Marco Vittoria Author

Il Rebus – A Cosa Stai Pensando?

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Le lente chitarre di “Gerontocomi” aprono A Cosa Stai Pensando? disco dei comaschi Il Rebus. Rimane da chiedersi invece a cosa pensasse il gruppo mentre ne scriveva e componeva i brani contenuti in esso. La risposta è quasi ignota, quasi… un rebus (perdonatemi il gioco di parole). Il risultato? Ottimale certamente, ma forse un po’ troppo variegato nello stile e negli arrangiamenti. Un esempio? In “Quello che non Dico” si gioca a fare un po’ gli U2, mentre in “Avere Trent’Anni” si torna alla classica ballad un po’ più veloce alla Bon Jovi. Sia chiaro: Il Rebus non ha nulla da invidiare ai colleghi stranieri, ma il sospetto è che il genere proposto possa prestarsi più a mercati esteri che a quello italiano. In “Roma Brucia” sono molto gradevoli sia la parte iniziale di drumming (perfetto l’uso dei piatti) sia il cantato, un po’ meno il testo. “La Notte Urla” è dal canto suo molto migliore a livello lirico, ma il top del disco arriva con “Nei Ghetti d’Italia”, tanto malinconica quanto affascinante in un cantato recitato che ricorda i nostrani Offlaga Disco Pax e i Massimo Volume. “Vuoti a Rendere” lo vedrei ottimamente nella dimensione di singolo per le radio grazie a un ritornello che entra subito in testa. Nella più orchestrale “Questo è un Uomo” torna il recitato / cantato ma per fortuna il Rock puro si rifà vivo già con la successiva “Scie” che mostra una grande maturità nel songwriting. “Equità” e “Brava Sara” concludono un lavoro tanto variegato quanto affascinante. Una nota di lode va al produttore Max Zanotti, cantante e frontman dei Deasonika (attualmente in pausa di meditazione dal lontano gennaio 2010) e oggi apprezzato solista. Del resto lo avevamo potuto apprezzare in queste vesti anche con i Cockoo ed in altri lavori quali il disco solista di Eva Poles, voce storica dei Prozac +. Di lui voglio ricordare inoltre le sue collaborazioni al fianco dei Magazzini Della Comunicazione e dei Rezophonic e quelle con artisti più mainstream quali Valerio Scanu e Giusy Ferreri. Non so a voi, ma a me questo strano gioco di alternanze fra cantautorato e Rock ha entusiasmato ed intrigato non poco. Il problema è vedere come questo disco verrà accolto dal pubblico, io sono pronto a puntare su di loro, e voi?

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The Dust – Remembrance

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Dopo vari cambiamenti nella formazione i The Dust hanno finalmente trovato la loro giusta dimensione assemblandosi come un trio costituito da Roberto Grillo (Ego) alla voce, Michele Pin alle chitarre e Luca Somera alla batteria e alle percussioni. A quasi vent’anni dalla costituzione il gruppo dà alle stampe Remembrance, disco dalle sonorità mature che consta di ben undici brani in scaletta. Si parte con le atmosfere orientali della titletrack per arrivare poi a “Inside Out”, il cui unico peccato è forse di durare eccessivamente (6:30 sono effettivamente troppi, non essendo i The Dust un gruppo propriamente Progressive, nonostante si definiscano anche tali ed influenzati dai King Crimson di Robert Fripp che proprio quest’anno sono tornati in attività, seppur solo per un breve tour americano). La musica del trio attraversa vari generi spingendosi dal Pop Rock al Glame al Blues passando per l’Hard Rock e la Psichedelia pura. Difficile infatti stabilire i confini di brani quali “Scarlet” o “A Little Bit of Savoir Faire”, nonostante in quest’ultima ci sia qualcosa dei Queen di Freddie Mercury (sempre meglio specificare perché, con i cantanti che si sono succeduti al grande ed indimenticato frontman, lo spirito e l’anima dello storico gruppo sono cambiati radicalmente). Non potevano quindi mancare virtuosismi chitarristici nella strumentale “The Dreamspeaker” e i fischiettii di “You And me” in cui sono graditi ospiti Giulia Somera al basso, Elena Zanette, Enrico Sanson, Elia Celotto e Alberto Petterle agli archi e Alberto Stefanon coadiuvato dalla già citata Elena Zanette ai cori. “Detune Promenade” fa da interludio strumentale al Rock sinfonico di ”Are You Gonna Getit” (chissà perché intitolata senza punto interrogativo che invece figura nei testi…). Rimangono appena tre brani alla conclusione, “Tears in Her Eyes”, “Something Happened” e “Lord of the Flies” che mantengono costante la qualità dell’ascolto ma che poco aggiungono a quanto sentito precedentemente. In fondo che i The Dust ci sapessero fare si era già capito! Perfetti gli arrangiamenti, da migliorare (forse) solo i testi, scritti in un inglese un po’ troppo semplice e basilare, ma probabilmente questo “difetto” può diventare persino un punto di forza perché si riesce ad arrivare senza problemi anche a chi non è molto pratico delle lingue straniere. Gli ingredienti (ops, i brani!) per un “piatto”, pardon un disco, di qualità ci sono tutti… Ora tocca a voi a mescolarli nell’ordine che preferite partendo con un ascolto random che modificherà di poco il vostro indice di gradimento.

