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Heike Has The Giggles – Crowd Surfing

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Insospettabile! Nel Ravennate cova una forza motrice non indifferente alle sollecitazioni punkyes dal tipico sapore di chewingum masticato con stizza: nome Jeike Has The Giggles, prodotto “Crowd Surfing”, undici piste che mirano “ad allontanare i giorni bui dei cattivi auspici” con un sound che scalda e che entra nello stomaco come fosse un enzima elettrico pronto e scattante per digestioni lente  e ascolti impennati.

Il trio s’innesta subito tra le migliori rivelazioni della scena underground che possa ambire, in men che si dica, a palchi e attenzioni internazionali, producono un suono ultratatuato e shufflleizzato e quell’elettricità fun che – se consideriamo questo disco come terza prova discografica  e la prima con la Foolica – potrebbe diventare il classico “terzo rito” di passaggio per la maturità istantanea, per quella liberatoria guadagnata sul campo senza tante manfrine e con molte coccarde di live-set al bavero; canzoni, pezzi, melodie veloci, a presa rapida, radiofoniche e nervose il giusto, soundtrack speed  per disillusioni generazionali, silenzi e mutismi giovani, rabbie girovaghe che non arrecano danni fisici ma solo violacee ecchimosi all’anima ed al cuoricino pimpante di fregature.

Punkyes da atmosfere sfigate, carico e distorto nelle ossessioni che Emanuela Drei  voce e chitarra, Guido Casadio batteria e Matteo Grandi al basso guidano con voracità e sicurezza scalmanata fin dentro i più reconditi interstizi di woofer e casse stereo, sviluppando una manciata di minuti di piccole perline di vero piacere musicale; un disco che vive d’intensità e leggerezza, senza impegni e con le disinvolture californiane dell’urgenza come marchio di fabbrica impresso ovunque, tracce che non sono frutti Copernichiani, ma un modo per ritmare una mezz’oretta di una giornata qualsiasi, ottime come alibi perfetto per scaricare incazzature e palle che hanno preso la fisionomia di cocomeri.

Da “I wish I was cool” a “M.Gondry”, passando per “Next time” e “Time waster” fino al capolinea di “We all” e “I don’t know” è tutta una tensione “gentile” che da la scossa senza mai folgorare, incorniciando di un dolce pensiero una foto delle Dum Dum Girls, un bel poster a colori delle Elastica e la frenesia che la stupenda voce di Emanuela ci infetta come un virus a medio termine.  

 

 

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Mario Cottarelli – Una strana commedia

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Si chiama “Una strana commedia” ed è l’ultimo lavoro di Mario Cottarelli. Una produzione giunta a quattro anni di distanza da “Prodigiosa macchina” per regalarci un universo sonoro più accattivante ed orecchiabile. Il disco apre bene con il pezzo di circa 10 minuti che è anche il titolo del nuovo lavoro. Un intro sorprendente, in grado di trascinarti nel vortice tipico delle sonorità progressive. Poi, nei minuti successivi, si sente netta l’influenza dei mitici Jethro Tull. Una chicca per appassionati. Segue “L’occhio del ciclone”, mix esplosivo di alti e bassi ben orchestrati, tra i quali, spuntano tastiere taglienti tipiche del genere. Il terzo pezzo, “Corto circuito”, nei testi, richiama le tematiche ascoltate in “Pensiero dominante”, ma questa volta, il ritmo è molto più incalzante, notevoli anche gli intermezzi di chitarra distorta. Più vicina alle tendenze pop o comunque meno infarcita di sonorità progressive, la quarta traccia, “Bianca scia”. Chiude il lavoro, un pezzo più fresco e giocoso “L’orgoglio di Arlecchino”, un brano di 12 minuti strumentali che regalano anche qualche sorriso. Un gesto spontaneo nato dalle strane alchimie della musica di Cottarelli che appunto, descrive con le note – ditemi voi se questa non è una dote – una delle maschere più amate del carnevale. Sullo sfondo resta un lavoro degno e complesso, decisamente dedicato anche agli appassionati del genere, che fa onore alle grandi capacità di composizione di Cottarelli. Non solo, mentre ascoltavo, mi è venuto più volte in mente che questo disco, come altri dell’artista cremonese, potrebbe diventare ancora più incisivo, se i brani venissero liberati dei limiti del sintetizzatore e venissero eseguiti da musicisti singoli. Suonatori dotati di strumenti veri e soprattutto, di carattere musicale, per lo meno, come quello di Cottarelli. Insieme, per imboccare una versione “live”, di questo e degli altri lavori. Un invito senza pretese, ma che spero venga accolto.

