Giulia Di Simone Author

Meteor – Có Còl e Raspe

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Digital Hardcore oppure Noise Punk, questi sono i generi che mi vengono in mente per inquadrare questo duo bresciano, ma forse il buon vecchio Edgard Varése avrebbe detto “Organized Sound”. Oggi però siamo lontani dal purismo espresso dal padre della musica elettronica e l’analogico ha lasciato spazio alla moderna era digitale ed a contaminazioni che includono anche strumenti “convenzionali” nell’equazione della musica sperimentale. Quindi tutto cambia, oppure il principio resta uguale ma si aprono nuove possibilità, insomma ognuno si faccia la propria idea perché fondamentalmente tutto é relativo, specialmente nel panorama musicale. Tornando a noi, i Meteor fanno pezzi brevi, crudi e caotici, ed in Có Còl e Raspe ci aggiungono una buona dose di idealismo interpretativo nel dare i nomi alle tracce. Si, perché i titoli sono unicamente delle X in progressione che posso assumere significati differenti a seconda di cosa questi viaggi sonori suscitano nell’ascoltatore. I Meteor utilizzano synth, batteria, chitarra, ed effetti come strumento per parlare al mondo.

Nel concreto ogni pezzo – “X”, “XX”, “XXX”, “XXXX”, “XXXXX”, “XXXXXX”, “XXXXXXX” – è un evoluzione del brano precedente ed è caratterizzato da un tempo musicale veloce scandito da chitarre distorte e batterie, ed invece un tempo assestante per i suoni glitch che creano quel caos tanto caro a chi prova piacere nell’impazzire. Dunque una buona dose di random, grida, distorsioni, rumori e sottofondi incazzati sono ciò che caratterizza queste sette tracce veloci e talmente brevi che non ti lasciano neanche il tempo di riflettere. Ma dato che la rabbia non è l’unica virtù di Andrea Cogno e Giuseppe Mondini, il duo ci tiene a condividere con il pubblico anche la parte gioiosa e buongustaia che li contraddistingue. Ecco quindi che se andrete a vederli dal vivo oltre a farvi una scorpacciata sonora, potrete gustare salame, vino, polenta ed altri prodotti tipici della campagna bresciana. Quindi buon appetito!

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L’AMO – NIENTE (È un Bel Pensiero da Mettere Tra le Gambe Alle Ragazze)

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L’AMO sono Alessio, Domenico e Federico, tre pazzi furiosi che un paio di anni fa si sono chiusi in una cascina in quel di Lugnano per sette giorni sfornando un disco dal nome Di Primavera in Primavera. Bene, ora invece la situazione é un po’ diversa e NIENTE (È un Bel Pensiero da Mettere Tra le Gambe Alle Ragazze) é un disco che nasce ancor prima di entrare in studio, più precisamente dall’idea di voler fare un disco e dalla consapevolezza che per realizzarlo lo bisogna prima preparare e non solo suonare. Quindi hanno cambiato milioni di microfoni, registrato miliardi di takes, mixato e rimixato l’impossibile, mandato a fanculo il progetto, e infine sono riusciti a partorire un benedettissimo album dopo un lungo travaglio di quattro maledettissimi mesi e bestemmie. Il figlio dei L’AMO è un cd che contiene l’idea dell’amore e del suo contorno, fatto di lussuria, depressione, deficienza, follia, insomma fatto di vita e sudore (e quindi anche di puzza). Ok, dunque dopo aver premuto play, capito che l’artwork del disco l’ha realizzato Alessio e letto l’artistica, divertente e curiosa cartella stampa, con un grosso sorriso sulla faccia mi metto a dire qualche parola su quello che le mie orecchie stanno ascoltando.

