Maria Pia Diodati Author

Lavora presso se stessa per potersi dedicare all’acquisto compulsivo di abbonamenti ai festival e scarpe col tacco che non userà.

Last Minute to Jaffna – Volume III

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No, nessun refuso. C’è scritto proprio HeavyMetal virgola Acustico. Se volessimo aprire in questa sede una disquisizione su generi e sottogeneri, i Last Minute to Jaffna ci darebbero un gran da fare. Su Bandcamp si proclamano una band dedita all’Heavy Psychedelic Music. Salvo definire poi questo Volume III un album Slowcore. Ma io ci ho troppo in testa The Black Heart Procession e anche una certa Chan Marshall aka Cat Power, e credo proprio che non basti staccare la spina all’Heavy per ottenere una simile metamorfosi.  Si può dire che la genesi del disco sia frutto del caso. Arriva dopo un Volume I, che ha dato non poche soddisfazioni a questa band torinese all’attivo dal 2004, ma prima del Volume II, attualmente ancora in lavorazione. Nel mentre, succede che Scott Kelly dei Neurosis, passi per Torino per un live unplugged. I LMTJ si esibiscono come opening act, e decidono in seguito di raccogliere in Volume III gli estratti del repertorio riarrangiati per l’ occasione. Cinque tracce, che loro preferiscono chiamare capitoli (Chapters). Lunghi, forse troppo. Tre brani tratti dal primo album e riarrangiati, di cui uno live, e due inediti.

Cosa resta del metallo eliminando le distorsioni? Se è vero che uscendo dal tracciato codificato del genere con questo esperimento i LMTJ lo rendono probabilmente più accessibile ai non adepti, il problema è piuttosto il dover convincere gli affezionati. Il disco fatica a scorrere, nonostante arrangiamenti ed esecuzione siano qualitativamente validi, come se mancassero un paio di elementi a rimpiazzare ciò che è stato tolto nel dover percorrere la strada acustica. Alcune incursioni insolite, un corno tenore e una kalimba, arricchiscono piacevolmente una serie di linee melodiche in realtà comuni a tutti i pezzi, ma si tratta di episodi puntuali. Non c’è un brano che emerga lasciando il segno, non ci sono azzardi, e il tutto gioca evidentemente a scapito dell’impatto emotivo. Il cantato monocorde e in tonalità piuttosto basse non aiuta lo scorrere del disco, e i growl a cui nonostante tutto non rinunciano faticano a collocarsi tra sonorità prive di chitarre elettriche.

Nelle loro testuali intenzioni la ricerca dei Last Minute To Jaffna è quella di un sound potente e inesorabile come la forza della natura. Siamo probabilmente di fronte a un linguaggio sonoro inesplorato, ma non è certo la potenza il tratto distintivo di quest’album, che nel bene e nel male vive più di sottrazioniche di dirompenza. Resta un buon disco Heavy, che però non osa mai troppo nella sperimentazioneche promette.

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Maria Antonietta – Sassi

Written by Recensioni

L’ironia della sorte vuole che il mio primo ascolto di Sassi avvenga mentre cedo ancora una volta alla tentazione di tingermi i capelli. Mi guardo allo specchio e faccio la smorfia di Maria Antonietta in copertina. Non più rosso fuoco, ma una chioma scompigliata color rame. Mai anonima, ma di certo più serena. Al secolo Letizia Cesarini, questa donnina dagli esordi Shoegaze negli Young Wrists si guadagna l’appellativo di pasionaria con l’album omonimo Maria Antonietta del 2012 e le sue storie di santi e peccatori vestiti di Rock Garage, prima avventura da solista e in lingua italiana. Ora come allora non si tratta poi tanto di religione quanto di una spiritualità curiosa e schietta, che con il divino dialoga con la stessa sfacciataggine con cui Tori Amos chiedeva God sometimes you just don’t come through | Do you need a woman to look after you? Maria Antonietta deve molto alle conturbanti presenze femminili della scena Punk anni 90. È una riot girl tardiva che non disdegna la lezione delle grandi voci femminili italiane del secolo scorso e da questa miscela sapiente costruisce un suo personalissimo stile. I sassi che danno il nome al suo nuovo album sono quelli biblici dell’Ecclesiaste, da cui trae un intero verso e ne fa il ritornello della seconda traccia, “Abbracci”: c’è un tempo per lanciare i sassi e un tempo per raccoglierli. Per descrivere il proprio percorso, quello artistico e, necessariamente per una cantautrice tanto autobiografica, anche quello personale, Letizia non avrebbe potuto fare una scelta migliore. Che l’amore faccia un gran bene alle donne è un dato di fatto. Dopo un disco che scalpita tra sacro e (molto) profano, Sassi ha ora l’equilibrio e il sapore delle cose fatte in due. Il legame con Giovanni Imparato (Chewingum), presente anche in veste di produttore, smussa le sonorità spigolose e scioglie quel fascio di nervi e ormoni. Promette suadente sulle note rarefatte di una ballad come “Decido per Sempre”: se io potessi essere migliore, io sarei migliore solo per te. La stessa Maria Antonietta che un paio di anni fa raccontava di motel e di uomini che le telefonavano per scopare. Felice e monogama, si affida ora ad un sound più ruvido, ma lei è composta e raffinata, ed ha anche imparato a non dire parolacce.

