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Modena City Ramblers – Battaglione Alleato (Musiche e canzoni per una storia della resistenza)

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Fate quello che volete, ma ad ogni uscita dei MCR – a tutti quelli (me compreso) che hanno sentimento e memoria dentro – il sangue si rivolta tra malinconia, rabbia, voglia di urlare, correre, rivoluzionare qualsiasi cosa, amare, combattere e ritrovare tra sogni sbiaditi abbracci ed occhi lucidi una qualsiasi figura umana che è passata nella nostra vita e che ora si è persa negli sterminati angoli del passato; questo nuovo progetto si titola “Battaglione Alleato”, la storia, le storie di cento uomini che nella notte tra il 26 ed il 27 Marzo 1945 si allearono formando appunto il Battaglione Alleato per sconfiggere un comando nazista nel Reggiano, e per ripercorrerne le indimenticabili gesta, la band chiama a raccolta una “accolita” di band entusiaste di dividerne “le gesta” e poi inciderle in due cd che hanno come sottotitolo “musiche e canzoni per una storia della resistenza”, ventisei canzoni interpretate – oltre che dai MCR, da – tra i tanti – Daniele Contardo (FryDa), Jason McNiff,  Massimo Ice Ghiacci, Popinga, LoGici Zen, Luca Giovanardi (Julie’s Haircut) ecc ecc, ventisei canzoni che fanno bollire e ribollire.

Suoni Irish, idiomi stranieri, reggae, rap, ballate carrettiere, folklore operaio, colori rossi cupo, groppi in gola e denti stretti sono le vene scoperte di questa favola umana che racconta e si racconta con semplicità, che si spoglia e si fa umile come un fuoco di camino povero, ma ricco di voglia di vivere, se ce la facesse a rimanere vivo;  scrivere di questo bellissimo disco/opera è limitativo, solo l’ascolto rende al massimo l’idea di cosa si vuole trasmettere a tante teste consapevoli ed altrettante vuote e piene d’aria viziata, piene di niente, ma giusto per “cronacare” qualcosa immergetevi nel walzerone di “Avevamo vent’anni” (MCR), nuotate nel pop-dub di “Bastardi e pezzenti” (Nuju) e nel reggae che brilla in “This time” (Lion D), bellissima la ballata “Libertà e foresta” (Elizabeth), il folkly caracollante “27 Marzo” (Ned Ludd), “L’amore altrove” (Massimo Ice Ghiacci) o la fisarmonica ed il fiddle che danzano in”Nozze partigiane” (Fryda), ci sarebbe da scrivere per un’ora intera, è non è sempre facile tradurre in lettere quello che il cuore, dietro l’impulso della musica, detta o comanda.

Due dischi per un progetto che vanno in memoria come un bel bicchierone di vino rosso bevuto all’alba prima di intraprendere un viaggio tra le onde del ricordo, due dischi che vogliono togliere la cappa all’ottusità e agli svagati, due dischi che potrebbero essere additati come una mera paccottiglia nostalgica commerciale, ma chissenefrega, sono due dischi che sputano in faccia la realtà che è stata ed è esattamente quello che vogliono essere, e se questo deve essere un commercio ne voglio a chili.

Fascisti di merda, vi odio, viva la Resistenza ed i suoi angeli caduti.

 

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Sfanto – Sfanto

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Sfanto è l’alias sotto cui si cela Marco Testoni, artista sassarese, che propone un simpatico rock all’inglese ben costruito ed arrangiato.
Questo omonimo ep, camuffato da demo, potrebbe tranquillamente essere esportato all’estero perché il genere che propone, in mia opinione, si presta più al mercato della Gran Bretagna o dell’America.
Per capire meglio ciò che voglio dire forse conviene analizzarlo canzone per canzone…
Il disco inizia con “Little daily inconveniences” che si apre con una chitarra acustica a cui lentamente si aggiungono la voce e tutti gli altri strumenti; il pezzo è prima abbastanza lento e pacato ma poi procede in maniera più veloce e assume caratteri “alla Blur”, quelli dei tempi di “Parklife” per capirsi…
“Waiting for the dawn” ricorda invece più la cultura rock americana, quella di Tom Petty e degli heartbreakers o degli America, e nonostante testi abbastanza semplici (e all’apparenza anche un po’ scontati) è sicuramente la traccia più riuscita di questo ep.
“Monster pride” (che vede alla voce anche Giuliano Dettori e Marco Marco Marini) ha un basso molto scarno ed essenziale (quasi alla Green Day) ma l’energia che trasmette è davvero unica e pur essendo abbastanza breve è piena di spunti davvero interessanti.