Chitarre R’n’R, Synth anni 80, batteria che ti stampa la cassa in fronte e cori da stadio, questa è “Bagnoli”, e così si apre il disco. Con “Marinai” i tre ragazzi ci tengono a farci capire sin da subito che sono napoletani D.O.C. fieri del proprio mare in cui poter affogare, mentre in “È Amore Dalla Terza in Poi” ci ricordano come era l’amore adolescenziale, e cioè fatto di quei piccoli gesti imbarazzanti come chiedere: Mi fai accendere?. “Luca Grieco è solo indeciso” é la storia del classico uomo che lascia le proprie relazioni fluttuare in quell’aria troppo densa di domande e di incerte risposte. “Nessun rimorso, solo rimpianti” é sintetica, dal testo talmente misero da starci in una riga –  Ho sempre fretta, non so cos’è. Io ho paura del domani – insomma è veloce ed efficace. “Stupida” è una ragazza ingenua e frivola mentre “La Macchina da Guerra” è il centro di NIENTE (È un Bel Pensiero da Mettere Tra le Gambe Alle Ragazze) e cioè quel nulla che non si vorrebbe mai avere ma che invece si riceve, poi c’è l’assurda “Silvio e Veronica” e “Anna”, traccia d’addio con tanto di Synth a mo di videogame. Si chiude il tutto con “Ubriaca”, il brano più lungo di tutti e forse anche quello che lascia aperte più possibilità di diverse interpretazioni, perché qui stranamente pare proprio che l’alcol non centri nulla. Tutto bene quel che finisce bene insomma, l’unica cosa che mi sentirei di consigliare è un pizzico di volume in tutte le vocal track, in quanto spesso si fatica a comprendere ciò che viene cantato e/o gridato.

Per concludere, L’AMO sono un po’ come i Tre Allegri Ragazzi Morti, infatti sono anche loro un trio, generano canzoni ripetitive ma mai noiose fatte di loop al confine tra Rock spensierato e cazzutaggine Punk, non realizzano brani in sequenza intro-strofa-ritornello, e possiedono quella magica capacità di mettere tutto insieme in modo da mandarti in tilt il cervello fino allo sfinimento. L’AMO sono l’emblema della sintesi, fatta di poche parole ma sensate, o forse loro preferirebbero dire: insensate.

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Kuadra – Il Bene Viene Per Nuocere

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Y (voce), Zavo (chitarre), Kimbo (basso), Krab (electro vodoo), Van (batteria) sono i Kuadra, un gruppo attivo dal 2005 che da Vigevano parte con l’idea di fondere Rap, Rock e New Metal riuscendoci egregiamente. Il Bene Viene Per Nuocere è la loro ultima fatica ma non la prima: un EP nel 2007 dal titolo Tutto Kuadra, il primo full-lenght dall’omonimo nome nel 2010, il corto-documentario “È Solo l’Inizio” nel 2012, e per finire il singolo “I Nostri Eroi” su BlankTv. Ok, ora che ne sapete un po’ di più sulla band direi che è giusto fare una parentesi anche verso una figura che sta dietro le quinte di un disco e che spesso rimane ignota, e cioè il produttore artistico (in questo caso Marco Molteni), colui che a mio parere ha avuto un peso non indifferente nella realizzazione di questo album, e che è riuscito a dare quell’impronta massiccia che quest’album necessitava. Si, perché se premi play e ascolti la prima traccia “Il Bene” (il pezzo più melodico del disco), queste parole potrebbero balzarti in testa: siamo compressi e cattivi, e se tu sei uno acustico allora vaffanculo! Bene, poi si parte energicamente con “Crash Test”, scelta azzeccata come secondo brano, in quanto chiarisce sin da subito all’ascoltatore ciò a cui andrà incontro: un suono distorto, veloce e cattivo, che accompagna il riluttante sentimento che provano i Kuadra verso quell’Italia apatica, statica, caprona, incapace di pensare e reagire. Questa nausa indigestiva e il successivo rigetto verso i nostri giorni sono infatti argomenti che si ritroveranno anche in “Molotov”, “Cervelli Nella Vasca”, “I Nostri Eroi”, “Nuove Cure Mortali” e “La Culla”. Testo particolarmente interessante è invece quello di “Lasciami entrare”, che attraverso l’uso dell’innocente canzoncina per bambini “Fai un salto, poi un altro, fai una giravolta, falla un’altra volta”, la citazione della storia di Capucetto Rosso, e metafore come “Mangio teste vuote” o “Sono il vaccino che ti fa ammalare” descrive questo mostro che annienta ed uccide tutto ciò che di puro e brillante lo circondi. Un po’ come “Il Mostro” dei Linea77. La parola rivoluzione in chiave elettronica non tarda ad arrivare in “Thomas Sankara”, con tanto di campione iniziale del discorso del leader africano. Il disco si chiude con “Correre Correre”, specchio della nostra società progressista schiava di un tempo che corre e non trova spazio per fermarsi a respirare. Come in una corsa verso un’ignoto che appare però sensato, finendo per non accorgerci di essere parte di una corsa verso un domani che sarà uguale all’oggi, una corsa che ci lascierà senza fiato, sfiniti e vuoti.