“Animali” anticipa l’album di molti mesi, in un 45 giri che include una cover di “Non ho l’Età”. Il singolo nasce prima del lavoro di arrangiamento di Marco Imparato, co-produttore insieme al fratello Giovanni, e vive infatti di suoni diversi, folk e sognante tra archi di stampo orchestrale e il timbro sornione di Letizia che ti sussurra all’orecchio che sei l’uomo con cui vuole svegliarsi ogni mattina. Nonostante le sonorità si arricchiscano di elementi nuovi come il pianoforte, l’apparato strumentale è minimale. La voce, ostentatamente innaturale ed elegante, la fa da padrona nella maggior parte del disco, sia che ruggisca come la sua indole comanda, sia che si faccia eterea rievocando a tratti un timbro caro al rock italiano degli anni 90 come quello di Sara Mazo degli Scisma. Le distorsioni un tempo consuete diventano casi isolati, come in “Ossa”, il singolo che esce a ridosso dell’album, accompagnato da uno psichedelico videoclip Lo Fi, declinazione in chiave ironica della sua vena Post Punk, a sottolineare che, felicità a parte, Maria Antonietta si colloca ancora a metà tra PJ Harvey e Cristina Donà, meno oscura della prima e indiscutibilmente più graffiante della seconda. Nonostante tutto, il risultato finale è ancora inquieto e sperimentale (in “Giardino Comunale” si lascia persino andare ad incursioni Rap), un album che concede un assaggio di tutto ma senza forzare troppo la mano su alcuna delle possibilità. Restiamo volentieri a guardare dove la porterà nei prossimi anni il suo cuoricino. Nel frattempo noi donne abbiamo imparato che smettendo i panni della femme fatale per indossare solo la nostra espressione più ingenua possiamo riscoprirci inaspettatamente affascinanti.

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Marlene Kuntz 07/03/2014

Written by Live Report

Scrivono qualche ora prima del live sulla loro pagina facebook i Marlene Kuntz: Che dirvi? Siateci. Non per Sonica. Ma per i Marlene, nuovi, vecchi, soliti, insoliti, consolidati, in movimento costante, imprevedibili, prevedibili. Ma Marlene. Reduce dagli ultimi anni in cui li ho visti suonare nei luoghi più improbabili e annaspare proponendo novità ad un pubblico ristretto benché consolidato – e non più tanto giovane – che a gran voce chiedeva di ascoltare nient’altro che le pietre miliari, mi appresto ad affrontare la serata con buone dosi di sfiducia e alcool in circolo. I presi male, come dicono a Torino, non vengano a intristirci qua, se gli è possibile, scrissero testualmente sul proprio sito web i MK annunciando l’uscita del nuovo album. Mi sa che parto proprio male.