“Gray day” riprende parecchio dal cantautorato alla Badly Drawn Boy (quello della colonna sonora di “About boy”), ma non è un saccheggio completo, perché anche qui c’è molta farina del sacco di Testoni, che si cimenta anche in piccoli assoli di chitarra e di piano che si alternano fra di loro.
“Like a serenade”, aperta da un sample dall’origine ignota, forse avrebbe bisogno di qualche ritocco qua e là nella sezione ritmica, tuttavia funziona abbastanza bene anche come si propone (anche se ometterei quei pochi effetti che ogni tanto si sentono sulla voce).
“Miss Kubelik” (che titolo affascinante e singolare!) è l’episodio più “rock” del disco e fa tornare alla mente i nostrani A toys orchetra.
“My reward” vede ospiti Anna Monti al flauto, Francesca Fadda e Rita Pisano ai violini, Gioele Lumbau alla viola e Roberta Botta al cello ed è caratterizzata da una classicità affascinante in ogni singola nota.
Peccato duri solo due minuti!
Magari sarebbe il caso di fare una versione estesa della stessa, proprio come si usava negli anni ottanta, dove si proponevano alle radio le versioni “edit” e al mainstream quelle più lunghe.
Insomma nel complesso un ottimo lavoro, gradevole all’ascolto ma anche nella proposta di un artwork in bianco e nero sempre ad opera di Testoni che è anche produttore del disco.

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PIA TUCCITTO: NUOVA APPLICAZIONE PER I CELLULARI

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La rocker autrice di Vasco e Patty Pravo
mette a disposizione un’applicazione gratuita

“Sto Benissimo” – Official Video

Il 2012 per Pia Tuccitto è iniziato con molte novità.
Prima fra tutte la creazione della nuova App: come altri grandi nomi del rock e del pop italiano, resa possibile grazie alla collaborazione con DMI Digital Media Industries, azienda leader nel campo dei digital media.

MUSIC PROMO per l’anteprima di “Sto benissimo”
LIVE elenco concerti e appuntamenti
NEWS tutte le notizie su radio-tour
GALLERY 9 foto legate ad alcune frasi ricorrenti.
ITUNES per scaricare il brano a soli 0,69 centesimi.

Pia ha voluto realizzare quest’applicazione mobile GRATUITA per Android, Apple IOS attraverso la quale si può accedere più velocemente al suo sito www.piatuccitto.net, e per avere un contatto immediato con i suoi fans.

L’impegno di Pia Tuccitto va oltre la musica e per gli internauti sta lavorando ad un nuovo progetto sia digitale che musicale.

Infatti da due mesi è iniziato L’Italia di Pia, un viaggio, anche multimediale, attraverso il nostro paese, che fa tappa in diverse realtà, piccole e grandi, venute alla ribalta della cronaca e/o solamente un po’ dimenticate. Da ogni tappa, o “gita” come la definisce Pia, vengono realizzati 3 momenti, una clip di un minuto circa, una gallery fotografica e un video del back stage.
Ogni lunedì e venerdì della settimana vengono pubblicati i nuovi appuntamenti sul sito www.piatuccitto.net
Per quanto riguarda la musica, Pia Tuccitto che guarda con interesse al mercato estero, è tornata in studio con Luca Bignardi per registrare in spagnolo le canzoni fino adesso pubblicate e ampliare il suo orizzonte musicale.

Il suo ultimo singolo “Sto benissimo” è stato programmato da 500 radio della penisola, rimanendo per oltre 3 mesi nella classifica di gradimento indie.

PIA TUCCITTO – Official Site
http://www.piatuccitto.net/

Ufficio stampa
PROTOSOUND POLYPROJECT – www.protosound.net
L’ALTOPARLANTE – www.laltoparlante.it

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MUSIC LIVE EXPERIENCE ecco le band protagoniste della prossima edizione

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Sabato 7 Aprile c/o la sala prove MASTER BLASTER STUDIO di Corso Umberto I, 590 a Montesilvano si sono tenute le selezioni di MUSIC LIVE EXPERIENCE, organizzate dall’Associazione Giovanile NET4FUN in collaborazione con Event Sound Promotion.

