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An Undying Love For a Burning World, i Neurosis riportano il post-metal agli antichi splendori

Written by redazione• 29 Aprile 2026• #, Articoli

Il miracoloso e titanico ritorno dei Neurosis ci ricorda quanto il post-metal abbia lasciato un solco indelebile nella storia della musica “pesante”. Attraverso un’analisi storica e una recensione del nuovo lavoro della band, ripercorriamo le tappe fondamentali dagli albori alla potenziale rinascita di questo genere musicale.
[20.03.2026 | Neurot | post-metal, sludge metal]
[Articolo a cura di Federico Longoni e Gabriele Sottocornola]

Sul finire del primo decennio degli anni 2000, nei blog musicali dell’internetsfera italiana il post-metal era un qualcosa di misterioso e ambito. Un territorio da esplorare e che prometteva tante fortune a coloro i quali avessero avuto il coraggio e l’ambizione di approfondire queste peculiari sonorità al contempo così dilatate e violente.

In particolare, tra gli appassionati del genere, una triade di nomi veniva spesso menzionata con riverenza quasi religiosa: Godflesh, Isis e Neurosis. Gruppi tanto differenti quanto fondamentali per ricostruire la storia del genere e quindi comprendere l’album che, anno del signore 2026, ci troviamo tra le mani a recensire.

Godflesh, l’anima difensiva ed industriale di Justin Broadrick

I primi dell’elenco sono una creatura frutto della mente del suo geniale creatore Justin Broadrick. Il nostro, giovanissimo e nel pieno della golden age dell’heavy metal britannico, spazia ereticamente tra generi tangenziali e ancora più “estremi” (si veda l’esperienza come chitarrista nella storica formazione della band grindcore Napalm Death, periodo Scum), fino alle sperimentazioni noise-electro-dub di Techno Animal e JK Flesh, passando per numerosi altri progetti, tra elettronica, shoegaze, jazz, post-rock, e musica industriale (a proposito, speriamo di poter tornare presto a parlare dei Jesu). 

Proprio l’industrial è il genere di riferimento della sua incarnazione più celebre, i Godflesh, figli anche del contesto urbano di Birmingham, città in cui Broadrick li fonda insieme al bassista B. C. Green. Un connubio di suoni abrasivi e martellanti, ritmiche dub, wall of sound distorti e grida gutturali, un ossimoro anche nelle intenzioni del creatore che, come avrà modo di dichiarare più volte, ha sintetizzato una musica potente ed aggressiva come uno scudo di rabbia implosivo ed isolazionista, a propria difesa dalle frustrazioni del mondo esterno. L’ossessiva circolarità dei suoni, figlia anche dell’abbondante utilizzo di drum machine e pattern sincopati e ripetitivi, porta il gruppo ad essere annoverato all’universo post-metal, essendo industrial e metallico nei suoni e post nella filosofia.

Dopo la consacrazione negli anni ‘90 e l’abbondante produzione di materiale, il gruppo viene lasciato in stand-by per una quindicina di anni (anche per dare il tempo al suo leader di dedicarsi all’infinità di altri progetti). Tolta dal ghiaccio, la macchina industriale dei Godflesh continua a macinare dignitosissima musica. Perlomeno fino allo scorso mese, quando il suo demiurgo ne comunica la fine dell’attività live per sopraggiunti problemi di salute. Stiamo assistendo alla fine di un’epoca?

Godflesh
Isis, il paradigma della palude sludge metal

Gli statunitensi Isis rappresentano la frangia più pragmatica del trittico. Partendo da un post-* radicato nella visceralità hardcore del substrato americano di quegli anni (di cui fanno parte anche i connazionali Neurosis e Converge), essi affinano progressivamente il proprio sound fino a raggiungere, nel triennio 2004-2006 con gli album cardine Oceanic e Panopticon, la sintesi più compiuta di ciò che verrà definito sludge metal.