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Circo di strada, il Busking Tour dei The Zen Circus approda a Torino

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Poche settimane di assenza dai palchi e ci mancavano già.
Voi lettori di Rockambula avrete ormai capito che The Zen Circus sono tra i nostri gruppi preferiti, forse perché molto semplicemente sono tra i migliori prodotti italiani degli ultimi anni.
Dopo lo strepitoso tour elettrico in supporto allo strepitoso ultimo album “Nati per subire” tornano ora con un tour tutto nuovo, elettro-acustico e grezzo, che celebra i loro 10 anni di carriera riportandoli alle origini stradaiole. Si tratta di “urgenza folk”, come citano loro stessi. E noi di Rockambula siamo sicuri, anzi sicurissimi, che il sudore e la passione non mancheranno.
Tra pochi giorni i ragazzacci di Pisa approderanno con il loro sgangherato furgone a Torino, allo Spazio 211. Ad aprire la loro serata ci sarà il cantautore Stefano Amen, che ci presenterà il suo nuovo album “Berlino, New York, Città del Messico”. Ore 22, ingresso 10 euro.
Iniziamo a sgranare gli occhi e facciamoci ammaliare dalle nuove meraviglie del Circo Zen.

The Zen Circus – Busking Tour 2012
23 Mar Saluzzo (CN) @ Ratatoj 24 Mar Torino @ Spazio 211 30 Mar Fano (PU) @ Dylan 31 Mar Bologna @ Covo 04 Apr Roma @ Locanda Atlantide 05 Apr Lecce @ Officine Cantelmo 06 Apr Acquaviva delle Fonti (BA) @ Oasi San Martino 08 Apr Eboli (SA) @ Co2 15 Apr Firenze @ Sala Vanni 20 Apr Sommacampagna (VR) @ Auditorium Malkovic 21 Apr Barga (LU) @ Teatro dei Differenti 24 Apr Cesena Retropop @ Barrumba 25 Apr Empoli Festa Nazionale ANPI @ Palasport (SET ELETTRICO) 28 Apr Piacenza @ Piazza (SET ELETTRICO) 30 Apr Teramo @ Aspettando il Primo Maggio (SET ELETTRICO) 05 Mag Castiglion del lago (PG) @ Darsena

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My Speaking Shoes – Holy Stuff

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Ho sempre avuto un rapporto molto difficile con le voci femminili, soprattutto nel rock.

Escluse leggende del passato come Patti Smith e Janis Joplin, non sono mai riuscito a fare mia la rabbia di una seppur potentissima ugola rosa, anzi a volte la vedo come una minaccia dall’esterno. Forse provo semplicemente timore alle strilla di una fanciulla incarognita, impersonando in lei una mia pseudo-fidanzata che mi scaraventa addosso un set di piatti in ceramica per aver dimenticato la festa di compleanno del suo adorato chiwawa obeso in cambio di una serata con la mia cumpa ad un alcolico cineforum sui polizziotteschi di Tomas Milian.
Così quando approccio i My Speaking Shoes, parto molto spaventato dallo sguardo inquieto disegnato in copertina della vocalist Camilla e mi aspetto già la sua strillante gola franarmi rovinosamente addosso. E in effetti, così è.