MUSIC LIVE EXPERIENCE (www.net4fun.it/musicliveexperience) offre l’opportunità alle migliori band emergenti provenienti da tutta Italia di partecipare a MUSIC VILLAGE 2012, uno dei più importanti eventi musicali dedicati a band emergenti, che si terrà a Merine (LE) presso il villaggio turistico “I Giardini di Atena” in due edizioni: dal 26 Agosto al1 Settembre 2012 – Categoria Giovani under 22 e dall’1 al 7 Settembre 2012.

I solisti/duo che hanno superato le selezioni locali avranno invece accesso a MUSIC VILLAGE POP, una prestigiosa vetrina rivolta ai più interessanti artisti pop, in programma, nella stessa location, dal 7 all’11 settembre 2012.

MUSIC VILLAGE

26 Agosto – 1 Settembre 2012 CATEGORIA GIOVANI

LITCHYS, PIRANHA, BLACKSCORE, HALFBAND, NEW POWER EVOLUTION, THE LAST HOPE, BACK SHADOW ROAD e BLASTORM

1/7 Settembre 2012

RAIDEN e S91

MUSIC VILLAGE POP

7/11 Settembre 2012

ALESSANDRO MUCCI e ANTONIO DI MARZIO

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STRANGE FEAR il video ufficiale di My Eyes Burn

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E’ stato pubblicato sul canale YouTube di BlankTV il primo video ufficiale degli STRANGE FEAR.Il brano scelto è “My Eyes Burn”, presente sull’ultimo lavoro in studio della band “A Permanent Cold” uscito ad Ottobre 2011 per Indelirium Records.

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Revolution Is Me – No Way Mate!

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“La vera rivoluzione dobbiamo cominciare a farla dentro di noi”. Sicuramente questa è una delle frasi più intense ed umane del re della rivoluzione Che Guevara, e diciamoci la verità casca a fagiolo se si legge il nome di questa band.
Ma inserire una parola forte come “rivoluzione” nel nome di un gruppo è sicuramente scelta azzardata e sono praticamente certo che, vedendo e ascoltando i romani Revolution Is Me, non volessero assolutamente rendere omaggio al Che ma semplicemente trovare un nome cool d’impatto come molti gruppi indie-fighetti che di giorno fanno skate e di sera fanno fare quattro salti sulla spiaggia alla primo festone di collegiali.
I ragazzi laziali infatti emanano un sapore molto fresco e spensierato come i costumi a fiori, il jogging sulla spiaggia, il tatuaggio tattico e il surf più sfrenato. Insomma non hanno affatto quello strato di sporcizia e di sudore tipico di chi nervosamente stringe le sue armi in battaglia.
Questo EP è molto semplicemente una piccola parentesi di rock molto fashion, ben suonato, ruffiano, poco sostanzioso e superficiale, come una bella doccia fresca e profumata. Altro che entrarti dentro e farti ribollire il sangue a furia di sogni. Il sound cerca di essere prepotente, prova a scavare ma utilizza un piccone di gomma, non graffia e passa veloce, scivolando proprio come la saponetta sulla pelle.

La chitarra sbuffa tra arpeggi e riffoni senza eruttare mai, mentre la sezione ritmica sta nel suo limbo, senza infamia e senza lode. La voce invece viene ben palleggiata tra Alberto e Olga ma senza lasciare segni indelebili della rabbia cercata dai due. Si arruffano melodie da alta classifica, ma Biffy Clyro e Paramore sono un miraggio (sebbene pure loro ben lontani dal voler insanguinare le loro chitarre).
Il disco si fa ascoltare, ma passa monotono e estrae il miglior pezzo nel finale. “Can I Have…” è molto naif, spontaneamente british e sfocia nell’ultima traccia “…Your Heart Back?” blues acustico che senza sprecare parole chiude l’EP, lasciando un po’ interdetto l’ascoltatore e portandoci direttamente dentro la pubblicità del più marcio whisky del Tennessee. Un colpo finale che vuole stupire ma suona fuori luogo come un hipster con il basco in testa.
Insomma, non basta il vestito (e il nome) giusto per far guerra alla monarchica monotonia. Bisogna stringere forte i propri ideali strampalati e rischiare di perdere tutto bruscamente oppure, senza troppe pretese, metti il vestito più cool e fai festa sulla spiaggia, il rock’n’roll ti vorrà comunque bene.