Per concludere, Il Bene Viene Per Nuocere è un disco onesto e incazzato, composto da undici tracce compatte che si dividono tra rabbia, sprazzi di voci melodiche, e parti sussurrate che ti ricordano di dare sfogo a quella rabbia compulsiva che si nasconde dentro di te. I Kuadra sono amari come un pugno nello stomaco e dolci quanto un post-sbronza, ascoltateli e non ve ne pentirete.

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Jacopo Ratini – Disturbi di Personalità

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Pop italiano d’autore, melodico quanto basta da non essere mieloso e con quel pizzico di semplicità che non te lo fa odiare solo perché passato da Sanremo e da una major come Universal. Questo è Jacopo Ratini, colui che nel 2010 dopo la sua partecipazione al Festival finisce inevitabilmente in radio con il singolo “Su Questa Panchina” (brano che se andate a cercarvelo sul tubo vi tornerà in mente e vi ricorderete di lui) e poi ci riprova poco dopo con i’ironica “Ho Fatto i Soldi Facili”. Ora sono passati un po’ di anni e tante cose sono cambiate: l’Universal ha lasciato spazio all’Atmosferica Dischi, la letteratura si è fatta spazio nella sua vita (fondatore del Salotto Bukoski, autore del libro Se Rinasco Voglio Essere Yoko Ono, ideatore del Contest Il Club dei NarrAutori), si è avvicinato maggiormente a tematiche etico-sociali, ed è tornato all’attivo musicalmente con questo suo ultimo lavoro dal titolo (non a caso) Disturbi di Personalità.

Leggera come una mela è la prima traccia “Sei Distante”, dal videoclip simpatico in cui ritroviamo diversi personaggi storici legati al frutto del peccato originale, più critica è “Maledetto il Tempo”, brano che attraverso un motivetto orecchiabile che tanto ricorda “Tieni il tempo” degli 883 cerca di descrivere l’impossibilità di afferrare questo nostro tempo veloce, insensibile e immutabile. Di amore tra alti e bassi si parla in “Come Mai Come”, “Arrivederci a Mai Più”, “Come ti Pare” e in “Mi Sono Innamorato Del Tuo Nome”, di donne in particolare invece in “Ogni Tuoi Ventotto Giorni”, brano veramente divertente e irriverente in cui ogni donna una volta al mese ci si può rispecchiare appieno. “Disturbi di Personalità” è la title-track e l’ispirazione per l’artwork del disco: cinque dita di una mano che raffigurano i personaggi rappresentativi dei vari disturbi di personalità e dello stesso Ratini intento ad osservarli. Intimista, melodica e capitanata da un pianoforte è “Ogni Mio Passo”, sintetica e dai tratti anni ’80 è “Buonanotte a Te”, descrittiva e dal sapore estivo é è invece “Perditempo”, una canzone in cui si narra la giornata tipo e le non-convinzioni di un nullafacente.

La forza di Disturbi di Personalità sta tutta nella straordinaria capacità di questo cantautore romano di descrivere storie di ordinaria normalità attraverso la psicologia analitica delle piccole cose, risultando così semplice ma non per questo banale. Con questo passo e chiudo, ciao e buon ascolto.