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Mike Zaffa – Rockstars

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“Perché Rockstars? Il significato è ambivalente. È un dito puntato a tutti quei cantanti che calcano palchi più o meno importanti, convinti di reincarnare l’aura delle rockstars del passato, idoli indiscussi di intere generazioni.In realtà oggi questa gente non ha nulla da dire.  L’altro e più importante significato, è una questione di attitudine: questo disco è dedicato alle vere rockstars, cioè tutte quelle persone “comuni” che la mattina si svegliano alle 7 e combattono per raggiungere un obiettivo preciso, anche se questo vuol dire spesso affrontare un lavoro di merda che con quell’obiettivo non ha nulla a che vedere”.

Con queste poche righe Mike Zaffa giustifica l’uscita del suo secondo lavoro in studio che ha ambizioni grandi, quali quelle di mischiare il Rap, la Dubstep e le chitarre del Rock. Insomma un progetto abbastanza bramoso, soprattutto se da realizzare in Italia dove le produzioni non hanno gli stessi budget di quelle americane e dove l’unico esempio che potrebbe tornare alla mente è Noyz Narcos (che però potremmo definire molto più “commerciale”). A dimostrare l’impegno profuso ci pensa la terza traccia del disco, “Gli Occhi di un Cobra”, che unisce liriche e rime velocissime a ritmi raffinati e lenti, che si contrastano senza mai calpestarsi a vicenda. Un flusso di parole e musica che scorre come un fiume in piena. A tratti il disco ricorderebbe anche roba d’oltreoceano tipo i Beastie Boys, ma le vocalità, i flow e i beats sono più fedeli a quelli dell’Hip Hop italiano, soprattutto in “Sottozero”, brano effervescente e mai banale. “Venomous” è il singolo perfetto per questo artista, con un testo che parla di droga e in cui non mancano anche un paragone con il suo “collega” Neslie e una bestemmia che forse si sarebbe potuta evitare. L’effetto, o forse lo scopo ultimo, è quello di attrarre diverse categorie di pubblico senza cedere ai compromessi e alle logiche del mercato discografico. A mio giudizio Mike Zaffa ci è riuscito, soprattutto con brani quali “Tatuaggi e Cicatrici” e “L’Erede di Bukowski”, ma preferirei aspettare un’ulteriore prova discografica per poter avere un giudizio più preciso su di lui e sul suo operato. Intanto strappa la sufficienza che attesta la validità di “Rockstars.

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Spaghetti Jensen – Men at Work

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Un rombo d’aereo nella opening strumentale “Brace Brace” e si parte verso un viaggio nel Country allegro, spensierato e divertente degli Spaghetti Jensen, formazione italica ma con una passione sconfinata per l’America e la sua musica più tradizionale. “Men at Work” è ovviamente cantato in lingua anglofona  (ma ciò non fa che accrescere il valore di un disco che ci riporta indietro alla musica di grandi nomi del passato quali Hank Williams) e suonato in salsa moderna con qualche tappeto sonoro di tastiere a condire un piatto squisito composto da otto pietanze (tracce) dal sapore sempre intrigante ed ammaliante. La consueta grinta ed energica semplicità caratterizzano il sound degli Spaghetti Jensen, protagonisti assoluti del genere dal 2011, anno di costituzione dell’attuale lineup della band.