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Pacifico – Una voce non basta

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Il nuovo disco d’inediti di Lugi DeCrescenzo in arte Pacifico, “Una voce non basta”, mette in mostra tutta la bella gioventù pop italiana, parigina, americana, tedesca, turca in circolazione, un disco di duetti e poesia, d’amore e solitudine vinta che l’artista – dopo un periodo non ottimale della sua esistenza – incide in giro per l’Europa, ed è una festa mobile di frasi, pensieri, musica e parole in libertà e semplicità.

Il disco ha preso forma via mail, ed in una quindicina di giorni è stato registrato, ogni traccia è un mondo a sé ed in tutto sono quattordici di questi mondi in cui echi di De Andrè, ballate rock, elettronica, rap e melodia pop spiazzano e fanno un ascolto quasi raro di questi tempi e dove si trova una scrittura di grande cultura pop condivisa con nomi che non è mai facile ritrovarli insieme ed uniti come in questo frangente discografico; l’artista afferma che senza amore un uomo non ha niente, e pare proprio una dolce ossessione che si porta dietro nella vita e nell’arte tanto che il Pacifico Doc lo troviamo in tutte le liriche come nella sua infanzia “Second moon” o nelle perdite interiori “Strano che non ci sei” con Samuele Bersani.

Amore e sguardi nei meandri della società “L’ora misteriosa” dettata con Cristina Marocco, “L’unica cosa che resta” con Malika Ayane, “Semplice e inspiegabile” con Cristina Donà, e poi c’è il mantra quotidiano con due Casinò Royale, Bianconi dei Baustelle che canta il buio in “Infinita è la notte”, il tocco da dj su “Pioggia sul mio alfabeto” con il turco Mercan Dede, Frankie Hi-Nrg che si incazza in “Presto” insieme ai Bud Spencer Blues Explosion, e ancora i Dakota Days, Anna Moura, N.A.N.O. per arrivare alla confessione dolorosa e intima di “A nessuno” in cui un Manuel Agnelli presenzia con un pathos poetico inarrivabile.

C’è uno spirito in ogni canzone che agita, ama, odia e salva tutto quello che non si vuole ammettere o condividere, il bisogno di vita oltre il sopravvivere che non si spezza né si piega, una voglia maledetta di trasmettere oltre il consentito, oltre la bellezza, e questo disco di Pacifico ne è un inno vivo che, con la complicità effettiva di venticinque musicisti, si tramuta in un cantos marvellous senza fine.

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The Mars Volta – Noctourniquet

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Ci avevano lasciato in dote uno strafalcione epico chiamato Octahedron, ma pare che i The Mars Volta con il nuovo “Noctourniquet” abbiano preso il vizio replicante di non esprimere più quasi nulla, almeno a sentire questa sfilza di tracce irose e dispersivamente canticchiabili che si rincorrono alla ricerca del punto forte di un ascolto attento che tarda – o meglio latita – a tirarne fuori soddisfazioni di sorta: forse non ci si era mai abituati fino in fondo al loro delirio d’onnipotenza, del loro istinto di vivere la musica dall’alto verso il basso, tra i pandemonium sacrali prog che agganciavano kraut e affini, sta di fatto che questo nuovo album ce lo potevano benissimo nascondere e risparmiare, loro magari diranno che è un punto di vista musicale versato sullo sperimentalismo acuto di nuove direttrici bla bla bla, noi diciamo: quando non si ha più nulla da dire meglio zittirsi e pensare fitto sul futuro ripercorrendo il passato.

Un infuso confusionario di barocchismi, ematicità, voli a ribasso e virate senza senso, buona parte delle tredici tracce vitali sono ingarbugliate come una matassa infeltrita, qualche luce brilla fiocamente nelle psichedelie di “Noctourniquet”, “Absentia”, un minimo d’attenzione per le incazzature elettroniche che cortocircuitano “Dyslexicon”, “Lapochka” e un occhio di riguardo per l’unica bella commistione che ciondola oziosa dentro questa produzione, ovvero “The Malkin jewel” traccia dalla cinematicità alla T-Rex in un guazzetto di post-punk e sentimenti reggae; il resto è solo egocentricità di una band che cerca di portare il suo pubblico verso nuove spiagge, ma è illusione pura, poiché il pubblico della band messicana è già in subbuglio per via di questo disco anonimo e vuoto, un capitolo sonoro che “capitola” davanti alla liricità drammatica che Omar Rodriguez Lopez, Cedrix Bixler Zavala insieme al nuovo drummer David Elitch –  che ha sostituito Deantoni  Parks – cercano di prendere per i “capelli” pur di tirare in salvo qualcosa.

