AC/DC – Power Up

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Quarantuno minuti di rispettabile useless rock.
[ 13.11.2020 | Columbia | hard rock ]

Di solito non guardo con molto interesse quelle band di trenta, quaranta anni fa, che insistono ancora oggi con la loro musica anacronistica, senza fare il minimo sforzo di suonare del e nel presente. Certo, non disdegno di ascoltare, specie quando si tratta di ritorni di un certo tipo ed anzi, quando si tratta di formazioni che magari sono state ferme decenni (vedi Hum) non perdo occasione per provare a comprendere ancor meglio il disco.

Non disprezzo neanche dare retta a chi non si è mai fermato, come ad esempio proprio gli AC/DC, che, tutto sommato, hanno tirato fuori ben quattro album negli ultimi due decenni (non mi dilungherò sul mio personale giudizio). Certo, sono molto più invogliato a scoprire cosa c’è di nuovo nel panorama musicale mondiale, ma di tanto in tanto andare sul sicuro con qualcuno che ha già fatto la storia, non è poi così male. Di tanto in tanto, ma presto scoprirò che non è questo il caso.

Eccomi allora alle prese col nuovo di Brian Johnson e soci, con la consapevolezza di avere davanti una band che fatica ad imporsi tra pubblico e critica e lontano dai suoi fan più affezionati, da almeno trent’anni. Il rischio è di trovarsi davanti l’ennesimo compitino scopiazzato al passato neanche da sufficienza ma del quale non si può parlar male perché “come cazzo ti permetti di parlar male di una band come loro”.

Power Up è un disco  semplice, che effettivamente si limita a enfatizzare i vecchi AC/DC hard e blues rock puntando molto (ma sbagliando mira) sull’energia che da sempre li contraddistingue e su una voce che non ha molto da farsi perdonare neanche qui, sempre che non la si trovi fastidiosa e snervante, nel qual caso smettete di ascoltare prima che sia troppo tardi.

Non avrebbe senso esaltarlo più del dovuto ed è cosa che farebbe solo un vecchio fan hard rock convinto nella sua ignoranza che la musica si sia fermata al 1980 ma, d’altro canto, non avrebbe senso neanche distruggerlo, semplicemente perché non è un disco da sangue nelle orecchie, né furbo, né forzato. Si tratta semplicemente di una band che fa con puntualità, forse un po’ di noia, quello che sa fare, magari senza nuove idee ma non per questo in maniera orrida se consideriamo l’età dei suoi membri (pensate a vostro nonno che si mette a fare il rocker).

Non è un disco su cui ci sia molto da dire, e la cosa dispiace un po’, perché è proprio questo che mi spinge solitamente a non sprecare troppo tempo dietro a uscite del genere; come nella miriade degli altri casi simili, Power Up è piuttosto un regalo ai fan di vecchia data, totalmente inutile sia per farsi nuovi adepti sia per sconvolgere la critica. Se non siete tra i primi, inutile ascoltarlo per distruggerlo: non fareste cosa più originale di quanto abbiano fatto loro. Detto questo, non dimentichiamoci che siamo qui anche per parlare del disco e dunque non posso esimermi dall’illustrare il peggio che vi è contenuto cercando di contenermi e non cadere nel tranello dell’attacco ferocemente inutile sopra accennato.

Sezione ritmica e chitarre tentano disperatamente di suonare cazzute, di mostrare muscoli che tuttavia non hanno più come tanti anni fa e la cosa si sente un casino, specie quando cerchiamo di isolare le linee di basso che se non sono inutili qui, non lo sono da nessuna parte. Riff e melodie si somigliano tutte in maniera esagerata e vederle fotocopiate dopo che già suonano fotocopiate da qualcosa di suonato in passato non aiuta molto ad arrivare alla fine del dodicesimo brano senza averne le palle piene.

Power Up è un disco di una band che non ha più nulla da dire ma neanche nulla da dimostrare. Se degli AC/DC siete innamorati, non scalfirà il vostro amore. Se vi facevano schifo, continueranno a farvi schifo. E io, beh, lo sapete come la penso. È uno schifo che rispetto e fidatevi, c’è una bella differenza. Quindi meglio smettere ora prima che sia troppo tardi. Fine.

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Last modified: 23 Novembre 2020