Il primo singolo estratto dall’album, disponibile su tutti i maggiori store digitali, è“The Boys in the Band”, brano arricchito anche da un videoclip diretto da Ares Brunelli Videomaker che potete anche visualizzare su Youtube. Questo terzo disco promette di rispettare i cliché del genere e di regalare il gusto autentico di quel folk popolare d’oltre oceano che ha fatto epoca e che ancora oggi contamina la produzione artistica in Italia e nel resto del mondo. Basta ascoltare brani quali “Hopeless Dreams” e “Boundary Line” per catapultarsi col proprio pensiero all’America e alle contee dei Bo e Luke del telefilm “Hazzard” e sognare ad occhi aperti di essere in quelle praterie ancora presenti nella memoria di tutti noi adolescenti degli anni ottanta.

Registrato e mixato da Gianluca “Lox” Losi, Men at Work è un disco che gode dell’autoproduzione del gruppo stesso che così facendo non è stato limitato da scelte obbligate da eventuali terzi. Libertà d’espressione totale quindi, che ha giovato di certo all’operazione, soprattutto nella cura dei suoni e degli arrangiamenti perfetti per la musica della Nashville di altri tempi ma anche per il Rock moderno. Un indovinato mix di Country, Roots Rock e Bluegrassper questa formazione modenese composta da Roberto “ROSCO” Bonfatti (voce e chitarra solista), Alberto “RAMIREZ” La Monica (batteria), Dario “ROCKER” Benazzi (chitarra e cori) e Paolo Chiossi (basso). E ora non mi resta che aspettare la loro quarta prova in studio. Nell’attesa riascolto per l’ennesima volta “Men at Work” che è riuscito a riavvicinarmia un genere che avevo forse trascurato (lo ammetto) per troppo tempo.

 

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Alessia D’Andrea – Luna d’Inverno

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Devo ammettere che nonostante il Pop all’italiana mi sia abbastanza avverso (fatta eccezione per alcuni rarissimi casi) la musica di Alessia D’Andrea tutto sommato non dispiace affatto. La voce della cantautrice calabrese ricorda molto da vicino quella di Fiordaliso (con le dovute giuste distanze però) ed Alessia D’Andrea ci mette del suo in tutto e per tutto per far capire che il sottobosco musicale rosa nasconde anche talenti come questo che, c’è da scommettere, non potranno passare per troppo tempo ancora inosservati . Notevole il suo personale palmares dove compaiono anche vittorie al Premio Mia Martini, al dodicesimo Premio Città di Recanati ed al Premio Musicultura che gli hanno permesso persino di entrare in contatto con sua maestà Ian Anderson (sì, proprio quello dei Jethro Tull). Quindi stiamo certamente parlando di un’artista talentuosa che inizia a calcare importanti palcoscenici.

Luna d’Inverno è prodotto in varie locations dall’etichetta indipendente RENILIN , si compone di dieci brevissimi episodi (nessuna canzone supera infatti i tre minutie “Anime Bruciate”, che conclude questo lavoro, supera di una manciata di secondi i due) che ad essere pignoli al massimo rappresentano l’unico vero (e purtroppo evidente) difetto del disco. Se non fosse poi per “Beyond the Clouds” Luna d’Inverno potrebbe essere considerato il primo lavoro interamente in italiano della cantante. Il primo singolo estratto, “Blu Occhi”, è stato scritta addirittura da Maurizio Lauzi, figlio d’arte del compianto e mai dimenticato Bruno, vero maestro e massimo esponente della scuola cantautorale genovese insieme a Fabrizio De Andrè, Umberto Bindi, Luigi Tenco, Sergio Endrigo e Gino Paoli. La malinconica “Alzami Nell’Aria”, nonostante sia un po’ statica nei ritmi, ha quel “qualcosa” che lascia estasiati e, senza togliere nulla a tutte le altre canzoni, è certamente l’episodio meglio riuscito del disco (pur dovendosi contendere il titolo in una lotta infinita all’ultima nota con la più complessa ed elettronica “Caccia Alla Volpe”). Promossa con debito formativo.

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Valerio Piccolo – Poetry

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Con un occhio sempre fisso al nuovo cantautorato Folk e Rock americano, Valerio Piccolo con il suo ultimo disco Poetry appare un prodotto quasi sui generis in Italia. Poesia sonora allo stato puro, sempre gradevole, anche se a tratti malinconica e triste, spesso divisa fra l’asse America / Italia, tanto da arrivare a scomodare una certa Suzanne Vega che ha detto di lui: “Mi piace molto il suo modo di scrivere canzoni. Ce n’è una che racconta di un clown imprigionato in un lavoro quotidiano ‘The clown Isstuckbetween The Desk And The Chair.’ Un’ottima opening line.” Non male come bigliettino da visita vero?