Gran dispendio di chitarre e tastiere astrali, space pathos da fiera delle meraviglie, ballate sovversivamente mostruose “Imago” e un bel minestrone multi-effects da non riscaldare ma da buttare direttamente nel lavandino delle cose da dimenticare a forza “Zed and two naughts”, e poi ci fermiamo qui per non affondare oltre il coltello; non tutte le ciambelle riescono col buco, è un dato di fatto,  i nostri “caballeros” deludono al quadrato, rinnegano i fasti di un avvio carriera luminoso per perdersi definitivamente nel vuoto del sottovuoto svuotato.
Non ci rimane che gridare:  Aridatece i The Mars (quelli di una) Volta!     

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Madonna – MDNA

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Madonna, l’imperatrice del Music Business è qui a subissare se non addirittura triplicare il giro di boa dollaroso conquistato dodici anni orsono con Music, e a quanto pare dalle statistiche,  c’è già riuscita con questo suo dodicesimo album in studio “MDNA” – che ad una prima svista pare il nome di una pasticca illecita – disco che la ricolloca (speriamo che non si accorga Lady Gaga) a regina dei club discotecari, quel sound tamarro e glitterato in cui l’artista fonde o confonde remix e la preghiera dell’Atto di dolore “Give me all your luvin’ ” mentre cerca la luce della sua eterna giovinezza che man mano va a sciogliersi come un ghiacciolo al sole estivo.

Cinquantuno minuti di anni Settanta e filodiffusione da Esselunga, volumi al massimo e stunz stunz danzereccio che opacizzano l’immagine oramai abusata di “regina del pop” d’acciaio e muscoli, un mischiume pazzesco di sacro e profano senza capo né coda ma che i numerosissimi (milioni) di fan innalzano a miracolo reale in riscatto della loro vita miserrima e sfigata, ed è ciò che fa dubitare sull’effettiva intelligenza umana a discapito di quella animale.
Internet è impazzito quando Lady Ciccone ha annunciato la tracklist di questo “brodo primordiale” e sempre internet si è fatto carico di un downloading mostruoso da parte di mila e mila utenti letteralmente usciti di testa per queste “confessioni ebeti” che l’artista sciorina e sbologna come dettagli di poco conto, dai problemi dei suoi matrimoni falliti “Best friend”, “I fucked up”, Sant’Antonio, San Cristoforo e San Sebastiano evocati per i suoi peccati da redimere “I’am sinner”, arie irlandesi “Falling free”, un pizzico di country con OrbitLove spent” e quella “Girl gone wild” arrangiata dagli italiani Benny e Alle Benassi, reggiani doc alla corte della Dea del commercio sonoro.

Quasi quaranta minuti di inconcludenze seriali e frivolezze poppyes che hanno come culmine “Superstar” traccia in cui la figlia quindicenne Lourdes canta e si prenota come ballerina per il mega tour mondiale che tra poco muoverà gli ingranaggi macroscopici; l’ex Material Girls – ora Mum appagata – torna a fa bollire acqua calda con poche e abusate cose che comunque – tra il serio ed il faceto – producono per le sue casse miliardi su miliardi alla faccia di chi la vuole finita da un pezzo.

Altre parole non vengono fuori se non….e la Madonna!!!

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“Diamonds Vintage” Guns N’Roses – GNR Lies