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Che poi io me lo immagino Cristiano, a incazzarsi con questi social network di merda. Deve aver fatto una fatica immane nel momento in cui si è lasciato convincere che lo strumento imprescindibile per chi fa musica è ormai il web, senza il quale d’altronde la metà insulsa del panorama underground italiano non avrebbe modo né ragione di esistere. Di recente, in una intervista, Manuel Agnelli, alla domanda sul perché avessero intrapreso l’avventura della nuova release di Hai Paura Del Buio? ha risposto così: “Uno dei motivi, oltre che per far festa e fare una cosa finalmente celebrativa, cosa che non facciamo mai, è stato per ‘togliercelo dai coglioni’ definitivamente”. Cristiano Godano è evidentemente di altro avviso rispetto al frontman degli Afterhours. Ed è singolare che la reazione ad un forse inevitabile declino arrivi nello stesso momento ma in maniera così diversa per le due formazioni che costantemente paragonate hanno attraversato di prepotenza gli anni 90 del Rock italiano lasciando un’eredità che oggi tutta la scena Indie nostrana raccoglie, in molti casi seminando poco in cambio. Questa però è una riflessione che farò più tardi. Per ora sono ubriaca, ma il giusto, giusto un po’, e penso che il nuovo disco (Nella Tua Luce, uscito la scorsa estate per Sony Music) non mi fa impazzire. Tale pensiero mi scaraventa per direttissima in quel pubblico non più tanto giovane. Per riprendermi dal duro colpo vado a farmi un altro vodka-tonic.

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Poi Godano arriva, con una delle sue camicie androgine rigorosamente sbottonata, ed è una deflagrazione. Energico e raffinato, questo show in cui mi aspettavo gente gridare da sotto il palco la nota preghiera che fa Lieve-Festa Mesta-Sonica, e invece siamo tutti con le orecchie tese ad ascoltare e la stessa espressione piacevolmente sorpresa. Il vodka-tonic mi dura fino alla fine del nuovo album. Lo srotolano sulla folla pezzo dopo pezzo senza intermezzi nostalgici ne’ pause. i Marlene sono qua per suonare, vada per i social network e tutti gli altri fronzoli che piacciono agli ascoltatori degli anni 2010 ma loro sono musicisti, e lo erano anche quando il resto non c’era nemmeno. La qualità di arrangiamenti ed esecuzione sono quelle di professionisti con una discreta dose di esperienze live alle spalle, e si fondono con le dissonanze e la potenza a cui ci hanno abituati vent’anni fa. È un live coinvolgente in cui più che apprezzare l’intensità dei testi – noto con disappunto che Godano continua ad abusare della parola “capogiri” da dieci anni a questa parte – mi lascio travolgere da un paio di iperboliche code strumentali, possenti e sontuose, al termine delle quali lui guarda giù fiero e sembra quasi dire che per quanto gli riguarda possiamo andare a tutti a cagare insieme ad Ape Regina. Non ci concederà di dimenarci sulle note degli storici Marlene Kuntz. Terminati i brani di Nella Tua Luce, dai vecchi album riesuma solo brani sconosciuti ai più, come “Cara è la fine”, prima traccia di un album come Che Cosa Vedi che per i fedelissimi equivale a dire l’inizio della fine (in molti tra i fan della prima ora non gli perdonarono quella scappatella con Skin), chiudendo post-bis addirittura con un pezzo come “Uno”, dall’album omonimo, che senza entrare in merito alla qualità delle produzioni dei MK degli ultimi anni, è forse l’ultimo che al pubblico verrebbe in mente di acclamare a fine concerto.

È andato tutto secondo i piani. Insoliti, consolidati, in movimento costante. E dopo vent’anni è una scelta coraggiosa e antitetica all’autocelebrazione di Manuel Agnelli. Mi sa che agli Afterhours gli dò buca ‘sto giro.

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Albedo 22/02/2014

Written by Live Report

Confesso che per me la serata inizia piena di malumori. Ed è noto ai più che di una fanciulla con le paturnie di sabato sera c’è da aver paura come di una mina inesplosa.

È la prima occasione che ho di ascoltarli dal vivo, questi Albedo. Singolare combinazione quella tra quattro milanesi ed una etichetta abruzzese. I ragazzi sono reduci da un live a Vasto. L’Abruzzo è diventato per loro una seconda casa grazie al terzo album, Lezioni di Anatomia, uscito per V4V Records. Sono ben assortiti, vanno dallo stesso parrucchiere. Un amico mi fa notare la spiccata somiglianza del batterista con Dave Grohl. È quantomeno un buon auspicio. Scoprirò più tardi da lui stesso che ogni volta in cui si suona prima o poi arriva qualcuno che gli fa questa osservazione. Qualche giorno dopo il live leggerò anche che gli Albedo sono coinvolti nel progetto When I Was an Alien, la compilation di cover dei Nirvana che uscirà il 5 aprile per Inconsapevole Records per il ventesimo anniversario della morte di Kurt Cobain. Insomma, non ci siamo inventati niente.
Da un po’ di anni a questa parte inizio a sentirmi troppo vecchia per fare un sacco di cose, ma mai per infilarmi in una scatola di decibel 2×2. Grazie al direttore artistico, Massimo Bonfigli, il Gala Caffè di Martinsicuro rappresenta un contesto atipico, in cui la programmazione, svincolata da agenzie di booking, è interessante e variegata.