Ma a parte le mie tare da psiconanalisi, il risultato (mi) fa paura. Già dal primo impatto è una bomba. Ma non una bomba a orologeria, di quelle che devi aspettare un bel po’ prima dell’esplosione. “Holy Stuff”, disco d’esordio dei ragazzi di Sassuolo, è una bomba atomica: appena tocca il suolo è devasto puro. Tutto e subito. Rock aggressivo e femmineo, leonessa che va a caccia per la sopravvivenza.
La band suona alla grande già dalle iniziali “Mushroom Head” e “Flies”, dove si intravedono dallo spioncino di una porta insonorizzata le innumerevoli ore di rabbia e repressione sfogata in sala prove. E avevo ragione, c’è da avere paura, la voce di Camilla (pronuncia a parte) tiene testa ad Anouk e alla tedescona Sandra Nasic (Guano Apes). Donna con le palle insomma. Di quelle che se la fai incazzare ti tira dietro pure il set di coltelli, altro che piatti in ceramica.
Il disco è registrato alla grandissima: basso che pompa ovunque come nella migliore tradizione alternative-rock americana, chitarre arricchite da suoni mai banali (non il solito “gh-gh” dei nu-metallusi californiani), batteria che corre veloce come la gazzella che prova a scappare dalla furia della leonessa. Produzione splendida, con una band che sa essere sufficientemente pop e allo stesso tempo sa jammare fregandosene degli schemi imposti dalle canzoni per Twilight.

Sfido chiunque approcci alla band a non trovare una somiglianza con le varie band per ragazzini cicciottelli lobotomizzati da MTV. Dai l’abbiamo notato tutti appena vista una loro foto. Non me ne vogliate cari My Speaking Shoes ma a mio avviso siete un po’ i Paramore “de noantri” (e non c’è niente di male dai!), e la conferma arriva nella geniale (il testo soprattutto) “L.O.V.E. Song”, squarcio più rilassato in un panorama frenetico, nervoso e ossessivo.
Un (altro) difetto? Troppi brani, troppa monotonia nelle corde vocali e nelle melodie. Troppa carne al fuoco insomma per un genere già molto monocromatico in cui reputo veramente difficile suonare coloriti. I ragazzi in ogni caso, propongono una formula solida ma ancora un po’ statica, che non spicca in fantasia.
Però non facciamo i pignoli, “Holy Stuff” è un gran bel prodotto ma per far entrare la loro quota rosa nelle “sacre scritture” i ragazzi di Sassuolo devono ancora predicare molto il rabbioso verbo.

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The PseudoSurfers – The PseudoSurfers EP

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In una canzone le parole sono fondamentali quanto la musica.
Di più, molto probabilmente, perché sono quelle che immediatamente ci comunicano un messaggio, sembrano chiarire il senso di tutte quelle note suonate e cantate, di quei colpi di batteria, di certi tocchi. Da sempre, il mio primo ascolto di un brano è dedicato tutto alla comprensione del testo, il resto viene dopo. A confermarmi o smentirmi le impressioni precedenti.
Per questo ho sempre diffidato di gruppi che tendono a fare della voce un mero strumento al pari degli altri, usandone solo il potere fonico e non badando al contenuto, limitandola allo sfondo del brano e facendola sopraffare dalla musica.
Ed è per questo motivo che The PseudoSurfers, progetto del compositore romano Enrico M. che dal 2011 si avvale della collaborazione della bassista Silvia S., col suo omonimo Ep, stava per esser liquidato all’ascolto di Jungles of Iran, che apre il cd con una risata sguaiata, improvvisa, che poco c’entra con le subitanee atmosfere distorte e chitarrose, che ci portano, su un giro piuttosto semplice ma dal ritmo incalzante magistralmente scandito dal basso, alla ripetizione ossessiva delle parole, le uniche veramente (e finalmente!) comprensibili, “Non mi muovo più da qui”.
Sonorità veramente lontane (e decidete voi se è un bene o un male) dalle più recenti e ben confezionate produzioni sedicenti indie, per quanto The PseudoSurfers si meriti tutta questa etichetta nella sua reale accezione: un brusio costante in sottofondo, che richiama subito la psichedelia di fine anni ’80, a cui vanno aggiunte la voce calda, ariosa e roca (sempre incomprensibile!) e una cura maniacale alla ricerca del rumore, un po’ in stile Verdena o Marlene Kuntz con Dan Solo.