Una commistione tra il doom/stoner di Sleep, Eyehategod e Melvins e i primigeni e graffianti assalti hardcore (a là Black Flag). Wall of sound distorti e opprimenti, paludati e cangianti, dilatati fino all’eccesso, alla moda dei Godspeed You! Black Emperor. Una produzione quadrata e in grado di valorizzare e mettere in risalto appieno il paradigmatico suono della band. Ad officiare questo sabba esistenzialista è certamente la figura di spicco della band, il carismatico leader Aaron Turner, una sorta di ieratico santone del growl e del muro di suono.

Già nel 2009 assistiamo ad una prima crasi tra questi due mostri sacri attraverso il progetto Greymachine, che darà alla luce un solo album, Disconnected. Il supergruppo vede impegnati, tra gli altri, proprio Broadrick e Turner, che uniranno i loro luciferini sforzi per produrre un lavoro di drone-noise tuttora difficilmente eguagliato per efferatezza e fisicità rumoristica. Una specie di sala delle torture gestita da Burzum e Stephen O’Malley.

Non passa neppure un anno che anche gli Isis, dopo una manciata di pubblicazioni, dichiarano la fine della loro attività artistica. Turner rimane però attivo nella scena dedicandosi, per esempio, al suo progetto Sumac.

Isis
Neurosis, un ottovolante post-metal al capolinea?

Arriviamo così ai veri protagonisti di questo articolo, i californiani Neurosis. Formatisi sulla costa ovest sul finire degli anni ’80, essi muovono i primi passi da un post-hardcore contaminato dal crust punk più estremo per poi trovare la loro forma più matura nel corso degli anni ’90, quando al fondatore Scott Kelly (chitarra e voce) si affianca una seconda figura centrale nella band: Steve Von Till.

È proprio in quegli anni che la band forgia uno stile inconfondibile e profondamente personale, difficile da imitare quanto da irreggimentare (post-metal appunto), dando alle stampe album di grande spessore come Souls at Zero e Enemy of the Sun, fino ad arrivare a quello che è considerato il loro capolavoro – e probabilmente la pietra miliare dell’intero genere – Through Silver in Blood. L’album attinge a un panorama di influenze quanto mai eterogenee – riff heavy e doom metal, assalti punk hardcore, lunghe digressioni progressive rock, strutture armonico-ritmiche di matrice jazzistica, fino ad incursioni nell’elettronica rumoristica e sperimentale – fondendole in uno straordinario risultato finale che suona emotivamente autentico, urgente, e profondamente coeso.

Dopo tale exploit, i Nostri purtroppo vanno a perdersi tra i numerosi progetti collaterali scivolando lentamente ma inesorabilmente verso un più innocuo e docile post-rock, sicuramente non all’altezza dei loro capolavori. L’infausta conclusione sembra arrivare nel 2022, quando trapela una notizia che pare una pietra tombale per il gruppo: Scott Kelly ammette di aver perpetrato violenze domestiche e viene prontamente (e consensualmente) allontanato dal resto della band, sempre molto attenta alla propria integrità etica.

Neurosis
E quindi oggi cosa rimane? 

Il genere non nuota certo in buone acque e, dopo aver raggiunto il suo apice a cavallo del millennio, si è lentamente andato a spegnere tra ridondanti manierismi e sterili tentativi di rinnovamento. Invero, alcuni tra i suoi più fedeli rappresentanti hanno tenuto botta fino ai giorni nostri, continuando a produrre musica di qualità. Come non citare quindi i nostrani Ufomammut o alcuni degli storici paladini del genere quali Cult of Luna e Amenra, oltre ai già menzionati Sumac.

Questo fino a poche settimane fa, quando un imprevisto quanto gradito annuncio ha dato nuova linfa agli appassionati… Un nuovo, titanico album a firma Neurosis che come vedremo dalla (finalmente!) recensione, promette di restaurare quelle sonorità che mancavano da troppo tempo, riportando prepotentemente al presente un genere che pareva confinato alle ragnatele del passato.

“We are torn wide open”

L’allievo che supera il maestro, si dice. In questa storia però l’allievo si unisce al maestro, o, per meglio dire, ai maestri. Tutto inizia dal guru Aaron Turner – come abbiamo visto leader degli Isis prima e del progetto Sumac più recentemente – e da sempre ispirato dai Neurosis, che si unisce inaspettatamente proprio ai suoi mentori, rimasti orfani della voce solista dopo l’abbandono di Scott Kelly. 