Ok, mi fido.

Suoni fluidi e possenti. Primordiali, niente affatto articolati. Ciò nonostante i pezzi si susseguono con arrangiamenti sofisticati, e la voce riverberata di Raniero Federico Neri fonde il tutto rendendolo mai banale.
I brani di Lezioni di Anatomia – concept album fatto di metafore del corpo umano, si potrebbe definirlo un viaggio interiore in ogni accezione del termine – si alternano a quelli dei due precedenti album. Li distinguo nettamente, con quelle melodie nervose. Quest’ultimo album risulta invece un lavoro più intimista, ma senza perdere di spessore. Il songwriting è tagliente e curato, incollato ad atmosfere Post Rock di vocazione anni 90.

La decisione di rendere disponibile in free download tutti i loro dischi la dice lunga sull’approccio degli Albedo al mondo della musica. E a vederli mi sembra che questi ragazzi siano qui semplicemente perché a suonare insieme si divertono proprio un sacco, e che venga loro spontaneo quanto lo sia il calcetto del martedì per altri appartenenti al genere maschile.

Dammi qualcosa che possa nutrirmi davvero, ascolto in “Stomaco”. La stessa sorpresa che si prova quando l’oroscopo ci azzecca e la stessa ingenua sensazione che stiano parlando proprio con me. Che poi è quella che ci fa affezionare ad un pezzo. E mettici pure che io stasera ho le paturnie.
“L’Amore è un Livido” parla di esercizi di stile per sembrare migliori. Vengo da una settimana piena di cose del genere. Dios mio, allora esistono ancora uomini in grado di capirmi. L’ascolto è ormai in discesa. Mi perdo in ogni parola e poi mi godo le morbide code strumentali.

Se per tutta la durata del live non mi sono sembrati affatto Indie (nell’accezione modaiola del termine) loro mi confermano il ripudio per la categoria chiudendo con “La musica è una merda”, che fa parte del periodo incazzato. E invece guardo voi poveri scemi deficienti, v’improvvisate gay, intellettuali irriverenti, mettete i dischi a palla nei club post londinesi, lasciatemelo dire che non lo sapete fare. Ne rido di cuore. Sindrome pre-mestruale definitivamente archiviata.

In tutto ciò, giuro che l’intensità degli Albedo on stage l’avrei percepita anche in condizioni umorali regolari. Non si sfugge dal cantautorato efficace, quello che ti parla all’orecchio delle complesse sfumature dei rapporti interpersonali, ma anche del quotidiano rendendolo poesia. Abbinato ad una ricchezza di suono, chitarre ed elettronica che si incastrano in dettagli e sfumature, diventa un episodio decisamente da tenere d’occhio.

E poi c’è poco da obiettare contro il lato emozionale di un live show. Se passi la settimana successiva con la discografia in loop vuol dire che i ragazzi hanno fatto il loro sporco lavoro.

