo nettamente, con quelle melodie nervose. Quest’ultimo album risulta invece un lavoro più intimista, ma senza perdere di spessore. Il songwriting è tagliente e curato, incollato ad atmosfere Post Rock di vocazione anni 90.

La decisione di rendere disponibile in free download tutti i loro dischi la dice lunga sull’approccio degli Albedo al mondo della musica. E a vederli mi sembra che questi ragazzi siano qui semplicemente perché a suonare insieme si divertono proprio un sacco, e che venga loro spontaneo quanto lo sia il calcetto del martedì per altri appartenenti al genere maschile.

Dammi qualcosa che possa nutrirmi davvero, ascolto in “Stomaco”. La stessa sorpresa che si prova quando l’oroscopo ci azzecca e la stessa ingenua sensazione che stiano parlando proprio con me. Che poi è quella che ci fa affezionare ad un pezzo. E mettici pure che io stasera ho le paturnie.
“L’Amore è un Livido” parla di esercizi di stile per sembrare migliori. Vengo da una settimana piena di cose del genere. Dios mio, allora esistono ancora uomini in grado di capirmi. L’ascolto è ormai in discesa. Mi perdo in ogni parola e poi mi godo le morbide code strumentali.

Se per tutta la durata del live non mi sono sembrati affatto Indie (nell’accezione modaiola del termine) loro mi confermano il ripudio per la categoria chiudendo con “La musica è una merda”, che fa parte del periodo incazzato. E invece guardo voi poveri scemi deficienti, v’improvvisate gay, intellettuali irriverenti, mettete i dischi a palla nei club post londinesi, lasciatemelo dire che non lo sapete fare. Ne rido di cuore. Sindrome pre-mestruale definitivamente archiviata.

In tutto ciò, giuro che l’intensità degli Albedo on stage l’avrei percepita anche in condizioni umorali regolari. Non si sfugge dal cantautorato efficace, quello che ti parla all’orecchio delle complesse sfumature dei rapporti interpersonali, ma anche del quotidiano rendendolo poesia. Abbinato ad una ricchezza di suono, chitarre ed elettronica che si incastrano in dettagli e sfumature, diventa un episodio decisamente da tenere d’occhio.

E poi c’è poco da obiettare contro il lato emozionale di un live show. Se passi la settimana successiva con la discografia in loop vuol dire che i ragazzi hanno fatto il loro sporco lavoro.

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