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Sabù e la Vigilia – Logica Egoistica

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“L’uomo si uniforma bene al progresso della perfetta imperfezione”, così si apre Logica Egoistica,e già dalle prime parole si comprende la linea guida di questo album Rock. Si entra nel vivo del disco con la  seconda traccia (che è anche quella che da il nome al disco), “Logica egoistica” appunto, un brano dalle sonorità in stile Litfiba dei primi tempi.  Se si pensa che l’uomo nasce egoista in quanto insegue il proprio piacere personale per tutta la propria esistenza e cresce all’interno di una società che insegna quanto questa logica vitale non sia sbagliata ma anzi un pregio, allora pare ovvio anche pensare a come questo meccanismo schiacci quelli che non accettano questa visione, quelli che vengono definiti dunque i “perdenti,” e come quest’ultimi vengano plagiati per accettare e diventare omologati al resto della società. Questo è il tema della terza traccia, “Deviato” che non lascia alcun dubbio attraverso un testo diretto e descrittivo: “Deviati, dei prodotti bene plastificati, non lo vedi quanto siamo deviati?”. Ci si discosta dalle critiche per lasciarsi andare ad un momento di romanticismo con “E’ un Attimo” e “Oltre il Dolore”, per poi proseguire con i sentimenti profondi e spesso invisibili dentro ognuno di noi, e cioè “L’essenza”, fatta di silenzi, respiri, pensieri e molto altro, che spesso decidiamo di nascondere e non ascoltare per paura di soffrire o sbagliare. Synth e cassa dritta aprono “Dove Sarà”, brano che fotografa la vita metropolitana milanese, frenetica e in cerca perenne di felicità, voce nasale e testo critico verso il nostro tempo è “Trinacria Revolution” dove il malessere sociale non è solo italiano ma generale e senza bandiere politiche: c’è chi aspetta inerme che qualcosa accada e chi invece, come questo cantautore palermitano ma milanese di adozione, non si accontenta di una vita passiva. Arriviamo alla fine con “Lontano” e “Cosa Resta” (Bonus Track), qui il cerchio musicale si chiude lasciando nell’ascoltatore un sapore amaro di rancore misto speranza, perché infondo sono queste le parole che più mi vengono in mente per descrivere le atmosfere di questo album.

Se pensate ad un disco Rock con influenze Indie vi sbagliate, qua si sta parlando di Rock italiano ben confezionato e pensato, controcorrente rispetto alla “moda alternativa” che di questi tempi riempie il panorama musicale italiano, e “Logica Egoistica” è un disco di puro Rock italiano, niente di più e niente di meno. Niente di complicato, niente parole auliche, solo sincerità e voglia di esprimersi con parole semplici, cosa che forse in questi tempi confusi abbiamo bisogno.

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Adele e il Mare – Origami EP

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Adele e il Mare non è una donna sognante e marinaia, ma una band di tre ragazzi milanesi che scegliendo questo nome d’arte hanno trovato il modo di dipingere il grigio della loro città natale attraverso nuovi colori. Si descrivono genuini e credono che la musica sia una via con il quale esprimere emozioni interiori nascoste, e per preservare questa loro spontaneità hanno deciso di fare tutto da soli: sono arrangiatori, musicisti, produttori e fonici di loro stessi. Insomma una band completamente Do It Yourself, e tanto di cappello!

Origami è il viaggio di Adele e il Mare, un viaggio intimo e profondo descritto dal suono di cinque tracce. Si parla di strade, intese come decisioni e vie da affrontare in “Camminerai”, brano che inizia con un fantastico giro di batteria picchettato e che alla fine ti lascia un senso di speranza misto sofferenza. In “Novembre” il lato nostalgico di Simone (frontman e chitarrista) inizia a scorgersi, e si racconta attraverso metafore fatte di colori e parole sospese nell’aria. Un po’ come un bimbo intento ad afferrare un palloncino che fluttua nell’aria, un palloncino colorato, un palloncino troppo alto per lui, un palloncino che purtroppo potrà solo guardare volare via. Dopo “Novembre” seguono “La Pioggia è Finita” e “L’involontario Sogno di Enea”, ed anche qui direi che l’immagine del bimbo con il palloncino è esaustiva, in quanto l’argomento centrale che lega un po’ tutte le tracce sono le cose che non tornano, le cose che se ne vanno via così, sospese. Chiude il tutto “Domani”, un brano che lancia un messaggio di speranza al mondo, ricordando a tutti che anche se oggi il cielo è grigio è scuro, ci sarà un domani più limpido e chiaro.