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Sun Kil Moon – Benji

Written by Recensioni

Sesto lavoro di Mark Kozelek con il moniker Sun Kil Moon. Lo Slowcore dei suoi storici Red House Painters è lontano anni luce. Il prolifico Kozelek ama sperimentare – ben tre progetti nel 2013, nati da interessanti sodalizi e usciti per la sua etichetta, Caldo Verde Records – ma sembra sfoderare il moniker solo quando sceglie di tornare al Cantautorato incontaminato. Lasciate stare, non riuscirete a godere di Benji se lo scegliete come sottofondo ad una qualsiasi altra attività. Vi è concesso l’ascolto in macchina, ma senza meta. D’altronde trovo profondamente ingiusto non dedicare ad un cantatore il tempo necessario. Un’altra cosa ingiusta sarebbe tacere il fatto che in Benji muoiono tutti. Senza giri di parole. Che la morte fosse ricorrente motivo di riflessione per Kozelek era chiaro da tempo, ma non sono più i pugili adolescenti di Ghosts of the Great Highway a turbarlo. Molte delle scomparse premature di cui parla sono quelle di persone a lui vicine, e ce lo dice tutto d’un fiato. Mark è un cantastorie dei nostri tempi. Brani densi e lunghissimi, prosa schietta che si srotola urgente quasi senza alcuna attenzione a metrica e ritmo. Kozelek è sconvolgentemente diretto nel suo intimo rimuginare sull’assurdità della scomparsa di chi se ne va troppo presto. Le numerose collaborazioni (tra cui l’ex batterista dei Sonic Youth, Steve Shelley) passano forse un po’  inosservate.Il testo è tutto e non si affida ad alcuna metafora, le melodie ridotte all’acustico minimo sindacale, senza tregue strumentali.

Se ne esce spiazzati. Resto ancora un po’ in attesa di un tocco di Folk Rock – “Carry me, Ohio”, please – che però non arriva. Me ne faccio una ragione e vado avanti. Con “I Love my Dad”, fresca e Country e coi cori mutuati al Gospel, ho la sensazione che sia finalmente giunta una boccata d’aria dopo la tensione emotiva dei trenta minuti appena trascorsi. Salvo poi scoprire che il testo è uno dei più struggenti. Per dirne una, immaginate Mark bambino che torna a casa in lacrime per essere stato costretto a scuola a sedersi accanto a un compagno albino, e suo padre decide di spiegargli le meraviglie della diversità facendogli ascoltare un disco. Nella fattispecie They Only Come Out at Night, del rocker albino Edgar Winter. E se non fosse tutto così autobiografico come Kozelek vuole far crederci? Non importa, perché mi piace pensare che storie come questa accadano e inizio a considerarela possibilità che se tutti i padri si armassero di dischi per educare i propri bambini il mondo forse sarebbe un posto più carino.

È questo che farà sì che la cerchia di quelli che venerano Kozelek da sempre amerà Benji in modo particolare. Ogni storia è permeata di coinvolgenti dettagli del suo vissuto, e se la tradizione Folk americana da Woody Guthrie a Bob Dylan è vissuta di temi sociali e politici, Kozelek assume un’accezione decadente nella sua inclinazione autoreferenziale, in cui anche le tragedie collettive – in “Pray for Newtown”, quella Newtown del massacro alla Sandy Hook Elementary School del 2012 – sono osservate dal suo personalissimo punto di vista (le lettere che riceve da un fan che gli chiede di pregare per loro). Mi lascio trasportare da “I Watched The Film the Song Remains the Same”. Oh sì, sono di nuovo in Ohio. È la cronaca del percorso artistico di Mark, che inizia in un pomeriggio della sua infanzia passato a vedere il celebre film sui Led Zeppelin. Nel mentre, unico ma travolgente accompagnamento alla sua voce calda, una chitarra di ispirazione gitana. Sono grata per il fluire strumentale della mandola in chiusura che mi lascia il tempo di metabolizzare. È una concessione che pochi dei pezzi di quest’album fanno. “Micheline” corre in mio aiuto con un timido pianoforte e “Ben’s a Friend of Mine” (il suo amico di vecchia data è proprio quel Benjamin Gibbard dei Death Cab for Cuties) azzarda un sax, tornano le atmosfere a cui ci Kozelek ci ha abituati e scioglie in parte la tensione ma è un po’ tardi.

Forse è questo il limite di Benji. Non c’è spazio melodico per digerire. L’anima del songwriter ha prevalso su quella del compositore. Timore che sonorità più invadenti ci avrebbero distratto? Noi ti prendiamo sempre un sacco sul serio, caro Mark, anche quando concedi qualche incursione a suoni che ti appartengono forse meno. Perils from the Sea (dello scorso anno, con Jimmy LaValle) è stato un’intima poesia, e lo è stato anche perché sapientemente condito di elettronica minimale.  Ok, l’ho detto. Ma che ti frega? Gira voce che quei tiratissimi di Pitchfork ti abbiano dato un 9.

Quanto a me…Pitchfork, nun te temo.

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