Se poi ci aggiungete che l’artista ha anche condiviso il palco con artisti famosi quali Massimo Roccaforte (chitarrista di Carmen Consoli e suo attuale produttore), Neri Marcorè e Paola Turci che collaborano anche al disco quale ospiti illustri il gioco è fatto. Poetry si compone di nove canzoni che nascono traducendo in suoni altrettante poesie americane attinte dal repertorio di scrittori quali i bestsellers Jonathan Lethem e Rick Moody, il romanziere e critico musicale della rivista New Yorker Ben Greenmane e poetesse quali Sarah Manguso e MeghanO’Rourke. Il tuttosenza mai trascurare l’aspetto musicale, fatto di arrangiamenti abbastanza complessi che però non sfociano mai in inutili virtuosismi che sarebbero forse persino fuori luogo in questo contesto. Se vi era capitato di ascoltare già i precedenti lavori Manhattan Sessions, con cui esordì nel lontano 2007, e Suono dell’aria, risalente al 2011, non griderete certo al miracolo, in quanto già in essi era evidente il talento di Valerio Piccolo, ma rimarrete comunque incantati dalle dolci melodie di canzoni come “Pioggia di Stelle” e “Il Barman all’Inferno”. L’album è stato lanciato dal singolo “Ordine” e dal suo relativo videoclip che ha visto impegnati alla regia Francesca Zanni ed in veste di attori Jacopo Olmo Antinori, Maya Camerini, Arcangelo Jannace, Ignazio Oliva, Antonella Attili, Orlando Camerini e Lucia Ocone.
La dolcezza del suono della chitarra, l’armonia dei brani musicali, insieme ad una elevata padronanza tecnica contribuiscono alla ricerca di un ascolto rilassante.

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Revo Fever – Più Forte

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Se dovessi riassumere in tre righe i Revo Fever li definirei la risposta italiana ai Franz Ferdinand con degli inserti alla Ministri e un cantato simile agli Oasis (la voce ha lo stesso timbro di Liam Gallagher!). Rimango quindi quasi incredulo quando leggo che i quattro ragazzi hanno poco più di vent’anni e un curriculum di tutto rispetto composto da due Ep registrati da Federico Dragogna (chitarra e seconda voce dei Ministri), trattasi di Fegato! del 2011 e Il Mendicante/Tutto da Rifare del 2012. Inoltre una grande esperienza live in giro per Milano e provincia li ha portati a condividere il palco con Ministri, Dente, Management del Dolore Post-Operatorio, Tonino Carotone, Lombroso e tanti alti nomi illustri della scena indipendente. Il loro primo disco autoprodotto si chiama Più Forte. Tra le loro influenze citano le aperture (solo quelle?) dei Queens of the Stone Age (provate a fare un paragone tra “No One Knows” e “Tutti i Santi Giorni”…), i riffs dei Black Keys (duo americano ormai affermato a livello mondiale che gode di ottima stima persino in Inghilterra) e l’attitudine Punk acustica dei Violent Femmes (che però di Punk avevano secondo me ben poco).

Pochi quindi i riferimenti italici, ma soprattutto sono pochi gli elementi innovativi presenti nel disco, un altalenarsi di roba buona e roba mediocre (era proprio necessaria una canzone come “Non Chiedermi  Come Sto” all’interno della tracklist?). Meno male che appena dopo averla sentita i Revo Fever riprendono la strada giusta con un one two three four tanto caro ai Ramones e riescono quindi ad arrivare fino alla fine senza particolari problemi. Ok per l’attitudine do it yourself marchio del Punk anni settanta che da sempre caratterizza le scelte della band, la quale ha scritto, registrato, mixato e masterizzato la musica nonché ideato, stampato, piegato, timbrato e cucito l’artwork. Ma una mano da un produttore di grido non avrebbe certamente giovato? Come esordio certamente non c’è male, ma sono sicuro che il livello di qualità crescerà notevolmente in un’eventuale seconda fatica discografica, soprattutto se qualche major dovesse accorgersi dei Revo Fever. Noi la sufficienza gliela diamo (in fondo se la meritano pienamente) ma siamo sicuri che il loro sound si presta più a una dimensione live che a quella in studio.
Non fermatevi quindi alle apparenze del primo ascolto di Più Forte e magari se potete andate a sentirli dal vivo dove sicuramente daranno il meglio di loro!