E allora la musica ci è piaciuta, quel finto ritornello (perché compare solo alla fine) ci rimbomba ancora in testa, ci siamo dimenticati del nostro insoddisfatto feticcio letterario per i testi e possiamo passare a 1664, che prosegue dritta per la strada spianata dalla traccia precedente, col basso quasi protogrunge, semplice, diretto, rotondo e scanzonato (con un richiamo quasi immediato ai The Vaselines). Semantics, col tema principale alle tastiere, ci avvisa che qualcosa sta per cambiare: le armonie si complicano, lasciando emergere la preparazione classica di base e l’ispirazione post-tonale, e per quanto il buzz sia immancabile, viene coperto da brevissimi incisi di chitarre eteree.
Che Enrico e Silvia siano cresciuti a Sonic Youth e My bloody Valentines, qui, è inequivocabile.
È però all’avvio di Space, la ballad immancabile in un sample come questo, che il duo abbandona completamente l’influenza post-punk e si macchia di una vena pop che proprio non riesce a sposarsi col resto dell’Ep, specie considerando la prosecuzione in Irrotational, traccia di chiusura, coi suoi oltre quattro minuti di sperimentazione esclusivamente e squisitamente strumentale. Ritorna il noise, ritorna la chitarra a farla da padrona. La voce tace e neanche ce n’eravamo accorti.
A differenza dei brani precedenti, però, questo sembra guardare più ai 2000, alla Treefingers dei Radiohead di KidA, ma soprattutto ai Mogwai. Si carica di una maturità musicale e di una serietà che davvero stona con le prime due canzoni, tanto da sembrare posticcia.
Un’inversione di tendenza, quella delle ultime due tracce e mezza, che lascia l’ascoltatore decisamente spiazzato. The PseudoSufers è un Ep e come tale deve mostrarci un po’ tutto quello che la formazione sa fare, ma un po’ di omogeneità in più, specie negli intenti, sarebbe stata decisamente più gradita.
L’impressione che lascia è che il duo, le cui abilità tecniche sono indiscutibili, non abbia ancora tanto le idee chiare su dove voglia andare: un vero peccato.

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ANTONIO MAGGIO L’ESORDIO DA SOLISTA CON IL SINGOLO “NONOSTANTE TUTTO” IN ROTAZIONE RADIOFONICA A PARTIRE DA MERCOLEDÌ 21 MARZO

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ANTONIO MAGGIO, dopo l’esperienza con gli ARAM QUARTET, si prepara all’esordio da solista con il singolo “Nonostante tutto” (Rusty Records), in rotazione radiofonica a partire da mercoledì 21 marzo e già disponibile su I-Tunes. Il singolo anticipa l’uscita del primo album del cantautore salentino di cui è autore e compositore.

“Nonostante tutto” è un brano dalle danzanti atmosfere retrò, con forti tinte popolaresche, caratterizzato anche da una scelta degli strumenti che riporta al folclore, in contrapposizione “all’inglesizzazione della nostra musica”.

Il singolo è accompagnato da un videoclip realizzato da “Foto Glamour Studio” (www.fotoglamourstudio.it) e prodotto dalla Rusty Records. E’ possibile vedere il video anche in HD su YouTube:
http://www.youtube.com/watch?v=I6l-lvUlYy4

Il testo racconta, in chiave ironica e con divertenti giochi di parole , “quanto l’amore possa essere ostinato e testardo, a volte anche cieco”. In realtà, la storia vuole essere un pretesto per mettere a fuoco una seconda chiave di lettura, che poi è anche l’elemento principale del testo, ossia il bisogno di un bel bagno di positività: “contestualizzato in questo particolare momento storico che stiamo vivendo, quel ‘nonostante tutto va tutto bene’ vorrei che fosse d’aiuto a tutti noi per stemperare, in minima parte, i problemi e le paure dei giorni nostri”.

