The Doggs – Red Session

- Genere: rock’n’roll - garage
- Etichetta: autoproduzione
- Voto: 3.5/5
- Website: http://www.thedoggs.com

by Marco Lavagno

the doggs_red sessions

Immaginate la cosa più sporca e meschina che avete in testa. Quella che vi vergognereste anche al solo pensiero. Chiudete gli occhi e vi sale un brivido caldo: furente come il peccato più insulso. Immaginate New York e il suo più infame “wild side”. E poi lo smog di Detroit, che in fondo non sarà tanto più terso e denso di quello di Milano.
Con queste infami e decadenti immagini infilate nel vostro lettore “Red Session” dei The Doggs e ditemi che non vi strapperà un ghigno storto.
La band milanese, al suo primo LP, sfodera un album al dir poco old school. Chitarre garage (che più che un genere qui è uno stile di vita) che ricordano il furore del compianto Ron Asheton, ritmiche lente e sensuali, tra l’oscuro incalzare dei Back Sabbath e le luci rosse delle vetrine di Amsterdam. Per bruciare infine tutti i vostri sensi di colpa c’è una voce al limite della saturazione, che pare registrata durante un agonizzante elettroshock e come un lurido verme esce dal suolo per darti una scossa elettrica nel culo.

Il riff di “Midnight Eyes” apre le infernali danze, si rispolvera la lametta dal 1973. The Stooges di “Raw Power” tornano taglienti. Le ritmiche sono lente, ossessive, oscure, il punk è ben lontano ma sta a guardare con la malizia di chi è pronto a prendersi il merito senza tribolare tanto. Niente fronzoli, solo tanto groove e tanto blues da marciapiede.
Il disco pare essere un vero e proprio tributo alla Motorcity americana e alle sue band sporche di smog e sudore. E sappiamo benissimo che suonare questa musica 40 anni dopo e nel “paese che sembra una scarpa” potrebbe essere un azzardo, per non dire anacronistico. Ma The Doggs ringhiano e sembrano proprio sbattersene di tutto ciò che ronza intorno, ignorano critiche e ritornelli da classifica e suonano semplicemente il fottutissimo rock’n’roll che gli martella in testa come la più pulsante ossessione. E non ci sono compromessi: i ragazzi non strizzano mai l’occhio al pop, anzi lo guardano in cagnesco e gli abbaiano dietro anche in brani come “Wild Boy” o “Ride My Bomb”, dove molti altri luridi randagi si sarebbero tirati a lucido e ci avrebbero firmato dignitosi armistizi.

Questi non sono di certo “I Cani” elettro-cool, freschi di stagione. Ma nonostante questo non serve nessuna macchina del tempo, in questo revival la lametta è arrugginita ma sporca di sangue freschissimo.

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