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Rainska – Media Stalking

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Ci sono voluti ben cinque anni per sfornare il primo disco dei Rainska, Lo Specchio delle Vanità ed altrettanti per la loro seconda fatica discografica, Media Stalking. Prodotto con l’etichetta discografica Udedi, registrato presso gli studi de La Baia dei Porci di Nereto, e mixato e masterizzato presso l’Indie Box MusicHall di Brescia, il disco vede la partecipazione di Totonno DUFF nell’opening “Le Bocconiane”, Maury RFC ne “Il ‘93” e Clode LAZULI in “500 Lire”. Oggi lo Ska (o Bluebeat, chiamatelo come volete) non è certamente più di moda come quando nacque nei primi anni Sessanta quando da esso derivarono altri generi che poi divennero persino più famosi quali il Reggae e il Rocksteady. Lorenzo Reale (voce), Angelo Di Nicola (chitarra e voce), Giulio Di Furia (basso e voce), Lorenzo Mazzaufo (batteria), Pierpaolo Candeloro (sax), Eliana Blasi (tromba) e Martina D’Alessandro (sax) ce la mettono tutta quindi per emozionare l’ascoltatore sin dall’incipit della già citata “Le Bocconiane”.

Il risultato è certamente egregio, ma forse da un gruppo che ha festeggiato il decennale della carriera (pochi vi riescono) ci si aspettava anche qualcosa di più. Gli spiriti di Madness e The (English) Beat per fortuna rimangono costanti con i sette teramani sino alla fine garantendo loro un buon fine. Un ulteriore sforzo poteva essere fatto inoltre anche a livello di testi, talvolta troppo semplici ma certamente di sicuro effetto ed il sospetto è che si sia badato più agli arrangiamenti dei fiati che a tutto il resto. Del resto di esperienza ormai ne hanno accumulata talmente tanta da garantire loro la presenza su prestigiosi palchi al fianco di artisti famosi quali Shandon, Punkreas, Velvet, Piero Pelù, Teatro degli Orrori, Giuliano Palma & The Bluebeaters, Paolo Benvegnù, Linea 77, Vallanzaska, Africa Unite e Bandabardò. Dopo tanti e ripetuti ascolti ci si abitua anche al sound che a tratti ricorda persino quello della premiata ditta Sting / Summers / Copeland, ovvero dei Police, e talvolta persino quello del Punk anni Novanta dei Green Day e degli Offspring. Consigliato a chi vuol passare quaranta minuti circa in allegria, da evitare per chi non sa apprezzare Ska e Reggae.

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65daysofstatic – Wild Light

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Ormai è quasi impossibile impressionarsi di fronte a un disco dei 65daysofstatic (essendo questo il sesto lavoro in studio della band), dato anche l’impatto che ebbi col precedente album We Were Exploding Anyway (che fu seguito nel 2011 solo da Silent Running, omonima colonna sonora del film del 1972). Tre anni di lunga attesa sono quindi passati lentamente ed inesorabili, aspettando che il gruppo ci regalasse un’altra perla di moderno Post Rock. Paul Wolinski, JoeShrewsbury, Rob Jones e Simon Wright si sono ritrovati come sempre a comporre suoni ai limiti dell’Ambient, degni delle più belle opere di Brian Eno, ma approcciandosi sempre di più ai ritmi ossessivi dei Nine Inch Nails e dei Mogwai (tanto per citarne alcuni). Dodici anni di carriera sono tanti ed il peso da sostenere può a volte schiacciare anche i migliori, ma per fortuna ciò non è accaduto al quartetto di Sheffield che continua a mantenere chiara la mira dell’obiettivo.