Gli Adele e il Mare si descrivono come una band Indie-Rock, ma a me sanno più di Indie-Pop e mi ricordano tanto i Velvet, specialmente il brano “Dolevo Dirti Molte Cose”. Non so se a loro possa far piacere o meno questo mio accostamento, ma comunque sia è ciò che il loro suono e soprattutto i loro testi mi hanno ricordato.

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Psychodeus – An Ode to The Numinious EP

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Premettendo che a me ciò che spesso suona strano e sperimentale piace, devo dire però che io dei Psychodeus non c’ho capito nulla. Non ho compreso una parola di ciò che viene cantato (nonostante sia un cantato recitato, quasi da comizio) e che il mix di suoni elettronici/acustici è a mio parere una pasta che ancora si deve amalgamare. Troppo caotico il tutto insomma, e troppi sono i  generi che la band mischia senza riuscire ad ottenere un suono che li differenzi e li renda riconoscibili. Nonostante l’accozzaglia di suoni, le batterie Hardcore e le calme pause che preannunciano un malefico e cattivo futuro, bisogna riconoscere l’originalità di questi giovani napoletani nello scegliere i nomi delle tracce e riuscire così in questo modo a dare un senso a quello che si ascolta. Infatti l’Ep An Ode to the Numinious si compone di due tracce (che in realtà sono cinque e vi spiego tra poco il perchè). La prima, “Maelstrom”, inizia con un fischio acuto e disturbante che ti entra nel cervello creando fastidio e sgomento ed il titolo della traccia dunque descrive perfettamente le sensazioni che il brano suscita, ma è con il secondo brano, “Ceremonies of Passage”, che il collegamento tra titoli e musica prende definitivamente forma. La traccia di ben 15 minuti, viene suddivisa infatti in quattro parti, i quattro passaggi da celebrare per coronare i momenti essenziali che ogni persona deve affrontare durante la propria esistenza. Quindi abbiamo la pre-nascita, la post-nascita, l’età adulta, e per finire la post-morte. Si nasce, si cresce e si muore, dunque si vive. E questo è il loro modo di “celebrare il passaggio”.

Per chi volesse, An Ode to the Numinious è scaricabile gratuitamente da qui.

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Keet’em Murt – Filosofia del Binario Morto

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Attivi dal 2008, hanno condiviso palchi con delle pietre miliari del Punk Rock. A cinque anni da Nero Disilluso ci presentano la loro ultima fatica musicale, Filosofia Del Binario Morto, un EP di sincero e rabbioso Punk Rock composto da sei tracce che volano e ti fanno venire voglia di ascoltarli ancora. I Keet’em Murt (chiaramente abbruzzesi), sono Ivano (chitarra e voce), Luca (chitarra e seconda voce), Dario (batteria), e l’ultima arrivata alle quattro corde Viviana. Questi quattro acidi, alcolici e ironici punk rocker, fotografano l’Italia odierna tra pusher, spensieratezza, rabbia, indifferenza, incertezza e no future.