Per ANTONIO MAGGIO questa canzone ha anche un terzo significato, dalla valenza simbolica e personale, infatti il singolo è stato scartato a Sanremo, “ma ‘Nonostante tutto’ sarà comunque il mio primo singolo…”.

“Mi piace immaginare che ‘Nonostante tutto’ possa essere il mio biglietto da visita nella musica. Credo non ci sia per me canzone che possa rappresentare meglio di questa il mio nuovo progetto”.

19 marzo 2012

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Kubark | Ulysses

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Questi sono una vera  rivelazione, proprio loro i Kubark, un quartetto dedito ad un Rock sperimentale che miscela Stoner ed Elettronica. Marco, Elia, Enrico e Federico si fanno sentire con “Ulysses”,il nuovissimo disco intitolato cosi perché nel profondo dell’ anima i ragazzi con e per la loro quotidianità, un po’ come tutti noi, si sentono degli eroi. Un paragone giusto che dovremo sentire tutti  proprio per le continue sfide che ci attendono nei nostri giorni.  Ma veniamo adesso a “Ulysses”, un disco di una certa qualità, registrato e mixato ai Factory Studio da Cristiano Sanzeri e lavorato nei minimi dettagli, un lavoro pieno di enfasi detto francamente.  Anche se il platter contiene solo cinque tracce, queste sono riuscite a dare abbastanza elementi per tirare le somme, tra l’ altro positive. Io personalmente all’ ascolto del disco ho immaginato di essere in mezzo ad uno degli isolati di New York, non ci sono mai stato nella famosissima ed attraente metropoli, ma questo disco mi ha dato questa sensazione, un po’ cupa e un po’ selvaggia; ma questa è soltanto una parte del mio ritratto, perché il disco in se ragione sul concetto di “gente” ed “anonimato”, come specifica il gruppo, e dunque sul cambiamento e la metamorfosi dell’ umanità . Una piccola nota di merito va anche all’ artwork, influente e suggestivo come pochi . Difficile affermare una traccia migliore dell’ altra, tutte e cinque hanno qualcosa da dire, posso però dire che quelle che mi hanno coinvolto di più sono “Ainsoph” e la conclusiva “VIXI”.  I Kubark sono un gruppo con grandi doti e potenzialità, hanno le carte in regola per sfondare, non resta che dargli fiducia e contare su di loro.

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Male di Grace – Tutto è come sembra

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“Tutto è come sembra” è un disco molto atipico, sembra di ascoltare i Marlene Kuntz (“Dolce miele” e  “Ai confini” con gli urli alla Godano ne sono la prova) o gli Afterhours mentre incontrano la scena indie rock americana (Kyuss in primis).

In una canzone (Ninna surf) infatti compare anche Mario Lalli, musicista che milita e ha collaborato con band della scena desert californiana (Fatso Jetson, Yawning man, Desert sessions, Brant Bjork ecc). Insomma il gruppo in soli cinque anni di vita di strada ne ha già percorsa davvero tanta! Il suono credetemi è davvero perfetto, curatissimo in ogni dettaglio, merito anche delle registrazioni e dei mixaggi presso il Cellar Door Studio di Milano a cura di Gianluca Amendolara e del mastering effettuato presso il Newmastering studio da Maurizio Giannotti. La vena psichedelica però si fa sentire spesso sprizzando l’occhio (anzi l’orecchio…) anche al noise alla Sonic Youth o alla Fugazi e un po’ anche all’hard rock tipo Black Sabbath o Led Zeppelin. La particolarità del gruppo sta nel fatto che ¾ dei componenti si alternano fra chitarra, basso e voce con una maestranza davvero unica e con uno stile intrigante e raffinato.