La band era ferma da dieci anni e avrebbe tanto voluto continuare a fare musica, ma la brutta storia relativa a Scott Kelly l’ha in qualche modo bloccata, facendole perdere l’ispirazione. L’arrivo di Aaron Turner, contattato band per diventare la nuova voce solista della band, rimette però tutto in gioco. Senza clamore né pubblicità, lo scorso 20 marzo a sorpresa sono tornati i Neurosis con un nuovo album che (spoiler) è uno dei loro lavori migliori da vent’anni a questa parte. 

Neurosis © Bobby Cochran
“We’ve forgotten how to live, so we suffer”

Grazie anche all’ingresso di Turner, i Neurosis hanno ritrovato l’ispirazione e la voglia di fare musica. An Undoing Love for a Burning World racchiude in sé tutte le anime della band. Dal post-hardcore degli inizi (ad esempio nella violentissima Mirror Deep, che richiama senza dubbio i suoni nervosi di Souls At Zero), al monolitico sludge metal, memore del loro bellissimo album A Sun That Never Sets del 2001 (come nell’esplosiva traccia Blind), fino ad arrivare alle aperture più sciamaniche di pinkfloydiana memoria (vedi alla voce Last Light, con quei synth iniziali che riportano alla mente le atmosfere di Gilmour e soci). 

Ciò che emerge in questo nuovo lavoro è un grande senso di simbiosi tra Turner e gli altri componenti della band. A dimostrazione di questo c’è First Red Rays, in cui il nuovo cantante sembra essere parte della band da sempre. La sua voce, sempre affascinante e vitale, si intreccia perfettamente col suono roccioso e introspettivo dei Neurosis. Le chitarre sfoderate come lame taglienti da Steve Von Till, le ritmiche pesantissime e penetranti: è come se in dieci anni non fosse cambiato nulla, come se la band non avesse avuto nessuno stop, nessuna crisi. 

Ci sono momenti in cui questa magnifica simbiosi tra allievo e maestri si trasforma in qualcosa di nuovo. In the Waiting Hours parte con una lunga intro strumentale post-rock che ricorda gli Explosions in the Sky. Dolce, malinconica, quasi eterea. Poi i riff di chitarra iniziano a virare verso toni più cupi, voci e violente sfuriate metal si abbarbicano e si intrecciano irruente. E infine di nuovo la calma, ancora quel suono delicato e sognante dei primi minuti, per una coda che ha il sapore psichedelico dei Pink Floyd più scuri.

Questo brano, insieme alla conclusiva Last Light (sedici minuti di estasi pura, la vera perla del disco per chi sta scrivendo), porta i Neurosis verso una nuova direzione in cui non possiamo che sperare di vedere ulteriori progressi in futuro.

“The dissonance is deafening” .

An Undoing Love For A Burning World è stata una sorpresa per tutti, tanto inaspettata quando emozionante, un vero e proprio grido di rinascita per l’intero movimento. Sapere che una band così importante per tutto il metal non ha perso la voglia di suonare e mettersi in gioco è dimostrazione di grande coraggio e di grande amore per la musica e per i fan sparsi in tutto il mondo.

Aaron Turner alla voce è semplicemente perfetto, l’unico degno di sostituire l’inimitabile timbro vocale di Scott Kelly. Turner non imita e non si limita a cantare, in questo album prende parte alla scrittura e alla composizione dei brani, come se fosse nella band da sempre. Amo queste storie di redenzione, queste storie di inclusione. Una band pioniera di un genere che accoglie l’allievo, diventato a sua volta maestro. La speranza è quella che questo album si solo il primo, sia solo riga per terra che delimita la partenza, anzi la ripartenza. E che di sorprese come questa i Neurosis ne abbiano in tasca ancora molte. 

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Aaron Turner Godflesh Isis Neurosis neurot recordings Post-metal sludge metal

Last modified: 4 Maggio 2026

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