Iniziano con “Essi Vivono”, una diretta descrizione dei potenti mascherati e subdoli che sembrano essere una specie senza possibilità di estinzione, se non con una rivoluzione. Non sò se i Keet’em Murt abbiano preso ispirazione dal film John Carpenter, però il fatto di aprire gli occhi e guardare il potere economico che risucchia la mente delle persone trasformandole in zombie ritorna spesso tra le loro parole, come in “Stretto”, una traccia dall’intro simile a “The Kids Arent Alright” degli Offspring.“Filosofia del Binario Morto”, singolo che da il titolo al lavoro, descrive attraverso la figura del tossico cittadino, la scelta di vivere al di fuori dagli schemi e dal perbenismo. Il tossico è colui che ha abbracciato la filosofia di vita dell’illegalità e delle finte gioie illusorie, è colui che se lo cerchi lo trovi al binario morto della stazione. Passiamo a “Mai Più”, brano dalle sembianze OI! che riguarda indietro a un tempo meno cupo, meno solitario, più facile e felice. “Romeo & Giulietta” è la favola in versione moderna e degradata, in cui i protagonisti sono un Romeo proveniente dai bassi fondi e una Giulietta ribelle. Si conclude con “Tutto Ciò Che sò”, una dichiarazione alcolica e marcia, immancabile in un Ep grezzo come questo.
Un disco per gli amanti del genere, un disco che nella sua tragicità appare spensierato, un disco veloce, un disco che nulla aggiunge alla scena ma rimane comunque sincero e fedele.

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Nimby – Not in my Back Yard

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Completamente autoprodotto, Not in my Back Yard porta con se un’ottima produzione, che riesce a mantenere quell’impatto e quella vena live grezza anche all’interno di un impianto stereo. Non a caso infatti è stato registrato e mixato dal produttore artistico Fabio Magistrali (Afterhours, One Dimensional Man)presso il Parco Museo Laboratorio dell’artista internazionale Nik Spatari, col quale è nata una collaborazione per la definizione dell’artwork del disco. I Nimby sono Tommaso La Vecchia (voce e polistrumentista), Aldo Ferrara e Francesco La Vecchia (chitarre), Gianluca Fulciniti (batteria), Stefano Lo Iacono (basso), Raffaele De Carlo (flauto e tastiere) e producono del sano e grezzo Alternative Rock contaminato da Psichedelia misto Grunge, con la giusta cattiveria pestata e momenti melodici nostalgici.

Ma parliamo un po’ di queste dieci tracce, che si aprono con un quieto synth a introdurre “This Lines Among Them”, brano che parte prepotente con una batteria tutta tom e rullante e che segna fin da subito il timbro sporco della band, ricordando però attraverso la melodica voce quella voglia di riprendere le sonorità del Rock sporco americano di fine anni ’80. Ancora rumore con “Day Hospital” che aggiunge distorsioni vocali al mix sonoro, mentre con la successiva “Sleeping” le atmosfere si fanno più pacate ed elettroniche. Grezza e potente è invece “N.I.M.B.Y.”, traccia che ricordando il nome della band e dell’omonimo album fa presumere sia quella che maggiormente rappresenti lo spirito del loro essere musicale. Tra una drum pestata a modi Pearl Jam, un flauto dalle sembianze celtiche e degli intramezzi musicali nudi e crudi, le successive “Church of Reason” e “Cinema” escono vincitrici tra tutte le tracce, regalando alle orecchie un’ottima miscela sonora complessiva. Chiude il cerchio la pacata e sperimentale “Rubber Moon” in cui si fondono suoni noise, flauto, piatti, tamburi e chitarra acustica, come se Ia band abbia voluto dire all’ascoltatore: “Ok, dopo questo lungo viaggio sonoro sei giunto al capolinea, ora riposati”, e io ora mi congedo e spengo lo stereo. Amen.

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Persian Pelican – How to Prevent a Cold

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How to Prevent a Cold è il secondo album di Andrea Pulcini (in arte Persian Pelican), ed esce a quattro anni di distanza dal disco d’esordio These Cats Wear Skirts to Expiate Original Sin. Le nuove canzoni nascono tra Roma e Barcellona e fermentano durante un anno di attività live proprio nella capitale catalana. Persian Pelican è un progetto di musica Folk manipolata geneticamente in cui cantautorato, Folk e quotidianità si mescolano per creare una magica atmosfera musicale in bilico tra il freddo della morte ed il calore dell’amore.