Difficilmente quindi un fan che ascolterà questo disco potrebbe rimanere deluso, perché già dall’apertura in parlato di “Heat Death Infinity Splitter” è tutto chiaro e limpido. Un Math Core mescolato a tanta elettronica, simile a quella dei Prodigy, che si ripete durante tutte le nove tracce (una però,  “DoxxxYrself” è la conclusiva bonus track, degno epilogo mai al di sotto delle altre otto per qualità). Non sarei neanche stupito più di tanto se mi ritrovassi a sentire canzoni come “Prisms” o “Sleepwalk City” in un rave party. Tuttavia qualche canzone tipo “Taipei” sarebbe leggermente fuori luogo in tale situazione, ma credetemi, è solo un problema di punti di vista, in quanto pur rallentando i bpm in maniera esagerata la canzone raggiunge senza dubbio l’apice del disco. Il cambio di etichetta non ha quindi danneggiato il quartetto, gli ha anzi donato nuova linfa e vita sonora. Se non conoscete i 65daysofstatic questa è quindi la vostra migliore occasione per approcciare al Post Rock di ottima qualità, del resto come potreste rimanere delusi da una band che ha scelto il suo nome ispirandosi a un film inedito del grande regista John Carpenter (sì proprio quello di “1997: fuga da New York, “Christine – La macchina infernale”, “Essi vivono”  e tanti altri film di successo mondiale)? Se poi voleste anche approfondire la conoscenza, vi consiglio vivamente di visitare il sito web, ottima fan page contenente anche materiare raro ed inedito e persino radio sessions e demo.

Take a look and dream with music!

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Aut in Vertigo – In Bilico

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Una volta un componente dei Duran Duran disse che loro non erano una boy band perché si erano formati fra i banchi di scuola a differenza della maggior parte dei gruppi di oggi provenienti dai talent show televisivi. Come quella della band inglese sembra essere l’origine degli Aut in Vertigo, band italiana nata nel 2004 che nonostante qualche variazione di line up è riuscita a trovare una giusta dimensione e a dare vita al disco In Bilico.
Le radici sono quelle del Classic Rock anni 70, il quale costituisce un punto di riferimento imprescindibile senza inibire il bisogno di sperimentazione  caratterizzante dei vari percorsi compositivi. Il tutto attraverso un concept che trae spunto dalle riflessioni e dalle autoanalisi (“Passi”), dall’osservazione del mondo che ci circonda (“Volto Fragile” e la title track “In Bilico”), delle nuove città in cui tanti stronzi si accusano l’un l’altro di quello che non va (“Pelle e Peccato”) differenziandosi così nella pelle dai cosiddetti nonluoghi tanto cari a Marc Augè in cui differenti categorie di persone si mischiano e interagiscono nella vita di tutti i giorni.

La soluzione?

La potete trovare nella canzone “Rivoluzione”, in cui il cervello elabora nuove idee fuggendo dalla realtà proponendo ideali scontati attraverso gadgets del comandante Che Guevara.
Non manca anche il tema più classico, l’amore, in “Chiara”, nome che sintetizza bellezza e verità spesso uniformando le due cose, decantando l’inverno nel non averti a fianco.
Undici tracce che sembrano avere il proprio punto di forza nelle liriche, sempre molto profonde (“Fratello Gert” e “Olè Olè”) e mai banali in cui la band propone un Rock semplice ed essenziale dove si evitano (probabilmente volutamente) inutili virtuosismi che offuscherebbero il potenziale che viene fuori dalla sinergia dei singoli elementi.
Come dire: “L’unione fa la forza”. Magari se non ci fosse stata qualche similitudine troppo accentuata nell’inizio di “Deep Sigh” e “Breathe” dei Pink Floyd ci sarebbe stato anche un punticino in più nella valutazione. Meno male che gli Aut in Vertigo lasciano il meglio alla fine con “Radio Aut”, aggressiva e sempre veloce come un treno perché cominciare bene (con “Passi”) è sì importante, concludere al top è invece una scelta alquanto insolita. Quindi se volete trovare un ulteriore piccolo difetto, è solo nella tracklist.
Per il resto nulla da eccepire!

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YeahYeahYeahs – Mosquito

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A volte parti un po’ prevenuto prima di scrivere, perché gli YeahYeahYeahs hanno “viziato” i propri fan con album di eccelsa qualità sin dal loro esordio di dieci anni fa, Fever to Tell, in cui si gridò al miracolo. Allora c’era una gran voglia di ribalta nell’Indie Rock perché il mondo era in una fase di transizione in cui la musica stava mutando velocemente, grazie alla scossa che avevano dato la nascita del Grunge e il ritorno in massa dell’Hip Hop e della Dance. Qualche passo falso però il gruppo lo aveva commesso in passato quando nel 2006 pubblicarono il mediocre  Show Your Bones, che pur essendo un buon disco mancava della hit da classifica e della naturalezza e della spontaneità che si era vista nel precedente lavoro. Per fortuna poi gli YeahYeahYeahs tornarono sui propri passi dando alle stampe l’ottimo It’s Blitz che ottenne anche un discreto successo di pubblico e di critica. Catapultato nel 2013 il trio si è quindi rimboccato le maniche e ha pubblicato questo Mosquito in cui Karen Lee Orzołek, meglio nota ai più come Karen O, dà il meglio di sé, supportata come sempre dal chitarrista Nick Zinner e dal batterista Brian Chase. Del resto i segnali migliori erano già pervenuti con il singolo “Sacrilege” che a febbraio di quest’anno aveva anticipato l’uscita dell’album con un video diretto da Megaforce e interpretato dalla modella inglese Lily Cole e trovando spazio persino come background in una scena del telefilm The Originals.

