⣎⡇ꉺლ༽இ•̛)ྀ◞ ༎ຶ ༽ৣৢ؞ৢ؞ؖ ꉺლ ovvero quando la musica diventa sabotaggio culturale

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Il nuovo progetto di Kieran Hebden, conosciuto ai più come Four Tet, sfida gli algoritmi con un album tanto misterioso quanto affascinante.
[03.07.2026 | autoprodotto | elettronica, IDM, microhouse, deep tech]

Un album contro la reperibilità immediata, un disco che va cercato e scoperto. Musica che non entrerà nelle playlist preimpostate delle piattaforme streaming.

Il criptico progetto “segreto” del guru della musica elettronica nacque un paio di anni fa quasi per gioco, per smarcarsi dalle logiche di mercato e “trollarle”. Alcuni brani pubblicati a caso senza annunci, tra il 2024 e il 2025, celati da un criptico font impronunciabile e che manda in pappa i cervelli artificiali di Spotify e compagnia bella. Poi arriva l’album: lo scorso giugno in edizione limitata in duemila copie in vinile, e a luglio in versione digitale. La curiosità dei fan e di chi ha scoperto il disco per caso aumenta, curiosità su chi sia l’autore e come si pronuncino i titoli delle tracce, fino a scoprire per l’appunto che dietro a tutto c’è Four Tet.

Four Tet © Davide Dusnasco
Contrasti perfetti e significativi.

L’ascolto del disco è un’esperienza immersiva e destrutturata, lontana dai canoni della club culture più classica. Non ci sono banger immediati, ma un flusso continuo di elettronica liquida, IDM ed elementi micro-house. La prima traccia ad esempio si estende su un tappeto di texture robotiche e synth ambientali che si rincorrono per oltre sei minuti. Sembra quasi di sentire il Four Tet dei primi anni Duemila, quello di Rounds, ma filtrato attraverso una lente più matura, quasi mistica.

Nel quarto brano si sente l’ispirazione più ‘aphextwiniana’ del musicista londinese. Echi sintetici, glitch alieni, ritmi minimali ma onnipresenti, un viaggio sonoro che si materializza negli anfratti delle sinapsi.
Ma è nella quinta traccia che emerge l’anima pulsante dell’intero album. Un gioiello di techno minimale in cui Hebden campiona frammenti vocali di I’m a Slave For You di Britney Spears avvolgendoli in un giro di basso ipnotico che cresce lentamente senza mai esplodere davvero. È una scelta deliberata: frustrare l’aspettativa del drop per premiare invece un ascolto più attento e cerebrale.

Nelle ultime due tracce traspare il lato più ambient di questo progetto musicale, per certi versi affine al bellissimo Inferno dei Boards of Canada uscito pochi mesi fa. Entrambi si poggiano su suoni di arpa sintetica e field recording di ambienti naturali. È il marchio di fabbrica di Four Tet: la capacità di rendere calda e profondamente umana la freddezza digitale delle macchine. Un contrasto perfetto che appare anche nell’estetica respingente e ipnotica della copertina.

Questo album è un piccolo atto di sabotaggio culturale. In un mondo musicale dominato dagli algoritmi di Spotify che scelgono cosa dobbiamo ascoltare, Four Tet ci costringe a fare una cosa ormai rivoluzionaria: cercare la musica, interagirci e, finalmente, ascoltarla davvero.

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Last modified: 4 Agosto 2026