Molto bello e singolare anche l’artwork del disco a cura di Edoardo Vogrig. L’autoproduzione spesso comporta molti rischi e/o imperfezioni ma qui credetemi se i quattro ragazzi hanno azzardato sono riusciti a superare ogni difficoltà, nel pieno spirito indie! Sarà datato 2010 questo disco ma credetemi la freschezza del lavoro si sente ancora, anzi è sicuramente molto più attuale di tanti altri concorrenti che circolano oggi e la perfezione assoluta giustifica il ritardo con cui è stato pubblicato. Undici tracce, tutte cantate in italiano, che vi lasceranno davvero di stucco! Lo strumentale “Ninna nanna per Grisù”, ad esempio,  vi terrà sicuramente compagnia e di certo non rischia di far addormentare l’ascoltatore, non fatevi trarre quindi in inganno quindi dal titolo! Che i nuovi Jesus Lizard si siano reincarnati in Italia?

 

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Margareth – Fractals

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Gran bel disco nuvoloso questo “Fractals” dei veneti Margareth, disco che suona spiazzante come un classico dal portamento molto strano, attraversato com’è da esplosioni, staccati di chitarra roventi, infinitesimali saette sinth e l’enorme bellezza d’arcadie softone che si slanciano delicatamente nel lungo e nel largo la tracklist; mix di freschezza, inquietudine e profondità che spiega lo stato di salute ottimo di questa formazione piena di quell’autorevolezza ormai imbattibile che vibra sull’underground nazionale e speriamo presto oltre.

Sensazioni pop, pizzicori i d’Americana, effetti satinati d’Inghilterra indie e particelle dreaming di splendore raccolto salutano l’ascolto di questo Fractals come in un incontro con la bellezza di una donna sofisticata ed eterea, un intrigante mondo emotivo di flash psichedelici sixteen alla Kula ShakerFlakes”, il cantautorato di Rice o Sheeran Rosemary calls” e certe dilatazioni bombastiche che appaiono tra i mulinelli di “Beautiful witch” o nella pastorale delicatissima che intenerisce emotivamente “It will be alright”; nove tracce percorse da ipnotismi e giochi di fondo, una sincerità d’esecuzione che fa dei Margareth la maturità interpretativa di un anima meticciata squisitamente musicale, un punto di vista sonico alto e,  a  tratti,  irraggiungibile  nelle sue venature hard-mantriche che ti frollano mente e corpo in una beatitudine elettrica senza uguali “Mind eyes”.

Un disco che abita più “tempi” felicemente lontano dai culti e dalle riformate occasioni di revival, un percorso già intrapreso dalle coloriture nell’esordio di White Line e che arriva integro all’intuizione di essere un buon frutto proteso di personalità e fuoco impalpabile “Shadows come”, traccia in equilibrio tra le scogliere di Dover e i Big Sur Thcizzati californiani; sensazioni in chiaroscuro messe a ponte di una solitudine espressionistica che porta questo straordinario disco alle alte vette dei sognatori spiritati. Da collezionare tra le cose più dolci che s’intende avere.

 

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“Diamonds Vintage” Perigeo – Azimut

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Giorni di gloria, d’amore e odio, il progressive italiano si rivolta su se stesso e sulle avanguardie degli Area di Demetrio Stratos pur di non vanificare gli intensi sforzi di staccarsi dalle ali madri inglesi che in quegli anni hanno il copyright assoluto dello stile. In Italia il prog vola alto ed in buona salute, molte le band che aprono gli occhi ma solo in pochi arrivano a cogliere il segno. Tra tutti i Dedalus e i Perigeo Giovanni Tommaso contrabbasso e basso elettrico, Franco D’Andrea tastiere, Bruno Biriaco batteria, Claudio Fasoli sax e Tony Sidney chitarra, un quintetto che in sordina tira fuori questo Azimut, un lavoro molto avanti, oltre la soglia dell’avanguardia, forte di una commistione jazz che li portò a paragonarsi – in linea astratta ma di segnale – con Weather Report e Soft Machine. Non solo fu amore a prima vista con la RCA che li mise immediatamente sotto contratto, ma anche uno straordinario successo di massa senza uguali e fiore all’occhiello della “nuova musica”, ottimizzazione ed evoluzione massima di quell’estemporaneità che il progressive perseguiva e ricercava nei borders della purezza frammista a contaminazione.