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Senza andare ad intaccare la mammouthgrafia sciorinata planetariamente dalla Geffen circa la parabola dei Guns’N’Roses e dei relativi introiti miliardari in fatto d’immagine e di lezioni d’economia statistica, riconoscendo la maestosità del primo pietrone miliare qual è stato Appetite for destruction – considerato uno dei più importanti nella storia del rock – e non negando che i successivi Use your illusion I e II già stavano minando la discesa agli inferi – vedi The spaghetti incident – della band Losangelesina,  soffermiamoci su un “figlio minore”, quella raccolta di chicche prese da Live like a suicide e incapsulate in quello stupendo album del 1988 semplicemente ridotto e chiamato affezionatamente Lies che è stato amore e delizia per un’infinità mondiale di programmazioni radio ma sempre bollato come “incidente di percorso” troppo adolescenziale.
Invece è stato l’album che più di tutti a portato la “leggenda cotonata e in lipstick” dei GNR all’adulazione di massa, non tanto per la curiosa androginia mascalzona di cinque brutti ceffi che suonavano divinamente il rock, quanto per la capacità – insospettata – di coniugare l’Heavy, l’Hair e lo Sleaze metal con una sorprendente vena melodica, di trasporto, proprio di “pistole e rose” a netto contrasto con il metal purista che esplodeva ovunque.
La saga di Axl Rose, Slash, Izzy Stadlin, Duff  McKagan e Steven Adler riporta la definizione “L.A. Street Scene” sui palchi e finalmente il rock torna a parlare lo slang ormai storicizzato del “Sex, drugs and Rock & Roll” fatto sì di ritrovati suoni sporchi e aggressivi, ma anche di quella dolcezza looner che lascia profondi segni e una marea di imitatori in fasce e amplificatori.

GNR Lies  –  ufficialmente Lies! The Sex, The Drugs, The Violence, The Shocking Truth, è l’album basilare che quasi tutti i rockers posseggono gelosamente, ed è un’entusiasmante opera di recupero dalla tensione massima; i primi quattro episodi riguardano l’apoteosi della “chitarra che parla” di Slash che, gareggiando con il terribile e trascinante falsetto di Rose, tiene sull’elastico del vecchio sudicio rock dei bordelli, e che era stato già impresso nel loro precedente Ep Live Like Suicide: One in a million – pezzo condannato per via del suo contenuto blasfemo contro negri e omosessuali – Mama kin stupenda cover live di un singolo degli Aerosmith, Reckless life anch’essa rivisitazione di un pezzo degli Hollywood Rose, e ancora Move to the city, Used to love her e You’re are crazy, tripletta di fuoco per orecchie infuocate.
Ma è lei, l’osannata ballata “del fischio”, la bella Patience, che con quel giro di chitarra acustica è entrato nel lessico generazionale d’orde di chitarristi portando le quotazioni della band a livelli stratosferici, oltre misura.

Una band ed un disco acclamato e boicottato da un’infinità di situazioni, anche per la sovraesposizione mediatica del leader vocal che ha contribuito a rendere malvagia e maledetta l’aura che li circondava e il conseguente mito.
Poi di quello che Axl Rose dirà in futuro sono tutte chiacchiere senza senso, tornerà per un po’ ancora a blaterare di omofobia e razzismo, forse scordandosi, lui star in hotpants a stelle e strisce e pelle bianca, che sua madre era di colore.
Si, poco dirà più in futuro, se non far cadere il mito per rotolare nel fango senza ritorno.

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Mark Stewart – The politics of envy

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Il grande sciamano del Pop Group, l’anarchico d’eccellenza del post-punk, il rasoio letterario del rock è tornato in grandeur, Mark Stewart è di nuovo in giro con un bel lavoro “The politics of Envy” , un disco a tassello dove il pop elettronico prende spazio totale pur conservando le spigolosità caratteriali, quell’impronta sociale, umana e comunista di sempre; undici anthem song che suonano come cazzotti sul muso, ed il tutto condiviso con una schiera di super ospiti ragguardevole.
Il musicista inglese, pioniere dell’industrial hip hop, è in straordinaria forma, e lo dimostra con una sempre migliore efficacia a colpire il bersaglio giusto della sua poetica contro, a mettere in circolazione il lusso di una o più parole d’ordine per scardinare il potere, l’ingiustizia e nefandezze varie; è un esperimento che fa subito scintille con l’esplosione di beat e theremin giostrato da Kenneth AngerVanity kills”, il rap focoso in onore di Carlo GiulianiAutonomia” che vede straordinari Primal Scream all’opera, il tocco magico di Lee “Scratch” Perry che sporca di dub ed urban style le frequenze elettroniche di Tessa PollittGang war” o i ritornelli a presa rapida che “Want”, e “Codex” imprimono nella testa.

