Marco Vittoria Author

Malatempora – Vite Parallele

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“Castelli di Sabbia” apre questo ep (anche se suona strano chiamare così un disco seppur virtuale che contiene ben sette pezzi per una durata totale di poco più di mezz’ora).
Nel brano scorgerete echi dei Marlene Kuntz un po’ dappertutto, con qualche piccola mescolanza al dark anni novanta, che non mancheranno di riempirvi il cuore di gioie ed emozioni.
“In Aria” per parafrasare il titolo di uno noto libro vi porterà “Tre Metri Sopra il Cielo”, più in alto delle nuvole, già dal parlato iniziale e dalle melodie (davvero intriganti con quel tanto di effetti che bastano ad ammaliare l’ascoltatore) delle chitarre.
Subito dopo invece viene naturale chiedersi chi sia la “Ilaria” a cui è dedicato il titolo del brano successivo, protagonista di un passato (ancora vivo?) che ritorna.
“Il Pifferaio” invece porta più che in un tempo remoto in una dimensione diversa con i suoi sounds che paiono usciti da una colonna sonora di quei telefilm anni settanta di fantascienza (Star Trek e Dr. Who ad esempio) ma con un fading eccessivo (che forse è l’unico difetto del brano e che secondo il sottoscritto andrebbe rimosso perché quei secondi di silenzio, diciamocelo, non hanno senso).
E con “Moniti Lontani”, come dicono i Malatempora stessi, piano piano ti allontani ancora più verso una destinazione ancora ignota.
“Vetri e Calci” infatti discorda con tutto quanto sentito finora ma non è detto che ciò sia un male perché è forse l’episodio più riuscito in assoluto in cui questi ragazzi della provincia di Salerno danno il meglio.
“Mentre tu te ne Vai (Il Mio Risveglio)” chiude questo lavoro che di immaturo ha ben poco e a cui basta davvero poco per poter essere un prodotto “commerciale che possa giungere alle orecchie di tutti.
Perfetto per l’airplay, un po’ meno forse per essere riproposto in concerto (sarebbe troppo difficile e forse un po’ assurdo riprodurre con maestria tutti i suoni) questo disco è un puro concentrato di vibrazioni sonore.

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Da Hand in the Middle – L’Education Sentimentale Avec Le Temps et Les Mots

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I Da Hand in the Middle sono secondo definizione del loro agente e biografo “un mistico collettivo Jungle-Blues di Jonesboro, Arkansas, e attualmente operativo nella Valle Umbra Sud” che già dalle prime note del disco dimostrano il loro valore.
Rimarrete infatti stupiti ed incantati dalla opener “El Carcion Fumante” che alterna ritmi veloci ed impetuosi alla quiete più totale includendo anche un breve intermezzo cantato in vecchio stile anni venti.
“Hong Kong Stories” strizza invece l’occhio (ops l’orecchio!) al cantautorato americano che si fonde lievemente alla tradizione francese ed il cui videoclip (in cui compaiono anche Luca Benni e Matteo Schifanoia) è ad opera del regista Federico Sfascia il quale ha dichiarato a riguardo: “Hong Kong stories è stato per me l’occasione di esplorare i più profondi e nascosti meandri dell’animo umano, palesare le connessioni intangibili tra destino e autoconsapevolezza, due percorsi intimi i cui confini si confondono quasi sessualmente, in un pulsante scontro frontale con una realtà esteriore ostile e violenta, inconciliabile con il supremo atto di ribellione che è il peccato originale dell’affermazione della propria individualità invertita”.
“The cook” si rifà invece ad atmosfere anni ottanta stile Madness per far da apripista alla blueseggiante “Study Hall” che sembra esser uscita direttamente dalla penna di Robert Johnson.
La ballabile “Cain” riporta subito l’allegria ma è nulla al confronto di “55 Fire” che ricorda le colonne sonore dei mitici film di Bud Spencer e Terence Hill.
L’acustica “A Ballad of the Mulberry Road” dà un tocco di classe in più all’intero lavoro (che non appare mai sottotono) ma la suite “(Who’s gonna shave) The barber” (abilmente divisa in Pt.1 e Pt. 2) non è da meno.
“Vagner Love” cita nel titolo il famoso calciatore brasiliano del Cska Mosca ed è memorabile per i suoi riff di sax che incantano l’ascoltatore.
Il pianoforte è invece l’elemento portante di “You two look a lot alike” (che purtroppo dura poco più di due minuti) e ben si connette nei rumorismi di “In Tango” che si conclude con un applauso (autocelebrazione di un capolavoro?).
E poi arriva a malincuore la fine con “Cain va en France” ma la voglia di rimettere il cd dall’inizio verrà di sicuro a tutti…

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