Jazz e soluzioni sperimentali, free-grove e istinti americani, questo è Azimut, un occhio sonoro che raggiunge il limite di un equilibrio informale stratosferico già dall’urlo psichedelico che raschia in “Posto di non so dove” e dove per sei minuti perde contegni e assume ritmi di un jazz-rock da capogiro; segue il caos incontrollato di “Grandangolo”, esempio di fusion ragguardevole dove sax e basso fanno amore e guerra, le linee Newyorkesi di “Aspettando il nuovo giorno”, lo sperimentalismo – a tratti cacofonico – di “Azimut”, il tratteggio mediterraneo e popolare che presenta “Un respiro” ed il rock che torna a farla da padrone tra emisferi Zawinulliani e scat elettrici dentro le giravolte senza coordinate della stupenda “36° parallelo”, traccia che chiude in un tripudio di fiatistica un capolavoro che è tuttora storia inaffondabile del Progressive tricolore.

Verranno “Abbiamo tutti un blues da piangere” nel 73, “Genealogia” nel 74, “La valle dei templi” nel 75 e “Non è poi così lontano” nell’anno 1976, anno in cui questa bella storia chiuderà i battenti per lasciare solamente echi e suoni di una melodia pazza d’inestimabile valore.

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Stereonoises – Colours in the sky

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Hanno fatto davvero un buon lavoro questi siciliani Stereonoises, qui al decollo ufficiale con “Colours in the sky”, un nove tracce abbastanza intrigante, ben suonato e puntato direttamente oltre le scogliere di Dover, lì in quell’Inghilterra filtrata attraverso i Ray-Ban a goccia di Bono degli U2 Time”, “I’m still here”, “How long”, il Noel Gallagher “Something you should know” della spinta solitaria ed il concetto impattante di una certa ruvidezza morbida sullo stile Kelly Jones degli StereophnonicsTonight”, “Room on fire” e tutto ciò non fa altro che lievitare “in alto” le azioni di quest’album che riunisce due anime e culture diverse ma senza la presunzione d’essere “terrificante”, soltanto un buon esempio di come una qualità emergente sia all’altezza, pronta, per produzioni dalla mira verticale; la band da vita ad una ricchezza di suoni capaci di mediare brillantemente fra certe atmosfere indie che s’innestano come satelliti vaganti e lo spunto – ora uggioso, ora estetico – del brit meno glucosato, di quella concezione apparentemente non allineata che non si porta dietro i modelli generazionali, piuttosto le planimetrie riconoscibilissime di un’epoca che ha dato pathos e sangue dolciastro, fino a ritrovarle beatamente adagiate dentro questo registrato.

Buoni gli arrangiamenti ed il respiro internazionale che gli Stereonoises esaltano senza sforzo, una caratterialità quasi naturale che li rende autonomi dalle vetrofanie di tanti loro colleghi, una dosatissima miscela d’elettricità e tensioni melodiche che – una volta evidenziata dalla bella vocalità del cantante – si mette a disposizione di un ascolto molto, ma molto interessato; dunque antenne puntate sulle venature leggermente rock-wave tratteggiate nella title-track o nella punta di diamante dell’intero disco, quella ballata che ti trascina dentro consistenze vaporose e sofferte,  dove puoi incontrare sia il Billy Corgan, il despota del melone sfracellato sia il passo lento e ironico di un Lou Reed spelacchiato ed imberbe, lungo i marciapiedi umidi e tristi della Hassle Street NewyorkeseMakin’ a circle”.

Davvero un buon lavoro per una band che ha costruito le proprie basi su di un sound deciso, determinato, una dotazione sonora e poetica che sa rallentare e darsi a manetta con professionalità insospettata, che mi strappa un punto in più oltre la lode, semplicemente vincente, esordientemente grande.