Tuttavia mi sento in obbligo di dire che la migliore traccia è indubbiamente quella che dà il titolo al disco con la sua ilarità e i suoi suoni che ricordano da vicino anche i primi Suede conditi con una strizzatina di Electro e Garage anni settanta. Un po’ di atmosfera alla Depeche Mode anni Novanta invece si sente nella malinconica “Under the Earth”, ma l’impressione che si ha è di qualcosa troppo costruito in studio che difficilmente riuscirà a ottenere lo stesso effetto durante un live act. Colpa forse della registrazione dell’album avvenuta in quattro studi diversi (il Sonic Ranch di Tornillo (Texas), lo Stratosphere Sound/DFA Records di New York, i Squeak E. CleanStudios di Echo Park (California) e il The Square di Londra) e dei troppi produttori (Nick Luanay, James Murphy, David Andrew Sitek e Sam Spiegel)?

Ai posteri l’ardua sentenza!

Di certo siamo di fronte a un prodotto ben oltre la sufficienza, che finora occupa la seconda posizione in classifica fra le mie preferenze, perché la vetta rimarrà probabilmente sempre di Fever To Tell. E chissà se Mosquito verrà nominato ai Grammy Awards, nella categoria Best Alternative Music Album dove purtroppo gli YeahYeahYeahs non sono mai riusciti ad imporsi (immeritatamente). Intanto è arrivato trentesimo nella speciale classifica redatta da Nme per i migliori album del 2013. Da segnalare infine la presenza in “Buried Alive” di Dr. Octagon, che quando inizia a rappare a metà canzone riesce persino nell’impresa di offuscare la sensualità di Karen O.

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Kpanic – Asylum

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I Kpanic sono una band con poco più di un anno di vita (sono stati fondati infatti nel 2012) che propongono un interessante mix di Nu Metal, Grunge e New Wave caratterizzato da un sound granitico e compatto che fa da contrasto a un cantato molto melodico, pulito ed incisivo. Durante lo scorso anno è arrivata anche la vittoria al RockAge Contest seguita dalla registrazione di questo lavoro e dall’abbandono del gruppo da parte di uno dei componenti e la conseguente sostituzione con Simone Pannacci, già cantante e chitarrista dei SI.S.M.A. col quale il progetto sta ripartendo verso nuovi live e nuovi pezzi.
Attualmente la line up vede Simone Migliorati alla batteria, Dave Tavanti al basso, Michele Tassino alla chitarra e Marco Riccio alla voce.
Asylum dimostra già però la maturità di una band rodata con chiari riferimenti ai conterranei Lacuna Coil (di cui si spera possano imitare il successo oltralpe).
Undici tracce che riprendono molto anche dagli americani Alice in Chains di Facelift e Dirt (evidenti i segni di ispirazione in “A Day for the Sun” in cui appaiono anche piccole tracce di puro Punk anni Settanta).
Un elogio particolare lo vorrei fare al bassista Davide, prezioso elemento che pur se spesso coperto dalle chitarre gioca un ruolo essenziale nell’economia del lavoro.
Le sue linee non appaiono mai banali ed è davvero piacevole sentire un suono così puramente Grunge ancora negli anni duemila e dopo aver sentito il basso distorto all’inizio di “Another Day” non potrete fare a meno di ascoltare questo disco almeno una volta al dì.
Fondamentali tuttavia anche il cantato (a volte urlato, a volte no) e il drumming sempre preciso ed incisivo in un gioco quasi perfetto di arrangiamenti curatissimi.
Difficile (o forse impossibile) quindi trovare un elemento negativo in Asylum, in cui c’è persino spazio per una ballad molto pacata ed acustica, “Be or Not to Be”.
L’autoproduzione non sempre dà frutti negativi e questa ne è la prova imprescindibile.

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