Apre il disco “Everyone With His Own Past” di cui è facile comprendere l’argomento, per poi proseguire con il singolo “There is no Forever For us”. Un brano dal video ironico che mostra il giovane artista in abiti da sposa intento a scavare una fossa tra gli alberi di un bosco, una lei total black con tanto di maschera anti gas, ed un morto (l’artista stesso) che alla fine viene seppellito. Beh un po’ come in “Back to Black” di Amy Winehouse non trovate? Il senso è il medesimo, e anche se qui non è il cuore a essere interrato ma l’intero corpo, la questione non cambia. A parte questo è difficile collocare Andrea Pulcini all’interno di un genere preciso, le parole più appropriate che mi vengono in mente ora per descrivere il suo stile sono: fanciullezza e profondità. Si, perché la sua voce è imponente, calda e importante mentre i suoni che lo circondano ricordano la spensieratezza della fanciullezza, di un carillon e di un’arpeggiante chitarra acustica. La quarta traccia “How to Prevent a Cold” oltre ad essere colei che intitola l’album è anche un’ottima, forse la più interessante traccia dell’intero disco. Un brano che ricorda l’immagine di un raccontastorie che t’incanta con le sue parole ed il suo sorriso smagliante mentre giace al centro di una distesa verde infinita, magari una prateria irlandese. Stupendo inoltre è il mix tra pacate dolci voci e chitarre acustiche, in contrasto con una batteria incalzante e travolgente. Tutto il disco continua verso questa linea, tenendo sempre la voce in primo piano e suoni dolci e spensierati come contorno. Molto bella è l’acustica, delicata e sensibile traccia “Dorothy”, che vede la partecipazione di archi malinconici e di cui è stato girato un fantastico videoclip, dove una pallida donna sempre in nero (come a simboleggiare la morte dell’amore) è intenta a ballare, giacere, guardarsi su di un tavolo al centro di un prato.

Un disco che osserva la dualità e l’ironia che l’amore rappresenta nel profondo di ognuno di noi, tra freddezze e fiamme ardenti, tra casualità e normalità. Un disco che si sofferma a  pensare e analizzare quelle sottili contraddizioni che spesso vengono ignorate.

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KuTso – Decadendo (Su un materasso sporco)

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La vita moderna ti stressa? Non hai prospettive lavorative? Peggio di così non poteva andare? Allora stai Decadendo (Su un materasso sporco) come i KuTso, che però al posto di piangersi addosso ci ridono su e riescono a far spuntare il sole in faccia persino a un depresso in una giornata uggiosa. Fanno un rock ironico, ma se per caso sentendo queste due parole vi sono venuti in mente gli Skiantos vi sbaglite di grosso, perché quello è rock demenzialementre i KuTso sono appunto: ironici. Il loro primo full-lenght è un mix di testi sarcastici che enfatizzano la verità, musica travolgente che non ti fa stare fermo, e travestimenti assurdi con cui si prendono in giro da soli. Un po’ come i Gogol Bordello per intenderci.

Il disco inizia con “Alé”, pezzo che ironizza sulla vecchiaia. Esce invece finalmente il sound sarcastico della band con la successiva e fantastica “Siamo Tutti Buoni”, dalle geniali e reali parole: sento nell’aria odore di morte, vi sputo addosso e strillo più forte, vagheggiate un mondo migliore ma state bene nel vostro squallore. Successivamente il tema cambia completamente e ci ritroviamo nelle orecchie una canzone d’amore in chiave ska, volutamente sdolcinata, ma mai noiosa. “Lo Sanno Tutti” (che faccio schifo aggiungerei io) è una dichiarazione di egocentrismo nuda e cruda che si conclude con un: salve sono dio. La quinta traccia“Questa società” è il rockeggiante singolo dell’album e dal divertente videoclip dove troviamo i quattro musicisti scellerati travestiti da animali all’interno di un fienile. Il testo dice tutto e il contrario di tutto, perché infondo oggi tutto è relativo vero? Il discorso continua con “Via dal mondo”, dove esce prepotente la rabbia verso i dirigenti che hanno giocato e demolito questo stato, continuando nonostante tutto a prendersi gioco della gente. Qui non c’è ironia ma solida verità spiattellata in faccia e condita da un contorno musicale rock ed intramezzi ska. Tra funk e rock è invece la divertente “Eviterò La Terza Età” in cui ribadiscono la loro amara visione per la società futura: i KuTso non intendono arrivare affannati, rincoglioniti e decrepiti all’interno di una casa anziani, ma preferiscono sentirsi vivi oggi ed illudersi di non stare morendo e marcendo. Quest’ultimo è un concetto molto caro alla band che infatti lo ribadisce anche nelle successive “Stai morendo” e “Precipiti più giù”. Conclude il disco una riedizione della loro precedente e più famosa traccia “Aiutatemi”, una rielaborazione che coinvolge anche Fabrizio Moro, Pierluigi Ferrantini (Velvet), Pier Cortese e Adriano Bono (ex Radici nel Cemento).