 

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The Crocs – …And The Cradle Will Croc

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Correva l’anno 1998, un triste giorno di ottobre il mio compagno di banco Alessandro mi passò una cassetta con un bel teschio in copertina. In un primo momento mostrai la tipica ostile resistenza, classica per uno sbarbatello che fino a quel momento nell’insieme della musica rock inseriva solo pochi elementi nostrani come Litfiba e Ligabue. Ma alla fine accettai, un po’ come si accetta di andare sulle montagne russe anche se soffri di vertigini, tentato dal demoniaco sorriso del teschio disegnato a mano del mio amichetto.

Arrivato a casa subito dopo pranzo infilai il diabolico nastro nella mia piccola radio trasportabile. Giusto pochi secondi del “crrrrr” tipico del nastro (quanto mi manca, creava attesa adrenalinica) e fui travolto dallo spietato delay di Slash, che sembrò tagliarmi a pezzetti la gola. I Guns’N’Roses e il loro hard rock furente si erano impossessati di me. Da quel giorno  tutto è cambiato. I jeans si sono strappati, i capelli cresciuti a valanga, teschi orribili sono comparsi su t-shirt sempre troppo larghe e sono diventato (insieme ad altri 4 scapestrati del liceo) il più fuori moda di tutta la scuola dove in quegli anni regnavano fighetti, discotecari e punkettoni. Dopo quasi 15 anni e tanti (mai troppi) dischi masticati i jeans si sono ricomposti, i capelli si sono un po’ accorciati (alcuni in verità persi per strada!) e i teschi li sfodero solo in alcune giornate di eccessiva nostalgia. Però l’orecchio per quel genere così stradaiolo, così feroce e così chitarroso non l’ho mai perduto. E con gli anni l’ho forse un po’ addolcito e reso più docile, mischiando i riff con un po’ più di melodia.

Potete ora capire quanto aspettassi di recensire un disco come quello dei milanesi The Crocs e come il titolo del loro album mi rimandi subito ai fasti liceali, riportandomi immediatamente al macchinoso e massiccio brano dei Van Halen (intitolato appunto “…And The Cradle Will Rock”). Appena scarto il disco capisco subito dalle facce dei 4 ragazzacci di cosa stiamo parlando e il sorrisino mi scappa.
Si parte in quarta con il brano migliore del disco: “I Wanna Trust In Santa”, è scopro che di pop ce n’è proprio tanto, ma ben mischiato con quell’hard rock classico molto sornione. Il tutto è poi condito dalla voce di Andy che, nonostante presenti alcune sbavature esecutive e una pronuncia un po’ da “americano a Roma”, spara altissimo il falsetto e pare abbia copiato la ricetta del frullato di testicoli proprio da un maestro come Justin Hawkins dei The Darkness.
Andando avanti: in “Bring Me Down“ si trovano sonorità più moderne e più corali alla My Chemical Romance, “Living On Danger” è hard rock classico con chitarrismo tamarro, strillo devastante e basso ben pulsante in primo piano, il funky di “All Alone” e la pseudo-ballad “Possession” invece sono gli episodi più glam-fricchettone, si vola in Scandinavia e si raccolgono le ceneri dal recente funerale dei The Ark.

I testi come nel migliore stereotipo sono (s)porchi e abbastanza scontati, ma forse è meglio così. Manteniamo bassa la frivola dignità del buon rock’n’roll cazzaro.
Insomma tutti spunti intelligenti e tutto sapientemente arrangiato dai quattro ragazzetti. Manca solo un po’ di personalità nelle loro melodie che, con un pizzico di ispirazione in più, potrebbero benissimo essere esportare con fierezza dalla provincia lombarda.
Niente di nuovo, niente per cui farsi ricrescere i capelli fino al culo, niente di eccessivamente hard rock da farmi rimettere su “Appetite For Destruction”. Ma almeno la vecchia maglietta nera coi teschi oggi me la fate indossare?

 

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