Stewart si è circondato di amici per mettere ancor più in risalto la narrazione di un quotidiano che diventa la porta d’accesso ad un’introspezione di carattere totale, dove il testo imprigiona la rabbia privandola di quelle tipiche “offese” vissute, e quello che n’esce è un singolare intensity di sonorità anni 80/90 che fanno accento e forza allo stile narrativo; magari delude un po’ Daddy G che in “Apocalypse Hotel” pare vegetare, ma il tono torna su con la rilettura di un hit di BowieLetter to Hermione” e con la chiusura affidata alla fumigazione rock-wave in cui i vocalism di Gina Birch e il chitarrismo di Keith Levene (Pil) la fanno da padrone e in bella misura “Stereotype”.
Il grande sciamano Stewart gioca bene nei circondari dei nostri tempi, la sua vena “urlatrice” anti-misfatti è ancora ben dilatata ed il suo hip-hop pensiero sempre teso ed aggiornato. Lunga gloria a questo combattiero eroe critico e “sinistro” come pochi.

    

 

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Still Leven – Cases of bluntness

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Non si esce vivi dagli anni ’80, ammoniva Manuel Agnelli, come a dirci che possiamo girarci intorno quanto vogliamo, possiamo anche storcere il naso per certe sonorità e un certo look, concedetemelo, barocco, ma quella decade lì ci si è tatuata addosso  e non possiamo che accettarlo.
La questione, certo, è come ci si rapporta ed essa. Non se ne esce vivi se non si fa altro che continuare a scimmiottare le glorie Eighties, ma ci si sguazza con grandissima dignità se si fa proprio quel mood e quelle atmosfere tasti erose, se le si ricontestualizza al presente, se le si ammoderna.
Ecco cosa hanno saputo fare sapientemente gli Still Leven, trio genovese (Giacomo Gianetta, Greta Liscio, Matteo Spanò) che non guarda alla new wave e al dark fingendo che non ci siano stati il grunge e il post-rock e la house, ma che anzi, fa proprio della commistione con sonorità più moderne, la loro fortuna.
Immancabili le tastiere, sintetiche, fredde e quasi asfittiche, come un approccio fedele richiede, ma smorzate dalle chitarre, decisamente più recenti per ispirazione, con distorsioni piene e rotonde, che impastano le basse frequenze e aiutano il basso nella creazione di un groove caldo nonostante le premesse.
Cases of Bluntess riassume benissimo quello che sono stati gli anni ’80 per la dark e l’elettronica, in otto tracce tutte tiratissime e potenti. Il disco apre con la cassa in quattro di “Soulserching” e una voce che ricorda vagamente quella di Dave Gahan e prosegue con un tripudio di piatti e la voce di Greta sporca, metà punk e metà Siouxsie and the Banshees in “No moleskine”. Decisamente più tipicamente new wave e danzereccia, anche per il ritornello martellante, ripetuto allo stremo, è “Forever is just for a while”, mentre “Sex we can” e “Bring the cold war kids home” sono decisamente più elettro-dark: ricordano molto i tedeschi Arcana Obscura e i belga Kiss the anus of a black cat: voci e tastiere guidano la melodia e le tracce si fanno eteree e impalpabili, nonostante la marcata corporeità suggerita dalla sezione ritmica.
Lost in texture” è forse il brano meno riuscito del disco, tutto spinto all’acuto, con una quantità di tastiere quasi eccessiva, tutto troppo, troppo, Eighties (e per più di sette minuti, oltretutto).

Perdoniamo subito, però, questa momentanea e apparente perdita della loro cifra stilistica grazie a “Possession”: apertura in fade in, lenta e meditativa, che esplode in un ritornello dance con chitarra e tastiera che dialogano a suon di riff, la voce femminile dietro, mero strumento musicale che potrebbe dire qualunque cosa senza che questa abbia importanza, e quella maschile, grindcore e quasi parlata. Senza dubbio è la traccia più elaborata e complessa per quanto riguarda gli arrangiamenti e la cura dei dettagli melodici di ogni singolo strumento. The Cure e Depeche Mode sono prepotentemente i riferimenti di “Weekends of spring”: troviamo i primi nello scarto armonico costante maggiore-minore e nelle sonorità del basso, mentre i secondi sono stati perfettamente assorbiti nella realizzazione dell’arpeggio circolare delle tastiere.
Gli Still Leven hanno le potenzialità per riuscire a conquistare i nostalgici e ad emergere nei club, soprattutto d’oltremanica: sembrano averlo capito anche loro, visto che il 20 aprile terranno un concerto a Genova in anteprima al tour che li vedrà impegnati in Gran Bretagna.
Non resta che augurar loro buona fortuna.

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