Ho solo parole buone parole per questa band, talmente troppe da sembrare mielosa, ma mi sono fatta grosse risate ascoltando questo disco, e credo ve le farete anche voi. Intanto vi lascio al loro video in modo che vi possiate fare fin da subito un’idea di ciò che vi aspetta.

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Stanley Rubik – Lapubblicaquiete EP

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Avete presente i Subsonica e i Velvet? Bene, fondete le due sonorità ed avrete gli Stanley Rubik, un misto di pop e sperimentazione elettronica che potrebbe sfondare e diventare un’alternativa alla decadenza dei pezzi che ultimamente girano all’interno delle più importanti radio italiane. La loro musica è cinematica, carica di tensioni, risolte o meno, tuttavia descritte con un’ironia latente e un sarcasmo tragicomico di fondo che richiamano lo stile registico di Kubrik: nei testi echeggiano spesso le ossessioni, le ansie e le speranze del tempo presente, tinteggiate con colori diversi e (quasi) sempre irrisolvibili come nel Cubo omonimo. Il progetto Stanley Rubik richiama a partire dal nome, le contraddizioni insite nella contemporaneità, sia a livello artistico che esistenziale.
Lapubblicaquiete è il primo EP ufficiale ed è stato realizzato in co-produzione con i sopra citati Velvet, quindi non c’è da stupirsi che le sonorità appaiono affini tra le due band. L’EP è composto da tre tracce, la prima “Abuso”, è caratterizzata da un beat di batteria elettronica semplice ma importante e da una voce condita da delay ed effetti radiofonici. L’abuso in questo caso non è sessuale, ma a volte diventa abuso di precarietà, un abuso da cui è difficile uscirne, un abuso che al posto di regalare indipendenza crea dipendenza.

La seconda traccia “Pornografia” da cui è stato estratto il singolo, esalta le capacità vocali del cantante Dario, che insieme al testo che apparentemente potrebbe sembrare una semplice storia d’amore, nasconde invece al suo interno una dualità ed una libertà di interpretazione molto più ampia. L’ultima traccia “Vademecum” – parola utilizzata in italiano per indicare un piccolo manuale tascabile che contenga informazioni utili e sintetiche – è forse la più interessante, variata e “multipolare”, oltre che la più lunga (quasi otto minuti sonori). La canzone parte con un intro di 1 minuto e mezzo, iniziando con un disturbante sintetizzatore che riproduce il rumore di una chiamata telefonica, per poi evolvere in una moderna sinfonia caotica ed infine esplodere insieme a tutti gli altri strumenti. Finito il caos inizia la quiete ed inizia il “manuale vocale”. Il testo, sempre contorto, metaforico e dalle mille sfaccettature – riscriverò il copione vecchio e tutto ridisegnerò, sorriderai e sentirai – è una vera e propria guida per riuscire a mantenere il “benessere”, quel benessere necessario per essere lucidi e riuscire a cambiare le cose, le cose intime, le cose pubbliche. Quel benessere necessario per cucire le ferite e tornare ad avere pace.


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